Gino Paoli, poeta anarchico deluso dalla politica

Alla fine, la pallottola si sarà arrugginita davvero, come diceva lui con quella sua ironia ruvida da scoglio genovese, o forse quel muscolo stanco ha deciso che 91 anni di rintocchi fossero abbastanza per chi aveva visto tutto. Gino Paoli se n’è andato martedì, portandosi via l’ultimo soffitto viola di una stanza che adesso, per davvero, non ha più pareti. Ma per misurare la statura di questo gigante che ha dato respiro alla canzone d’autore, non si può procedere per compartimenti stagni: il poeta che scriveva di sesso tra le lenzuola di un bordello è lo stesso uomo che, 30 anni dopo si sarebbe trovato tra i banchi del politichese con lo sguardo perso di chi cerca un accordo tra i commessi in livrea.

Gino Paoli, poeta anarchico deluso dalla politica
Gino Paoli, poeta anarchico deluso dalla politica
Gino Paoli, poeta anarchico deluso dalla politica
Gino Paoli, poeta anarchico deluso dalla politica
Gino Paoli, poeta anarchico deluso dalla politica
Gino Paoli, poeta anarchico deluso dalla politica
Gino Paoli, poeta anarchico deluso dalla politica
Gino Paoli, poeta anarchico deluso dalla politica
Gino Paoli, poeta anarchico deluso dalla politica
Gino Paoli, poeta anarchico deluso dalla politica

Le sirene del Pci e la frustrazione della politica

Lui, che era un anarchico per eredità genetica («il gene l’ho preso da mio nonno, che era analfabeta, ma conosceva a memoria gli scritti dell’anarchico Carlo Cafiero e le canzoni di Pietro Gori», raccontava) eccolo nel 1987 eletto nella circoscrizione Napoli-Caserta, sedotto dal canto delle sirene dei colonnelli del Pci, Occhetto e D’Alema. E dato che a 50 anni aveva già vissuto tre vite e ne aveva schivata una quarta per un millimetro di piombo, ci era cascato come un ingenuo. Una volta in Parlamento, aderì al Gruppo della Sinistra Indipendente, perché la tessera in tasca non l’aveva mai voluta: si immaginava di portare la bellezza nelle carceri e la musica nelle scuole, di scardinare il silenzio delle istituzioni con la forza delle idee. Lo spedirono, invece, dritto in commissione Trasporti. Il cantore di Una lunga storia d’amore a discutere di scartamenti ferroviari e vagoni letto. «Una frustrazione mostruosa», la definì, il contrappasso perfetto per un uomo che non aveva mai accettato orari né binari prestabiliti.

Gino Paoli, poeta anarchico deluso dalla politica
Gino Paoli in Parlamento (Ansa).

Quel consiglio a Beppe Grillo rimasto inascoltato

Uscì da quel “disgusto” istituzionale nel ’92, per non tornarci più, se non per l’esperienza asfittica di assessore ad Arenzano, per mano del cognato, dove capì che i meccanismi del potere sono identici, sia che si tratti di una nazione che di un condominio. Da qui l’ammonimento accorato all’amico di sempre, Beppe Grillo, a cui provò a sbarrare la strada del Movimento 5 stelle prima ancora che nascesse. In una riunione quasi carbonara con Renzo Piano, Arnaldo Bagnasco e sua moglie, cercò di spiegargli che la politica, se affrontata con la mentalità del poeta o del comico, finisce per essere «una fregatura enorme».

Gino Paoli, poeta anarchico deluso dalla politica
Beppe Grillo, Gino Paoli e Don Gallo (Ansa).

La sua vera militanza fu quella della scuola genovese

La politica, in fondo, per Gino, era stata una delle tante amanti amate tanto e lasciate in fretta. La sua vera militanza era altrove, in quel quartiere della Foce di Genova dove con Tenco, De André, Bindi e Lauzi, aveva inventato una “comune artistica”, quella della scuola genovese, una fratellanza di naufraghi del perbenismo che masticava Brassens e jazz mentre l’Italia democristiana sognava ancora le rime cuore-amore. Un sodalizio fatto di genio e di strappi violenti, come quello con Tenco, rotto per colpa di una donna e mai più ricucito: «Il mio rimorso è che senza questo litigio sarei stato accanto a lui la sera in cui si è sparato, e forse sarei riuscito ad impedirglielo», confessava con quella malinconia che solo chi è sopravvissuto a se stesso può permettersi.

Gino Paoli, poeta anarchico deluso dalla politica
Gino Paoli (Ansa).

