Che ne sarà di questa little England dopo i cicloni Johnson e Brexit

Ci ritroviamo una nazione corsara ai confini dell'Ue. Decisa a strappare business al Continente. Ma ora il Regno Unito potrebbe disgregarsi sotto la spinta indipendentista della Scozia. Le (brutte) notizie per l'Europa dal voto britannico.

Partita chiusa. Boris Johnson ha vinto la sua scommessa. Jeremy Corbyn non solo ha subìto la peggiore sconfitta laburista dal 1935 perdendo una sessantina di seggi, ma ha confermato in pieno il pessimo giudizio di chi dalle file stesse del Labour lo accusava di avere una strategia sbagliata e confusa. E i liberal democratici che si illudevano con Jo Swinson di decuplicare i deputati da 12 (o 21, contando i transfughi raccolti dalle file dei conservatori soprattutto) a 120, dovranno accontentarsi di 11, e risultano travolti dal ridicolo.

A BORIS INTERESSA SOPRATTUTTO LA SUA STATURA

Ci sarà la Brexit anche se difficilmente sarà così rapida e radicale come Johnson ha promesso infinite volte perché ora l’obiettivo è dimostrare che il Regno Unito affronta il nuovo cammino senza scosse e i conservatori costruiscono così le premesse per un’altra vittoria quando si tornerà alle urne, fra cinque anni salvo sorprese. Chi conosce Johnson sa bene che assai più della Brexit gli importa entrare fra i primi ministri di lunga durata come Margaret Thatcher e Tony Blair e raggiungere una statura che non sfiguri accanto a quella del suo idolo Winston Churchill.

CLAMOROSI ERRORI DI CORBYN

Brillante nei risultati, con una quarantina di seggi in più rispetto a quelli ottenuti al voto anticipato del giugno 2017 da Theresa May e una maggioranza parlamentare tranquilla di circa 30 seggi, la vittoria di Johnson è dovuta però prima di tutto ai clamorosi errori di Corbyn che ha dimostrato di avere una lettura della realtà profondamente distorta dall’ideologia politica. E si è illuso di trasformare quello che il Paese sentiva come un secondo referendum sulla Brexit sotto le spoglie di voto per il rinnovo del parlamento di Westminster in una svolta politico-culturale e nell’avvio della sua Inghilterra verso il socialismo laburista, nazionalizzazioni comprese.

UNA SANGUINOSA SCONFITTA LABURISTA

«È colpa di Corbyn, colpa di Corbyn», diceva dopo i pessimi exit poll l’ex ministro laburista dell’Interno Alan Johnson, buttandola in grottesco. «I corbinisti tireranno fuori la tesi che la vittoria è un concetto borghese, e che il solo obiettivo dei veri socialisti è una gloriosa sanguinosa sconfitta». Resta il fatto che in molti comizi, l’ultimo due giorni prima del voto a Liverpool, Corbyn ha parlato del suo sogno di una nuova Gran Bretagna e citato la Brexit solo di sfuggita in un inciso. Proprio fuori strada.

HANNO LASCIATO GLI ANTI-BREXIT SENZA UN LEADER

L’errore fondamentale di Corbyn viene da lontano ed è quello di avere lasciato senza leadership un potenziale voto maggioritario – il Paese secondo tutti i sondaggi era ormai 55 a 45% piuttosto critico della Brexit nonostante il referendum del 2016 – che andava invece organizzato motivato e sostenuto. Ma Corbyn stesso è sempre stato pro Brexit, una sua brexit socialista, perché se per molti conservatori Bruxelles è da rifiutare perché troppo dirigista e non abbastanza liberista, per Corbyn era da rifiutare in quanto non abbastanza socialista.

