Libia e crescita economica al centro del vertice Conte-Merkel

Il premier riceve la cancelliera a Roma. Dal dossier immigrazione alla necessità di rafforzare la governance europea: i temi sul tavolo.

Dalla crisi libica al dossier immigrazione, passando per il rafforzamento della governance europea. Sono i temi più importanti al centro dell’incontro in programma l’11 novembre a Roma tra il premier Giuseppe Conte e la cancelliera tedesca Angela Merkel. Ma la cena di lavoro arriva anche in concomitanza con le battute finali della trattativa su Alitalia. Trattativa che coinvolge anche il colosso tedesco Lufthansa. Ed è dunque probabile che finisca sul tavolo dell’incontro. Prima a due, e poi allargato alle delegazioni al completo.

Il dossier libico e quello sui migranti saranno tra i temi principali, a una settimana dal summit di Berlino “Compact with Africa“, che avrà la Libia come tema chiave e vedrà anche la partecipazione di Conte. Sulla questione, Italia e Germania sono in sintonia: entrambe contrarie a qualsiasi soluzione diversa da quella politica, entrambe convinti della necessità di un meccanismo europeo di redistribuzione dei migranti. Non a caso, il 10 novembre, il ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha ringraziato Berlino per la solidarietà mostrata in questi ultimi mesi per il ricollocamento di chi sbarca sulle coste italiane.

UNA RISPOSTA «COESA» CONTRO I DAZI USA

Ma Merkel e Conte parleranno anche di economia. La Germania è in recessione tecnica. L’Italia rallenta. Per Berlino e Roma, i dazi Usa impongono una risposta organica e «coesa» di tutta l’Ue. Un’Ue che – e questo sarà la posizione di Conte – è chiamata ad allargare le maglie su investimenti per crescita e occupazione. In questo contesto s’inserisce la necessità, caldeggiata dall’Italia e sostenuta dalla Germania, di un rafforzamento della “governance” economica europea, da mettere in atto sfruttando l’inizio della nuova legislatura Ue.

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Garrone scioglie la riserva: non correrà per il dopo Boccia

Il presidente del Sole 24 Ore abbandona l'idea di candidarsi alla guida di Confindustria. Ma la soddisfazione di Carlo Bonomi che temeva la sua concorrenza al Nord è durata poco. Gira voce che a scendere in campo sarà la torinese Licia Mattioli.

Ha scelto la sua Genova per manifestare la decisione di non concorrere alla successione di Vincenzo Boccia. C’era attesa per la scelta di Edoardo Garrone: lasciare la presidenza del Sole 24 Ore e mettersi in gara per la presidenza di Confindustria o giocare in difesa e tenersi fuori dalla mischia? Dopo averci pensato su molto, lasciando intendere che lo avrebbe fatto ora che era infastidito di essere indicato come il candidato del presidente uscente, cui certo non verrà riservata una standing ovation, alla fine ha scelto di restare a casa. Lo ha detto, privatamente, allo stesso Boccia, al presidente della Piccola Industria, Carlo Robiglio, e al presidente di Confindustria Genova nonché suo parente, Giovanni Mondini, in occasione del Forum della Piccola Industria che si è svolto sabato 9 novembre nel capoluogo ligure presso Ansaldo Energia, ospiti del past president genovese Giuseppe Zampini.

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LICIA MATTIOLI, UNA NUOVA PREOCCUPAZIONE PER BONOMI

Naturalmente la notizia è immediatamente rimbalzata a Milano, dove Carlo Bonomi attendeva ansioso di sapere cosa avrebbe fatto Garrone. Anche se il presidente di Assolombarda non ha (ancora) formalizzato la sua candidatura, è ormai sceso apertamente in campo. E temeva la concorrenza del presidente del Sole, che avrebbe spaccato il fronte del Nord che Bonomi, a torto o a ragione, ritiene di poter coalizzare sul suo nome. Ma la sua soddisfazione per non avere tra i piedi Garrone è durata poco. Nel giro di ore è infatti subito esplosa la voce che a scendere in campo sarebbe stata la torinese Licia Mattioli, ora vicepresidente nazionale con lo specifico incarico dell’internazionalizzazione. Una candidatura su cui lo stesso Boccia si è affrettato a mettere cappello. 