Gli amori folli, gli eccessi e le rinascite

Perché Paoli è stato l’uomo degli eccessi e delle rinascite: dalla prima mano tesa di Mogol alla voce di Mina che svelava la magia di un amplesso, fino a quel successo di Sapore di sale che lo rese «stronzo» e divo, prima del buio della depressione. Storia e leggenda: per una delle sue donne si sparò quella famosa rivoltellata al cuore. La sua prima politica, quella dei sensi, l’aveva scaraventato nel groviglio di un’Italia che ancora arrossiva per un bacio. Ma per un anarco-comunista della sua stazza, l’erotismo restava l’unica forma di coerenza, e la sua vita sentimentale è stata un incendio appiccato su più fronti. Dopo la prima moglie, Anna Fabbri, da cui ebbe Giovanni, perso prematuramente lo scorso anno, nel ’61 l’incontro con Ornella Vanoni accese un corpo a corpo di spartiti e desideri. Per lei scrisse Senza fine, Che cosa c’è, Anche se, trasformando una passione tormentata nella colonna sonora di una nazione che scopriva la carnalità. Eppure, nemmeno il magnetismo della Signora della musica italiana bastava a placare quella fame di vita. L’anno seguente si scontrò con il terremoto Stefania Sandrelli, allora ancora minorenne: un amore folle che oggi scatenerebbe i tribunali della morale, da cui nacque Amanda e che l’attrice, decenni dopo, avrebbe liquidato come ammirazione sconfinata.

Gino Paoli, poeta anarchico deluso dalla politica
Gino Paoli e Ornella Vanoni ospiti a Che tempo che fa di Fabio Fazio (Imagoeconomica).

Il legame senza fine con Ornella Vanoni

Paoli, in fondo, viveva le sue donne come viveva le note, con la stessa urgenza, fino all’incontro con Paola Penzo, la compagna e autrice che per 50 anni gli è rimasta al fianco e gli ha dato altri tre figli, Nicolò, Tommaso e Francesco. Ma il filo con la Vanoni è rimasto teso fino all’ultimo respiro. Nati a 24 ore di distanza, sono rimasti incastrati in un gioco del fato che li ha visti andarsene a soli quattro mesi di distanza. Lei si è spenta il 21 novembre scorso, stroncata da quel cuore che aveva cantato per una vita intera. Paoli l’aveva salutata con un’immagine in bianco e nero e un cuore nero sui social: nient’altro, perché tra loro le parole erano finite da un pezzo, sostituite da una complicità che li aveva riportati insieme sul palco per quel tour della memoria che sapeva di bilanci e sigarette. Prima che la morte interrompesse i giochi, stavano lavorando a un nuovo brano inedito, l’ultimo sigillo di una storia che li ha voluti immensi e senza fine.

È morto Gino Paoli

È morto a 91 anni Gino Paoli. La notizia è stata diffusa dalla famiglia del cantautore, chiedendo «la massima riservatezza» in un momento così delicato. Nato nel 1934 e cresciuto a Genova, Paoli ha fatto la storia della musica italiana: suoi i brani Il cielo in una stanza, La gatta, Che cosa c’è, Senza fine, Sapore di sale, Una lunga storia d’amore e Quattro amici.

È morto Gino Paoli
È morto Gino Paoli
È morto Gino Paoli
È morto Gino Paoli
È morto Gino Paoli

Referendum, non solo Sal Da Vinci: ecco le colonne sonore del Sì e del No

Con l’avvicinarsi della data del referendum sulla riforma della magistratura, si moltiplicano gli appelli. No, non stiamo parlando solo di quelli social et orbi dei testimonial vip dei due fronti, i vari Montanari, Gratteri, Di Pietro, Bartolozzi e compagnia cantante. Ma anche quelli dei semplici cittadini. Se Giorgia Meloni ha sfoderato come arma neomelodica la sanremese Per sempre sì di Sal Da Vinci, ecco qualche consiglio di variazione sul tema. Agli indecisi non resta che affidarsi a un Fiorello d’annata.

Possibili colonne sonore per i sostenitori del Sì:

Stupendo di Vasco Rossi (occhio però a tagliarla al momento giusto visto che il testo recita: «Sì stupendo! Mi viene il vomito»).

Domenico Modugno, Sì sì sì

Pooh, Dimmi di sì

Lucio Battisti, Il tempo di morire (in questo caso si gioca sulla negazione: «Non dire no»…)

Boomdabash e Loredana Bertè, Non di dico no (come sopra, sempre per negazione)

Lucio Battisti, Sì viaggiare

Possibili colonne sonore per i sostenitori del No

Amy Winehouse, Rehab («They tried to make me go to rehab but I said ‘no, no, no’»).

Ringo Starr, No-No Song

Scott McKenzie, No, No, No, No, No

Dawn Penn, No, no no

Sanremo si nutre di indignazione e ti bracca anche se tu lo ignori

C’è un momento esatto in cui capisci di aver perso. Non quando, dopo un rosario di buoni propositi, cedi e accendi la tivù. Ma quando, mezz’ora dopo aver deciso di non farlo, guardi il telefono e Sanremo è già lì: nei tweet, nelle storie, nei titoli, nelle analisi di chi magari sa poco nulla di musica ma conosce alla perfezione l’algoritmo.

Il Festival non ha più bisogno del televisore per colonizzarti

Per evitarlo dovresti spegnere tutto. Smartphone compreso. Un gesto estremo, quasi antisociale: rischio di sindrome da abbandono, vertigine da isolamento, sospetto di essere sparito dal consesso umano. Così, che lo si guardi oppure no, il Festival ineluttabilmente lo si subisce. Questa è la sua vera mutazione antropologica: non ha più bisogno del televisore per colonizzarti. Gli basta un inciampo, una gaffe, un abito azzardato, una lacrima calibrata male, un microfono ammutolito, la stecca di un cantante, e la macchina distributiva entra in funzione.