UN GOVERNO DI COALIZIONE ERA POSSIBILE

Quindi ha deciso di fare un campagna elettorale tutta contro l’austerità imposta per 10 anni dai conservatori, per il rilancio del Nhs, il servizio sanitario nazionale, e per una visione da «socialismo in un solo Paese» in questa Europa troppo capitalista. La stessa promessa di tenere un secondo referendum in caso di vittoria alle Politiche del dicembre 2019 gli è stata alla fine imposta dal suo gruppo parlamentare, a netta maggioranza filo Ue. Una vera vittoria è sempre stata impossibile; era in teoria possibile però un governo di coalizione a guida Corbyn che sarebbe stato tenuto insieme solo per il tempo necessario a tenere un secondo referendum. Gli elettori hanno preferito un taglio netto.

DI FIANCO A JEREMY DUE VETERO SOCIALISTI

Per capire Corbyn basta un’occhiata ai suoi due uomini di fiducia al vertice del labour, Seumas Milne e Andrew Murray, perché sempre i collaboratori più stretti rivelano la vera natura del capo. Milne e Murray, entrambi di estrazione alto borghese, sono due vetero socialisti molto ideologizzati, con un giudizio decisamente favorevole per esempio di quella che fu l’Unione sovietica (secondo Milne il Muro di Berlino era un giusto baluardo della Guerra fredda e la Germania Est un Paese efficiente e ricco che faceva star bene il suo popolo, come l’Urss del resto), e con una visione che in altri tempi sarebbe passata terzomondista.

Il gioco politico assegnava a Corbyn il ruolo di anti Brexit e non avendo raccolto il guanto ha perso malamente il duello

L’unica attenuante alla confusione mentale di Corbyn e che c’è nel Labour, soprattutto nell’elettorato popolare delle Midlands e dell’Inghilterra del Nord, c’era e c’è un consistente filone pro Brexit che arriva a un quarto circa del potenziale elettorato laburista e che lui non ha voluto antagonizzare. Perché in fondo è come loro. Ma il gioco politico gli assegnava il ruolo di anti Brexit, visto che i conservatori sono diventati con Johnson e anche prima il Conservative Brexit Party, e non avendo raccolto il guanto ha perso malamente il duello. Harold Wilson aveva ugualmente nel 1975, anno del primo referendum britannico sull’Europa, un partito diviso e seguì ugualmente una politica ufficiale di non scelta, ma tutti sapevano che in privato era pro Bruxelles e fu decisamente più abile e molto meno ideologizzato.

JOHNSON, TROPPE PROMESSE DI SPESA PUBBLICA

Johnson ha avuto una strategia semplice e quindi chiara. «Facciamo la Brexit». Anche lui ha fatto molte promesse di spesa pubblica che in realtà si ridurranno assai. Ha condotto una campagna che ha puntato a fare breccia nei collegi storicamente laburisti del Nord dell’Inghilterra. E qui ha raccolto il nerbo dei nuovi seggi conservatori, portando al suo partito elettorati da generazioni laburisti, in nome della Brexit e solo di quella Brexit che Corbyn si è rifiutato di valutare bene. La corsa alla successione a Corbyn era già aperta, nel Labour, prima del voto.

E LA SCOZIA MINACCIA IL REGNO UNITO

C’è poco da aggiungere. Forse il buon successo dei nazionalisti scozzesi in Scozia, che rende ora la richiesta di un nuovo referendum locale per l’indipendenza più pressante. Fortememnte filo Ue, dicono di non poter accettare il distacco dall’Europa. Ma non sarà facile. Johnson resterà a lungo a Downing Street, ma chi in queste ore mastica amaro sostiene che potrebbe essere l’ultimo premier del Regno Unito, destinato a disunirsi proprio sulla questione europea. Non sarà semplice.

