L'imbarcazione della Ong Sea Eye è entrata nel porto sicuro identificato dal Viminale. A bordo c'è anche una donna incinta.
L’Alan Kurdi è approdata nel porto di Pozzallo la mattina di domenica 29 dicembre. A bordo della nave della Ong Sea Eye c’erano i 32 migranti soccorsi nel Mediterraneo a Natale. Sulla banchina era pronta la macchina dell’accoglienza, anche se perché potessero cominciare le operazioni di sbarco si sono dovuti attendere i controlli medici. La decisione di assegnare Pozzallo come porto sicuro è stata assunta il 28 dicembre dal Viminale, tenendo conto della presenza a bordo di persone in condizioni di vulnerabilità.
A BORDO 10 MINORI E UNA DONNA INCINTA
Dei 32 migranti soccorsi 10 sono minori, alcuni in tenera età, e cinque sono donne, di cui una incinta. La Commissione europea ha già avviato, su richiesta dell’Italia, la procedura per il ricollocamento dei migranti sulla scorta del pre-accordo di Malta.
Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it
Dal sito archeologico di Al Ula fino al Mar Rosso: le perle del regno si svelano ai turisti di 49 Paesi. La stretta di Riad sui diritti si allenta. Ma la preoccupazione per la repressione resta. Il reportage.
Paesaggi marziani, scritture sulla pietra di epoca preislamica di civiltà misteriose, tombe nabatee scavate nella pietra rossastra, deserti vasti e incontaminati, palmeti, oasi. Il sito archeologico di Al Ula è un patrimonio ancora poco conosciuto, ma ora con l’apertura dell’Arabia Saudita al turismo internazionale diverrà meta di visitatori da (quasi) tutto il mondo. Sarà il gioiello della Corona, paradiso per gli archeologi e una frontiera da esplorare per i visitatori occidentali, nel cuore del deserto arabico prima quasi inaccessibile. Il principe ereditario Mohammed bin Salman l’ha visitata spesso negli ultimi tre anni e ha deciso di farne uno dei motori dell’industria turistica, all’interno del gigantesco piano di riforme economiche denominate Vision 2030.
AL ULA, CROCEVIA DI CAROVANE DA YEMEN E SIRIA
È un passo rivoluzionario. L’apertura al turismo implica l’apertura al mondo. Adesso i cittadini di 49 Paesi (Italia inclusa) possono ottenere un visto turistico, su Internet. Finora il Regno aveva aperto le sue porte solo ai pellegrini che visitavano La Mecca e Medina e a businessman che andavano nel Paese per viaggi d’affari. Al Ula avrà un ruolo importante, come lo ha avuto per millenni. Qui infatti si fermavano le carovane provenienti dallo Yemen a dalla Siria. Ad Al Ula sono passate antiche popolazioni come i Nabatei , i Dadan o i Laihaniti. Le tombe nabatee sono magnificenti, come il maestoso Girl Palace, dove se ne trovano 131, tutte di donne. La grandezza della tomba rispecchiava la ricchezza e l’importanza della famiglia. I Nabatei credevano nel Dio Sole, nella libertà di culto, bevevano vino e secondo le loro credenze la vita dopo la morte era migliore di quella terrestre.
I ROMEO E GIULIETTA DI ARABIA
Sono rimasti anche reperti del VI secolo prima di Cristo della città vecchia di Al Ula. Se ci si inerpica su una sua scaletta si accede ad una veduta magica della città. Tra palmeti, case basse marroni in terra e montagne di pietra che sovrastano il paesaggio. Qui si narra anche la leggenda di Jamal e Poteina, i Romeo e Giulietta di Arabia. Le rocce sono dalle fattezze più strane, modellate dal vento, dalla pioggia e dal sole. Come ad esempio la roccia a forma di elefante, Jbail al Elif. Immensa e suggestiva. Ma l’Arabia non è solo questo. Ci sono anche le bellezze sul Mar Rosso. Tra cui Gedda, effervescente città sul mare, tappa obbligata per i pellegrini che si recano alla Mecca e Medina. Il suo centro storico è incontaminato. La vita vi scorre come 100 anni fa. Botteghe, panifici, moschee, antiche librerie, case tradizionali con i tipici balconi in legno cesellato, il suk, puntellato di negozi di tessuti, dove si vendono abiti tradizionali di ogni foggia come l’abaya. A Riad è stato appena inaugurato un immenso sito archeologico, Diriyya, dove è stata ricostruita la città vecchia. Mura fortificate che circondano l’area, palmeti e strade piastrellate di ciottoli giallo-oro.
L’oasi di Al Ula vista dal castello della città vecchia.
Il progetto saudita di apertura al turismo è ambizioso, spiega Ahamed Al Iman, dirigente della Royal Commission of Al Ula. «Da noi lavorano persone da tutto il mondo. Archeologi americani, australiani, francesi, britannici, tedeschi, italiani. Al Ula è uno spazio di 22 mila chilometri quadrati. Immenso. Stiamo anche lavorando per ripristinare il circolo della vita degli animali. Non è raro incontrare nelle oasi che si susseguono percorrendo le strade cammelli che camminano in libertà, struzzi e cavalli». Secondo Al Iman, «il parco archeologico diverrà anche il palcoscenico dove si potranno esibire artisti internazionali. È già venuto Andrea Bocelli che per l’occasione ha usato un velo bianco attorno alla testa. È stato uno spettacolo incredibile fino a qualche tempo fa impensabile».