Sanremo si nutre di indignazione e ti bracca anche se tu lo ignori
Sanremo si nutre di indignazione e ti bracca anche se tu lo ignori
Sanremo si nutre di indignazione e ti bracca anche se tu lo ignori
Sanremo si nutre di indignazione e ti bracca anche se tu lo ignori
Sanremo si nutre di indignazione e ti bracca anche se tu lo ignori
Sanremo si nutre di indignazione e ti bracca anche se tu lo ignori
Sanremo si nutre di indignazione e ti bracca anche se tu lo ignori
Sanremo si nutre di indignazione e ti bracca anche se tu lo ignori
Sanremo si nutre di indignazione e ti bracca anche se tu lo ignori
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Sanremo si nutre di indignazione e ti bracca anche se tu lo ignori
Sanremo si nutre di indignazione e ti bracca anche se tu lo ignori
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Sanremo si nutre di indignazione e ti bracca anche se tu lo ignori
Sanremo si nutre di indignazione e ti bracca anche se tu lo ignori
Sanremo si nutre di indignazione e ti bracca anche se tu lo ignori

Sanremo è diventato un flusso che si consuma ovunque

Quest’anno la prima serata ha registrato un calo di ascolti. Una volta sarebbe stato un segnale. Oggi è un dettaglio statistico. Lo share misura chi guarda la televisione, non chi consuma Sanremo. E Sanremo ormai si consuma ovunque: nei giornali che lo anticipano e lo commentano, nei podcast che lo smontano, nei talk che lo riciclano. Vive di frammenti, clip, citazioni, polemiche. Non è più un programma, è un flusso.

Quello che una volta era solo spettacolo è diventato un organismo dotato di metabolismo autonomo. Assorbe qualsiasi cosa, critica compresa, e la restituisce sotto forma di contenuto digeribile. Anzi: la critica è il suo concime preferito. Ogni articolo che ne denuncia la sgradevolezza o l’eccesso contribuisce ad accrescerne la centralità. Il Festival prospera nell’indignazione come nel consenso.

Cassa armonica permanente: la notizia è l’eco che viene prodotto fuori

Durante la settimana sanremese la gerarchia dei media si rovescia con docile devozione. I programmi diventano ancelle, i quotidiani glossatori, i siti internet stenografi del rumore digitale. Non raccontano l’evento, lo amplificano. La notizia non è ciò che accade sul palco, ma l’eco che produce fuori. È una cassa armonica permanente.

La contaminazione, da cifra stilistica, è diventata processo industriale. Non più gara canora ma contenitore emotivo, seduta collettiva di autoanalisi generazionale. La canzone è il pretesto necessario, non il centro. Si discute del messaggio, del sottotesto, dell’ospite simbolico, della battuta riuscita o fallita, di Andrea Pucci che magari a sorpresa potrebbe tornare sui suoi passi così da rendere il clima meno soporifero.

Negli anni lo spettacolo è diventato un esame di cittadinanza culturale

La musica resta sullo sfondo, come un dettaglio tecnico, spesso figlia di un destino segnato dalla sua banalità o bruttezza dove cuore, anche nelle sue declinazioni più tragiche o stralunate, fa sempre rima con amore. Negli anni Sanremo è diventato un esame di cittadinanza culturale. Puoi dichiararti immune, puoi ironizzare, puoi perfino disertare. Ma prima o poi ne parli. E nel momento stesso in cui accade – come sto facendo io adesso – lui certifica la sua vittoria. Non è un festival. È una repubblica. E noi siamo suoi elettori permanenti, anche quando disertiamo le urne o votiamo scheda bianca.

Welo, chi è il cantante del jingle di Sanremo 2026

Il pubblico ha imparato a conoscerlo come il ragazzo con la valigia durante Sanremo Giovani. Welo, nome d’arte del salentino Manuel Mariano, non è riuscito a conquistare uno dei due posti disponibili fra le Nuove Proposte (tra cui ci saranno Angelica Bove e Nicolò Filippucci), ma ha trovato comunque un suo posto al Festival. La sua Emigrato è infatti stata selezionata per il jingle del Festival 2026: sarà una rielaborazione, in chiave sanremese, del brano con cui ha partecipato alla selezione di Sanremo Giovani spingendosi fino alla finale Sarà Sanremo. La voce e la musica dell’artista leccese saranno in tutte le case degli appassionati per tutte le cinque serate della kermesse.

