Su San Marino Rtv debutta Point Break con Monica Giandotti e Daniele Ruvinetti

Prende il via mercoledì 29 aprile 2026, sul canale unico 550 di San Marino Rtv, la trasmissione Point Break, il punto di rottura, il nuovo appuntamento settimanale dedicato all’attualità politica ed agli scenari internazionali. Andrà in onda alle 22.30 con la conduzione di Monica Giandotti e Daniele Ruvinetti. Per 10 puntate, il programma offrirà analisi e confronto sui principali fatti di politica interna ed estera, con spazio anche alle tendenze social del momento, analizzate ed interpretate per coglierne l’impatto sul dibattito pubblico. Elemento distintivo della trasmissione sarà il coinvolgimento degli studenti della Scuola di giornalismo della Luiss Guido Carli, che nel corso di ogni puntata proporranno domande, osservazioni e commenti, arricchendo il confronto con lo sguardo delle nuove generazioni.

Bergamini e Parsi tra gli ospiti della prima puntata

Per l’esordio del 29 aprile sarà in studio Debora Bergamini, vicesegretaria di Forza Italia e responsabile Esteri del partito, chiamata ad analizzare i nuovi assetti internazionali e le traiettorie di rinnovamento del suo partito. A seguire l’intervento di Vittorio Emanuele Parsi, politologo, tra i più autorevoli studiosi di geopolitica e relazioni internazionali. Nella parte finale della trasmissione, il confronto sarà affidato a due voci di primo piano del panorama culturale italiano, ovvero Giovanni Orsina, politologo e direttore della School of government della Luiss Guido Carli, e Michela Ponzani, storica, autrice di numerosi saggi e studi sulla Resistenza e sull’Italia repubblicana. Attraverso le loro competenze, il programma proporrà una lettura trasversale del crescente clima di odio che attraversa le società occidentali, dalla radicalizzazione del confronto pubblico fino alla crisi del dialogo democratico.

Pechino blocca la vendita di Manus a Meta

Le autorità di Pechino hanno annunciato lo stop all’accordo che avrebbe portato Meta ad acquisire per 2 miliardi di dollari la piattaforma cinese di intelligenza artificiale Manus. In un breve comunicato pubblicato sul proprio sito web, la Commissione nazionale per lo sviluppo e la riforma (ossia il principale organo di pianificazione economica della Repubblica Popolare) si è limitata a spiegare di aver «vietato l’investimento straniero» in Manus e di aver richiesto alle parti coinvolte di annullare l’operazione.

Il lancio di Manus è avvenuto a marzo 2025

Progettato per operare come un “dipendente digitale” capace di pianificare e portare a termine compiti complessi seguendo pochi input iniziali, Manus è stato lanciato a marzo del 2025 dalla startup Butterfly Effect (parte di Beijing Butterfly Effect Technology), con sede a Singapore. Nel giro di pochissimo tempo l’IA agentica era “esplosa” grazie a un video dimostrativo diventato virale sui social cinesi. Alla fine dell’anno scorso Meta aveva annunciato l’acquisizione di Manus per integrarne le capacità nei propri prodotti, incluso Meta AI, mantenendo anche il servizio come offerta separata. Ora lo stop da parte di Pechino.

Israele, gli ex premier Bennett e Lapid si alleano per sfidare Netanyahu

Gli ex premier israeliani Naftali Bennett e Yair Lapid hanno annunciato di aver fuso i rispettivi partiti – Bennet 2026 e Yesh Atid– in un’unica formazione politica chiamata Yachad (Insieme), con l’obiettivo di sfidare e spodestare Benjamin Netanyahu. Già nel 2021 lo mandarono all’opposizione rompendo una presa sul Paese che durava ininterrotta dal 2009 guidando congiuntamente – alternandosi alla carica di premier secondo un accordo di rotazione – una coalizione con all’interno otto formazioni politicamente diverse, compreso il partito arabo Ra’am guidato da Mansour Abbas. L’operazione non durò molto, tanto che l’anno successivo la maggioranza saltò e Bibi tornò alla guida dello Stato ebraico. Da allora, il centrista Lapid ha ricoperto il ruolo di leader dell’opposizione, Bennett si è preso una pausa dalla politica.

