Dopo 16 anni è finito il regno di Viktor Orban: l’Ungheria ha un nuovo primo ministro: Péter Magyar. Ex fedelissimo dell’ormai ex premier, ha 45 anni ed è il leader di Tisza, finora il principale partito di opposizione, sempre di centrodestra ma più europeista di Fidesz. Ecco il profilo dell’uomo che ha sconfitto Orban.
Viktor Orban (Ansa).
Magyar è nato in una famiglia conservatrice di alto profilo
Magyar è nato il 16 marzo 1981 a Budapest, in una famiglia conservatrice dell’élite urbana di cui Orban ha sempre rimarcato di non far parte: il nonno era un noto avvocato e conduttore tv e la madre una giurista dell’Alta corte, mentre il fratello di sua nonna – nonché suo padrino di battesimo – era l’ex presidente della Repubblica Ferenc Mádl.
Entrato in Fidesz nel 2022, è stato sposato con l’ex ministra Varga
Di professione avvocato, Magyar è entrato in Fidesz nel 2002: quattro anni dopo, da praticante, partecipò alla rappresentanza legale gratuita dei manifestanti che erano stati picchiati dalla polizia durante il governo di sinistra di Ferenc Gyurcsany. Nel 2006 ha sposato la collega di partito Judit Varga, con cui poi si è trasferito per diversi anni a Bruxelles, lui con un incarico diplomatico e lei come assistente dell’eurodeputato János Áder. Nel 2015 ha ricevuto anche l’incarico di gestire i rapporti tra il Governo Orbán e il Parlamento europeo. La coppia, che intanto aveva avuto tre figli, era poi rientrata in Ungheria nel 2018: Magyar sarebbe entrato nel cda di diverse aziende di Stato, mentre Varga sarebbe arrivata nel 2019 ad assumere la carica di ministra della Giustizia.
Judit Varga (Ansa).
Lo strappo del 2024 e il dito puntato contro il governo di Orban
Tutto cambia a febbraio del 2024, quando esplode lo scandalo della grazia presidenziale concessa da Katalin Novák (alleata strettissima di Orbán) a un ex funzionario coinvolto in una vicenda di pedofilia. Varga, all’epoca ancora ministra della Giustizia (e già separata da Magyar) aveva controfirmato la grazia come previsto dalla procedura. Risultato? Dimissioni di Novak e ritiro di Varga dalla politica. Magyar, ancora formalmente dentro il sistema, colse la palla al balzo e in un durissimo post su Facebook accusò il governo di «nascondersi dietro le gonne delle donne» (dell’ex presidente e della sua ex moglie). Pochi giorni dopo annunciò le dimissioni da tutti gli incarichi pubblici, iniziando una campagna di denuncia contro la deriva del “sistema Orbán”. «Ho vissuto dentro la macchina per 20 anni e ora la racconto dall’interno», disse.
L’adesione a Tisza e l’exploit delle elezioni europee del 2024
A metà marzo 2024 Magyar annunciò l’intenzione di fondare un nuovo partito di opposizione. Alla fine decise alla fine di aderire al Partito del Rispetto e della Libertà (Tisza), già esistente, assumendone la leadership in vista delle Europee di quell’anno, in cui la formazione politica ottenne quasi il 30 per cento. Da allora eurodeputato e membro del Ppe, Magyar è infine riuscito a spodestare Orban. E in modo netto: Tisza ha infatti ottenuto la maggioranza dei due terzi in Parlamento, necessaria per abrogare le leggi dell’era Orbán.
Peter Magyar all’Europarlamento (Ansa).
Cosa aspettarsi da Magyar, più europeista di Orban ma pur sempre conservatore
Magyar si definisce un conservatore “anti-sistema”, nato e cresciuto all’interno di esso. In campagna elettorale ha promesso il ripristino dello stato di diritto, di combattere la corruzione, lo sblocco immediato dei fondi Ue congelati da Bruxelles e l’ingresso nell’eurozona entro il 2030, oltre alla riduzione della dipendenza energetica dalla Russia entro il 2035. Ma sul tema caldo dei migranti, Magyar intende essere ancor più duro del suo predecessore, con l’abolizione del programma dei lavoratori stranieri extra-UE. Sull’Ucraina la sua posizione è cauta: no alle armi a Kyiv e niente ingresso rapido nell’Ue.
Donald Trump spara a zero su Papa Leone, primo pontefice americano, definendolo «debole sul fronte della criminalità e pessimo in politica estera». In un post su Truth, il presidente Usa ha duramente attaccato il Santo Padre, affermando in primis che «parla della paura nei confronti dell’amministrazione Trump, ma non menziona la paura che la chiesa cattolica, e tutte le altre organizzazioni cristiane, hanno provato durante il Covid quando venivano arrestati sacerdoti, ministri di culto e chiunque altro per aver celebrato funzioni religiose». Il riferimento è alle dichiarazioni del pontefice che ha condannato la guerra durante una veglia di preghiera a San Pietro nelle stesse ore in cui Stati Uniti e Iran stavano tenendo colloqui di pace, poi falliti, in Pakistan.