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Chi è Welo, salentino autore del jingle di Sanremo 2026

Welo, chi è il cantante del jingle di Sanremo 2026
Welo durante le registrazioni di Sanremo Giovani 2025 (Ansa)

Al secolo Manuel Mariano, Welo è nato in Salento nel 1999 e nel tacco d’Italia ha trascorso anche la sua adolescenza e prima parte di carriera. Avvicinatosi giovanissimo al rap e alle sonorità dell’urban tanto da fondare nel 2017 il collettivo 23.7. Cinque anni dopo ha deciso tuttavia di intraprendere un percorso come solista incidendo il brano Pass e aprendo una nuova fase artistica della sua carriera. Da allora hanno fatto seguito diverse canzoni fino alla svolta nel 2023 con Malessere, traccia che lo ha consacrato come voce emergente di riferimento nel settore. Caratterizzata da temi molto vicini all’attualità, la sua musica è una cronaca sociale della sua generazione, che ogni giorno deve trovare spazio tra precarietà e voglia di riscatto.

La consacrazione è arrivata invece nel 2024 con l’uscita del primo Ep, Welo WE 23, in cui ha riaccolto il percorso degli ultimi anni. Nel disco sono presenti anche collaborazioni con Enzo Dong e Mikush. A settembre dello stesso anno un altro passo in avanti con il featuring My Boo con Guè. E nel 2025 l’approdo a Sanremo Giovani con Emigrato, intriso di spaccati di vita quotidiana: ci sono i valori tramandati dai nonni, il vino come emblema di convivialità e unione e il lavoro nero come una piaga purtroppo quotidiana.

Tragedia, sesso e modernismo: viaggio nel capolavoro di Šostakovič

Una giovane donna di modestissime origini contadine ha sposato il figlio, più anziano di lei, di un ricco proprietario terriero di Mcensk, piccolo centro agricolo, sperduto nell’immensa pianura sarmatica a sud di Mosca. Oppressa dalla noia e tormentata dall’inappagamento sessuale, la giovane si lascia sedurre da un bracciante ingaggiato dal suocero e precipita in un gorgo di torrido erotismo ed efferati delitti. Dapprima uccide il suocero – che peraltro meditava di sostituirsi al figlio nell’espletamento dei doveri coniugali – aggiungendo veleno per topi ai funghi che gli aveva cucinato; quindi, strangola il marito con l’aiuto dell’amante, con il quale decide di sposarsi dopo avere nascosto in cantina il corpo dell’ultima vittima. Durante la cerimonia nuziale, un contadino ubriaco in cerca di altro vino scopre il cadavere e avverte la polizia, che arresta gli assassini. Nell’ultimo atto, i due fanno parte di una colonna di condannati in cammino verso la Siberia. Durante una pausa, lei scopre che l’uomo a cui si è unita ha avviato una relazione con un’altra prigioniera. Disperata, la uccide gettandola in un fiume sulle cui rive la colonna si è fermata per la notte, e la segue trovando la morte nelle acque gelide e oscure.

Sara Jakubiak protagonista della Lady Macbeth scaligera

In questa ottocentesca storiaccia di cronaca nera, tipicamente russa nell’ambientazione e nei personaggi, universale nelle sue tragiche coordinate, si troveranno immersi il 7 dicembre i circa 2 mila spettatori che raggiungeranno la sala del Piermarini a Milano e il pubblico televisivo che assisterà alla diretta dello spettacolo inaugurale della stagione del Teatro alla Scala, alle 18 su Rai1 (e sarà interessante verificare la mattina dopo gli ascolti). La parte dell’eroina eponima è affidata al soprano americano di origine polacca Sara Jakubiak, alla sua seconda prova in Una Lady Macbeth del distretto di Mcensk, indiscusso capolavoro di Dmitrij Šostakovič. Intorno a lei, un folto cast quasi tutto al maschile nel quale figurano molti interpreti russi, che quindi canteranno nella madrelingua essendo l’opera allestita in versione originale: Alexander Roslavets nella parte del suocero, Yevgeny Akimov in quella del marito, Najmiddin Mavlyanov in quella dell’amante, Elena Maximova in quella di Sonetka, ultima vittima di Katerina Izmajlova. Sul podio, per l’ultima volta in occasione del Sant’Ambrogio scaligero, salirà Riccardo Chailly; regia teatrale del moscovita Vasily Barkhatov, con cui collaborano lo scenografo bielorusso Zinovy Margolin e la costumista di Leningrado Olga Shaishmelashvili.

Tragedia, sesso e modernismo: viaggio nel capolavoro di Šostakovič
Le prove di Una Lady Macbeth del distretto di Mcensk al Teatro alla Scala (Ansa).

La lettura «tragico-satirica» del giovane Šostakovič

Il soggetto, forse almeno in parte ispirato a fatti realmente accaduti, deriva dall’omonimo racconto di Nikolaj Leskov (1831-1895) pubblicato in Russia nel 1865 ma ancora molto popolare 60 anni più tardi, anche grazie a un film muto di buon successo uscito nel 1926, intitolato Katerina Izmajlova. Šostakovič si occupò personalmente della stesura del libretto insieme ad Aleksandr Prejs, che aveva collaborato con lui anche per il lavoro precedente, Il naso, dal racconto di Gogol’. Sulla storia e sulle sue scelte nel modo di trattarla, il musicista di Leningrado, nato nel 1906 e quindi molto giovane all’epoca della composizione, aveva le idee chiare, espresse mentre ancora stava lavorando alla partitura in un articolo pubblicato sul periodico Sovetskoe iskusstvo nell’ottobre del 1932 (lo si può leggere nella fondamentale monografia di Franco Pulcini, Edt, 1988, nuova edizione 2021). «L’opera è per me tragica. Direi che la si potrebbe definire tragico-satirica. Anche se Katerina L’vovna è un’omicida – assassina infatti il marito e il suocero – ho per lei simpatia. Mi sono preoccupato di dare a tutti gli avvenimenti che la circondano un oscuro carattere satirico. Il termine “satirico” non è certo da intendersi nel suo significato di “ridicolo, canzonatorio”. Al contrario: con la Lady Macbeth mi sono preoccupato di creare un’opera che sia una satira larvata e, gettando la maschera, obblighi a odiare lo spaventoso arbitrio e i soprusi della classe dei commercianti».