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

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La memoria corta degli ex comunisti italiani

In occasione della caduta del Muro di Berlino in molti ex si sono affannatti a prendere le distanze con il loro passato. Ed è questo sentimento di vergogna una delle cause delle sconfitte della sinistra di oggi.

L’anniversario della caduta del Muro di Berlino è stato ricordato con articoli, interviste, speciali televisivi (ottimo quello di Ezio Mauro), confessioni di dirigenti del Pci e testimonianze varie. Tutti protagonisti, todos caballeros.

Accade, non so se solo in Italia, che i grandi fatti storici abbiamo ormai numerosi personaggi che rivelano di aver svolto ruoli che nell’anniversario dell’evento nessuno aveva preso in considerazione. Capita così di leggere che moltissimi italiani, e fra questi moltissimi comunisti, abbiano abbattuto il Muro assieme a quei poveri disgraziati di Berlino Est.

Mi capita spesso anche di ascoltare racconti sulla politica del Pci e su l’Unità di chi sostiene di aver vissuto da protagonista quelle pagine ed io (che c’ero) non mi ricordo della loro esistenza o soprattutto del loro ruolo. Stranezze!

C’È ANCORA CHI CONFONDE IL PCI CON IL COMUNISMO DELL’EST

Due cose mi colpiscono di questi racconti. Una è la prosopopea di intellettuali e giornalisti di destra, spesso con un netto profilo fascista, che sono saliti in cattedra come maestri di libertà. L’altro è l’imbarazzo dei comunisti, ex o post. Mi interessano questi ultimi.

Molti oggi sembrano non capire perché sono stati comunisti e si affannano o a negare di esserlo stati ovvero a pentirsi di aver fatto questa scelta di vita

Si coglie, leggendo interviste e memorie, che tutti loro (tranne ovviamente quelli che non hanno cambiato idea) non capiscono perché sono stati comunisti e si affannano o a negare di esserlo stati ovvero a pentirsi di aver fatto questa scelta di vita, talvolta giovanile. Ci sono pezzi di verità in queste imbarazzanti ricostruzioni autobiografiche. Una delle verità è che il comunismo italiano non era la fotocopia di quello dell’Est, cosa che sanno tutti tranne Matteo Salvini, Matteo Renzi e Silvio Berlusconi. Ce ne siamo fatti una ragione. Tuttavia resta il buco nell’anima di chi si ritrova con una biografia di cui oggi si imbarazza. A me non è capitato.

IL PCI È STATA UNO SCUOLA POLITICA E DI VITA

Io sono stato comunista e comunista nel Pci. Ho anche avuto un breve trascorso nel Psiup, militando in una segreteria nazionale dei giovani in cui c’erano Mauro Rostagno, Luigi Bobbio e Pietro Marcenaro, e da quel partito ne sono uscito dopo i carri armati di Praga che i dirigenti pisuppini non criticavano abbastanza. L’intera mia vita di cittadino ha coinciso con quella del mio partito, quando decisi, adolescente, che era arrivato il momento di schierarmi con la sinistra e formarmi, da solo, alla cultura marxista e leninista. Metto la “e” e non il trattino.

Alcuni momenti della ‘Festa de l’Unità’ di Firenze nell’edizione del 1948.

Nessuno mi ha ingannato, come sembrano dire molti comunisti pentiti di oggi, e tornassi indietro farei le stesse cose, più o meno. Diventai comunista perché al Sud l’alternativa era la destra neofascista, aggressivissima, e l’altra alternativa era la “clientela” democristiana, ma soprattutto perché il comunismo e il suo partito sembravano il luogo e il mezzo del riscatto. Mi/ci muoveva l’ansia per una società diversa, egualitaria, solidale e internazionalista.

