Il debutto in corteo a Napoli delle Sardine nere

Circa 200 membri del Movimento migranti e rifugiati di Napoli scendono in piazza per chiedere il riconoscimento del permesso di soggiorno.

Hanno deciso di farsi chiamare ‘sardine nere’ gli oltre 200 membri del Movimento migranti e rifugiati di Napoli che hanno fatto il loro esordio sabato 7 dicembre manifestando in corteo per chiedere l’accelerazione dei tempi della procedura per il riconoscimento della protezione internazionale, il rapido rilascio dei permessi di soggiorno. Il corteo si è diretto verso piazza Municipio ed è stato raggiunto dal Senatore Gregorio De Falco.

ABBIAMO OTTENUTO UNA PRIMA VITTORIA! Aggiornamenti del Movimento Migranti e Rifugiati Napoli dall'incontro con la questura!Il corteo si è diretto a piazza Municipio e ci ha raggiunto il Senatore De Falco!

Posted by Ex OPG Occupato – Je so' pazzo on Saturday, December 7, 2019

CONTRO SALVINI E LAMORGESE

Mostrando manifesti contro l’ex ministro Salvini e contro l’attuale titolare del Viminale, Lamorgese, i migranti sono partiti in corteo da Piazza Garibaldi diretti verso la Questura. All’altezza di Via Mezzocannone c’è stata una deviazione verso la zona turistica dei Decumani. «Cambiano i governi e ministri dell’Interno, ma non cambiano le politiche contro i migranti, i rifugiati e le fasce più deboli della popolazione», hanno affermato il Movimento Migranti e Rifugiati Napoli e l’Ex-Opg Je so’ Pazzo. «Le nostre vite non possono più aspettare, scendiamo in piazza per richiedere l’immediata abrogazione dei decreti sicurezza e contro le procedure dell’Ufficio immigrazione della questura di Napoli, che attraverso la macchina della burocrazia continua a tenere in un limbo giuridico la vita di centinaia di persone e non garantisce ai richiedenti protezione internazionale di accedere all’istituto della protezione internazionale come sancito dalla Costituzione e dalle leggi attualmente in vigore».

L’IMPORTANZA DEL PERMESSO DI SOGGIORNO

Avere il permesso di soggiorno, hanno affermato gli organizzatori, «significa poter accedere al sistema sanitario, all’istruzione, al riconoscimento dei figli; avere il permesso di soggiorno significa poter contrattare un giusto salario sul posto di lavoro e una possibilità in più per ribellarsi allo sfruttamento, significa potersi spostare liberamente sul territorio, significa avere l’opportunità di condurre una vita dignitosa e non essere condannati a vivere come fantasmi nei ghetti delle nostre città». Nel lanciare l’iniziativa su Facebook, l’Ex Opg di Napoli ha spiegato: «Chi sono le Sardine nere? Sono tutte quelle sardine che non sono potute scendere nelle piazze italiane di queste ultime settimane, perché considerate diverse dalle altre Sardine».

🐟LE SARDINE NERE ARRIVANO A NAPOLI!✊🏽Sabato 7 Dicembre dalle ore 10:00 da Piazza Garibaldi partirà il corteo delle…

Posted by Ex OPG Occupato – Je so' pazzo on Friday, December 6, 2019

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La disabilità sui social network: pericolo o opportunità?

Ridurre la visibilità degli utenti con disabilità, come in passato ha fatto TikTok, non li protegge dal rischio di bullismo ma aumenta la discriminazione nei loro confronti.

Ridurre la visibilità dei post di utenti con disabilità sui social network è una strategia contro il cyberbullismo o una forma di discriminazione?

Mi sto ponendo la domanda da quando ho scoperto che TikTok, social network molto diffuso tra i giovanissimi, avrebbe ridotto la visibilità dei video e dei post pubblicati da persone con disabilità (ma anche, per esempio, da persone in sovrappeso, queer, ecc) per difenderle da possibili azioni di cyberbulismo.

A dir la verità la notizia potrebbe essere già un po’ vecchia: TikTok ha spiegato che questa prassi, usata in passato allo scopo di contrastare tale preoccupante fenomeno, ora è stata abbandonata. Credo però che la riflessione sul modo in cui viene mostrata la diversità e in cui se ne parla sia un tema più che mai attuale e che valga la pena soffermarcisi.

TIKTOK UN SOCIAL VIDEO PER GIOVANISSIMI

L’universo della Rete e dei social è sconfinato e in continua espansione. Non è così improbabile che qualche altro social si trovi a gestire, realmente o anticipandole, le conseguenze del bullismo online e, a mio parere, non tutte le strategie di contrasto hanno la medesima efficacia.

Questo social cinese è nato come una piattaforma di video musicali amatoriali ma successivamente ha esteso il suo bacino a tutti i tipi di video brevi

Per capire meglio il funzionamento di TikTok ho chiesto informazioni a Sebastiano, mio nipote tredicenne nonché il “Virgilio” nel mio viaggio alla scoperta del misterioso mondo dei preadolescenti. Questo social cinese è nato come una piattaforma di video musicali amatoriali ma successivamente ha esteso il suo bacino a tutti i tipi di video brevi. Ovviamente, una volta creati, i video si possono pubblicare, condividere, commentare.

Ma volendo si può anche scegliere di “costruire” il proprio video, abbinandolo a quello creato da un altro utente e già caricato in rete. Immagino quindi che sia possibile “bullizzare” qualcuno commentando le sue produzioni o utilizzandole all’interno dei propri video per dileggiarle. La piattaforma consente poi di partecipare a diverse “sfide” come ad esempio la shoes challenge che consiste nel provare il maggior numero di scarpe e vestiti in 15 secondi oppure gare di “mossette” o piccole coreografie.

NASCONDERE LA DIVERSITÀ NON TUTELA DA PAURA E PREGIUDIZIO

Tik Tok, quindi, come del resto anche altri social, è uno strumento che espone i corpi e li mette in mostra in Rete ed è chiaro che a essere più in pericolo di strumentalizzazione e dileggio siano soprattutto i preadolescenti e gli adolescenti con caratteristiche ritenute fuori dalla norma. Non penso però che ridurre la visibilità dei video pubblicati da queste persone sia una strategia utile a debellare il cyberbullismo. «Lontani dagli occhi, lontani dalla violenza online» non può essere considerata una soluzione valida. Significa nascondere l’esistenza di ragazze e ragazzi che nella vita reale ci sono eccome!