Tragedia, sesso e modernismo: viaggio nel capolavoro di Šostakovič
Dmitrij Šostakovič.

I personaggi maschili costituiscono una platea violenta e insensibile

Musicalmente, questa visione si riflette nel fatto che l’unico personaggio al quale Šostakovič affida una gamma espressiva completa, che passa dal lirismo alla tragicità, con una scrittura vocale comunque sempre tesa e tagliente, è appunto quello della protagonista, che delinea una sorta di disperata accettazione del male all’insegna di un pessimismo crescente. Attorno a lei, i numerosi personaggi maschili costituiscono una sorta di platea insensibile e violenta, interessata e meschina, che assiste alla tragedia annunciata di Katerina e la provoca come conseguenza del soddisfacimento delle proprie aspirazioni, siano esse erotiche o di ruolo sociale. E questo si concretizza in linee di canto frante, non di rado caricaturali nel ricorso a linguaggi musicali estranei di effetto paradossale, spesso volutamente insignificanti, in uno spiazzante mix di ritmi di danza “leggeri”, allusioni jazzistiche, intrusioni di temi popolari, citazioni dotte.

Tragedia, sesso e modernismo: viaggio nel capolavoro di Šostakovič
Le prove di Una Lady Macbeth del distretto di Mcensk al Teatro alla Scala (Ansa).

Il disallineamento dello strumentale rispetto alla drammaturgia

Come accade in Wozzeck, il capolavoro espressionista di Alban Berg – rappresentato a Leningrado nel 1927 e apprezzatissimo da Šostakovič – l’orchestra ha un ruolo fondamentale. Al proposito, il critico musicale Rubens Tedeschi arrivava a considerare che l’intera partitura, con la sua drammaturgia spiazzante e desolante, si possa in fondo considerare una sorta di Sinfonia in quattro movimenti, l’ultimo dei quali, il quarto atto, ha la stessa cifra espressiva di cupo pessimismo che permea il celebre Adagio lamentoso che conclude la Patetica di Cajkovskij. Lo strumentale ha compiti molteplici, volutamente non di rado disallineati rispetto alla drammaturgia, secondo la concezione che il grande regista cinematografico Sergej Ėjzenštejn aveva della musica nei film, affermando la necessità del contrasto più che quella della sottolineatura delle situazioni. È questa la funzione che assumono non soltanto la maggior parte degli straordinari Interludi orchestrali posti a separare le scene all’interno degli atti, pagine cruciali per delineare il clima rappresentativo e allo stesso tempo per affermare il suo sovvertimento musicale, ma anche molti accompagnamenti. In essi, la “descrizione” di quel che avviene in scena delinea una “interpretazione” non necessariamente coerente rispetto alla narrazione del momento, anche in questi casi spesso grazie all’adozione di linguaggi estranei alla tradizione melodrammatica classica e russa.

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Le prove di Una Lady Macbeth del distretto di Mcensk al Teatro alla Scala (Ansa).

Quel ‘naturalismo’ così sgradito ai censori staliniani

Quanto al “naturalismo” del linguaggio musicale, così sgradito ai censori staliniani e così determinante nella cifra espressiva dell’opera, è inevitabile citare la scena di seduzione alla fine del primo atto. Qui i “glissando” dei tromboni – dentro alle frenetiche accelerazioni del resto dello strumentale – diventano protagonisti di quella che è forse la più sbalorditiva “rappresentazione sonora” di un rapporto sessuale di selvaggia intensità.

Il dettaglio fu naturalmente denunciato nel famigerato articolo pubblicato dalla Pravda il 28 gennaio 1936, che sancì la sparizione dell’opera dai palcoscenici russi: «Il compositore di Lady Macbeth è stato costretto a prendere in prestito dal jazz la sua musica nervosa, convulsa e spasmodica per conferire “passione” ai suoi personaggi». E subito dopo: «La musica starnazza, grugnisce, ringhia e si soffoca per esprimere le scene d’amore nel modo più naturalistico possibile». Descrizioni paradossalmente precise dentro a una totale incomprensione critica.

Tragedia, sesso e modernismo: viaggio nel capolavoro di Šostakovič
Josif Stalin (Ansa).