On Orthodox Easter, President Trump attacked the Pope because the Pope is rightly against Trump’s war in Iran and then he posted this picture of himself as if he is replacing Jesus. This comes after last week’s post of his evil tirade on Easter and then threatening to kill an… pic.twitter.com/mq27jxJEnt
— Former Congresswoman Marjorie Taylor Greene (@FmrRepMTG) April 13, 2026
«Se non fossi alla Casa Bianca, Leone non sarebbe stato eletto Papa»
«Preferisco di gran lunga suo fratello Louis perché è totalmente Maga, lui ha capito tutto», ha insistito Trump, accusando Papa Leone di «ritenere accettabile che l’Iran possieda l’arma nucleare». E ancora: «Non voglio un Papa che trovi terribile il fatto che l’America abbia attaccato il Venezuela, un Paese che stava inviando enormi quantità di droga negli Stati Uniti e che, ancor peggio, stava svuotando le proprie carceri riversando nel nostro Paese assassini, spacciatori e criminali violenti. E non voglio un Papa che critichi il presidente americano poiché sto facendo esattamente ciò per cui sono stato eletto, con una vittoria schiacciante, vale a dire portare la criminalità ai minimi storici e creare il più grande mercato azionario della storia». Il tycoon ha perfino rivendicato il merito dell’elezione di Prevost a pontefice: «Leone dovrebbe essermi grato perché, come tutti sanno, la sua nomina è stata una sorpresa sconcertante. Non figurava in nessuna lista dei papabili ed è stato scelto dalla Chiesa esclusivamente perché americano. Si riteneva, infatti, che quello fosse il modo migliore per gestire il rapporto con il presidente Donald J. Trump. Se io non fossi alla Casa Bianca, Leone non sarebbe in Vaticano».
«Non faccia il politico, sta danneggiando la Chiesa»
«Purtroppo», ha proseguito Trump, «l’atteggiamento di Leone, troppo debole sul fronte della criminalità e su quello delle armi nucleari, non mi va affatto a genio. Né mi piace il fatto che incontri simpatizzanti di Obama come David Axelrod, un fallito della sinistra, uno di coloro che avrebbero voluto vedere arrestati fedeli e membri del clero». «Leone», ha concluso, «dovrebbe darsi una regolata nel suo ruolo di Papa, usare il buon senso, smettere di assecondare la sinistra radicale e concentrarsi sull’essere un Grande Papa, anziché un politico. Questo comportamento gli sta arrecando un danno gravissimo e, cosa ancora più importante, sta danneggiando la chiesa cattolica».
La sconfitta di Viktor Orbán è un nuovo tassello che può indebolire il centrodestra italiano. Anche se largamente atteso, il risultato del voto ungherese non aiuta Giorgia Meloni e Matteo Salvini, già in difficoltà dopo la débâcle del referendum sulla separazione delle carriere. È rumoroso il silenzio del capo leghista nella notte dopo lo spoglio a Budapest.
Salvini aveva risposto all’appello di Orbán e aveva partecipato a un evento organizzato dai Patrioti europei nella capitale ungherese a sostegno della ricandidatura del presidente uscente, il 23 marzo scorso.
Matteo Salvini e Viktor Orbán (Imagoeconomica).
Non si festeggia nemmeno in FdI
Ma anche dalle parti di Fratelli d’Italia non si festeggia. Il clima è tale che alcuni esponenti di spicco del partito, come Francesco Filini, sentono la necessità di usare il sarcasmo contro le opposizioni. Filini ha pubblicato sui social una vignetta di Giuseppe Conte ed Elly Schlein che esultano perché in Ungheria «ha vinto il centrodestra». «Vedere la sinistra che esulta per la vittoria di un esponente di destra è straordinario e ci dà la misura di quanto siano ridotti male», attacca.
Certo, Meloni si è congratulata immediatamente con Péter Magyar per la «chiara vittoria elettorale». Nel tweet, la premier è più onesta di Filini e ha tenuto a ricordare il legame che la lega a Orbán. «Ringrazio il mio amico Viktor Orbán», ha scritto, «per l’intensa collaborazione di questi anni e so che anche dall’opposizione continuerà a servire la sua nazione».
Congratulazioni per la chiara vittoria elettorale a Peter Magyar, al quale il governo italiano augura buon lavoro. Ringrazio il mio amico Viktor Orban per l’intensa collaborazione di questi anni, e so che anche dall'opposizione continuerà a servire la sua Nazione. Italia e…
Tajani soddisfatto per la vittoria di un esponente del Ppe
Chi invece può festeggiare senza problemi, reduce dall’incontro a Mediaset con Marina e Pier Silvio Berlusconi, è Antonio Tajani, dal momento che il trionfatore delle elezioni ungheresi siede nel suo stesso gruppo in Europa, il Ppe di Manfred Weber. «In un momento di grande incertezza, ancora una volta, il Partito Popolare Europeo viene scelto come forza rassicurante e garante della stabilità in Europa», ha rivendicato il segretario di FI. Ma nella coalizione non è l’unico a brindare. Anche Noi moderati di Maurizio Lupi appartiene al Ppe.