Le differenze vanno conosciute e non occultate, va insegnato a conviverci e a considerarle una ricchezza

Fingere che la diversità non faccia parte della vita e dell’essere umano è innaturale. Peggio ancora, contribuisce ad alimentare l’ignoranza collettiva e, conseguentemente, anche la paura e il pregiudizio. In questo modo non si protegge proprio nessuno ma al contrario si mettono i bastoni tra le ruote a individui ancora in crescita. E non mi riferisco solamente alle possibili vittime del cyberbullismo che, sebbene parzialmente occultate in Rete, si trovano comunque a dover interagire con i loro coetanei “normaloidi” nel mondo reale ma anche coi bulli stessi.

Cos’è infatti il bullismo se non una reazione alla paura che suscita l’altrui diversità, forse perché richiama in qualche modo la nostra, che non vogliamo vedere e accettare? Le differenze vanno conosciute e non occultate, va insegnato a conviverci e a considerarle una ricchezza per tutti non a schivarle e contrastarle. L’ignoranza, intesa come non conoscenza di una certa realtà, non fa che aumentare la paura, i pregiudizi, le teorie personali false e disfunzionali rispetto alla stessa.

SERVE EDUCAZIONE AL DIALOGO E CONTROLLO DEGLI ADULTI

Comunque sia, ritengo che anche la demonizzazione tout court dei social network sia sbagliata perché la loro pericolosità o, al contrario, utilità dipende dall’uso che ne viene fatto. Certamente sono dei canali di veicolazione di messaggi utilizzatissimi, la cui potenza non va sottovalutata ma può essere usata per finalità costruttive. Sono convinta che TikTok possa essere un valido strumento per diffondere una cultura della disabilità più costruttiva e generativa di quanto ancora oggi il senso comune ci propone, all’interno e all’esterno dei social network.

I social network sono uno strumento di per sé neutro, siamo noi adulti che abbiamo la responsabilità di promuovere il confronto con i nostri preadolescenti e adolescenti

Si potrebbe, per esempio, usare lo stratagemma delle “sfide” e provare a lanciarne alcune che stimolino la riflessione sulla vita delle persone con disabilità, ad esempio: «Mostra in un minuto 10 ostacoli in cui una persona disabile si imbatte quotidianamente e come fa ad affrontarli», oppure «Persone con disabilità e diritto al lavoro in tre minuti», ed escamoages simili. Rimane il fatto che l’uso di questo social, come degli altri, da parte dei ragazzi, soprattutto se minorenni, dovrebbe essere filtrato dagli adulti di riferimento. Dei contenuti che circolano e dei messaggi in essi veicolati se ne dovrebbe poter parlare in casa e a scuola perché non è detto che tutti possiedano già gli strumenti per poterne valutare la qualità e l’eventuale pericolosità.

I social network sono uno strumento di per sé neutro, siamo noi adulti che abbiamo la responsabilità di promuovere il confronto con i nostri preadolescenti e adolescenti sia rispetto ai contenuti presenti online che riguardo alle modalità con cui vengono trasmessi. L’educazione al dialogo e al rispetto delle reciproche diversità non si genera dall’esclusione di qualcuno dalla comunità dei “parlanti”, reali o virtuali, bensì è possibile promuovendo lo scambio e la conoscenza reciproci.

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La disabilità sui social network: pericolo o opportunità?

Ridurre la visibilità degli utenti con disabilità, come in passato ha fatto TikTok, non li protegge dal rischio di bullismo ma aumenta la discriminazione nei loro confronti.

Ridurre la visibilità dei post di utenti con disabilità sui social network è una strategia contro il cyberbullismo o una forma di discriminazione?

Mi sto ponendo la domanda da quando ho scoperto che TikTok, social network molto diffuso tra i giovanissimi, avrebbe ridotto la visibilità dei video e dei post pubblicati da persone con disabilità (ma anche, per esempio, da persone in sovrappeso, queer, ecc) per difenderle da possibili azioni di cyberbulismo.

A dir la verità la notizia potrebbe essere già un po’ vecchia: TikTok ha spiegato che questa prassi, usata in passato allo scopo di contrastare tale preoccupante fenomeno, ora è stata abbandonata. Credo però che la riflessione sul modo in cui viene mostrata la diversità e in cui se ne parla sia un tema più che mai attuale e che valga la pena soffermarcisi.

TIKTOK UN SOCIAL VIDEO PER GIOVANISSIMI

L’universo della Rete e dei social è sconfinato e in continua espansione. Non è così improbabile che qualche altro social si trovi a gestire, realmente o anticipandole, le conseguenze del bullismo online e, a mio parere, non tutte le strategie di contrasto hanno la medesima efficacia.

Questo social cinese è nato come una piattaforma di video musicali amatoriali ma successivamente ha esteso il suo bacino a tutti i tipi di video brevi

Per capire meglio il funzionamento di TikTok ho chiesto informazioni a Sebastiano, mio nipote tredicenne nonché il “Virgilio” nel mio viaggio alla scoperta del misterioso mondo dei preadolescenti. Questo social cinese è nato come una piattaforma di video musicali amatoriali ma successivamente ha esteso il suo bacino a tutti i tipi di video brevi. Ovviamente, una volta creati, i video si possono pubblicare, condividere, commentare.

Ma volendo si può anche scegliere di “costruire” il proprio video, abbinandolo a quello creato da un altro utente e già caricato in rete. Immagino quindi che sia possibile “bullizzare” qualcuno commentando le sue produzioni o utilizzandole all’interno dei propri video per dileggiarle. La piattaforma consente poi di partecipare a diverse “sfide” come ad esempio la shoes challenge che consiste nel provare il maggior numero di scarpe e vestiti in 15 secondi oppure gare di “mossette” o piccole coreografie.

NASCONDERE LA DIVERSITÀ NON TUTELA DA PAURA E PREGIUDIZIO

Tik Tok, quindi, come del resto anche altri social, è uno strumento che espone i corpi e li mette in mostra in Rete ed è chiaro che a essere più in pericolo di strumentalizzazione e dileggio siano soprattutto i preadolescenti e gli adolescenti con caratteristiche ritenute fuori dalla norma. Non penso però che ridurre la visibilità dei video pubblicati da queste persone sia una strategia utile a debellare il cyberbullismo. «Lontani dagli occhi, lontani dalla violenza online» non può essere considerata una soluzione valida. Significa nascondere l’esistenza di ragazze e ragazzi che nella vita reale ci sono eccome!

