Il caso Sessa spacca il governo

Il governo è entrato in fibrillazione sul Consiglio superiore dei Lavori Pubblici, ovvero sul ruolo (ma sarebbe meglio dire sui molti ruoli) del suo presidente Massimo Sessa. Da una parte Giorgia Meloni e Matteo Salvini, per una volta non in contrapposizione tra loro, sono uniti nel denunciare un caso di incompatibilità lampante e di arroganza burocratica. Dall’altra Andrea Abodi, che lo scorso settembre ha nominato Sessa commissario straordinario per gli stadi in vista delle partite di Euro 32 che si giocheranno in Italia. Decisione costata al ministro dello Sport una pioggia di critiche, e che ora lo vede costretto a difendere una nomina che dentro l’esecutivo non ha convinto nessuno.  

Il caso Sessa spacca il governo
Il ministro dello Sport Andrea Abodi (foto Imagoeconomica).

L’ombra del conflitto di interessi sul supertecnico pubblico

Tutto ruota intorno al nome di Sessa, supertecnico pubblico che da anni abita stabilmente negli apparati della burocrazia ministeriale indipendentemente dal colore del governo in carica. Presidente del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici dal 2014, nominato ai tempi in cui a Palazzo Chigi c’era Matteo Renzi e riconfermato sotto il Conte II, è tuttora al vertice dell’organismo tecnico più potente della Repubblica, quello che approva o boccia ogni grande opera. Ma non solo. Oltre al recente incarico calcistico conferitogli da Abodi col plauso del presidente della Figc Gabriele Gravina, l’onnipresente Sessa è anche commissario straordinario per l’acquedotto Peschiera-Capore, l’infrastruttura che deve garantire l’approvvigionamento idrico a Roma e nel Lazio.  Tre poltrone di peso, tre centri di potere, tre ruoli in palese conflitto di interessi nelle mani di una sola persona. La stessa che promuove e propone i progetti dei nuovi stadi in vista dell’Europeo del 2032 sarà anche quella chiamata a giudicarli e approvarli come presidente del Consiglio Superiore dei lavori pubblici. In pratica, arbitro e giocatore, controllore e controllato. Un paradosso istituzionale che ha fatto esplodere la tensione nel governo. 

Il caso Sessa spacca il governo
Massimo Sessa (Imagoeconomica).

Abodi si è impantanato in una scelta diventata un boomerang politico

Salvini è furioso: non solo perché il Consiglio Superiore dipende direttamente dal suo ministero, ma perché pretende, giustamente, che sia guidato da un presidente a tempo pieno, non da un commissario a gettone. Meloni, dal canto suo, è d’accordo e lo fa capire senza giri di parole: «Il Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici mai come adesso ha bisogno di un presidente a tempo pieno», avrebbe detto la premier, una frase che suona come una condanna definitiva. Tradotto: o Sessa lascia la presidenza o rinuncia agli altri incarichi. Non ci sono terze vie. Nel mezzo Abodi, impantanato in una scelta che è diventata un boomerang politico. Aveva voluto Sessa per «competenza e affidabilità», ma ora la sua scelta è un fardello che rischia di travolgere anche lui. Perché questa non è solo una questione di incompatibilità, è la fotografia di un sistema che non cambia mai, dove i tecnici diventano più potenti dei ministri e la burocrazia si autoperpetua all’infinito. Lo stesso uomo che firma i pareri tecnici delle opere pubbliche ora le promuove, le gestisce, le approva. È la negazione stessa della terzietà, il trionfo della burocrazia autoreferenziale che si giudica da sola.

Il caso Sessa spacca il governo
Andrea Abodi e Matteo Salvini (Imagoeconomica).

Anche il governo Meloni scopre di essere prigioniero dei suoi stessi apparati

Sessa, come sempre, non parla. Non ne ha bisogno. Gli basta aspettare che la tempesta passi, come ha fatto con tutti i governi prima di questo. Sessantatré anni, laureato con lode alla Sapienza, dottorato al Politecnico di Milano, provveditore alle opere pubbliche, arbitro tecnico della Tav, commissario del Peschiera, consulente di collaudi, presidente del Consiglio Superiore dal 2014: ha attraversato indenne i governi Renzi, Gentiloni, Conte, Draghi e ora Meloni. È la perfetta incarnazione dello Stato che non si sposta mai, del potere amministrativo che sopravvive a tutto e a tutti. Ora vuole restare dov’è, con tre titoli, tre scrivanie e un potere assoluto. Ma qualcosa si è incrinato: Sessa si sente accerchiato, non più sicuro nemmeno nel suo ufficio, passa ore al telefono, convoca incontri riservati nel piazzale di Porta Pia, come un generale che teme un colpo di mano. Lo sanno bene Meloni e Salvini: lasciarlo dov’è significherebbe perdere la faccia, cedere ancora una volta al potere dei mandarini ministeriali. Abodi, invece, tenta l’impossibile, difendendo un sistema che lo sta seppellendo politicamente. Il risultato è un governo spaccato che scopre di essere prigioniero dei suoi stessi apparati. Perché in Italia il potere vero non si elegge, non cade e non cambia mai: si annida negli uffici grigi dei ministeri, dove uomini come Sessa governano da decenni, invisibili e intoccabili. Tre incarichi, tre conflitti, un solo uomo. E un esecutivo che, almeno al momento, non sembra avere la determinazione per liberarsene.