TRADITA L’EREDITÀ DI CHURCHILL

Per quanto scontato, per quanto abituati a Bruxelles a una Londra che spesso ha remato contro e quindi alla fine meglio fuori che dentro, il risultato è una brutta notizia per l’Europa. Se è un buon risultato per il Regno Unito, oltre che per l’attuale partito conservatore che portò nel 1973 il Paese nel Mec, solo il tempo potrà dirlo. Certamente non è un risultato che ha seguito l’eredità lasciata da Winston Churchill. Il premier della Seconda guerra mondiale ha lasciato una posizione molto chiara e filoeuropea e senza tentennamenti fin dal discorso alla Albert Hall del 1947. Nella sua visione il Regno Unito avrebbe appoggiato il disegno europeo dall’esterno se fosse riusciuto a mantenere l’Impero, ed entrando con decisa e piena partecipazione se l’Impero fosse sparito. Vedremo ora che cosa la “little England”, nazione corsara ai confini della Ue e decisa a diventare un porto franco per strappare business al Continente, riuscirà a fare.

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Nel bilancio della Regione Sicilia c’è un buco di un miliardo

La relazione della Corte dei Conti: «Politiche pubbliche inefficaci». Non raggiunti nemmeno gli obiettivi minimi che la Regione stessa si era data.

La Regione Sicilia dovrà trovare nel bilancio 2019 le risorse per coprire il “buco” del rendiconto 2018. La cifra è niente affatto trascurabile: 1,1 miliardi di euro, secondo la relazione delle Sezioni Unite della Corte dei Conti. Un altro miliardo dovrà invece essere coperto nel prossimo triennio, e in ogni caso non oltre la durata della legislatura regionale.

Le sezioni riunite della Corte dei conti “stigmatizzano”, ancora una volta, il “modus operandi della Regione siciliana che sottrae sistematicamente alla gestione di bilancio una quota rilevante degli accantonamenti di legge, generando una impropria capacità di spesa”. E’ quanto emerge dalla relazione delle sezioni riunite della Corte dei conti, riunita in adunanza pubblica a Palermo, alla presenza del governo della Regione, per la parifica del rendiconto regionale del 2018. I giudici contabili si riferiscono al risultato complessivo della gestione finanziaria 2018, che è negativo: -1,02 miliardi. “Al riguardo – scrivono i giudici – va evidenziato che una parte consistente di tale deficit si è creata per effetto della gestione parzialmente fuori bilancio dei fondi iscritti nella parte accantonata, pari a 415.867.140,93 euro”.

“L’esame comparato dei principali saldi risultanti dai documenti costituenti il ciclo del bilancio 2018 della Regione siciliana, dimostra l’inefficacia delle politiche pubbliche rispetto ai vincoli di riduzione del deficit di bilancio e del disavanzo di amministrazione intrinseci al quadro normativo e ribaditi più volte”. E’ quanto si legge nella relazione delle sezioni riunite della Corte dei conti, riunita a Palermo, per l’udienza di parifica del rendiconto della Regione per il 2018, alla presenza del governo Musumeci. Per i giudici dal “raffronto tra i dati degli equilibri di bilancio nelle varie fasi del ciclo 2018, risulta chiara l’inconsistenza della manovra finanziaria: l’equilibrio di parte corrente e l’equilibrio finale 2018 registrano valori a consuntivo, rispettivamente -651,9 milioni di euro e -667,0 milioni di euro, notevolmente superiori ai dati di tendenziale del Defr 2018-2020 i cui saldi risultavano comunque viziati dalla sottostima degli stanziamenti a copertura del disavanzo e di quelli per accantonamento ai fondi”. “In altre parole – scrivono i giudici – la Regione non è stata in grado di raggiungere nemmeno gli obiettivi ‘minimi’ che essa stessa si era data con la legge di stabilità”. Inoltre, “né il Defr 2018-2020, né il bilancio di previsione – pur essendo stati approvati ad esercizio ampiamente in corso – né l’assestamento, sono informati al rispetto del principio di continuità degli esercizi finanziari, per non parlare degli esiti dei giudizi di parifica, al punto che, in talune fasi, l’attività della Regione sembra abbia avuto, piuttosto, finalità elusive”.

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La previdenza dei medici prenderà un altro bidone tipo Brexit?