Antonio Tajani (X).
Nella Lega c’è chi brinda di nascosto…
E poi ci sono quei leghisti che, di nascosto, tengono il vino in fresco da settimane. In Veneto, qualcuno forse non era così felice di stappare un Prosecco da quando Roberto Vannacci ha lasciato la Lega. Non che in Lombardia non si brindi ai piani più alti: cambia solo il vino, rigorosamente Franciacorta. E anche dalle parti di Trieste c’è allegria. Forse se ne parlerà al consiglio federale. O forse no. Tutti pancia a terra per la quinta riunione convocata da Salvini sulla manifestazione dei Patrioti prevista in piazza Duomo sabato 18 aprile. Mancano pochi giorni all’evento e il segretario vuole la piazza piena. Il partito ha organizzato i bus gratuiti, i militanti ci saranno. Forse non ci sarà Orbán, a questo punto.
Matteo Salvini a un gazebo della Lega a Milano (Ansa).
AGI - La Procura della Repubblica di Massa ha disposto il fermo di due maggiorenni, con l'accusa, al momento, di concorso in omicidio volontario per la morte di Giacomo Bongiorni, 47 anni. Si tratta di Ionut Alexandru Miron di 23 anni e di Eduard Alin Carutasu di 19 anni, entrambi di nazionalità rumena. Analogo provvedimento è stato preso dal Tribunale per i minorenni di Genova nei confronti di un minore. "Ulteriori elementi utili a ricostruire compiutamente l'accaduto - si legge in una nota della Procura - potranno trarsi dall'esame autoptico che sarà eseguito nei prossimi giorni". Nei prossimi giorni davanti al Gip del Tribunale di Massa avranno luogo gli interrogatori di garanzia.
Aggressione in centro
Bongiorni è morto sotto gli occhi del figlio di 11 anni in piazza Felice Palma, nel centro cittadino. Secondo una prima ricostruzione, la vittima sarebbe stata accerchiata da quattro o cinque persone. Nel corso dell'aggressione l'uomo sarebbe caduto a terra, battendo violentemente la testa. L'impatto avrebbe provocato un arresto cardiaco. Con lui, al momento dei fatti, ci sarebbe stato anche il figlio di 11 anni. Sul posto sono intervenuti i sanitari del 118, che hanno effettuato a lungo le manovre di rianimazione senza esito. L'uomo è deceduto sul luogo dell'aggressione. Indagano i carabinieri
Ucraina, Venezuela, Iran. A ogni guerra, a ogni crisi, pensiero e sguardo vanno anche verso l’Asia orientale con la stessa domanda: che cosa può accadere ora a Taiwan? I precedenti segnalano che le semplificazioni non funzionano: la tabella di marcia della Cina sembra essere in larga parte impermeabile alle crisi internazionali. Eppure, qualcosa in questa turbolenta contingenza globale si sta muovendo. Per ora non tanto sul fronte militare quanto su quello politico, visto che venerdì 10 aprile Xi Jinping ha ricevuto a Pechino Cheng Li-wun, leader dell’opposizione taiwanese e presidente del Kuomintang (KMT), partito con posizioni ultra dialoganti col Partito Comunista Cinese (PCC). Si tratta di un segnale rilevante inviato da Xi in mezzo alla guerra allargata in Medio Oriente, ma anche in previsione della visita di Donald Trump in Cina, prevista per metà maggio. Non solo. L’incontro arriva poche settimane dopo una rarissima “offerta” avanzata dal governo cinese a Taipei: stabilità energetica in cambio della «riunificazione pacifica». Una proposta impossibile da accettare per il Partito Progressista Democratico (DPP) e il presidente Lai Ching-te, che Pechino ritiene un «secessionista», ma che è stata messa sul tavolo per provare a influenzare un’opinione pubblica che sta perdendo fiducia nelle garanzie di sicurezza degli Stati Uniti. E qui, sì, c’entra direttamente la guerra di Usa e Israele contro l’Iran.
La presidente del Kuomintang Cheng Li-wun con Xi Jinping a Pechino il 10 aprile 2026 (Ansa).