Nel Pci ho imparato a essere un cittadino rispettoso della Costituzione e delle legalità

Non c’è una sola battaglia, un solo sciopero, un solo corteo che non rifarei. Nessuno dei miei compagni e compagne dell’epoca è stato un incontro inutile. Nel Pci ho imparato a essere un cittadino rispettoso della Costituzione e delle legalità. Ho imparato anche che per lasciare libere le ambizioni bisognava anche disciplinarsi e tener conto degli altri. Ho imparato a obbedire e comandare. A provare la gioia della promozione e l’amarezza della caduta. Ho imparato che in questa gara per diventare dirigente era fondamentale studiare molto e non aver paura, fisicamente, di niente.

I COMUNISTI ITALIANI NON SI SENTIVANO STRANIERI IN PATRIA

Non butto via niente di quel passato. Tutto ciò non è avvenuto per una “fede”. Non siamo stati un gruppo neo-catacumenale. La fidelizzazione verso il partito era molto laica. Lo rispettavamo, era casa nostra e questo partito, a differenza di quello che accadeva ai ragazzi di destra, non ci spingeva a considerarci estranei alla nostra patria rinata con la Liberazione e la Costituzione. Quando il partito ci impose di mettere sempre accanto alla bandiera rossa quella italiana, pochissimi di noi recalcitrono.

Enrico Berlinguer nel 1984 durante una manifestazione del Pci.

Siamo cresciuti, noi che fummo poi quelli del ’68, avendo di fronte un gruppo dirigente comunista ineguagliabile, con intellettuali-politici di straordinaria cultura (ascoltare Paolo Bufalini, Alessandro Natta: che vi siete persi!), persone che stavano in mezzo al popolo e ti giudicavano in base al fatto che anche tu sapevi stare lì. E poi il carisma inspiegabile di Enrico Berlinguer, che era forse un gradino al di sotto di Giorgio Amendola e Pietro Ingrao sul piano della profondità culturale, ma rappresentava i valori di tenacia, generosità, onestà che volevamo fossero le nostre bandiere.

LE SCONFITTE DELLA SINISTRA PARTONO DALLA VERGOGNA VERSO IL PASSATO

Ecco io sono stato comunista. Di che mi dovrei pentire? Posso elencare gli errori del partito (dal legame con l’Urss fino ai pessimi rapporti con Bettino Craxi) ma che cosa c’è oggi che sia superiore a quel che eravamo? La nostra fine è stata una malattia autoprodotta.

Massimo D’Alema con Achille Occhetto e Piero Fassino in un’immagine d’archivio del 3 febbraio 1991 a Rimini, durante il 20/mo e ultimo congresso del Pci, che sarebbe diventato Pds.

Non abbiamo visto che il mondo accelerava, molte cose non le abbiamo percepite, siamo arrivati alla scelta della Bolognina tardi e male. Ma noi ci siamo arrivati. Tanti saccenti di oggi, comunisti pentiti, intellettuali liberali, addirittura “destri” che ci governeranno nel prossimo futuro non hanno mai messo in discussione le proprie certezze, la propria storia come abbiamo fatto noi.

Il popolo comunista non c’è più, il Pd non è la sua ultima ridotta,

Oggi persino dire “noi” è esagerato. Il popolo comunista non c’è più, il Pd non è la sua ultima ridotta, siamo sparsi nella società ma, a modo nostro, ci siamo. Ecco perché ogni volta che vedo un compagno (spesso si tratta solo di maschi) che si ri-pente, che si vergogna di quel che è stato, che raffigura la sua/nostra storia secondo categorie ridicole (una chiesa, una struttura autoritaria, un mondo di conservatori) capisco le ragioni delle sconfitte di oggi e domani. Mi chiedo solo come sia potuto succedere che un partito che ha avuto alcuni milioni di iscritti e oltre una decina di milioni di voti sia stato così affollato di idioti che erano capitati lì per caso.

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Le condizioni di Conte ad ArcelorMittal su scudo e destino dell’ex Ilva

Dura presa di posizione del presidente del Consiglio contro il colosso indiano: «Prima di ogni richiesta rispettino gli impegni». E annuncia: «Pronti alla battaglia legale».

Il futuro dell’ex Ilva e il ruolo di ArcelorMittal restano ancora sospesi. Per il momento il governo sembra voler mantenere la linea della fermezza con il gruppo indiano. Posizione confermata anche dal premier Giuseppe Conte in un’intervista a Il Fatto Quotidiano.