L'Enpam fa diversi investimenti all'estero. Come quando acquisì il 50% della sede di Amazon a Londra. Ma la vittoria del sì al referendum nel 2015 causò una grossa minusvalenza. Ora ci riprova in Germania, a Stoccarda. Proprio mentre la locomotiva d'Europa rallenta. Forse manca il fiuto per gli affari?

L’Enpam è la cassa di previdenza dei medici italiani, investe i soldi dei suoi contribuenti con la finalità di mantenere e sviluppare il patrimonio, circa 21 miliardi, che questi ultimi gli hanno affidato a fini pensionistici.

Gli investimenti che Enpam fa ogni anno sono di varia natura, dall’obbligazionario all’azionario, ma la parte da leone lo fa l’immobiliare che, pur variando di anno in anno, vale circa il 30% del totale (limite di legge). Enpam da alcuni anni ha deciso di rivolgere i suoi investimenti immobiliari anche all’estero.

II primo investimento in assoluto è stato in Inghilterra. Infatti la Cassa di previdenza, a ridosso dell’avvio del processo per la Brexit, ha portato a termine I’acquisizione del 50% della sede di Amazon a Londra.

Purtroppo l’inaspettato successo dei al referendum sulla Brexit del giugno 2016 ha determinato una rilevante minusvalenza in casa Enpam, sia per effetto dell’andamento del mercato immobiliare, sia dell’andamento del tasso di cambio, lasciando il sospetto che all’epoca sia stato più accorto il venditore, uno dei principali fondi di investimento canadese.

Più o meno, è quello che è accaduto al Vaticano quando recentemente, attraverso il fondo Centurion e con il denaro dell’Obolo di San Pietro, ha comprato un palazzo a Londra perdendo molti soldi in poco tempo.

Ora l’Enpam ritenta con un secondo investimento. E ha comperato, questa volta in Germania, a Stoccarda, un immobile di oltre 50 mila metri quadri investendo 240 milioni di euro. Con l’operazione Enpam pare scommettere su un rapido rilancio dell’economia tedesca, proprio in un momento in cui i dati confermano il rallentamento della locomotiva d’Europa e gli investitori internazionali iniziano a prendere beneficio dei risultati finora raggiunti (il venditore è stato un fondo della compagnia assicurativa coreana Samsung Life).

Solo il futuro darà indicazioni sulla bontà della scommessa, non piccola, realizzata. La vicenda londinese lascia però qualche perplessità sulla capacità di prevedere l’andamento dei mercati internazionali in casa Enpam.

La speranza è che Antirion, la Società di gestione del risparmio guidata come amministratore dall’intermediario israeliano Ofer Arbib attraverso cui Enpam realizza gli investimenti immobiliari, abbia questa volta studiato meglio il mercato; e con lui gli advisor dell’operazione, anche in questo caso Colliers Deutschland GmbH coinvolta nella faccenda inglese come advisor. Del resto se Arbib, già per tanti anni punto di riferimento di Colliers in Italia, vuole proseguire in queste campagne estere, è giunto il momento di dare prova del suo fiuto per gli affari.

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

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Dopo il fallimento di Corbyn solo le donne possono salvare la sinistra

Contro il batterio della sconfitta servono candidate che strappino la leadership ai maschi e poi battano le destre. Non certo quelle della vecchia Casta femminile selezionata dagli uomini, come accade nel Pd. La possibilità di ripresa è tutta in questa rivoluzione culturale.

La sconfitta di Jeremy Corbyn nel Regno Unito parla come un testamento. Quella strada lì per la sinistra è chiusa. Il leader laburista aveva suscitato molte speranze nella disgraziata sinistra mondiale e con l’americano Bernie Sanders rappresentava la coppia di “terribili vecchietti” che sembrava aver resuscitato antiche passioni, idealità sopite, sogni di gloria.

