Il governo ha risposto alle critiche delle opposizioni sull’arresto in Libia di Osama Njeem Almasri, il comandante della Rada accusato di crimini di guerra e contro l’umanità dalla Cpi, spiegando che «l’Esecutivo italiano era bene a conoscenza dell’esistenza di un mandato di cattura emesso dalla Procura Generale di Tripoli a carico del libico Almasri già dal 20 gennaio 2025». Fonti governative precisano che in quella data il ministero degli Esteri italiano aveva ricevuto «pressoché contestualmente con l’emissione del mandato di cattura internazionale della Procura presso la Corte Penale Internazionale dell’Aja, una richiesta di estradizione da parte dell’Autorità giudiziaria libica». Almasri era stato arrestato in Italia il 19 gennaio a Torino ma, due giorni dopo, era stato liberato e rimpatriato a Tripoli. Oggi è in detenzione preventiva in attesa di giudizio.
I documenti dell’indagine sul rimpatrio di Almasri smentisce la replica del governo
Tuttavia, Repubblica ricostruisce che «la richiesta di estradizione della Libia è arrivata quando Almasri era stato già rimpatriato» e che «si trattava di una richiesta meramente strumentale, priva di qualsiasi documento giustificativo: non avrebbe mai potuto trovare accoglimento». È quanto si legge nei documenti allegati all’inchiesta sulla scarcerazione e il rimpatrio di Almasri. Secondo i magistrati, la richiesta di estradizione tradotta in italiano era stata trasmessa al ministero della Giustizia solo il 22 gennaio. «Nel momento che la persona era già fuori dal territorio nazionale e, o meglio, già rientrata in Libia», fanno notare i giudici. C’era poi stata l’ammissione durante l’interrogatorio della capo di gabinetto del ministro Carlo Nordio, Giusi Bartolozzi: «Io quella richiesta non l’ho mai avuta in mano… La valutazione per noi era prima ancora politica, che non altro».