Una mossa che «riunisce il blocco riformista»

L’alleanza fra i due leader è stata firmata nella serata di sabato 25 aprile. «Una mossa che riunisce il blocco riformista, ponendo fine alle lotte interne e consentendo di concentrare gli sforzi su una vittoria decisiva alle prossime elezioni, per poi guidare Israele verso le riforme necessarie», hanno affermato i due politici durante la conferenza stampa organizzata per lanciare l’iniziativa. Il tentativo evidente è quello di unire un’opposizione frammentata che sembra comunque avere poco in comune oltre la comune ostilità verso Netanyahu.

Pressioni sul Var e arbitri graditi all’Inter: perché è scoppiato un nuovo scandalo

Come se non bastasse la terza mancata qualificazione ai Mondiali di fila, il calcio italiano si trova ad affrontare un altro scandalo: al centro (ancora) gli arbitri. Il designatore di Serie A e B Gianluca Rocchi, indagato dalla procura di Milano, avrebbe interferito in modo illecito sulle decisioni della sala Var di Lissone e scelto direttore di gara “graditi” all’Inter per le gare dei nerazzurri. Cosa sappiamo.

Perché Rocchi è indagato per frode sportiva

Rocchi, che si è autosospeso, è indagato dal pm della Procura di Milano Maurizio Ascione per concorso in frode sportiva. Avrebbe “combinato” le designazioni di due gare dell’Inter nel 2025: quella in trasferta a Bologna in campionato e il derby di ritorno di Coppa Italia col Milan, assegnandole rispettivamente a Andrea Colombo (gradito al club nerazzurro) e Daniele Doveri (sgradito, per «assicurare all’Inter direzioni di gara diverse per l’eventuale finale di Coppa Italia e per il resto delle partite di A»). Inoltre avrebbe violato il protocollo Var durante Udinese-Parma, sempre nella stagione 204/25.

Pressioni sul Var e arbitri graditi all’Inter: perché è scoppiato un nuovo scandalo
Gianluca Rocchi (Ansa).

Al di là di come siano effettivamente andate le partite (l’Inter perse a Bologna), la questione delle designazioni “pilotate” è facile da capire: il punto è dimostrare se davvero Rocchi sia stato indirizzato in qualche modo dal club nerazzurro. Per quanto riguarda l’altra accusa, in occasione di Udinese-Parma del primo marzo 2025 il supervisore Rocchi, «in concorso con altre persone, durante lo svolgimento della partita» avrebbe condizionato l’addetto Var Daniele Paterna per fare in modo che l’arbitro Fabio Maresca chiedesse l’on field review, ritenendo ci fosse da assegnare un calcio di rigore a favore dei friulani. La tesi della Procura è che Paterna, secondo cui non c’erano gli estremi per l’on field review, abbia avuto indicazioni da Rocchi al di là del vetro della sala Var. Come? Tramite una bussata. E c’è un video che lo dimostrerebbe. Repubblica, addirittura, scrive addirittura che Rocchi avrebbe ideato gesti e segnali per suggerire ai varisti come comportarsi in determinate occasioni. Tutto questo mentre nel centro di Lissone i varisti avrebbero dovuto essere tenuti al riparo da ogni ingerenza esterna: da qui l’ipotesi di frode sportiva.

Iscritto nel registro anche il supervisore Gervasoni

Rocchi non è l’unico indagato. La Procura di Milano ha iscritto nel registro anche il supervisore Andrea Gervasoni, anche lui per frode sportiva e sempre per un’interferenza in sala Var, avvenuta in occasione di una partita di Serie B: Salernitana-Modena, marzo 2025. Nell’avviso di garanzia si legge che, «alla concessione del calcio di rigore a favore della squadra emiliana da parte del direttore di gara Antonio Giuia incalzava e sollecitava l’addetto Var Luigi Nasca affinché questi lo all’on field review «ai fini della decisione iniziale sull’episodio». Anche Gervasoni si è autosospeso.

Paterna indagato per falsa testimonianza: il video che lo “incastra”

È poi indagato, ma per false informazioni, anche il già citato Paterna: convocato come testimone dal pm, ha negato ingerenze esterne, ma c’è un video in cui si vede che si gira di scatto verso un punto esterno alla sala Var e dire: «È rigore?», prima di chiamare Maresca all’on field review. Repubblica scrive che sarebbero poi indagati anche Nasca, Var in Salernitana-Modena dell’8 marzo 2025 ma anche in Inter-Verona del 6 gennaio 2024 in cui non fu sanzionata una gomitata del difensore nerazzurro Alessandro Bastoni a Ondrej Duda, pochi secondi prima della rete dei padroni di casa; e Rodolfo Di Vuolo, Avar della seconda gara.

