Una manovra pericolosa che ha fatto sbandare il Carroccio. Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, leghista, con la sua finanziaria ha colpito due esponenti del suo stesso partito, Matteo Salvini e Lucia Borgonzoni. D’altronde si parla di 7,5 miliardi di tagli ai ministeri: i più colpiti sono Trasporti, Ambiente, Istruzione e Imprese. Salvini dovrà fare a meno di 524,9 milioni di euro, e ovviamente si lamenta. Borgonzoni invece denuncia la scure che si è abbattuta sul cinema: ha a cuore il tema anche per la delega “totale” che ha avuto dal ministro della Cultura Alessandro Giuli, e così ha chiesto addirittura aiuto alle opposizioni per salvare i fondi destinati al grande schermo, cercando anche la sponda di Forza Italia, “titillando” gli interessi di Mediaset nel settore dell’audiovisivo. La sforbiciata in questo caso è stata ridimensionata, ma resta netta: «Rispetto alla bozza originale siamo passati da 190 a 150 milioni, ma troveremo quei 150 milioni», ha promesso Borgonzoni in un’intervista al Corriere della sera. Smentendo l’ipotesi di paralisi paventata dal mondo dell’audiovisivo: «Dei 700 milioni circa ne rimangono 550. Ma non sono tutti per il tax credit. Anche per le sale, il Festival di Venezia, il progetto per le scuole, il centro sperimentale di cinematografia. Quindi non è stato tagliato della metà, però la riduzione c’è stata. E, secondo me, va recuperata». Ma non ci sarà niente da fare, molto probabilmente, anche perché la ragioniera generale dello Stato, Daria Perrotta, è protettissima da Giorgetti, e al massimo darà qualche spicciolo a Salvini e Borgonzoni. Così lo scontento rimarrà.

Ruffini all’Istituto Sturzo con Tabacci e Follini
Sabato 25 ottobre sarà il giorno della rinascita del partito dei cattolici, ma non chiamatelo con il suo storico nome, quello della Democrazia cristiana. In ore che saranno dominate da Maurizio Landini e dalla sua Cgil, grazie alla manifestazione indetta a Roma con tanto di corteo da piazza della Repubblica fino alla basilica di San Giovanni, l’ex numero uno dell’Agenzia delle entrate, Ernesto Maria Ruffini, andrà all’Istituto Sturzo per presentare il suo libro Più uno. La politica dell’uguaglianza. Per sancire l’incontro, presenti Bruno Tabacci, Marco Follini, Flavia Piccoli Nardelli (figlia di Flaminio Piccoli) e anche Elio Vito. È attesa anche una delegazione dai “sacri palazzi”, almeno dagli italiani che ancora sono presenti in Vaticano, nonostante papa Leone XIV…

Torna Arturo Parisi e tifa per Gentiloni
È tornato Arturo Parisi, classe 1940, quello che l’indimenticato presidente della Repubblica Francesco Cossiga chiamava simpaticamente “Artullo”. E da ex ministro della Difesa ha pensato bene di “bombardare” Elly Schlein, aggiungendosi a una nutrita lista di esponenti del Partito democratico. A La Stampa, parlando con Fabio Martini, ha detto a chiare lettere che il partito è vittima di «una deriva estremista» e rischia di ritrovarsi a guidare «un’alleanza-contro, una riedizione senile dei Fronti popolari». E chi può salvare il Pd? Ovviamente Paolo Gentiloni, e Parisi tifa per lui: «Contano i volti, i nomi, e l’esperienza. E Gentiloni gode di certo, tra quelli in campo, capacità comparabili solo col suo eccezionale curriculum. Ma non ci può essere soluzione a un problema che non si riconosce. Solo una corretta diagnosi del male può aiutarci a cercare la medicina. Il problema del Pd si chiama estremismo, per dirla una volta tanto con Lenin, una tipica malattia infantile, in questo caso sommata alla sua forma senile. In questo Nuovo Pd è in atto una deriva in gran parte congenita, alimentata dalla competizione col Movimento 5 stelle. Fino a quando il Pd sarà il primo partito, la sua deriva estremista non può che segnare e coinvolgere l’intera coalizione. Nell’aspra gara al “più uno” con i cinque stelle, non c’è “meno uno” che basti».

Parisi, cresciuto a Sassari, grazie alla tradizione sarda gode di lunga memoria e picchia duro anche su Enrico Letta, ex presidente del Consiglio, rendendo (indirettamente) felice Matteo Renzi: «Letta nel disinteresse dei più si inventò un Nuovo Pd, per sancire il ricongiungimento con gli scissionisti di Articolo Uno». Ma i coltelli da lanciare non erano finiti: per Parisi «dalla metafora del “campo largo” siamo passati al “campo allargato”, e, investendo sulla moltiplicazione di “tende” e tendine, siamo finiti all’accampamento. Non è di improvvisati accampamenti elettorali che c’è bisogno ma di una coalizione politica unita attorno ad un progetto che nel presente apra un futuro all’Italia». Ed è un grave «errore scambiare le primarie per la guida del partito con quelle per la guida della coalizione e quindi del governo». E mentre l’ex presidente della Regione Lazio e attuale eurodeputato Pd Nicola Zingaretti si spende in un’intervista per spiegare che è in corso una «sottovalutazione della fase della storia che stiamo attraversando» vincendo così l’ambitissimo (nel Pd) “premio supercazzola della giornata”, nella serata di venerdì “spalti gremiti al limite della capienza” nella romana Fondazione Besso per assistere al dialogo della inedita coppia formata da Elly Schlein e Mara Carfagna.
L’addio a Reviglio
«Sono Veviglio»: i più anziani giornalisti di economia ricordano ancora le telefonate dell’indimenticato ministro delle Finanze Franco Reviglio della Veneria, morto il 23 ottobre all’età di 90 anni. Quella “erre” che diventava una “evve” moscia era il terrore degli inviati delle tivù, che cercavano di fargli pronunciare parole semplici per non scatenare le ire dei «telespettatori plebei tassati da un nobile», come diceva un caporedattore di quella che una volta si chiamava “redazione economico-sindacale”. Lui non lo sapeva, ma Reviglio negli anni era stato anche definito come “conte Serbelloni Mazzanti Viendalmare”. Funerali sabato, nella sua amata Torino.