Le differenze vanno conosciute e non occultate, va insegnato a conviverci e a considerarle una ricchezza

Fingere che la diversità non faccia parte della vita e dell’essere umano è innaturale. Peggio ancora, contribuisce ad alimentare l’ignoranza collettiva e, conseguentemente, anche la paura e il pregiudizio. In questo modo non si protegge proprio nessuno ma al contrario si mettono i bastoni tra le ruote a individui ancora in crescita. E non mi riferisco solamente alle possibili vittime del cyberbullismo che, sebbene parzialmente occultate in Rete, si trovano comunque a dover interagire con i loro coetanei “normaloidi” nel mondo reale ma anche coi bulli stessi.

Cos’è infatti il bullismo se non una reazione alla paura che suscita l’altrui diversità, forse perché richiama in qualche modo la nostra, che non vogliamo vedere e accettare? Le differenze vanno conosciute e non occultate, va insegnato a conviverci e a considerarle una ricchezza per tutti non a schivarle e contrastarle. L’ignoranza, intesa come non conoscenza di una certa realtà, non fa che aumentare la paura, i pregiudizi, le teorie personali false e disfunzionali rispetto alla stessa.

SERVE EDUCAZIONE AL DIALOGO E CONTROLLO DEGLI ADULTI

Comunque sia, ritengo che anche la demonizzazione tout court dei social network sia sbagliata perché la loro pericolosità o, al contrario, utilità dipende dall’uso che ne viene fatto. Certamente sono dei canali di veicolazione di messaggi utilizzatissimi, la cui potenza non va sottovalutata ma può essere usata per finalità costruttive. Sono convinta che TikTok possa essere un valido strumento per diffondere una cultura della disabilità più costruttiva e generativa di quanto ancora oggi il senso comune ci propone, all’interno e all’esterno dei social network.

I social network sono uno strumento di per sé neutro, siamo noi adulti che abbiamo la responsabilità di promuovere il confronto con i nostri preadolescenti e adolescenti

Si potrebbe, per esempio, usare lo stratagemma delle “sfide” e provare a lanciarne alcune che stimolino la riflessione sulla vita delle persone con disabilità, ad esempio: «Mostra in un minuto 10 ostacoli in cui una persona disabile si imbatte quotidianamente e come fa ad affrontarli», oppure «Persone con disabilità e diritto al lavoro in tre minuti», ed escamoages simili. Rimane il fatto che l’uso di questo social, come degli altri, da parte dei ragazzi, soprattutto se minorenni, dovrebbe essere filtrato dagli adulti di riferimento. Dei contenuti che circolano e dei messaggi in essi veicolati se ne dovrebbe poter parlare in casa e a scuola perché non è detto che tutti possiedano già gli strumenti per poterne valutare la qualità e l’eventuale pericolosità.

I social network sono uno strumento di per sé neutro, siamo noi adulti che abbiamo la responsabilità di promuovere il confronto con i nostri preadolescenti e adolescenti sia rispetto ai contenuti presenti online che riguardo alle modalità con cui vengono trasmessi. L’educazione al dialogo e al rispetto delle reciproche diversità non si genera dall’esclusione di qualcuno dalla comunità dei “parlanti”, reali o virtuali, bensì è possibile promuovendo lo scambio e la conoscenza reciproci.

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Le dichiarazioni politiche dopo l’accordo sulla manovra

Per Renzi è un successo di Italia Viva. Di Maio rivendica l'intervento sui vigili del fuoco. Zingaretti la usa in chiave anti Salvini. E il leader leghista replica: «Governo delle tasse, Conte tolga il disturbo».

La maggioranza festeggia. Magari litiga un pochino sui meriti specifici, ma comunque festeggia. L’opposizione attacca. Il giorno dopo la fumata bianca sulla manovra è quello dei bilanci e delle dichiarazioni da toni decisamente diversi.

ZINGARETTI: «RIMETTIAMO I SOLDI NELLE TASCHE DEGLI ITALIANI»

«Con questa manovra abbiamo iniziato a rimettere i soldi nelle tasche degli italiani e investire sul futuro del nostro Paese», ha detto il leader del Partito democratico Nicola Zingaretti. «Ha vinto l’Italia. Niente Salvini Tax, cioè il tanto temuto aumento dell’Iva per 23 miliardi, che sarebbe costato 500 euro in più di tasse ad ogni famiglia. Stipendi più alti per i lavoratori, con 3 miliardi di sgravi fiscali sulle tasse sul lavoro. E poi 59 miliardi di investimenti pluriennali per l’economia verde, giusta, competitiva e per le infrastrutture». Per Zingaretti, dal governo è arrivato «un sostegno alle imprese, al cuore pulsante del Paese. Una finanziaria per i più deboli e per fare ripartire l’Italia. Ora tutti insieme prepariamo una nuova agenda di governo per lo sviluppo, il lavoro e la giustizia sociale».

DI MAIO: «UNA VITTORIA PER I VIGILI DEL FUOCO»

Luigi Di Maio ha invece posto l’accento su un punto in particolare, i 165 milioni di euro stanziati per l’equiparazione stipendiale dei vigili del fuoco alle altre forze di polizia «È una vittoria di tutto il governo, una vittoria di un governo unito che ha portato a casa un risultato importantissimo», ha detto il ministro degli Esteri, «per un corpo che tutti quanti in Italia amiamo e a cui siamo tutti molto grati». Il leader del Movimento 5 stelle ha aggiunto: «Nel comparto difesa, sicurezza e soccorso ci sono ancora delle disparità però è evidente che i vigili del fuoco meritavano questo aumento, perché è veramente importante in questo momento storico non perdersi in chiacchiere. Sono tutti bravi a dire ‘sono i migliori’, ma è nei fatti, non con le parole, che si dimostra la vicinanza a questo grande corpo».

PER RENZI È UN SUCCESSO DI ITALIA VIVA

Matteo Renzi ha voluto ribadire i meriti del suo partito: «In queste settimane Italia Viva ha lottato con forza per evitare l’aumento delle tasse, a cominciare dall’Iva. Dalle auto aziendali fino al rinvio della Sugar e Plastic Tax il risultato è stato raggiunto», ha detto l’ex presidente del Consiglio. «Da gennaio ci sarà da fare uno sforzo in più: rilanciare la crescita. Ecco perché abbiamo lanciato il Piano #ItaliaShock. Questa è la vera svolta per il 2020. Abbiamo vinto la battaglia delle tasse. Ora tutti insieme concentriamoci sulla crescita. E l’unico modo per raggiungerla è sbloccare i cantieri. Finirà come sulle tasse: prima ci criticano, poi ci ignorano, poi ci daranno ragione».