«Soltanto se Mittal venisse a dirci che rispetterà gli impegni previsti dal contratto – cioè produzione nei termini previsti, piena occupazione e acquisto dell’ ex Ilva nel 2021 – potremmo valutare una nuova forma di scudo», ha spiegato il capo del gooverno.

Conte ha parlato anche di «un nuovo incontro a breve con i titolari» e annunciato una «battaglia legale: un procedimento cautelare per ottenere dal Tribunale di Milano una verifica giudiziaria sulle loro e le nostre ragioni entro 7-10 giorni».

PRESTO VERTICE COI LEADER DI MAGGIORANZA

Nel corso dell’intervista Conte ha anche tracciato le mosse della maggioranza dopo la complicata gestione della finanziaria: «Dopo il varo della manovra», ha spiegato il premier, «ho già programmato di invitare i quattro leader della maggioranza a un week-end di lavoro: tutti parleranno fuori dai denti, poi raccoglieremo i rispettivi obiettivi, metteremo giù un cronoprogramma dettagliato perché tutti si impegnino sul che fare e sul quando farlo nei prossimi tre anni e mezzo». «Ora bisogna rinunciare a dichiarazioni estemporanee, smarcamenti tattici» e «marciare compatti», ha aggiunto.

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L’andamento della Borsa italiana e lo spread dell’11 novembre 2019

Attesa per l'apertura delle contrattazioni a Piazza Affari. Spread intorno a quota 145 punti. I mercati in diretta.

La Borsa italiana riparte dalla chiusura leggermente positiva di venerdì 8 novembre quando l’indice Ftse Mib aveva terminato le contrattazioni in aumento dello 0,13% a 23.534 punti.

Nell’ultima seduta della settimana a Milano si erano mostrati tonici Enel e Tim, mentre le banche avevano mostrato una certa deobolezza: Ubi (-4,8%), Banco Bpm ha perso il 3%, con Mps in calo finale del 2,3%, Unicredit di un punto e mezzo percentuale e tutte le banche che hanno accusato la debolezza dei bond ‘made in Italy’.

SPREAD INTORNO A QUOTA 145 PUNTI BASE

Lo spread tra Btp e Bund l’8 novembre aveva chiuso a 145 punti base dopo aver toccato un massimo di seduta a quota 150, il livello più alto dal 12 settembre scorso. Il rendimento del Btp decennale è pari all’1,18%.

I MERCATI IN DIRETTA

7.14 – CHIUSURA BORSA DI TOKYO IN CALO

La Borsa di Tokyo termina la prima seduta della settimana col segno meno, con gli investitori che fanno scattare le prese di profitto quando l’indice è ai massimi in un anno, mentre l’attenzione torna a concentrarsi sulle negoziazioni del commercio internazionale in corso tra Cina e Usa. Il Nikkei mostra una variazione negativa dello 0,26%, a quota 23.331,84, e una perdita di 60 punti. Sul mercato valutario lo yen si stabilizza con il dollaro, poco sopra a 109, e sull’euro a 120.

6.40 – HONG KONG AFFONDA SOTTO IL PESO DEGLI SCONTRI

La Borsa di Hong Kong amplia le perdite a causa dei violenti scontri in corso tra attivisti pro-democrazia e polizia in corso dalle prime ore del mattino, finiti anche stabilmente nel distretto finanziario della città: intorno alle 13:30 locali, le 6:30 in Italia, l’indice Hang Seng perde 624,79 punti, a quota 27.026,35, cedendo il 2,26%, dopo essersi risollevato da un minimo intraday a -2,50% circa.

3.16 – APERTURA DEBOLE PER HONG KONG

La Borsa di Hong Kong ha aperto gli scambi con una brusca correzione scontando i violenti scontri della mattinata tra polizia e manifestanti, impegnati a bloccare la circolazione stradale, e con gli agenti che hanno sparato colpi di pistola ferendo almeno due persone: l’Hang Seng cede l’1,05%, a 27.361,41 punti. In frenata anche Shanghai e Shenzhen, i cui indici Composite cedono, rispettivamente, lo 0,93% (a 2.936,75 punti) e l’1,21%, a quota 1.628,67.