Taiwan teme una distrazione strategica Usa e un calo del supporto militare
Il conflitto in Medio Oriente ha un effetto immediato sulla capacità degli Stati Uniti di proiettare potenza in più teatri contemporaneamente. Washington resta il principale garante della difesa di Taiwan, attraverso il Taiwan Relations Act e il supporto militare continuo, ma un coinvolgimento diretto contro l’Iran (che si somma a quello indiretto nella guerra in Ucraina) inevitabilmente assorbe risorse, attenzione politica e capacità militari. Questo comporta due conseguenze. La prima è psicologica, con la diffusione della percezione di «distrazione strategica». La seconda è più concreta, con gli arsenali militari messi già a dura prova dal conflitto contro l’Iran, come conferma la decisione di Washington di spostare alcuni dispositivi dal territorio dei suoi alleati in Asia orientale. È il caso di diversi sistemi missilistici Patriot e anti missilistici Thaad, ritirati dalla Corea del Sud per essere impiegati in Medio Oriente. A Taiwan si temono nuovi ritardi nelle già non tempestive consegne di armi acquistate dal governo. Taipei è ancora in attesa di oltre una ventina di pacchetti acquistati negli anni scorsi e non ancora giunti a destinazione. La nuova guerra potrebbe peggiorare la situazione, nonostante da Washington arrivino rassicurazioni.
Il presidente taiwanese Lai Ching-te (Ansa).
All’uso della forza Pechino preferisce la pressione politica ed economica
C’è chi crede che questi due elementi possano creare una finestra di opportunità per un’azione militare di Pechino su Taiwan. Si tratta però di una lettura parziale e che non coglie del tutto la complessità del tema. La Cina ha dimostrato più volte di non ragionare in termini opportunistici immediati, ma piuttosto in una logica di lungo periodo. A maggior ragione, questo accade su Taiwan, che il PCC considera una questione interna. Questo implica che l’uso della forza non rappresenta la prima opzione della leadership cinese. La guerra in Iran non spinge automaticamente la Cina ad agire militarmente, ma potrebbe rafforzare la sua strategia preferita: quella della pressione politica, economica e psicologica. Ed è proprio qui che si inserisce l’intensificarsi dei contatti tra il PCC e il KMT, culminati nell’incontro tra Xi e Cheng. Pechino sta cercando di ottenere risultati su Taiwan senza ricorrere alla guerra, sfruttando il dialogo con la parte politica che si oppone all’indipendenza di Taipei e facendo leva sulle divisioni interne di una politica taiwanese che vive una fase di ultra polarizzazione.
Xi Jinping (Imagoeconomica).
La guerra in Iran rafforza la narrazione globale cinese
Dal punto di vista taiwanese, la guerra in Iran genera una doppia pressione. Da un lato, aumenta il senso di vulnerabilità, rafforzando le argomentazioni di chi sostiene la necessità di un forte riarmo e di un legame più stretto con gli Stati Uniti. Dall’altro lato, alimenta il timore di essere trascinati in una crisi globale o, peggio, di essere “sacrificati” in un eventuale negoziato tra grandi potenze. D’altronde, la guerra in Medio Oriente sta contribuendo a rafforzare la narrazione globale della Cina, che sta cercando di posizionarsi come attore responsabile e stabilizzatore, contrapponendosi a un’immagine degli Stati Uniti come potenza interventista e destabilizzante.
L’iper-attivismo della diplomazia cinese
La diplomazia cinese è stata raramente attiva come in questa fase. Restando alle ultime settimane, Pechino ha avanzato insieme alPakistan un piano di pace in cinque punti sulla guerra in Medio Oriente, svolgendo anche una mediazione dietro le quinte con l’Iran per raggiungere la tregua con Washington. Il ministro degli Esteri Wang Yi ha tenuto quasi 30 colloqui con tutti i Paesi della regione, Iran e Israele compresi. Non solo. A Urumqi, nello Xinjiang, sono stati ospitati colloqui tra Pakistan e Afghanistan, nel tentativo di mettere fine a un’altra crisi regionale che si è aperta negli scorsi mesi. E ancora: nei prossimi giorni saranno a Pechino sia il premier spagnolo Pedro Sanchez (parallelamente a una parziale distensione nei rapporti con l’Unione Europea) che il presidente vietnamita To Lam, figura chiave degli equilibri del Sud-Est asiatico. E ancora: contestualmente all’incontro tra Xi e Cheng, Wang si è recato in Corea del Nord per la prima volta dopo sette anni. Una visita che potrebbe aprire a un vertice tra Xi e Kim Jong-un. Nulla è casuale. Xi userà con ogni probabilità la riapertura del canale con Pyongyang e, soprattutto, quella con l’opposizione di Taiwan per assumere una posizione di forza quando incontrerà Trump.
Il ministro degli Esteri cinese Wang Yi (Ansa).
Il messaggio di Xi a Trump: Taiwan è una «questione interna»
In che senso? Qualche settimana fa, il presidente americano ha dichiarato che avrebbe discusso con Xi della vendita di armi a Taiwan. Un’uscita senza precedenti che sembra disattendere le garanzie delle Sei Assicurazioni (1982) di Ronald Reagan a Taipei, che includono anche la promessa di non discutere con Pechino del supporto di difesa all’isola. Ospitare Cheng e parlare di «sviluppo pacifico» delle relazioni andando verso un «futuro radioso di unione» tra le due sponde dello Stretto significa dire a Washington che Pechino ha appoggi politici a Taipei e che Taiwan è una «questione interna» della Cina, su cui al massimo la Casa Bianca dovrebbe esprimere supporto per una soluzione pacifica, interrompendo dunque la vendita di armi e i colloqui con il governo del DPP.