L’eredità di Musorgskij e l’omaggio alle cupe profezie del Boris Godunov

Novant’anni dopo, considerata nella prospettiva del teatro per musica del XX secolo, Una Lady Macbeth del distretto di Mcensk appare come una formidabile elaborazione e allo stesso tempo un affascinante superamento dell’espressionismo tedesco, un’invenzione modernista di originalità perfino sconcertante, della quale è ingrediente fondamentale anche la riflessione sull’eredità del più grande e visionario operista russo dell’Ottocento, Modest Musorgskij. Alle cupe profezie e al pessimismo sui destini del popolo russo di cui è imbevuto il suo Boris Godunov (della cui partitura non casualmente Šostakovič avrebbe approntato pochi anni più tardi una revisione) tutto il quarto atto della Lady, con i suoi foschi cori di forzati e la disperazione della protagonista, rende omaggio con dolorosa poesia, lontana da qualsiasi barlume di speranza.

Tragedia, sesso e modernismo: viaggio nel capolavoro di Šostakovič
Tragedia, sesso e modernismo: viaggio nel capolavoro di Šostakovič
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X Factor 2025, a sorpresa trionfa Rob: chi è la vincitrice

Rob è la vincitrice di X Factor 2025. Vera e propria underdog dell’edizione, era partita in sordina ma si è fatta notare con il suo stile pop-punk serata dopo serata, conquistando i favori dei giudici e del pubblico da casa, che con il televoto non ha avuto più dubbi. La 20enne siciliana della provincia di Catania si è piazzata davanti a eroCaddeo – il più ascoltato su Spotify – e Delia, aggiudicandosi anche un contratto con il colosso Warner. Solo quarto PierC, indicato da settimane come vincitore annunciato. Con Rob sale sul gradino più alto del podio anche Paola Iezzi, che l’ha accompagnata nel cammino come coach e mentore. «È stata fondamentale, fantastica», ha detto la vincitrice dopo la finale. «La persona migliore che potessi avere al mio fianco».

Chi è Rob e il suo cammino a X Factor 2025

Al secolo Roberta Scandurra, Rob è una studentessa 20enne di Trecastagni, in provincia di Catania, e con la musica ama raccontare molto della sua vita scrivendo canzoni spesso autobiografiche. Già nel 2022 aveva vinto il Tour Music Fest con il titolo di Artist of the Year, tramite cui aveva ottenuto una borsa di studio per frequentare un workshop di Songwriting alla prestigiosa Berklee di Boston. Appassionata di pop-punk, si era fatta conoscere agli appassionati di X Factor con la canzone Call Me di Blondie, interpretata alle Audition. Ha conquistato subito tutti, a partire dalla sua coach Paola Iezzi, che le ha assegnato diversi brani di successo nel corso delle esibizioni in diretta.

Nel cammino a X Factor ha dato prova delle sue capacità con Drive License di Olivia Rodrigo vers. JXDN, You Oughta Know di Alanis Morissette, Ti sento dei Matia Bazar, What’s Up? delle 4 Non Blondes e Bring Me to Life degli Evanescence. Senza dimenticare Un’emozione da poco di Anna Oxa e Decode dei Paramore. Il suo inedito si chiama invece Cento ragazze ed è una scarica pop punk in cui racconta la fine di una storia d’amore come una vera e propria crisi d’astinenza. In finale, per Achille Lauro è stata «pazzesca», mentre Francesco Gabbani ha commentato semplicemente con «Tanta rob». Per Jake La Furia invece ormai «non è più una underdog, ma una dog». Paola Iezzi si è invece spinta più in alto, prevedendo per Rob un successo simile a quello dei Måneskin, con la differenza che la band di Damiano David si accontentò del secondo posto.

Rosalia in concerto a Milano nel 2026: date e biglietti

Annunciato uno dei più attesi concerti dell’anno. Rosalia, cantautrice spagnola fra le voci più amate della musica internazionale, si appresta a tornare in Italia tre anni dopo l’ultima volta, quando salì sul palco degli I-Days 2023. La star, pronta a debuttare nella recitazione con la serie HBO Euphoria, sarà all’Unipol Forum di Milano il 25 marzo 2026 nell’unica tappa italiana del tour mondiale con cui interpreterà Lux, quarto album in studio, acclamato dalla critica internazionale. Per lei sarà un ritorno al Forum quattro anni dopo l’ultima volta nel 2022. I biglietti saranno disponibili su tutte le principali piattaforme giovedì 11 dicembre a partire dalle ore 10: due giorni prima, martedì 9, aprirà invece la Artist Presale sul sito ufficale di Rosalia, cui accedere previa registrazione.

Rosalia, sul palco di Milano arriva l’atteso album Lux

Rosalia in concerto a Milano nel 2026: date e biglietti
Rosalia in concerto alle Canarie (Ansa).

Icona della musica internazionale nonostante i 33 anni di età, grazie al disco d’esordio Los Angeles e all’album del 2023 Motomami dalle forti tinte pop, Rosalia è tornata sugli store con 18 canzoni – 15 nella versione digitale – che hanno stupito il mondo. Per numerose testate italiane e internazionali infatti Lux è il disco dell’anno, capace di sollevare l’artista catalana nell’Olimpo non più solo del pop, ma della musica in generale. Ispirato dalla lettura di agiografie e figure di sante come Olga da Kyiv, Santa Rosalia di Palermo e Teresa D’Avila, il disco rappresenta un dialogo della cantautrice cresciuta musicalmente a Barcellona con la spiritualità, il sacro, che qui assume vari nomi tra cui, ovviamente, Luce ma anche Dio e Undibel (Signore in catalano).