1.16 – APERTURA BORSA DI TOKYO IN RIALZO

La Borsa di Tokyo ha aperto la prima seduta della settimana in lieve aumento, con l’attenzione degli investitori che si concentra ancora una volta sulle negoziazioni in corso tra Cina e Stati Uniti, auspicando un esito favorevole dell’accordo sul commercio internazionale. L’indice Nikkei evidenzia una variazione positiva dello 0,20%, a quota 23.439,48, aggiungendo 47 punti. Sul mercato valutario lo yen si stabilizza, al cambio con il dollaro a 109,20 e sull’euro a 120,30.

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Hong Kong, la polizia spara e ferisce due manifestanti

Due giovani attivisti pro-democrazia sono rimasti feriti in mattinata dopo uno scontro con gli agenti. Uno dei due sarebbe stato colpito al petto da alcuni colpi d'arma da fuoco.

Violenti scontri nella mattinata dell’11 novembre a Hong Kong tra polizia e manifestanti, impegnati a bloccare la circolazione stradale: almeno due persone sarebbero state colpite da colpi di pistola sparati dagli agenti a Sai Wan Ho.

Quello più grave, un ragazzo 21enne, è stato colpito da un colpo di pistola ravvicinato sparato da un agente di polizia: il ragazzo, raggiunto al petto, è stato prima soccorso e portato via che era ancora cosciente e poi operato d’urgenza. Attualmente, è in terapia intensiva dove è sotto stretta osservazione, riferiscono i media locali.

Nel frattempo per le strade dell’ex colonia britannica resta alta la tensione. Gli agenti in assetto anti sommossa hanno lanciato cinque raffiche di lacrimogeni a Pedder Street, nel cuore della città con molti uffici, tentando di disperdere i manifestanti che in piccoli gruppi stanno cercando di bloccare i mezzi trasporto creando barricate sulle principali vie in diversi distretti.

Per la terza volta in 5 mesi, da quando a giugno sono iniziate le proteste contro la legge sulle estradizioni in Cina trasformatesi poi in anti-governative e pro-democrazia, la polizia ha usato armi da fuoco con feriti. Il primo ottobre, infatti, uno studente è stato colpito al petto dopo l’assalto dei manifestanti a un gruppetto di agenti rimasto isolato, mentre pochi giorni dopo è stata la volta di un 14enne colpito alla gamba: entrambi sono stati poi arrestati.

ALTA TENSIONE DOPO LA MORTE DI UN 22ENNE

La tensione è salita dopo la morte di venerdì 8 novembre di Chow “Alex” Tsz-lok, studente di 22 anni, prima vittima delle proteste: il ragazzo è deceduto a seguito dei traumi riportati cadendo da un parcheggio, nella notte tra il 3 e 4 novembre scorsi, secondo modalità ancora tutte da chiarire mentre cercava di sfuggire all’assalto della polizia con i lacrimogeni a Tseung Kwan. Nel fine settimana si sono tenute veglie e sit-in in memoria di Chow, con la chiamata a manifestazioni spontanee e allo sciopero generale. Poi, scontri con la polizia e atti vandalici che hanno preso di mira soprattutto le stazioni della metro.

WONG: «CITTÀ IN STATO DI POLIZIA»

Durissimo il commento di Joshua Wong, leader del ‘movimento degli ombrelli’ del 2014 e tra gli attivisti più in vista del fronte pro-democrazia: «È doloroso vedere la città caduta in uno stato di polizia». In altri tweet Wong ha pubblicato immagini degli scontri tra i quali un video amatoriale in cui si vede un agente in moto che cerca di investire gli attivisti vestiti di nero.

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Caos in Bolivia: l’esercito fa dimettere Morales

Dopo tre settimane di proteste nel Paese, le forze armate hanno chiesto al presidente di lasciare l'incarico.