Donald Trump e Xi Jinping al vertice di Gyeongju in Corea del Sud (Ansa).
Le ripercussioni economiche della chiusura di Hormuz
Attenzione anche alla dimensione economica. Con la guerra e le chiusure dello Stretto di Hormuz, stanno aumentando i prezzi dell’energia e nel caso il conflitto si prolungasse ci sarebbero effetti ancora più rilevanti sulle catene di approvvigionamento. Taiwan, nodo cruciale nella produzione globale di chip, diventerebbe ancora più centrale, e allo stesso tempo più esposta. Tutto questo può rafforzare la voce di chi, come il KMT, sostiene che serva un riavvicinamento a Pechino. Ma, allo stesso tempo, può rafforzare quella di chi vede queste manovre come un rischio e una erosione di sovranità. L’incertezza, interna ed esterna, è tanta nel triangolo asimmetrico Taipei-Pechino-Washington. E la guerra in Iran sembra destinata a rafforzarla ulteriormente.
AGI - "Questi poveri vecchietti soffrono troppo... non è giusto... devono andare dal Buon Dio...", "Mi è piaciuto tanto quello che ho fatto... Lo voglio rifare". Sono queste alcune delle sconvolgenti intercettazioni telefonico-ambientali pubblicate da 'Il Resto del Carlino' che hanno portato all'arresto dell'operatore della Croce Rossa ItalianaLuca Spada nell'ambito dell'inchiesta sulle morti sospette in ambulanza nel Forlivese
Spada è stato arrestato ieri a Forlì. Il 27enne autista e operatore di mezzi di soccorso, indagato per omicidio volontario nell'ambito del fascicolo aperto dalla Procura di Forlì. La richiesta di arresto è relativa alla morte di una 85enne, ma in tutto sono otto i decessi ancora nel mirino degli inquirenti per cui l'ex operatore della Croce Rossa di Forlimpopoli, sospeso dal servizio, è accusato di omicidio plurimo premeditato in relazione ad almeno cinque decessi di pazienti anziani, tutti accomunati da un improvviso peggioramento durante trasferimenti non urgenti tra strutture sanitarie.
Iniezioni di aria e sostanze: l'ipotesi dell'embolia
Secondo l'ipotesi accusatoria, ritenuta al momento prevalente, le morti sarebbero state causate mediante iniezioni di sostanze o di aria, con possibile embolia gassosa come meccanismo letale. Gli episodi si sarebbero verificati quando Spada era addetto all'assistenza del paziente a bordo: in più casi il malore è insorto pochi minuti dopo la partenza, in un'occasione addirittura dopo poche centinaia di metri.
La dinamica dei decessi e i soccorsi del 118
Dopo la crisi respiratoria o cardiaca, veniva allertato il medico del 118, ma il suo intervento sarebbe sempre stato successivo al rapido aggravarsi delle condizioni cliniche. Due anziani sono poi deceduti in ospedale, mentre altri tre sono morti direttamente durante il trasporto in ambulanza. La precisione temporale dei malori ha insospettito i vertici sanitari e dato il via alle indagini.
"Si tratta del naturale approdo di un'indagine condotta con grande attenzione e precisione dalla Procura di Forlì, un esito che ci aspettavamo", ha commentato l'avvocato Max Starni, legale che assiste alcune delle famiglie delle presunte vittime. "Nei prossimi giorni sarà fondamentale verificare il peso e la rilevanza degli ulteriori decessi rispetto all'impianto accusatorio complessivo".
La posizione della Croce Rossa Italiana
Sulla vicenda è intervenuta ufficialmente la Croce Rossa Italiana, che ha ribadito "la massima disponibilità a collaborare con gli inquirenti per fornire ogni supporto necessario" ed ha espresso "cordoglio e vicinanza alle famiglie delle persone defunte coinvolte". L'associazione ha inoltre ricordato che l'operatore era stato sospeso in via cautelativa e non era più in servizio già dalle prime fasi dell'indagine, sottolineando come i fatti contestati siano "in assoluto contrasto con i valori e la missione" dell'ente.
Un pianeta ancora più piccoloè il nuovo libro di Simone Filippetti, pubblicato dal Sole 24 Ore nella collana Storie (in libreria e in edicola abbinato al quotidiano da venerdì 10 aprile), ed è il seguito di Un pianeta piccolo piccolo. A distanza di cinque anni dal precedente volume, che già intravedeva la finedella globalizzazione, in una lunga carrellata di storia della finanza dalle origini della moneta fino alla pandemia, l’autore torna a interrogarsi sulle grandi trasformazioni economiche, sociali e culturali degli ultimi decenni, aggiornandolo agli ultimi cinque anni: l’accelerazione della Storia li ha fatti diventare come 50 di altre epoche. Il filo rosso dei vari capitoli è un Occidente che pare sempre più avviato verso un declino irreversibile, tra spinte nichiliste interne ed enormi pressioni esterne, schiacciato com’è tra i tre grandi blocchi mondiali. Con uno stile narrativo che intreccia analisi economica, memoria personale e riferimenti storici, Filippetti attraversa temi centrali del nostro tempo: dalla Brexit come primo segnale di deglobalizzazione alla crisi dell’Unione europea, dal turismo di massa alla nascita della società low cost e alle fragilità di una società sempre più divisa e iper-regolata, dalla potenza (o minaccia) crescente della Cina fino alla nuova dottrina degli Stati Uniti. Il risultato è un affresco critico dell’epoca contemporanea, che mette in discussione molti dogmi del pensiero dominante. Ne emerge una riflessione lucida e controcorrente sul rapporto tra mercato, Stato, libertà individuale e sovranità.