SALVINI: «CONTE TOLGA IL DISTURBO»

Matteo Salvini auspica invece che il premier Giuseppe Conte «tolga il disturbo perché è il governo sbagliato nel posto sbagliato». Il leader della Lega ha replicato alle affermazioni del premier secondo cui sarebbe stata scongiurata la recessione: «Guardate l’economia italiana, è la penultima in Europa», ha detto. «Questo è il governo delle tasse, se le rinvii di tre mesi sempre tasse sono». E a chi gli chiedeva se la Lega fosse intenzionata a fare ricorso alla Consulta contro la manovra ha risposto: «Per il momento mi sto occupando di Mes, vogliamo bloccarlo con ogni energia necessaria. Prima vogliamo fare di tutto per bloccare questo trattato, che arriva mercoledì in Aula, perché è un rischio per il Paese e poi sulla manovra abbiamo qualche giorno in più per ragionarci».

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Chiede il tassametro e si prende un pugno in faccia

L'uomo voleva andare da Fiumicino a Roma ma il tassista ha rifiutato la richiesta, respingendolo per poi colpirlo in volto. Denunciato per lesioni per futili motivi.

Voleva l’uso del tassametro per andare da Fiumicino a Roma e per tutta risposta si è beccato un pugno in faccia dal tassista. È la disavventura capitata a un passeggero italiano, appena sbarcato nella Capitale da Madrid che voleva semplicemente recarsi in città e si è ritrovato con la frattura del setto nasale. Il tassista, regolare, è stato denunciato per lesioni per futili motivi dopo essere stato individuato nel giro di poco tempo dagli investigatori dalla polizia giudiziaria della polizia di frontiera aerea di Fiumicino, grazie anche al servizio di videosorveglianza implementato dalla società di gestione, Aeroporti di Roma. Oltre ad avere subito avviato le indagini, gli agenti si sono avvalsi anche delle immagini riprese dalle telecamere posizionate nell’area esterna Arrivi del terminal 3. La scena è avvenuta di fronte ad altri tassisti e addetti volontari del ‘Taxi Service’ che si occupano di assistere i passeggeri che richiedono il servizio di taxi e dalle altre persone.

UNA LITE DEGENERATA

Dalle immagini si intravede il viaggiatore, un 60enne residente a Roma, appena uscito all’esterno del terminal 3, mentre è in attesa di salire a bordo del taxi. L’uomo si rivolge al tassista, che appare fin da subito visibilmente scocciato, al punto tale da rifiutare il carico dei bagagli a bordo del taxi e respingere più volte uno dei bagagli. A quel punto, mentre è in corso la discussione fra i due, un assistente del servizio taxi con indosso un fratino giallo fa salire a bordo della stessa vettura un altro cliente, mentre il tassista sale a bordo dell’auto. Il primo viaggiatore, probabilmente infastidito, bussa più volte sul vetro posteriore del taxi per chiedere spiegazioni all’autista. Il tassista, infuriato scende dall’auto va a passo spedito incontro al viaggiatore e lo colpisce con un pugno. L’aggredito a quel punto cade all’indietro, mentre il tassista risale e parte a tutta birra con l’altro cliente a bordo. L’uomo colpito, invece, con fatica riesce a rialzarsi. La terribile scena avviene di fronte a diverse persone che guardano, ma senza intervenire. Pochi minuti dopo l’uomo aggredito viene assistito e medicato nel vicino pronto soccorso aeroportuale di Adr e quindi trasferito all’ospedale Cto di Roma, dove gli è stata diagnosticata la frattura del setto nasale, giudicata guaribile in 30 giorni.

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Natale, dieci idee regalo per buongustai

Dal salmone allo champagne, fino al baccalà in barattolo e mostarde per i bolliti. Qualche consiglio per fare felici gourmand e intenditori.

Il Natale è alle porte e l’ansia per i regali si fa pesante. Tra scadenze di lavoro, cene, aperitivi, pranzi per salutare amici e colleghi (come se le Feste segnassero la fine del mondo), le ore per gli acquisti diventano risicati. Le idee mancano? E se si optasse per un regalo da gourmand o gourmet? Perché no, in fondo cibo e buon bere mettono tutti d’accordo, tanto vale approfittare. Per aiutarvi abbiamo fatto un elenco di 10 prodotti con cui farete un figurone. C’è anche il prezzo, giusto per regolarsi in base alle proprie tasche.

Stappare una bottiglia di Champagne fa sempre festa.

1. CHAMPAGNE RE DELLA FESTA

Le bollicine sulla tavola delle feste non possono proprio mancare. E champagne ne è il re. La freschezza e la vivacità delle pregiate bolle serviranno a sgrassare i pasti luculliani delle feste.
Champagne Brut Grande Cuvée Krug 75 cl – 170 euro.
Champagne Extra Brut ‘Blanc d’Argile’ Vouette et Sorbee 75 cl – 98,50 euro.

Un vasetto di baccalà mantecato sotto l’albero? Perché no.

2. BACCALÀ IN VASETTO

Il baccalà mantecato è un classico della cucina regionale veneta e, grazie al suo gusto, ha conquistato tutte le tavole dello Stivale, ma non solo. Su crostoni di pane o di polenta, è un must natalizio. Se volete regalarlo, c’è chi lo produce artigianalmente e lo mette in comodi vasetti.
Baccalà mantecato Marinèr La Pesca (classico, condito, agrumi, curry, albicocche) da 100 g – 5,50 euro.
Baccalà mantecato Marcolin (classico, olive verdi, peperoncino, tartufo) 90 g – da 4,10 euro a 4,90 euro (tartufo).

Il salmone non può mancare sulle tavole delle feste.

3. NON È NATALE SENZA SALMONE

Oltre a decorare il banchetto, la baffa riempirà la bocca di morbidezza e gusto. Con la sua leggera affumicatura, il salmone si presta a un uso immediato: come antipasto, da spizzicare da solo tagliato a dadini o come tartare, ma anche adagiato su crostini di pane spalmati di burro.
Baffa di salmone Upstream da 1 kg – 137 euro; 2,2 kg – 300 euro.
Baffa Coda Nera Riserva da 1 kg – da 130 a 140 euro.