TRAMONTATI GLI ULTIMI FENOMENI DI IMPORTAZIONE

In verità Corbyn aveva deluso una parte della sinistra, penso a quelli come me, che erano rimasti sfavorevolmente colpiti da come si era mal difeso dall’accusa di antisemitismo. Ma il corbynismo e il sanderismo sono stati gli ultimi due fenomeni di importazione per una sinistra italiana in cerca di autore.

RENZI GONGOLA, MA HA INANELLATO SCONFITTE PURE LUI

Matteo Renzi oggi gongola come se lui e il suo idealtipo, Tony Blair, avessero condotto la sinistra a chissà quali successi. Nel caso del leader britannico qualche anno di gloria c’era stato prima del tracollo. Il leader italiano ha vissuto su un voto europeo, quello del 40% nel 2014, e poi su una successione di sconfitte che solo lui poteva inanellare.

Sia la sinistra che si fa destra sia la sinistra che torna gauchiste perdono le elezioni perché l’una non parla al popolo e l’altra perde di moderazione e di cultura di governo

È un dato di fatto, direi finale, che sia la sinistra che si fa destra sia la sinistra che torna gauchiste perdono le elezioni perché l’una non parla al popolo e l’altra perde di moderazione e di cultura di governo. La sconfitta del laburismo britannico fa riflettere anche sulle tardive autocritiche attorno al neo-liberismo che hanno portato d’un colpo, senza un minimo di elaborazione, tanti teorici delle privatizzazioni, anche in Italia, a passare dal primato del privato alla nuova esaltazione dello Stato. Accade così quando si vive alla giornata. Di questo passo è facile attendersi la vittoria di Donald Trump nel 2020 se a opporsi a lui saranno candidati che dimenticheranno gli elettori più moderati. E allora la frittata internazionale sarà fatta.

SERVONO DONNE CHE IL POSTO SE LO CONQUISTANO

C’è finora una sola tendenza che contrasta questo batterio della sconfitta ed è la vittoria di donne di sinistra che si mettono in lizza e battono le destre, dall’Europa ai Continenti più lontani. Parlo di leader che non vengono dalla vecchia Casta femminile selezionata dagli uomini, come tante donne politiche italiane soprattutto di sinistra e del Partito democratico (basta guardare il governo Conte II), ma di figure femminili che il posto di prima fila se lo sono conquistato contro leadership maschili.

ESEMPIO BRITANNICO DA DIMENTICARE IN FRETTA

La sinistra italiana a questo punto non deve dimenticare Corbyn con la stessa facilità con cui dimenticò un altro naufrago, il francese Lionel Jospin, che lanciò involontariamente il vecchio Jean-Marie Le Pen, ma neppure deve soffermarsi troppo sul corbynismo. Le due idee forza di questa stagione britannica, il ritorno alla grande dello Stato imprenditore e un partito governato da “vecchie sardone”, sono da dimenticare.

IL POPOLO VUOLE LA DESTRA? UNA STUPIDAGGINE

Alla sinistra di oggi serve quella rielaborazione della realtà che le eviti facili scorciatoie o immotivate paure. È una scorciatoia immaginare che se ti sposti più a sinistra raccogli il voto dello scontento, è una stupidaggine dei sinistri salvinizzati l’idea che il popolo voglia la destra. Lasciate andare Federco Rampini al suo destino di naufrago del clintonismo.

BASTA COI LEADER MASCHI ALLEVATI DALLA TIVÙ

La nuova sinistra possiamo immaginarla sognatrice, in perenne scontro con le ali più estreme del capitalismo, internazionalista e europeista, solidale e cooperativa ma soprattutto con leader che non siano vecchi o giovani maschi allevati dalla tivù, ma giovani e meno giovani donne che sappiamo portare il peso di ideali e di nobile concretezza.

PINOTTI, SERENI, SERRACCHIANI: TUTTE A CASA

È un generale “tutti a casa” che deve mettere in un unico cesto maschi che dominano da anni la scena politica della sinistra italiana e le varie Roberta Pinotti, Marina Sereni, Debora Serracchiani e altre invenzioni di Piero Fassino o Walter Veltroni.