Album più ambizioso della carriera della popstar se non dell’intero genere contemporaneo, Lux vede Rosalia cantare in ben 13 lingue diverse, tra cui l’italiano di Mio Cristo piange diamanti che sembra ispirato all’ascolto di Luciano Pavarotti amato dalla madre. Realizzato in collaborazione con la London Symphony Orchestra, condotta magistralmente dal direttore d’orchestra islandese Daníel Bjarnason con arrangiamenti di Caroline Shaw e Angélica Negrón, l’album attraversa più generi e vanta varie collaborazioni con star del calibro di Björk e Yves Tumor, passando per Guy-Manuel de Homem-Christo dei Daft Punk e Pharrell Williams. A confermare la bontà del disco, i numeri: 42,1 milioni di stream in appena 24 ore, i più alti per una star iberica. Diversi brani sono entrati nelle Top 20 e nelle Top 50 Global di Spotify già nei giorni successivi alla pubblicazione.

È morto Steve Cropper, chitarrista dei Blues Brothers

La musica piange uno dei più grandi chitarristi degli ultimi decenni. È morto a 84 anni Steve Cropper, maestro delle sei corde americano che ha fondato i Booker T. & The M.G.’s e soprattutto affiancato John Belushi e Dan Aykroyd nei Blues Brothers. Lo ha annunciato la famiglia con una nota alla Stax Records, che ha condiviso la notizia con Associated Press: secondo un amico che lo aveva incontrato il giorno prima in un centro di riabilitazione dove si stava riprendendo per una caduta, era al lavoro su nuova musica. Tra i padri del soul e icona del Memphis Sound, nel 1996 era stato definito dalla rivista britannica Mojo «il più grande chitarrista vivente».

È morto Steve Cropper, chitarrista dei Blues Brothers
Steve Cropper con i Blues Brothers (Ansa).

Chi era Steve Cropper, leggendario chitarrista americano

Originario del Missouri, dove era nato in una fattoria il 21 ottobre 1941, Steve Cropper si trasferì con la sua famiglia a Memphis quando aveva solo nove anni. In breve tempo si avvicinò alla musica e in particolare alla chitarra, utilizzando la sua prima Gibson assieme agli artisti locali. Influenzato, per sua stessa ammissione, dai suoni di Chuck Berry, Jimmy Reed e Billuy Butler, al liceo formò la prima band, i Royal Spades poi ribattezzati The Mar-Keys, con cui raggiunse il terzo posto nella classifica di Billboard grazie al brano Last Night. All’inizio degli Anni 60, la svolta della carriera: conobbe infatti il tastierista Booker T. Jones con cui, assieme al batterista Al Jackson Jr. e al bassista Lewie Steinberg, formò i Booker T. & The M.G.’s, band interna alla Stax Records. Celebre la loro Green Onions, brano strumentale che dominò le charts dell’epoca.

Cropper ha legato la sua fama a canzoni indimenticabili come (Sittin’ on) the Dock of the Bay, scritta con il grande Otis Redding, con cui si aggiudicò il primo dei due Grammy Awards della sua carriera. Il secondo arrivò negli Anni 90, sempre come membro degli M.G.’s, per Cruisin. Tra i padri del soul moderno e soprannominato Il Colonnello, tra gli Anni 70 e 80 raggiunse il grande pubblico come membro dei Blues Brothers, che affiancò sia in sala di registrazione sia in tour, oltre che ovviamente nel cult di John Landis del 1980. È anche coautore di Soul Man, tra le colonne portanti del genere, di Sam & Dave: a lui si riferisce il cantante nell’invito «Play It, Steve!». Apparve anche nel sequel del film sui Blues Brothers con John Goodman al posto di Belushi.

L’omaggio di tanti musicisti sui social

Membro della Rock & Roll Hall of Fame dal 1992 e della Songwriters Hall of Fame dal 2005, ha collaborato con John Lennon, Rod Stewart, Dolly Parton e B.B. King. Numerosi gli omaggi da parte di vari artisti della scena soul e non solo. «Davvero triste per la morte di Steve», ha postato Dave Davies, fondatore dei Kinks. «L’ho incontrato brevemente una volta e ho ammirato il suo lavoro».

Spotify, qual è stato l’artista più ascoltato in Italia nel 2025

Molta trap, qualche comparsa dal Festival di Sanremo e poche stelle internazionali. È quanto emerge sui gusti musicali degli italiani evidenziati nello Spotify Wrapped 2025, il tradizionale recap annuale della piattaforma svedese di streaming tra le più famose al mondo. La classifica nel nostro Paese ha evidenziato, sia per quanto riguarda gli artisti uomini sia per le donne, il dominio costante del rap e dei generi a esso legati: da una parte trionfa infatti Sfera Ebbasta, che si riprende la vetta già sua nel 2023 dopo un anno al secondo posto; dall’altra primeggia, per il terzo anno consecutivo, Anna Pepe, leader incontrastata fra le cantanti più ascoltate nella Penisola. Ecco le classifiche nel dettaglio.