Le indagini scattate dopo un esposto dell’ex assistente arbitrale Rocca

Le indagini sono scattate dopo un esposto inviato dall’ex assistente arbitrale Domenico Rocca (è stato dismesso nella scorsa stagione) alla Commissione Arbitrale Nazionale per denunciare gravi irregolarità nella gestione di Rocchi, tra cui episodi di mobbing. «Chi di spada ferisce, di spada perisce», ha scritto sui social dopo l’iscrizione del designatore nell’elenco degli indagati. Dopo la denuncia di Rocca, Antonio Zappi, presidente dell’Associazione Italiana Arbitri (AIA), ha inoltrato la segnalazione alla procura della Figc e subito dopo c’è stato un cambio di regolamento: da allora chiunque si rechi nella sala Var di Lissone è tento a inviare una relazione in cui descrive le attività svolte. Secondo quanto risulta dalle indagini, nessuno della squadra di Rocchi ci sarebbe più andato. A mettere nel mirino la conduzione sospetta di Inter-Verona è stato invece l’esposto di un tifoso gialloblù, l’avvocato Michele Croce.

Pressioni sul Var e arbitri graditi all’Inter: perché è scoppiato un nuovo scandalo
Giuseppe Marotta, presidente dell’Inter (Ansa).

Marotta: «Non abbiamo arbitri graditi o non graditi»

«Noi abbiamo appreso tutto dalla stampa. Le dichiarazioni e i comunicati che sono usciti ci meravigliano. Sappiamo di avere agito nella massima correttezza. Questa è la cosa più importante e che deve tranquillizzare tutti i tifosi», ha dichiarato Giuseppe Marotta, presidente dell’Inter, aggiungendo: «Di certo non abbiamo arbitri graditi e direttori di gara non graditi. Sono certo che l’Inter rimarrà estranea alla vicenda». E poi: «Lo scorso anno abbiamo avuto decisioni avverse e poi acclarate successivamente dai vertici arbitrali: penso per esempio al rigore non dato su Yann Bisseck in occasione di Inter-Roma».

La proposta dell’Iran agli Usa per riaprire Hormuz

L’Iran avrebbe presentato agli Stati Uniti una nuova proposta per la riapertura dello Stretto di Hormuz e per l’avvio di colloqui sul programma nucleare di Teheran in una fase successiva. Lo riporta Axios. Secondo le fonti, la nuova proposta sarebbe stata presentata agli Usa tramite i mediatori pakistani. «La diplomazia è in una fase di stallo e la leadership iraniana è divisa su quali concessioni sul nucleare debbano essere messe sul tavolo. La proposta iraniana aggirerebbe questo problema, puntando a un accordo più rapido», osserva Axios. La proposta «si concentra sulla risoluzione della crisi relativa allo Stretto e al blocco statunitense. Come parte di questo accordo, il cessate il fuoco verrebbe esteso per un lungo periodo oppure le parti si accorderebbero su una fine definitiva della guerra». Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump dovrebbe tenere lunedì un incontro sull’Iran con i suoi principali collaboratori per la sicurezza nazionale e la politica estera per discutere dello stallo nei negoziati e dei possibili prossimi passi.

Almeno 2.400 i marittimi bloccati nello Stretto di Hormuz

Secondo un’associazione di categoria delle compagnie di navigazione petrolifera, ripresa dalla Bbc, sono circa 2.400 i marittimi che sono rimasti bloccati su oltre 105 petroliere nello Stretto di Hormuz, chiuso al traffico marittimo. Tim Wilkins, direttore generale dell’associazione di categoria dei trasportatori di petroliere Intertanko, ha spiegato che a bordo si registrano «un’enorme quantità di ansia, stress e stanchezza, poiché gli equipaggi devono gestire le provviste di base, tra cui cibo e acqua, e svolgere compiti pratici come la rimozione dei rifiuti». Senza contare l’incertezza in merito a quando potranno tornare a casa.

Farsi cacciare passando per vittima: il “capolavoro” di Beatrice Venezi

C’è una forma di intelligenza poco celebrata, ma spesso decisiva, nel capire quando è il momento di farsi da parteBeatrice Venezi l’ha dimostrato concedendo una bombastica quanto provvidenziale intervista al quotidiano argentino La Nación, costruita con la precisione di chi vuole uscire da una storia facendosi cacciare. Il passaggio chiave è di quelli che non lasciano margini di manovra: «Non vengo da una famiglia di musicisti. E questa è un’orchestra nella quale i posti si passano praticamente di padre in figlio», che anche nella nazione più familista del Pianeta resta un reato. Risultato: licenziata in tronco da direttrice musicale del teatro La Fenice prima ancora di aver alzato la bacchetta. Un capolavoro di strategia travestita da gaffe o forse, per chi dubita che Venezi sia capace di simili tatticismi, una gaffe talmente ben riuscita da sembrare strategia. Alla fine il risultato non cambia. 