La copertina di Un pianeta ancora più piccolo di Simone Filippetti.
Il Dilemma di Tucidide: estratto da Un pianeta ancora più piccolo
Ero arrivato a Roma, nell’autunno del 2021, e avevo suonato al citofono di un portone malmesso, in via delle Fontanelle, a due passi da via Nazionale: da fuori, il palazzo è in cattivo stato e la brutta pulsantiera degli anni Sessanta stride con la vetustà dell’edificio. Ma appena raggiungo l’ultimo piano, vengo catapultato nella Grande Bellezza. L’attico del mio amico ed ex collega Alessandro Vitiello, giornalista prestato al mondo dell’arte, è di uno splendore mozzafiato: architettura moderna ospitata dentro una torre saracena medievale.
Ma è la vista che lascia stupefatti: affaccia direttamente sul Foro Romano, si puo quasi toccare la Colonna Traiana mentre la cupola della Chiesa del Santissimo Nome di Maria si staglia davanti. Sulla terrazza erano state disposte delle file di sedie e un tavolino: ero lì per presentare il mio libro Un Pianeta Piccolo Piccolo. Mentre aspettavo che arrivassero gli ospiti, guardavo il panorama incantevole e mi venne da pensare a una scena simile, ma accaduta secoli prima. Era una sera di meta ottobre dell’Anno del Signore 1737: un giovane studioso inglese si aggira per il Foro Romano. A Putney, il sobborgo a sud-ovest di Londra dov’è nato, faceva già freddo e probabilmente pioveva; passeggiare al crepuscolo non avrebbe avuto il medesimo fascino. A Roma è diverso: ci sono le ottobrate, giornate di sole e clima mite, e poi c’è il Foro dove, a fine del ‘700 prima dei granfi scavi, i resti dei capitelli e delle colonne affiorano dal terreno: l’antica Roma giaceva sotto metri di detriti. In mezzo a quel paesaggio, incontrando dei frati totalmente disinteressati alle imponenti rovine di un glorioso passato, il ragazzo ha un’intuizione: com’è stato possibile che la Citta Eterna si fosse ridotta a ruderi dimenticati, mentre un’altra civiltà vi camminava sopra senza curarsene?
Il giovane si chiama Edward Gibbon, viene da una famiglia benestante (tanto da potergli consentire di viaggiare in Italia a fare il Gran Tour) e ha studiato (ma con poca fortuna) a Oxford. Quell’intuizione gli cambia la vita: dedicherà la sua carriera a scrivere Declino e caduta dell’Impero romano un’opera monumentale. Ancora fino al Settecento, Roma deteneva il primato di più grande impero nella storia dell’umanità e, per uno studioso inglese, era il punto di riferimento: pochi decenni dopo, grazie alla Rivoluzione Industriale, la medesima Gran Bretagna avrebbe scalzato l’Urbe Eterna. Ma il saggio di Gibbon è più di una poderosa opera storiografica: è un manuale geopolitico sul perché le civiltà dominanti a un certo punto entrano in crisi e crollano. E sembra scritto apposta per l’epoca moderna: anche la civiltà occidentale è in declino e si avvia alla sua fine, se non farà nulla per scongiurarlo.
Il mondo che credevamo senza confini si sta rivelando sempre più fragile, diseguale e contraddittorio. La globalizzazione ci ha fatto credere che sarebbe arrivata una nuova Età dell’Oro: per un po’ è successo ma poi gli effetti collaterali hanno superato i benefici, impoverendo quella classe media che in ogni epoca e in ogni società è la spina dorsale di una nazione. A pagare il conto di un modello in-sostenibile sono stati soprattutto i cittadini dell’Ue, fallito esperimento di globalizzazione. Il Vecchio Continente è oggi “il malato grave” del mondo, gli Stati Uniti vedono la fine del loro dominio e il presidente Donald Trump si agita per non perdere il primato o quantomeno provare a rallentare l’inarrestabile ascesa della Cina: il Dilemma di Tucidide incombe, minaccioso. Il presidente americano è forse il Romolo Augustolo del Ventunesimo Secolo: Iran e Venezuela più che imperialismo sbruffone sono mosse di difesa.