L’IMPATTO DEL TURISMO SUI COSTUMI
L’arrivo di milioni di turisti europei, americani, asiatici avrà anche un impatto sui costumi. Bin Salman ha già annunciato che non sarà più obbligatorio per le donne straniere che visitano il regno indossare l’abaya. Le saudite non devono chiedere più il permesso al “guardiano” maschio – il padre, il fratello o il marito – per viaggiare all’estero e possono guidare l’auto. Il 9 dicembre il regno ha anche posto fine alla segregazione di genere nei ristoranti. Il rinnovamento passa anche da sport e spettacolo. Il 22 dicembre s’è giocata – per il secondo anno consecutivo – la Supercoppa italiana di calcio. Prima ancora Riad aveva ospitato il match per il titolo mondiale dei pesi massimi. A gennaio è in programma la Parigi-Dakar. In quello scorso Mariah Carey, con indosso un tubino stretch in paillettes nere, è stata la prima artista internazionale ad esibirsi nel regno da quando sono state lanciate le riforme. E il governo ha l’obiettivo di inaugurare 100 sale cinematografiche con oltre 2.500 schermi entro il 2030.
Voi ci dipingete come beduini che vivono nelle tende e hanno i loro cammelli, ma la nostra mentalità è cambiata
Ahamed Al Iman, Royal Commission of Al Ula
I critici temono che questo tour de force di riforme finisca per scioccare i sudditi, abituati a una vita tradizionale. Ma Ahmad, proprietario di una piantagione di palme da dattero proprio ad Al Ula, avvisa: «Voi ci dipingete come beduini che vivono nelle tende e hanno i loro cammelli. Per noi è importante l’ospitalità, la generosità, è vero. Quando abbiamo un ospite a casa gli offriamo il caffè e i datteri e in quell’occasione invitiamo anche i nostri vicini di casa per condividere il momento insieme. Però ora la nostra mentalità è cambiata, non siamo solo questo. Il regno si vuole aprire. È arrivato il momento di cambiare».
LE RIFORME NON CANCELLANO LA REPRESSIONE
In questo quadro, le criticità – sia sul fronte interno sia su quello internazionale – restano. Le riforme sono accompagnate una dura repressione di chi è critico nei confronti del governo. Negli ultimi due anni, gli episodi che più hanno indignato riguiardano attiviste arrestate e torturate o uomini d’affari arbitrariamente rinchiusi nella prigione di extra-lusso del Ritz Carlton di Riad accusati di corruzione. Senza dimenticare il caso del giornalista del Washington Post Jamal Khashoggi, fatto a pezzi da funzionari sauditi nel consolato di Istanbul. Uccisione che ha incrinato i rapporti del regno con la comunità internazionale, già tesi per via della guerra in Yemen.
Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it
Violenza antisemita a Monsey. Ferite cinque persone, due sono gravi. Cuomo: «Un atto spregevole e codardo. Tolleranza zero».
È entrato in casa di un rabbino nella settima giornata delle celebrazioni di Hannukah e, con il viso coperto in parte con una sciarpa e armato di machete, ha seminato il panico fra i presenti, ferendone almeno cinque, tutti ebrei chassidisti, di cui due sono in condizioni gravi. L’attacco è avvenuto a Monsey, circa 50 chilometri a Nord di New York. Secondo i media americani l’autore, che era riuscito a scappare dall’abitazione limitrofa alla sinagoga nonostante i vari tentativi di fermarlo (anche con un piccolo tavolo per bloccargli il passaggio), è stato arrestato dalla polizia.
UN UOMO COLPITO IN PIENO PETTO
In un primo momento i media americani parlavano di un attacco in una sinagoga, ma successivamente l’Orthodox Jewish Public Affairs Council ha precisato in un tweet che è stata presa di mira l’abitazione di un rabbino. Al momento le ricostruzioni sono tutte parziali: si sa che alcuni dei feriti sono stati colpiti ripetutamente, uno almeno sei volte, un altro in pieno petto ed è quello nelle condizioni peggiori. Un’altra persona è rimasta ferita solo leggermente a un dito.
UNA LUNGA SERIE DI ATTACCHI
L’episodio si inserisce in una serie di attacchi antisemiti che si sono verificati negli ultimi giorni a New York: incidenti che hanno fatto alzare la guardia e rafforzare i controlli di polizia nell’area di Brooklyn, quella più colpita. «Un atto spregevole e codardo», ha commentato il governatore dello Stato di New York, Andrew Cuomo. «Voglio essere chiaro: l’antisemitismo e l’intolleranza sono ripugnanti e abbiamo assolutamente tolleranza zero per tali atti di odio», ha aggiunto.
«SERVE MAGGIORE PROTEZIONE»
«Monitoriamo
le informazioni che arrivano da Monsey»,
ha affermato la polizia anti-terrorismo di New York. A condannare
l’attacco è anche il procuratore di New York, Letitia James: «C’è
tolleranza zero per atti di odio di qualsiasi tipo, continueremo a
monitorare la situazione»
a Monsey. «Dopo gli
attacchi dell’ultima settimana a Brooklyn e Manhattan spezza il cuore
vedere ancora violenza. La comunità ebraica ha bisogno di maggiore
protezione», ha affermato
il numero uno dell’Anti-Defamation League.
Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it