La schiacciante vittoria del presidente Javier Milei nelle elezioni legislative di medio termine tenutesi il 26 ottobre in Argentina costituisce un evento per tutta l’America Latina che si riverbera nel resto del mondo. Con quasi il 41 per cento dei voti, ha sbaragliato l’opposizione guidata dai peronisti di Fuerza Patria piombati al 31,7 per cento, conquistando le sei province più popolose, in particolare Buenos Aires che costituisce il serbatoio elettorale più consistente ed era, fino a ieri, la roccaforte del peronismo progressista. Con questo risultato Milei non ottiene la maggioranza in parlamento (lunedì si è rinnovata solo metà della Camera bassa e un terzo del Senato), ma potrà contare su oltre un terzo dei seggi alla Camera e su un numero sufficiente di senatori per porre il veto sulle leggi dei suoi oppositori decisi a portare nuovamente l’Argentina nel baratro di stampo venezuelano. Inoltre, anche se peronisti rimangono il blocco più grande (per tre seggi) quando La Libertad Avanza si unisce al partito di centro-destra PRO dell’ex presidente Mauricio Macri il presidente dispone della maggioranza parlamentare a sostegno delle sue politiche libertarie.

Quella di Milei è una vittoria tutt’altro che scontata
Questo risultato – nonostante la bassa affluenza, ferma al 67,85 per cento -, non era affatto scontato, anzi oggi appare sorprendente. Le ultime settimane erano state drammatiche e la stella anarco-libertaria sembrava implodere in un buco nero. Nelle elezioni provinciali di Buenos Aires del 7 settembre, la coalizione di Milei aveva subito una batosta: appena il 34 per cento dei voti contro il 47 per cento dei peronisti. Sui mercati si era scatenato il panico: il peso argentino in poche ore registrava un tonfo a doppia cifra e i titoli del debito sovrano venivano risucchiati nella crisi di fiducia. In sostanza la gente temeva di rivivere un altro tipico ciclo politico-economico argentino: ogni fase di crisi profonda genera una leadership riformista che promette disciplina fiscale, apertura ai mercati e stabilità monetaria. All’inizio, l’entusiasmo e il sostegno internazionale producono risultati eccellenti: il peso si rafforza, l’inflazione rallenta, gli investimenti si rianimano, le esportazioni si rivitalizzano. Ma presto l’altra faccia delle riforme emerge: tagli alla spesa, perdita di potere d’acquisto, disoccupazione in aumento. Quello che era un progetto di modernizzazione viene percepito come un attacco alle classi medie e popolari. L’elettorato, impaurito e disilluso, volta le spalle ai riformatori e riporta al potere il peronismo, con la promessa di protezione e redistribuzione.

Il sostegno di Trump e gli avvertimenti di Washington
Milei aveva vinto le elezioni nel dicembre 2023 brandendo una sega elettrica nei comizi, con la promessa di riforme brutali, tagli di spesa radicali, e l’eliminazione della “casta”, la classe politica che prosperava sulle prebende pubbliche. Da allora, le riduzioni di spesa hanno fatto scendere l’inflazione mensile dal 13 al 2 per cento circa. La povertà è scesa al livello più basso dal 2018. Ma per innescare un processo di crescita robusta e duratura occorrono massicci investimenti finanziati da imponenti afflussi di capitali stranieri che si muovono solo se l’orizzonte temporale di stabilità politica, il rigore fiscale e protezione dagli espropri si estende per decenni, non per pochi mesi. E da settembre lo spettro del ritorno al peronismo si stagliava tetro sulle cailles di Baires. In questo clima da ultima spiaggia è intervenuto un sostegno straordinario da parte degli Stati Uniti. A metà ottobre, infatti, il Department of the Treasury ha finalizzato un accordo di scambio valutario (currency-swap) da 20 miliardi di dollari con la Banca Centrale argentina, per stabilizzare il peso e dare ossigeno ai mercati. Pochi giorni dopo, il segretario al Tesoro, Scott Bessent, annunciava che l’Amministrazione USA stava preparando un’ulteriore linea di sostegno per altri 20 miliardi di dollari finanziata dal settore privato o da fondi sovrani. Contemporaneamente Donald Trump metteva in chiaro che tale aiuto era condizionato al risultato elettorale del 26 ottobre. «No Milei, no money» è stato in sostanza l’avvertimento da Washington.

L’agenda riformista ora procede spedita
Gli argentini hanno capito che era l’ultima occasione per risalire la china e questa volta si sono tappate le orecchie al canto delle sirene peroniste. La vittoria consolida il percorso di straordinarie riforme economiche e deregolamentazioni implementato pervicacemente da Milei e attuate dal ministro Federico Sturzenegger (che le aveva preparate con un team di un centinaio di persone per oltre un anno).
Oltre all’abolizione di diversi ministeri tra cui quello della Pubblica Istruzione, un decreto ha modificato in un colpo solo oltre 300 norme economiche, semplificando il mercato del lavoro, aprendo il commercio interno ed estero, riducendo la richiesta di licenze e rimuovendo le barriere burocratiche. La vittoria elettorale rafforza la possibilità che l’agenda riformista proceda più spedita e che, con maggiore stabilità politica, gli investitori internazionali si riversino a sfruttare le enormi potenzialità del Paese. E tuttavia, le condizioni di partenza restano difficili: l’Argentina ha accumulato elevata instabilità monetaria, un’economia segnata da anni di recessione o stagnazione, un debito pubblico rilevante, e una società che ha già patito le conseguenze delle cure preventive sul lato dell’offerta. Il rischio di turbolenze sociali e politiche non è ancora scongiurato.
Il difficile equilibrio tra rigore e consenso
Se Milei riuscirà a mantenersi in equilibrio tra rigore e consenso, tra apertura internazionale e tutela delle fasce più vulnerabili, allora l’Argentina avvierà una fase nuova di sviluppo. In caso contrario, rischia di rimanere intrappolata in un circolo di aspettative frustrate e instabilità cronica. Finora l’azzardo su cui in pochi avrebbero scommesso sta ottenendo i risultati attesi. Un esperimento unico nel mondo contemporaneo per ribaltare decenni di statalismo e ridare ossigeno alla libertà economica tagliando le spese pubbliche inutili e dannose.
