La tradizione norcina italiana regala prodotti d’eccellenza.

4. UN SALAME SOTTO L’ALBERO

Pur essendo un prodotto popolare e di uso quotidiano, il salame nella tavola delle feste ci sta eccome. Pane e salame riportano la felicità e non esiste banchetto che non contempli la loro presenza. La tradizione norcina italiana è molto varia, noi vi proponiamo due esempi artigianali: salame di Varzi Cucito, che ha lo stesso impasto del Varzi base (lombo, coscia, coppa, grasso di gola e di pancetta, sale marino, pepe in grani, infuso di aglio fresco e Bonarda), ma è stagionato più a lungo; e il salame ligure di puro suino, lavorato con aglio di Vessalico, sale, pepe nero in grani, viene insaccato in budello naturale.
Salame di Varzi Cucito Thogan Porri 1,4 kg – 27,90 euro.
Salame di puro suino Macelleria Salumeria Giacobbe 1 kg – 24 euro.

Giardiniere e mostarde di frutta sono idee regalo gustose.

5. GIARDINIERA E MOSTARDA, LA FESTA DEI BOLLITI

Natale significa anche grandi bolliti. Giardiniera e mostarda sono i prodotti ideali per accompagnare ogni tipo di carne. Sia nel caso della giardiniera (verdure fresche selezionate, tagliate a mano e fatte maturare in aceto, acqua, zucchero), sia nel caso della mostarda (frutta tagliata a pezzi e immersa in uno sciroppo di zucchero e aroma di senape), consigliamo di puntare sempre su prodotti artigianali, senza additivi aggiunti.
Mostarda Caffè La Crepa 360 g – 9,50 euro.
Mostarda Emilio Stroppa 300 g – 9,50 euro.
Giardiniera Emilio Stroppa 370 g – 8,50 euro.
Giardiniera Caffè La Crepa 440 g – 9,50 euro.

Il panettone e il pandoro sono sempre graditi. A patto che siano artigianali.

6. MAI SENZA PANETTONE E PANDORO (ARTIGIANALI)

Un grande classico delle feste è il panettone, il lievitato per eccellenza del Natale. Regalarlo non è mai banale. Il consiglio è di evitare la produzione industriale e di comprare l’artigianale di pasticceri, pizzaioli, panettieri e cuochi. Meno blasonato del panettone, forse solo perché più difficile da realizzare (ci riferiamo alla lievitazione), è il fratello senza uvetta e canditi, il pandoro. Quello artigianale è più raro, ma qualche pasticcere ha iniziato a produrlo. Che diventi il nuovo re delle feste?
Panettone classico Olivieri 1882, 900 g – 32 euro.
Panettone classico Colombo e Marzoli 1 kg – 28 euro.
Pandoro classico Olivieri 1882, 750 g – 29 euro.
Pandoro classico Panzera Milano 750 g – 24 euro.

Il Foie gras sarà apprezzato da ogni gourmand.

7. FOIE GRAS, SOLO PER INTENDITORI

Anche se non è propriamente etico, il fegato grasso d’oca è sempre un dono apprezzato per chi si professa gourmand. Il consiglio è di mangiarlo in purezza, magari sul pane (meglio pan brioche), o accompagnato a composte di frutti rossi.
Foie gras etico senza gavage Labourdette 125 g – 136,40 euro.
Foie gras de canard entier Lafitte 450 g – 57,50 euro.

8. LIQUORI MADE IN ITALY

Dopo un sontuoso banchetto non vuoi pulirti la bocca con un liquore, magari italiano? Ve ne proponiamo due: la Ratafià abruzzese, fatta con vino Montepulciano e amarene, e il vermut tradizionale torinese nella versione extra dry.
Ratafià Scuppoz 1 l – 27 euro.
La Canellese Vermut di Torino Extra dry 75 cl – 24 euro.

Rum e liquori sono un regalo per intenditori.

9. CHIUSURA ALCOLICA

Natale è soprattutto la festa della famiglia allargata e dei parenti. Ecco perché i regali alcolici non solo possono aiutare a superare le ore passate a tavola, ma fanno fare bella figura a patto che il destinatario sappia di cosa si stia parlando e ne riconosca il valore.
Distillato Mela Decio di Belfiore Capovilla 0, 50 l – 84 euro.
Rhum Vieux Agricole Horse d’Age Cuvée Homère Clément 0,70 l – 135 euro.

10. BIG GREEN EGG, IL BARBECUE OVUNQUE VUOI

Se avete poi molti soldi da spendere, un regalo coi fiocchi è il Big Green Egg, il barbecue a forma di uovo di ceramica per cucinare la carne ovunque: giardino, terrazza, balcone, campeggio. Sostenibile, permette di ottimizzare e rendere omogenea la cottura.
Big Green Egg Mini (diametro griglia 25 cm, area di cottura 507 cm²) – 850 euro.
Big Green Egg L (diametro 46 cm, area di cottura 1688 cm²) – 1.750 euro.

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Incidente tra bus e camion dell’Amsa a Milano

Un mezzo della linea 90 contro un camion dell'Amsa. Impatto fortissimo, numerosi feriti. La più grave è stata sbalzata fuori dal filobus.

Uno scontro tra un bus e un camion avvenuto la mattina del 7 dicembre in via Egisto Bezzi, a Milano, ha coinvolto 18 persone, di cui 12 in ospedale e altre sei curate sul posto, con la più grave finita in coma. Si tratta di una donna di 49 anni, passeggera sul filobus della linea 90, che è stata sbalzata dal mezzo dopo l’impatto ed è ricoverata in ospedale. Il conducente del bus, un uomo di 47 anni, secondo il 118 ha riportato un trauma cranico commotivo ma non è in condizioni gravi. Altre nove persone hanno subito contusioni e un’altra la sospetta frattura del femore.

SULLA 90 C’ERANO 15 PERSONE

Sul mezzo dell’Atm si trovavano 15 persone e l’autista di uno dei mezzi, per quanto cosciente, è rimasto incastrato nell’abitacolo. Il mezzo dell’Amsa, l’azienda municipalizzata che si occupa della raccolta dei rifiuti a Milano, è rimasto completamente distrutto. Il 118 che ha diffuso la notizia, ha dichiarato una maxiemergenza e ha inviato alcuni mezzi. Secondo quanto riferito dal 118, all’arrivo dei soccorritori una persona era in arresto cardiaco ed è stata rianimata sul posto e trasportata all’ospedale Sacco dove è in gravi condizioni. Altri quattro sono stati portati in ospedale e 12 sono in valutazione. Sul posto anche vigili del fuoco e agenti della Polizia locale.