Il presidente della Bolivia Evo Morales si è dimesso. Quello che sembrava uno dei capi di Stato di maggiore successo in America latina, ha visto il potere sfuggirgli dalle mani in pochi giorni, per una crescente pressione dell’opposizione interna, formata da partiti tradizionali e comitati civici radicati nelle città da sempre a lui ostili, a cui si sono uniti alla fine anche settori operanti nell’area privata di agricoltura e miniere. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata quando alle grida dell’opposizione si sono associati anche i vertici delle forze armate e della polizia che oggi – dopo che Morales aveva annunciato nuove elezioni sulla scia delle massicce contestazioni seguite alla sua vittoria alle presidenziali del 20 ottobre – gli hanno chiesto di abbandonare l’incarico «per il bene del Paese».

Prendendo tutti alla sprovvista, Da La Paz, a bordo dell’aereo presidenziale, Morales si è spostato a Chimorè – città a lui cara nel dipartimento di Cochabamba, per annunciare al popolo boliviano la decisione di dimettersi. Fonti giornalistiche locali, vedendo il presidente imbarcarsi subito dopo la richiesta dei vertici militare di lasciare l’incarico, avevano ipotizzato che stesse abbandonando il Paese diretto in Argentina. Morales ha spiegato, in una breve dichiarazione che la decisione di dimettersi derivava dall’«obbligo di operare per la pace». «Mi fa molto male», ha detto Morales, «che ci si scontri fra boliviani e che alcuni comitati civici e partiti che hanno perso le elezioni abbiano scatenato violenze ed aggressioni».

«È per questa ed altre ragioni che sto rinunciando al mio incarico inviando la mia lettera al Parlamento plurinazionale», ha concluso. In mattinata Morales aveva annunciato che si sarebbe votato di nuovo, a seguito anche del fatto che l’Organizzazione degli Stati americani (Osa), incaricata di indagare lo scorso processo elettorale, aveva pubblicato un rapporto in cui rendeva noto di aver constatato la presenza di irregolarità anche gravi, e proponeva di convocare un nuovo voto sotto la responsabilità di un rinnovato Tribunale supremo elettorale (Tse). Lodando il lavoro della sua squadra, il segretario generale dell’Osa, Luis Almagro, aveva però voluto precisare che «i mandati costituzionali in Bolivia non debbono essere interrotti, compreso quello del presidente Morales».

Tuttavia l’annuncio del capo dello Stato non ha avuto l’effetto sperato di calmare le proteste che da tre settimane hanno sconvolto la vita dei boliviani toccando anche la polizia, in parte ammutinatasi, e causando almeno tre morti e centinaia di feriti. Con Morales che è arrivato a parlare di “golpe fascista” dopo che le case dei governatori di Chuquisaca ed Oruro e quella di sua sorella sono state date alle fiamme. I partiti di opposizione, e ancora di più i comitati civici guidati dal presidente del ‘Comité pro Santa Cruz’, Luis Fernando Camacho, hanno sfruttato le parole del capo dello Stato per forzarne il più presto possibile l’uscita di scena, ricordando l’esito di un referendum che respinse la sua richiesta di candidarsi per un quarto mandato.

Così l’ex presidente Carlos Mesa, leader del partito Comunidad Ciudadana giunto secondo nel voto del 20 ottobre, ha dichiarato che «nel nuovo processo elettorale annunciato oggi, il presidente Morales ed il suo vice, Alvaro Garcia Linera, non potranno essere candidati». Ed ha aggiunto che il rapporto preliminare dell’Osa «ha evidenziato irregolarità da molto gravi a indicative, cosa che per noi significa che vi sono stati brogli di cui il capo dello Stato è responsabile». Più dura, se possibile, la posizione di Camacho, che aveva anticipato che lo sciopero a tempo indeterminato indetto dai comitati civici sarebbe continuato fino alla rinuncia del presidente Morales e del suo vice Garcia Linera. Il leader dei comitati civici aveva infine chiesto «le dimissioni di tutti i deputati e senatori» e dei membri del Tribunale supremo elettorale (Tse). Quando questo avverrà, aveva aggiunto, dovrà assumere la guida del Paese una Giunta di governo eletta fra personaggi di rilievo boliviani.

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Elezioni in Spagna: Sanchez e l’eterna rincorsa del governo

Il partito socialista del "guapo" resta la prima forza politica ma passa da 123 a 120 seggi. E la maggioranza resta un rebus.