Spotify Wrapped, la Top 10 degli artisti più ascoltati in Italia

Spotify, qual è stato l’artista più ascoltato in Italia nel 2025
Sfera Ebbasta in uno scatto sui social (Instagram).

Per quanto riguarda gli artisti maschili più ascoltati nel nostro Paese è dominio assoluto di rap e trap, capaci di monopolizzare le prime sei posizioni e ben nove delle prime 10. Dopo Sfera Ebbasta infatti si trovano, rispettivamente al secondo e terzo gradino del podio, Shiva e Guè. Solo quarto Geolier, leader nel 2024 soprattutto grazie alla sua performance sul palco del Festival di Sanremo. Seguono poi Marracash e Tony Boy, tra le novità dell’anno, prima di trovare il solo artista che canta un genere diverso. Si tratta di Olly, che con la sua Balorda nostalgia guida invece la classifica dei singoli e con il disco Tutta vita (sempre) quella degli album più ascoltati. Ecco la Top 10 completa:

  • 1.Sfera Ebbasta
  • 2.Shiva
  • 3.Guè
  • 4.Geolier
  • 5.Marracash
  • 6.Tony Boy
  • 7.Olly
  • 8.Lazza
  • 9.Artie 5ive
  • 10.Kid Yugi

Le donne più ascoltate in Italia nel corso del 2025

Spotify, qual è stato l’artista più ascoltato in Italia nel 2025
Anna Pepe al Billboard Women in Music (Ansa).

Per quanto riguarda invece le artiste più ascoltate del 2025 in Italia, Spotify è ancora il regno di Anna che ha girato il Paese con il suo album d’esordio Vera Baddie. La 22enne di La Spezia si è messa alle spalle Elodie e Rose Villain, ma soprattutto due icone internazionali come Taylor Swift, tornata con il nuovo disco The Life of a Showgirl, e Lady Gaga che ha fatto incetta di nomination agli ultimi Grammy Awards grazie a Mayhem da cui sono stati estratti i singoli Abracadabra e Desease. Decima, nonostante non incida un album di inediti dal 2016, Rihanna. Ecco la Top 10 completa:

  • 1.Anna
  • 2.Elodie
  • 3.Rose Villain
  • 4.Taylor Swift
  • 5.Lady Gaga
  • 6.Annalisa
  • 7.Elisa
  • 8.Billie Eilish
  • 9.Giorgia
  • 10.Rihanna

Le 10 canzoni più ascoltate in Italia su Spotify

Per quanto riguarda invece i singoli più ascoltati dell’anno, come da tradizione dominano la scena le performance del Festival di Sanremo. Come già accaduto nel 2024, quando fu il turno di Geolier con a sua I p’ me, tu p’ te, anche il brano più streammato del 2025 è stato presentato sul palco dell’Ariston: si tratta di Balorda nostalgia di Olly, vincitore della kermesse. Secondo posto per Incoscienti giovani di Achille Lauro, che ha battuto Sfera Ebbasta e Shiva con la loro collaborazione Neon. Unica donna solista in Top 10 è Giorgia con La Cura per me. Ecco la classifica completa:

  • 1.Balorda nostalgia di Olly
  • 2.Incoscienti giovani di Achille Lauro
  • 3.Neon di Sfera Ebbasta e Shiva
  • 4.La Plena – W Sound 05 di W Sound, Beéle, Ovy On The Drums
  • 5.DtMF di Bad Bunny
  • 6.La cura per te di Giorgia
  • 7.Ora che non ho più te di Cesare Cremonini
  • 8.Per due come noi di Olly, Angelina Mango e Juli
  • 9.Battito di Fedez
  • 10.Scarabocchi di Olly e Juli

I podcast più ascoltati sulla piattaforma streaming nel 2025

Spotify, qual è stato l’artista più ascoltato in Italia nel 2025
Elisa De Marco, autrice di Elisa True Crime (da Instagram).

Oltre ai brani musicali, Spotify Wrapped stila la classifica annuale per quanto riguarda i podcast. In Italia, in vetta si conferma ancora una volta Elisa true crime, programma di Elisa De Marco in vetta per il terzo anno consecutivo. Segue Indagini di Stefano Nazzi, che sottolinea l’interesse del pubblico per i casi di cronaca. Terzo posto per Stories di Cecilia Sala, che ha battuto Passa dal Bsmt di Gianluca Gazzoli, impegnato alla conduzione di Sanremo Giovani. A livello mondiale domina invece nuovamente Joe Rogan. Ecco la Top 10 completa:

  • 1.Elisa true crime
  • 2.Indagini
  • 3.Stories
  • 4.Passa dal Bsmt
  • 5.One More Time di Luca Casadei
  • 6.La Zanzara
  • 7.Il podcast di Alessandro Barbero: Lezioni e conferenze di storia
  • 8.Supernova
  • 9.Pulp Podcast
  • 10.The Essential