BUS SBALZATO DALLA CORSIA PREFERENZIALE

L’impatto con il mezzo dell’Amsa sarebbe stato così forte che il filobus dell’Atm sarebbe stato sbalzato dalla corsia preferenziale su quella normale. È ancora da chiarire la dinamica dell’incidente che ha sconvolto il capoluogo lombardo nel giorno della festa del patrono Sant’Ambrogio.

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Cosa sappiamo della sparatoria nella base di Pensacola

Mohammed Saeed Alshamrani, sottotenente dell'aviazione saudita, era ospite della Naval Air Station in Florida per un programma di addestramento. Ha ucciso tre persone prima di essere neutralizzato.

Ha puntato la sua pistola e aperto il fuoco all’interno della Naval Air Station di Pensacola, in Florida, nella quale era ospitato per degli addestramenti speciali. A compiere l’attentato è stato uno studente di aviazione saudita, membro dell’esercito del Paese arabo, che è stato ucciso durante la sparatoria. L’uomo ha colpito a morte tre persone e ne ha ferite altre sette, tra cui i due agenti (non in pericolo di vita) che lo hanno neutralizzato. Ecco cosa sappiamo del fatto.

UN MEMBRO DELL’ESERCITO SAUDITA

L’autore della sparatoria, identiticato dai media Usa come sottotenente Mohammed Saeed Alshamrani, era un ufficiale dell’aviazione saudita che frequentava la scuola di volo alla base, uno delle centinaia di soldati stranieri che ricevono qui l’addestramento. Lo ha riportato la Cnn citando diverse fonti militari. Le autorità stanno indagando per accertare se si tratti di un fatto di terrorismo, ha riferito l’Ap. Sempre secondo la stessa agenzia era sotto terapia psicologica ed era scontento dei suoi comandanti.

HA USATO UNA PISTOLA

L’uomo, che ha usato una pistola, era in addestramento alla base da due anni e avrebbe dovuto concluderlo nell’agosto 2020. Il suo programma prevedeva l’inglese, le basi dell’aviazione e la fase iniziale del pilotaggio. L’addestramento era pagato da Riad.

AVEVA PUBBLICATO UN MANIFESTO ANTI-USA

Poco prima di aprire il fuoco, l’ufficiale aveva pubblicato su Twitter un breve manifesto in cui definiva gli Stati Uniti «la nazione del male». Lo ha riferito il Site, sito di monitoraggio del jihadismo online. «Sono contro il male e l’America nel suo insieme si è trasformata in una nazione malvagia», ha scritto il killer.

ARRESTATI SEI SAUDITI

Sei sauditi sono stati arrestati per essere interrogati. Lo riferisce il New York Times. In base a quanto scrive il quotidiano, tre dei sei fermati avrebbe filmato la sparatoria, ha riferito una persona informata sulle fasi iniziali dell’inchiesta.

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Workers Buyout, quando il riscatto è frenato dalla burocrazia

Dalla Italcables a Birrificio Messina fino ad Ar.Pa Lieviti. Sono una settantina le aziende in crisi salvate dai dipendenti. Ma i ritardi nell'erogazione della Naspi in un'unica soluzione a chi ne fa richiesta resta un problema.

I lavoratori salvano l’azienda. Diventandone titolari attraverso la creazione di una cooperativa. E così mandano avanti l’attività, trasformandosi di fatto in imprenditori, spesso di successo.

Non è una storia da film, ma le realtà realizzata in decine di casi in Italia. Dalla cartiera Pirinola di Cuneo alla Estesa di Catania, fino alla Ar.pa Lieviti di Bologna.

Talvolta sono nomi noti, come la Ideal Standard di Pordenone o la Birra Messina, in altri casi si tratta di piccole e medie imprese come la Ceramica Noi di Città di Castello, in Umbria, o la 3Elle di Imola. Certo, il risultato non è mai scontato ed è frutto di sacrificio e impegno.

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Solitamente i lavoratori ricorrono a questa soluzione quando l’azienda ha difficoltà a stare sul mercato a causa dei conti in rosso, oppure quando dopo l’uscita di scena del capo, manca un successore o un erede. Così i lavoratori non si danno per vinti e assicurano la continuità produttiva o il risanamento. C’è un dato che colpisce: quasi l’80% di queste realtà registra buoni risultati; solo il 20% non riesce a rilanciarsi. 

IN CINQUE ANNI SALVATI PIÙ DI 1.200 POSTI DI LAVORO

Tutto bene, quindi? Non proprio. I casi sono ancora troppo pochi rispetto alla potenzialità. In Italia sono state mappate almeno 70 workers buyout (Wbo), con più di 1.200 posti di lavoro salvati negli ultimi cinque anni dai diretti interessati. Si potrebbero avere ben altre cifre, visto che purtroppo ci sono migliaia di imprese che falliscono ogni anno. I motivi del percorso a rilento delle Wbo sono sostanzialmente la frammentazione legislativa e alcune volte la lentezza burocratica sulla liquidazione della Naspi in un’unica soluzione – come prevede una norma del Jobs Act – per chi vuole costituire una cooperativa

DA ZANARDI A MANCOOP, LE STORIE DI RISCATTO

E dire che sono numerosi i case history di successo. C’è la veneta Zanardi editoriale, per esempio. Nel 2014 il titolare dell’impresa si è tolto la vita, lasciando la società in grave difficoltà per debiti. La sfida è stata vinta grazie a 24 dipendenti che hanno investito nel progetto la loro mobilità e la cassa integrazione per una somma totale di 400 mila euro. Con il sostegno di altri finanziatori hanno tenuto in piedi l’impresa. Nel primo anno il fatturato è stato di 360 mila euro. Storie del genere non accadono solo al Nord, nonostante esistano delle disparità territoriali. La Mancoop di Latina è nata quattro anni fa quando 52 dipendenti hanno deciso di salvare la fabbrica di imballaggi passata, prima di andare in rosso, da una multinazionale a un fondo lussemburghese e quindi a un’altra multinazionale.