Un percorso politico da montagne russe: da giovane deputato poco noto alla guida del partito socialista spagnolo, fino alla Moncloa, dove però non riesce a insediarsi stabilmente. Pedro Sanchez ha confermato la sua tenacia anche in uno dei momenti di maggiore incertezza nella politica spagnola e ha puntato dritto all’obiettivo di restare a capo di un governo monocolore, preferendo il rischio al compromesso al ribasso. Ma il risultato delle urne non lo ha premiato: rimane il primo partito ma passa da 123 a 120 seggi. Quarantasette anni, economista, madrileno, Sanchez è soprannominato ‘el guapo’ (il bello), ma secondo alcuni non è un campione in fatto di carisma. Eppure, con la sua pacatezza e il perfetto inglese notato da molti sembra essersi cucito addosso il ruolo del resistente (del resto la sua autobiografia si intitola Manuale di Resistenza) dopo una carriera politica quantomeno travagliata.

L’ASCESA NEL PARTITO SOCIALISTA

Professore universitario ed ex giocatore di basket, sposato e con due figlie, Pedro entra a far parte del Psoe a 21 anni, nel 1993. È consigliere comunale nella sua Madrid e poi deputato, prima di tentare la scalata del partito candidandosi alle primarie, nel 2014. Finanzia la sua campagna con il crowdfunding, viaggia con la sua auto per migliaia di chilometri per raccogliere voti e dorme nelle case dei militanti. Gli iscritti lo premiano, eleggendolo segretario generale: un volto nuovo per salvare un Psoe quasi sempre al governo nella Spagna post-franchista ma punito per la gestione della crisi economica nelle elezioni del 2011, vinte dai Popolari. Sembra incarnare la speranza, ma le cose non vanno per il verso giusto e con Sanchez candidato premier nel 2015 il Psoe ottiene i peggiori risultati di sempre. Stesso scenario nel voto anticipato dell’anno successivo, per cui è costretto a farsi da parte.

IL RAPPORTO TRAVAGLIATO CON GLI INDIPENDENTISTI

La sua carriera politica sembra arrivata già al capolinea ma lui non ci sta e si ripresenta alla primarie. Riesce a convincere nuovamente la base con lo slogan ‘no è no’ ad un dialogo con i popolari di Mariano Rajoy e prevale. Quando il Pp viene travolto da uno scandalo di corruzione, nel maggio 2018, Sanchez presenta una mozione di sfiducia e il 2 giugno giura davanti al re. Ma alla Moncloa resiste soltanto otto mesi: i partiti indipendentisti gli ritirano la fiducia per la sua contrarietà a discutere la convocazione di un referendum sull’autodeterminazione della regione. A quel punto gioca d’anticipo e convoca nuove elezioni, le terze in meno di quattro anni, sperando in un mandato popolare che lo confermi alla Moncloa.

LA DECISIONE DI TORNARE ALLE URNE

Davanti però si trova l’avanzata dell’ultradestra di Vox e una Spagna provata dall’instabilità: il 28 aprile 2019 il Psoe viene incoronato primo partito ma non ha la maggioranza necessaria per governare da solo. Sanchez ancora una volta sceglie di tirare dritto verso l’obiettivo: con Podemos non c’è dialogo, con Ciudadanos bruciano ancora le ferite di una tesissima campagna elettorale. La quadra non si trova, il governo con l’appoggio esterno non si fa e dopo mesi di tentativi il premier è costretto a indire nuove elezioni: un’altra prova di resistenza.

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Le elezioni in Spagna incoronano l’ultradestra di Vox

Gli estremisti raddoppiano i seggi in parlamento e diventano il terzo partito. Il leader Abascal ha scommesso sul nazionalismo in piena crisi catalana e ha portato a casa il risultato.