LA MELONI IN QUESTO È PIÙ AVANTI

La destra su questo stesso tema, questa destra che è chiaramente maschilista e sessista, ci sta dando punti facendo emergere dai fondali dei sondaggi Giorgia Meloni, una ex ragazza piena di “cazzimma”, che parla con toni da guerra nucleare ma rappresenta la sepoltura di quella generazione di fighetti fuoriusciti dal Msi con il vestito della domenica.

OCCORRE GENTE STUDIOSA CHE VA IN MANIFESTAZIONE

Il fenomeno delle sardine, di breve o lunga durata, non lo sappiamo, seppellisce anche una sinistra che è stata molto attiva sui social. Sono i nipotini del glorioso Manifesto, che si riuniscono in piccoli circoli neo-marxisti, che diffondono il pensiero dei “vecchietti terribili” ma che non hanno mai partecipato né a uno sciopero né a una battaglia di quartiere. Questi ragazzi e ragazze neo socialisti della cattedra non ci servono. Serve gente studiosa che se vede un accenno di movimento ci si tuffa dentro, che tra un convegno e una manifestazione preferisce la seconda, che non esalta il popolo ma ci vive dentro.

SPERANDO CHE SALVINI SI FREGHI DA SOLO, COME SEMPRE

La possibilità di ripresa è tutta in questa rivoluzione culturale e sarà una strada lunga da percorrere. Per fortuna che di fronte a noi c’è la possibilità che Matteo Salvini faccia la sua cazzata solita. Solo il pub che gli darà la birra peggiore della Lombardia potrà salvarci da lui.

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La posizione dell’Ue dopo le elezioni nel Regno Unito

Dopo il voto Bruxelles mostra di avere fretta sulla Brexit. Il presidente del Consiglio Ue Michel: «Londra ratifichi l'accordo quanto prima».

«Mi congratulo con Boris Johnson e mi aspetto che il Parlamento britannico ratifichi il prima possibile l’accordo» negoziato sulla Brexit. Sono le parole del presidente del Consiglio Ue Charles Michel che è stato tra i primi a commentare i risultati delle elezioni nel Regno Unito. L’Ue «è pronta a discutere gli aspetti operativi» delle relazioni future, ha aggiunto, spiegando che i leader avranno una discussione sulla Brexit il 13 dicembre.

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Arriva la tempesta di Santa Lucia: la mappa del maltempo da Nord a Sud

Ondata di gelo, pioggia e neve in tutta Italia. Primi fiocchi al Nord e pioggia al Sud. A Roma e Napoli scuole chiuse. La situazione.

Maltempo in arrivo oggi per tutto il fine settimana, con neve a nord e piogge, temporali e venti forti al Centro Sud. Secondo 3bmeteo è in arrivo la ‘tempesta di Santa Lucia, destinata a colpire, in un modo o nell’altro, gran parte della penisola. Il 12 dicemrbe i sindaci di Roma e Napoli hanno ordinato per tutto il 13 la chiusura di tutte le scuole e dei parchi, raccomandando di limitare gli spostamenti allo stretto necessario.

PIEMONTE: NEVE A TORINO

Primi fiocchi di neve della stagione su Torino. L’attesa perturbazione ha riportato dalla scorsa notte il maltempo sul Piemonte, con deboli nevicate anche in pianura, tra Torinese e Alto Novarese, in estensione a Biellese, Verbano e, in parte, Vercellese e Alessandrino. Fiocchi sparsi qua e la tra Cuneese e Astigiano. Fenomeni comunque intermittenti e di debole intensità. Dal pomeriggio veloce miglioramento, con le nevicate che si ritireranno presso le vallate alpine. Attese nevicate sotto forma di bufera sulle Alpi, specie di confine, con raffiche di vento superiori ai 100 km/h che entro sera potranno guadagnare terreno sotto forma di Foehn fin verso le zone pedemontane e di bassa valle. Attenzione al fenomeno della pioggia congelata, che si potrebbe presentare in alcune vallate dell’Alessandrino e nelle vallate alpine più strette.