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IN EMILIA-ROMAGNA E TOSCANA VINCE LA CULTURA COOPERATIVA

In Umbria, altra regione flagellata dalla crisi economica, ci sono la Ternipan (ex Novelli) e la Sartoria Eugubina di Gubbio. L’ex Ceramisia di Città di Castello (Perugia) ha addirittura adottato lo slogan «tutti per uno, un sogno per tutti», cambiando il nome in Ceramica Noi. E il “sogno” è aver conservato il posto di lavoro grazie ai 180 mila euro messi insieme dai fondi per Tfr e Naspi. Da un punto di vista territoriale, Toscana ed Emilia-Romagna vantano maggiori casi di successo, potendo contare su una cultura cooperativa molto radicata. Nel primo caso le Wbo sono 10, nel secondo 19. Proprio a Bologna, di recente, c’è stata la rinascita della Ar.pa lieviti. Il proprietario Paolo Fantizzini, 78 anni, aveva deciso di vendere. Prima di rivolgere lo sguardo ad acquirenti esterni, ha avviato un percorso con i suoi lavoratori. Alla fine è rimasto come consigliere vista l’esperienza nel settore, mentre il comando è passato ai lavoratori-imprenditori. E le premesse sono ottime: per il 2019 sono stimati ricavi di 4 milioni di euro con un incremento del 10% del fatturato.

Lo staff del Birrificio Messina.

SICILIA, ISOLA FELICE DEL MEZZOGIORNO

Il divario con il Mezzogiorno è palese: la mappa delle Wbo è praticamente vuota tra Abruzzo, Molise, Campania, Basilicata, Puglia e Calabria. Due piccole oasi sono l’Italcables e la Nuova Ossigeno, entrambe a Napoli. Italcables, azienda siderurgica con sede a Caivano, ha superato la fase difficile grazie al coraggio dei lavoratori: ognuno ha messo a disposizione 25 mila euro, rischiando in proprio. I risultati stanno arrivando, anche se dalla cooperativa sono prudenti circa il futuro per evitare di fare il passo più lungo della gamba. La Sicilia può essere considerata un’Isola felice in questo contesto difficile: tra i sei case history c’è quello di Birra Messina, fondata nel 1923. Il marchio, finito sotto il controllo del colosso Heineken, era stato poi ceduto agli eredi della famiglia Faranda fondatrice del birrificio. Nel 2011, però, l’azienda decise di licenziare, fino a che nel 2014 un gruppo di lavoratori aprì una cooperativa. Oggi Birra Messina è distribuita anche all’estero e sono state immesse sul mercato delle varianti del prodotto.

COME NASCE IL WORKER BUYOUT

Oggi i lavoratori che intendono rilevare un’azienda in affanno devono costituire una coop (in materia stella polare è la Legge Marcora del 1985, poi modificata) e sottoscrivere le partecipazioni come soci. A loro sostegno possono esserci anche investitori istituzionali, come Cfi o Coopfond. Dal 2015 c’è un’altra possibilità: il lavoratore che ha i requisiti per la Naspi può richiedere la liquidazione anticipata, in un’unica soluzione, della cifra che gli spetta. Questa procedura è legata alla presentazione di un progetto analizzato ed eventualmente validato. In quel caso la liquidazione viene versata per intero. 

LO SCOGLIO DEI TEMPI LENTI

Ma qui c’è l’inghippo: i tempi lenti. «È necessario accelerare le procedure amministrative dell’Inps affinché sia garantita in tempi celeri l’erogazione della Naspi in un’unica soluzione ai lavoratori che ne fanno richiesta e servono nuove misure di agevolazione che prevedano la detassazione del Tfr utilizzato dai lavoratori per costituire la nuova impresa», spiega a Lettera43.it la deputata del Movimento 5 stelle, Tiziana Ciprini che ha depositato una proposta di legge sul tema, sollecitando il governo con un’interrogazione alla ministra del Lavoro, Nunzia Catalfo, e al titolare del Mise, Stefano Patuanelli. «Lo strumento del worker buyout», aggiunge, «è potenzialmente molto forte in quanto attua una democrazia economica. Ma si tratta di una realtà ancora troppo poco conosciuta».

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L’Ok Boomer in realtà cancella i 40enni

Con questa espressione già diventata meme i giovanissimi chiedono un cambiamento radicale. Una ribellione che però può sfociare in un'inedita alleanza tra energia e competenze. Ma che non contempla né millennial né generazione X.

«Non ti fidare di chi ha più di 30 anni». Così metteva in guardia il movimento del ’68, per bocca di Jack Weinberg, attivista radicale del Free Speech Movement di Berkeley. Ma potremmo pure evocare «L’immaginazione al potere» e «Una risata vi seppellirà», ma solo per ricordare che le utopie giovanili devono sempre fare i conti con la forza del sistema. Che da sempre è in mano agli adulti. L’immagine di Greta Thunberg che parla all’Onu e incrocia Donald Trump è diventato un meme. Giusto per riferirsi a quello che tiene banco da una paio di settimane e che ha in «Ok Boomer» l’espressione con cui un adolescente, in un video diventato virale sul social cinese TikTok, risponde a chi definisce folle l’idealismo giovanile.

LA RICHIESTA DI UN CAMBIAMENTO SOSTANZIALE

Ma aggiunto che Ok Boomer si è subito trasformato in merchandising, giusto per ribadire che il business non fa sconti nemmeno agli ideali, ricorderemo che il conflitto generazionale non è una novità. È da 50 anni che va in onda, in un alternarsi di scoppi e di pacificazioni, anche se ora sembra riproporsi in una versione più arrabbiata. Per quanto ancora gentile, servita con la punta di ironia con cui la giovanissima deputata neozelandese Chlöe Swarbrick ha detto «Ok Boomer» al collega più anziano che ha interrotto il suo discorso sui cambiamenti climatici. Il Peace and Love di sessantottesca memoria, al pari dello spirito new age e Grunge di fine secolo o della composta rassegnazione con cui giovani e giovanissimi hanno risposto negli ultimi anni a chi li ha definiti “generazione sdraiata” o Choosy, sta lasciando il posto a una combattiva richiesta di cambiamenti sostanziali

GENERAZIONE Z CONTRO BOOMER

I baby boomer sono i principali accusati. Visti dalla generazione Z, come quelli che hanno «munto la mucca sino a ridurla quasi a secco», per usare la metafora di Time. Nonni e padri che lasciano a figli e nipoti un Pianeta surriscaldato, un’economia a rotoli, un sistema finanziario rapace, uno stato sociale sempre più in difficoltà a garantire il presente e ancor più il futuro.