Come si dirà “chiagni e fotti” in arabo? L’interrogativo sorge raccogliendo il disappunto e le voci maliziose che serpeggiano fra i protagonisti della Roshn League, il massimo campionato saudita. Un torneo che sta provando la scalata per portarsi verso il rango delle leghe d’élite del calcio mondiale, ma intanto si è già allineato in materia di polemiche becere e sospetti di favoritismi. L’ultimo fra questi riguarda i presunti trattamenti di riguardo verso l’Al-Nassr, cioè la squadra in cui gioca Cristiano Ronaldo.
Cristiano non ha ancora vinto un titolo nazionale in Arabia
Secondo alcune voci, CR7 e compagni riceverebbero regali, sia diretti sia indiretti, per far vincere il campionato alla star portoghese. Finalmente, potrebbe aggiungere qualcuno. Perché da quando si è trasferito nel club di Riad, a partire dal 2023, Cristiano non ha ancora vinto nemmeno lo straccio di un titolo nazionale, nonostante un contributo personale di 124 gol in 139 partite ufficiali (l’ultimo segnato sabato 11 aprile nel 2-0 all’Al-Okhdood, 14esima vittoria di fila per il club). Zero titoli di lega, Coppa del Re o Supercoppa, con tre finali perse. Quantomeno si può consolare con la conquista dell’Arab Club Champions Cup 2023 (vinta 2-1 contro l’Al-Hilal). Ma alla collezione del primo calciatore della storia a segnare almeno 100 reti con quattro club diversi (Real Madrid, Juventus, Manchester United e appunto Al-Nassr) manca ancora il primo posto nella lega araba. E il 2026 potrebbe essere l’anno buono, visto che la squadra di CR7 è in testa con 5 punti di vantaggio su quella di Inzaghi, a 6 giornate dalla fine. Grazie anche a qualche spintarella?
Cristiano Ronaldo accanto alla squadra degli arbitri (foto Ansa).
Il vecchio scontro con persino uno “sciopero” di due partite
Va da sé che, allo stato dei fatti, si tratta di illazioni e come tali vanno trattate. Piuttosto, va messo in evidenza un altro aspetto: soltanto due mesi fa Ronaldo era andato allo scontro, inscenando persino uno “sciopero” di due partite, in dissenso con quello che riteneva essere un atteggiamento di favore tenuto dalla lega – e da chi la governa e finanzia, cioè il fondo sovrano Pif, a sua volta presieduto dal principe ereditario dell’Arabia Saudita, Mohammed bin Salman – verso l’Al-Hilal di Simone Inzaghi.
Nel fotomontaggio Simone Inzaghi e Mohammed bin Salman (foto Ansa).
In quel passaggio la Roshn League aveva risposto con un comunicato molto duro, per richiamare l’attaccante all’ordine e ricordargli che nessuno è al di sopra dell’interesse generale rappresentato dalla lega stessa. E tuttavia, guarda un po’, da lì in poi le cose hanno preso a girare in direzione opposta. Cioè favorevole all’Al-Nassr.
Rispetto a quello emesso dalla lega a febbraio, per stigmatizzare l’atto di ribellione di Cristiano, c’è un altro comunicato che spiega come sono cambiate le cose nel frattempo. Lo ha pubblicato l’Al-Ahli, club che ambirebbe a concorrere per la vittoria del campionato, ma che si è ritrovato ad affrontare ostacoli inattesi. L’ultimo della serie riguarda le decisioni arbitrali avverse nella gara contro l’Al-Fayha, pareggiata 1-1 con due rigori negati. Queste due decisioni sfavorevoli si uniscono a numerosi episodi che avvengono in altri campi. Apparentemente slegati, ma tutti convergenti nello spianare all’Al-Nassr la strada verso il titolo.
È questo il motivo per cui, via social, si moltiplicano i post sul tema. In qualche caso sono calciatori come Riyad Mahrez, l’ex Manchester City che gioca proprio nell’Al-Ahli e si è visto negare uno dei due rigori nella partita contro l’Al-Fayha; o come Danilo Pereira, il portoghese che gioca nell’Al-Ittihad, secondo cui tutto quanto sarebbe già scritto.
Cristiano Ronaldo (foto Ansa).
L’attaccante inglese Toney rischia una lunga squalifica
Si tratta di esternazioni non esplicite, a differenza di quelle rilasciate da Ivan Toney, attaccante inglese dell’Al-Ahli: che ha parlato apertamente di un disegno per far vincere la squadra di CR7. A causa di queste non paludate prese di posizione l’inglese rischia una squalifica, che può arrivare fino a un anno.
Ivan Toney, attaccante inglese (foto Ansa).