PRIMI FIOCCHI SU MILANO

Dalle prime ore del mattino ha cominciato a nevicare anche a Milano. I fiocchi stanno cominciando a imbiancare automobili e tetti delle case, ma per il momento non si registrano particolari disagi alla circolazione.

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Il discorso di Johnson dopo la vittoria alle elezioni in Gran Bretagna

Il leader dei Tory: «Realizzerò la Brexit entro gennaio, senza se e senza ma».

Dopo la vittoria schiacciante alle elezioni anticipate in Gran Bretagna, il leader dei conservatori Boris Johnson ha tenuto un discorso a Londra ai suoi sostenitori, invitando tutti a ripetere in coro lo slogan della sua campagna per il voto: «Get Brexit done!». E la promessa verrà mantenuta, non ci sono più dubbi.

«Con questo mandato finalmente realizzeremo la Brexit, metterò la parola fine a tutte le assurdità degli ultimi tre anni e usciremo dall’Unione europea entro gennaio, senza se e senza ma», ha ribadito il primo ministro.

I risultati delle urne danno ai Tory «la più grande vittoria dagli Anni 80, quando molti di voi non erano neanche nati. Adesso uniamo il Paese», ha detto ancora Johnson, ben consapevole che anche gli indipendentisti scozzesi si sono rafforzati e puntano a chiedere un nuovo referendum per staccarsi dal Regno Unito e restare nell’Ue.

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Le quotazioni di Borsa e spread del 13 dicembre 2019

Piazza Affari punta a mantenere il trend positivo nell'ultima seduta settimanale. Lo spread riparte da quota 150. I mercati in diretta.

La Borsa di Milano si prepara all’ultima seduta della settimana, sperando di mantenere l’andamento positivo delle giornate precedenti. Giovedì 12 dicembre, per la terza seduta consecutiva, Piazza Affari ha chiuso in rialzo (Ftse Mib +1,02%) e si è posta in vetta agli altri listini europei, tutti comunque girati in rialzo nella seconda metà della seduta. A far cambiar volto alla giornata più delle dichiarazioni della neopresidente della Bce, Christine Lagarde sono state le aperture di Donald Trump nei confronti della Cina. La promessa degli Usa è quella di arrivare presto a un accordo commerciale.

LO SPREAD RIPARTE DA QUOTA 150 PUNTI BASE

Lo spread tra Btp e Bund riparte dai 150 punti base a fronte dei 152 della chiusura del giorno prima. Il rendimento del titolo decennale italiano è pari all’1,23%.

A Milano Sugli scudi le banche, in particolare è Unicredit è il titolo che ha contribuito maggiormente (+3,2%). In evidenza Ubi (+3,96%), Banco Bpm (+3,2%), Nexi (+2,46%). Bene anche Fca (+2,47%) che dovrebbe firmare settimana prossima l’accordo con Psa. E porta con se i titoli della galassia, Exor (+2,33%) e del settore auto come Pirelli (+1,11%), Brembo (+0,89%).

I MERCATI IN DIRETTA

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LibDem sotto choc, la leader Jo Swinson perde anche nel collegio

Scalzata per 149 voti dall'indipendentista scozzese Amy Callaghan. Ma per il momento non si è dimessa.

Choc anche per i liberaldemocratici nelle elezioni britanniche: la 39enne neo-leader del partito più radicalmente anti-Brexit del lotto, Jo Swinson, che aveva cercato di proporsi addirittura come una rivale diretta di Boris Johnson e di Jeremy Corbyn, non solo non è riuscita a far avanzare la sua formazione, ma è stata bocciata anche a livello personale nel collegio di Dumbartonshire East: scalzata per 149 voti da Amy Callaghan, indipendentista scozzese dell’Snp. Swinson non però annunciato le dimissioni da leader.

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