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Tuttavia questo conflitto, per ritornare sulle considerazioni della volta scorsa sull’auspicabile alleanza fra Sardine e Draghi, cioè fra energia e entusiasmo mixato a competenza e autorevolezza, ha una particolarità. Non solo di suggerire una versione positiva e propositiva di «Ok Boomer», cioè un’alleanza fra generazioni estreme per un cambiamento reale, ma anche di evidenziare come le generazioni di mezzo (30-50 e in particolare i 40enni) siano assenti. Apparentemente, almeno, non interessate a trasformazioni forti, dunque sostanziali e sistemiche. 

I 40ENNI SONO NATIVI CONSUMISTI

Devo però fare due premesse. Quando parlo di boomer disponibili a sostenere progetti di radicali cambiamenti, mi riferisco a 60enni e oltre dallo spirito evergreen e con competenze riconosciute. Cioè credibili e autorevoli come mentori e registi di un processo lasciato interamente nelle mani delle giovani generazioni. E questi boomer sapiens sono una minoranza nella loro classe d’età. Soprattutto in Italia. Quando viceversa mi riferisco ai 30/50enni ho in mente una classe d’età che, certo con eccezioni, non ha le sensibilità e abilità della gen Z e nemmeno l’esperienza e le carriere professionali dei boomer. Soprattutto i 40enni non sono nativi digitali bensì nativi consumisti.

I 30 e 50enni, con eccezioni, non hanno le abilità della gen Z e nemmeno l’esperienza dei boomer. E i 40enni non sono nativi digitali bensì nativi consumisti

Sono cioè cresciuti in una società dei consumi matura, anzi opulenta. Hanno avuto molto in termini di gratificazioni economiche, ma hanno coltivato attese eccessive. Nel contempo che sono cresciuti in un contesto sociale spoliticizzato: sempre meno caratterizzato dalla presenza dei partiti e sempre più illuminato dalla tivù e dalla pubblicità. Generazione X, compresa fra il 1961 e il 1980, e millenial (1981- 1995) sono, sia pure in modo diverso, vittime della fase post-moderna, segnata dalla fine delle Grandi Narrazioni, ovvero delle ideologie e delle appartenenze forti. Generazioni di passaggio, in transito: dalla tivù a internet, dal sogno americano (ricchi, felici e realizzati) all’incubo della “generazione mille euro”. Mi spezzo ma non mi impiego è il titolo del romanzo di Antonio Bajani che ha raccontato le vite giovanili in stile Ikea.

UNA GENERAZIONE SOSPESA

In Italia questa “generazione sospesa” ha prodotto e non poteva che produrre poco o niente sul piano dell’innovazione. Scivolando spesso nell’antipolitica: attratta dalle piazze del Vaffa Day, dalla promessa  di rottamazioni mai avvenute, da annunciate successioni ancora da venire, leadership di giornata e nuovi partiti sfidanti la vanagloria. Scorrono le immagini bipartisan dei 30-40 enni dell’ultimo decennio.

Sorprende che la gen Z sia molto più vicina e simile alle generazioni che hanno costruito l’attuale benessere e non a quelle che lo hanno solo sfruttato

Angelino Alfano, Matteo Renzi, Maria Elena Boschi, Roberto Speranza, Luigi Di Maio, Alessandro Di Battista, Matteo Salvini, Giorgia Meloni, Giovanni Toti, Carlo Calenda. È con questi che la politica è diventata meme, selfie, streaming, twitteria da barbieri. Sovente una pagliacciata, ma che in Italia spesso annuncia guai seri. Si ride amaro infatti di fronte a chi annuncia che «la povertà è stata abolita» per decreto, che la magistratura sta dando la caccia «non al mostro ma al senatore di Scandicci», che l’Emilia-Romagna deve essere «liberata dal comunismo».

IL RISCATTO DEI GIOVANISSIMI

Ma se è vero che a tutto c’è un limite, al punto più basso e disperante della politica italiana accade quel che nessuno s’aspettava e men che mai aveva osato sperare. Che giovani e giovanissimi perlopiù, la generazione Z, scendesse e scenda ogni volta più numerosa, in piazza, riprendendo il filo di una comunicazione intergenerazionale interrotta da tempo. Da quando diventar grandi, ovvero la socializzazione politica, era garantita dalla trasmissione di valori e pratiche fra classi d’età contigue: erano i fratelli maggiori e i loro amici a introdurre i più giovani alla vita politica e partitica. Ed erano i più vecchi i garanti di un progressivo passare di consegne, che riguardava anche l’accesso ai ruoli dirigenti.

C’è chi paragona la gen Z alla Silent generation, nata fra il il 1928 e il 1945. Entrambe tendono a valorizzare i legami familiari, a essere avverse al rischio e ottimiste. Forse perché cresciute in periodi di declino economico

Era una dialettica, anche di potere e non solo fra generazioni, che alimentava una società nella quale il sistema delle attese e delle ricompense era in equilibrio. Il progressivo allargamento del ceto medio, sino a comprendere i due terzi della società, con le relative opportunità di lavoro e reddito garantite più o meno a tutti in modo abbastanza uniforme, ne è stata la felice espressione.

UNA QUESTIONE DI FIDUCIA

Ora non si tratta di vagheggiare quel tempo e quella società. Però sorprende ed è beneaugurante che la gen Z sia molto più vicina e simile alle generazioni che hanno costruito l’attuale benessere che non a quelle che lo hanno solo sfruttato. Ci sono numerose ricerche che evidenziano i molti punti valoriali che i 20enni d’oggi hanno in comune con i loro nonni, con la carica ideale che è stata dei figli del boom. Addirittura c’è chi si spinge ancor più indietro paragonando la gen Z alla Silent generation, nata fra il il 1928 e il 1945. Entrambi i gruppi tendono infatti a valorizzare i legami familiari, a essere avversi al rischio, parsimoniosi e ottimisti, forse perché cresciuti in periodi di pesante declino economico. Ecco allora che si può concludere rovesciando il presupposto iniziale sotteso all’Ok Boomer: chi ha 20 anni può fidarsi di chi ne ha più di 60. A patto ovviamente che siano stati ben spesi. E confermino quel che ha scritto Ernest Hemingway: «I vecchi non sono più saggi, sono solo più attenti».

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