La lega saudita perde un altro pezzo di credibilità
Sarà stato imprudente, o troppo diretto: ma di sicuro Toney ha dato voce a una lettura della situazione che è molto più di un sospetto. Fra rigori generosamente concessi all’Al-Nassr e episodi che regolarmente penalizzano le concorrenti al titolo, il cammino verso la vittoria del campionato è sempre più facilitato per la squadra di Ronaldo. Che, dal canto suo, a febbraio si lamentava perché Pif consentiva all’Al-Hilal di Inzaghi delle possibilità di rafforzarsi in sede di calciomercato che invece venivano negate alle concorrenti. Sarà una coincidenza, ma da allora il vento è completamente cambiato. Effetto delle lamentazioni di CR7? Di sicuro c’è che la tempistica coincide. E toglie un altro pezzo di credibilità a una lega nata artificiale e incapace di evolvere da quello status.
AGI - Un traliccio della rete elettrica piegato su un lato in mezzo alla campagna, in una zona inaccessibile, al confine tra Friuli e Austria: il cedimento del terreno è un'ipotesi che lascia subito spazio alla pista più inquietante.
Sono le immagini che il TG1 mostra in esclusiva a documentare il sabotaggio dell'impianto che da Trieste porta il petrolio fino all'Europa centrale, una struttura strategica per il continente. Da vicino i segni sono inequivocabili: due piedi dell'impalcatura tagliati in modo che non ci fosse alcun crollo ma un lento collasso con immediata interruzione dell'alimentazione. Hanno colpito qui perché le stazioni di pompaggio sono presidiate giorno e notte dai militari.
L'azione dei sabotatori
Chi ha agito - fa sapere il Tg1 - non ha lasciato nulla al caso, sapeva che il flusso di greggio dal Medioriente si sarebbe interrotto e che per Germania, Austria e Repubblica Ceca sarebbe stata emergenza.
Le ipotesi sull'attacco
Nonostante la smentita della società di gestione, gli inquirenti hanno pochi dubbi sull'azione mirata messa a segno da professionisti.
Il caso e le indagini internazionali
Fino ad oggi non è arrivata alcuna rivendicazione, ma il caso è sui tavoli della Direzione Distrettuale Antimafia di Trieste, le indagini affidate ai Carabinieri del ROS. Interessate anche polizie e intelligence straniere. Non si esclude un attacco internazionale a larga scala. E questo potrebbe essere solo il primo atto.
AGI - È stato arrestato a Forlì il 27enne Luca Spada, autista e operatore di mezzi di soccorso, indagato per omicidio volontario nell'ambito dell'inchiesta su una serie di morti sospette di pazienti anziani durante trasporti sanitari. Il provvedimento di custodia cautelare in carcere, emesso dal gip su richiesta della Procura ed eseguito dai carabinieri di Forlì con il supporto del Nas di Bologna, riguarda al momento il decesso di una donna di 85 anni avvenuto il 25 novembre scorso dopo un trasferimento in ambulanza.
L'indagine, coordinata dal sostituto procuratore Enrico Cieri, delinea però un quadro investigativo più ampio: il 27enne, ex operatore della Croce Rossa di Forlimpopoli e già sospeso dal servizio, è indagato per omicidio plurimo premeditato in relazione ad almeno cinque decessi di pazienti anziani, tutti accomunati da un improvviso peggioramento durante trasferimenti non urgenti tra strutture sanitarie. Secondo l'ipotesi accusatoria, ritenuta al momento prevalente, le morti sarebbero state causate mediante iniezioni di sostanze o di aria, con possibile embolia gassosa come meccanismo letale.
La dinamica dei decessi e i soccorsi
Gli episodi si sarebbero verificati quando Spada era addetto all'assistenza del paziente a bordo: in più casi il malore è insorto pochi minuti dopo la partenza, in un'occasione addirittura dopo poche centinaia di metri. Dopo la crisi, veniva allertato il medico del 118, ma il suo intervento sarebbe sempre stato successivo al rapido aggravarsi delle condizioni. Due anziani sono poi deceduti in ospedale, mentre altri tre sono morti direttamente durante il trasporto.
Il commento dei legali delle famiglie
"Si tratta del naturale approdo di un'indagine condotta con grande attenzione e precisione dalla Procura di Forlì, un esito che ci aspettavamo", ha commentato l'avvocato Max Starni, legale che assiste alcune delle famiglie delle presunte vittime. "Nei prossimi giorni - ha aggiunto - sarà fondamentale verificare il peso e la rilevanza degli ulteriori decessi rispetto all'impianto accusatorio".
La posizione della croce rossa italiana
Sulla vicenda è intervenuta anche la Croce Rossa Italiana, che ha ribadito "la massima disponibilità a collaborare con gli inquirenti per fornire ogni supporto necessario" e ha espresso "cordoglio e vicinanza alle famiglie delle persone defunte coinvolte". L'associazione ha inoltre ricordato che l'operatore era stato sospeso in via cautelativa e non era più in servizio già dalle prime fasi dell'indagine, sottolineando come i fatti contestati siano "in assoluto contrasto con i valori e la missione" dell'ente.
Conferenza stampa e sviluppi investigativi
I dettagli dell'operazione e degli sviluppi investigativi saranno illustrati lunedì 13 aprile alle 10.30 nel corso di una conferenza stampa convocata in tribunale a Forlì.