«Questo è solo l’inizio. Vox è qui per rimanere!», esultava Santiago Abascal nella notte del 28 aprile scorso. Aveva vinto la scommessa di portare l’estrema destra nel parlamento spagnolo per la prima volta nella sua storia democratica, ma la sfida non era finita. Sei mesi dopo, i 24 deputati in Congresso sono più che raddoppiati, e il suo partito è diventato la terza forza dopo socialisti e popolari, grazie anche alle crepe lasciate nella politica dal recente acuirsi della crisi catalana. Abascal ha chiuso la campagna elettorale fra migliaia di sostenitori avvolti nella bandiera spagnola, ha promesso di battersi per mantenere la Spagna unita e ha chiesto il voto «di tutti», proponendosi come «l’alternativa patriottica». In molti, moltissimi gli hanno dato ascolto. Così se sei mesi fa, nelle elezioni dell’exploit, Abascal aveva attirato a sé anche la protesta e l’onda dell’antipolitica, questa volta l’establishment lo corteggia, lo stesso del resto in cui il leader di Vox è cresciuto. Nato nel 1976 a Bilbao, diventa membro del Partido Popular a 18 anni. Ed è anche una storia di famiglia per Abascal, figlio e nipote di politici locali, il padre con i popolari e il nonno sindaco durante il periodo franchista. È la traccia che ripercorre anche Santiago, eletto due volte nel parlamento basco per il Pp. Con cui però rompe nel 2013. Le differenze sono ormai troppe con la leadership di Mariano Rajoy e su troppi temi, dagli scandali per corruzione fino alle posizioni sull’indipendentismo. Si unisce quindi a Vox agli albori della formazione nel 2014 e mentre questa compie i primi passi nei governi locali. Nel settembre di quell’anno Abascal diventa presidente del partito con il 91% di preferenze fra i suoi militanti. A fargli da sponda l’emergere anche altrove nel mondo di figure politiche e formazioni di cui condivide priorità e parole d’ordine: si dichiara infatti fan di Donald Trump e, da questa parte dell’Oceano, di Marine Le Pen e Matteo Salvini. Poi il clamoroso risultato dell’ultradestra in Andalusia nel 2018 – con conseguente coalizione di destra – crea il caso e Abascal vede a quel punto la strada spianata verso Madrid. Fino ad oggi, con Vox che in pochi mesi sembra ormai essere percepito come una sorta di nuova normalità. «Cresce come la schiuma», dicono alcuni osservatori descrivendo la cavalcata nella breve ma intensa campagna elettorale dominata dalla crisi catalana. E Abascal si trovava già al posto giusto, nel momento giusto.

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I risultati delle elezioni in Spagna del 10 novembre 2019

Il Psoe si conferma primo partito, ma il centrodestra supera i socialisti come coalizione. Boom dei nazionalisti di Vox, che raddoppiano i seggi rispetto alla tornata di aprile.

Secondo un sondaggio realizzato dalla televisione spagnola Rtve, nel voto del 10 novembre 2019 i socialisti sono in testa ma senza maggioranza. Il Psoe del premier Pedro Sanchez è confermato primo partito, ma senza i numeri necessari per formare un governo stabile. Guadagnano tutti i partiti di destra, a partire da Vox. I socialisti spagnoli del Psoe conquisterebbero fra i 114 e i 119 seggi al Congresso (rispetto ai 123 uscenti). Secondo il Partido Popular, al quale il sondaggio attribuisce fra gli 85 e i 90 deputati, mentre Vox ne otterrebbe fra i 56 e i 59. Nessuno ha la maggioranza necessaria per governare.

EXPLOIT DI VOX

Se i numeri venissero confermati, Vox avrebbe ottenuto più del doppio dei 24 seggi che aveva avuto alle elezioni dello scorso aprile, diventando la terza forza della politica spagnola dopo socialisti e popolari.

La formazione del parlamento spagnolo secondo la prima rilevazione (sondaggio: Gad3. Elaborazione: ElPais).

Questi i seggi ottenuti dai partiti secondo la rilevazione: PSOE: 114-119 / PP: 85-90 / Vox: 56-59 / Podemos: 30-34 / Cs: 14-15 / ERC: 13-14 / Junts: 6-7 / PNV: 6-7 / CUP: 3-4 / Bildu: 3-4 / Más País: 3 / Navarra Suma: 2 / Coalición Canaria: 1-2 / Otros: 1-3

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