E domenica pomeriggio, all’arrivo della notizia, cori plaudenti da stadio prima che il sipario si aprisse sul wagneriano Lohengrin di Damiano Michieletto, veneziano doc che alla Fenice ha molto legato il suo nome.

Farsi cacciare passando per vittima: il “capolavoro” di Beatrice Venezi
Farsi cacciare passando per vittima: il “capolavoro” di Beatrice Venezi
Farsi cacciare passando per vittima: il “capolavoro” di Beatrice Venezi
Farsi cacciare passando per vittima: il “capolavoro” di Beatrice Venezi
Farsi cacciare passando per vittima: il “capolavoro” di Beatrice Venezi
Farsi cacciare passando per vittima: il “capolavoro” di Beatrice Venezi
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Farsi cacciare passando per vittima: il “capolavoro” di Beatrice Venezi
Farsi cacciare passando per vittima: il “capolavoro” di Beatrice Venezi
Farsi cacciare passando per vittima: il “capolavoro” di Beatrice Venezi

La lunga ribellione dell’orchestra contro la nomina

La storia è nota, ma un piccolo bignami delle puntate precedenti serve a capire come si è arrivati all’improvviso (e inatteso) epilogo. A Venezi la nomina a direttore musicale – per lei rigorosamente al maschile, così come si conviene all’indole della destra gagliarda – era arrivata lo scorso settembre. L’orchestra aveva risposto come un corpo che rigetta un trapianto: sciopero già alla prima del Wozzeck  in ottobre, lettere di fuoco firmate da tutti i musicisti, richiesta al sovrintendente di tornare sui suoi passi e volantini di protesta che piovevano dai palchi. Insomma, il repertorio completo del dissenso organizzato. Peraltro non scevro di motivazioni. Quelle ufficiali riguardavano il curriculum, giudicato poco consono al prestigio del teatro. Quelle non dette, il profilo politico della direttrice, le sue reiterate professioni di meloniana fede che l’avevano catapultata in laguna senza tenere conto della mancanza di un cursus honorum adeguato. 

Farsi cacciare passando per vittima: il “capolavoro” di Beatrice Venezi
Manifestazione di protesta dei lavoratori del Teatro La Fenice contro la nomina a direttrice musicale di Beatrice Venezi, Venezia, 10 novembre 2025 (Ansa).

L’argine di Colabianchi rotto dalla provvidenziale intervista

Una sentenza lapidaria contro cui il sovrintendente Nicola Colabianchi ha fatto argine finché ha potuto, ben sapendo però che l’affaire avrebbe contribuito a rendere la sua posizione sempre più difficile da difendere. Ma soprattutto sapendo di non avere vie d’uscita, perché sconfessare Venezi voleva dire sconfessare se stesso che su input romano l’aveva nominata. Ma col passare del tempo era sempre più un uomo solo al comando di una nave che imbarcava acqua da ogni parte. Con i due che sembravano legati da un destino comune: simul stabunt, simul cadent. Fino a che è arrivata l’intervista a La Nación e l’insperata via d’uscita con tanto di benedizione dei dante causa. Infatti il ministro della Cultura Alessandro Giuli, segno che la pratica gli scottava tra le mani, non ha aspettato un minuto a difendere la decisione di Colabianchi, «assunta in autonomia e indipendenza», confermandogli «la sua più completa fiducia». Traduzione: Roma non solo non ti abbandona, ma si sente sollevata che dopo tanti imbarazzi e polemiche la questione sia chiusa.

Farsi cacciare passando per vittima: il “capolavoro” di Beatrice Venezi
Il sovrintendente del Gran Teatro La Fenice Nicola Colabianchi (Ansa).

Ora Venezi potrà vendersi come eroica vittima

E Venezi? Per la sicumera che ha mostrato non sembra il tipo da farne una malattia. È ambiziosa, giovane, sa muoversi nell’ecosistema della destra di governo con una disinvoltura che i suoi detrattori chiamano spregiudicatezza e i sostenitori talento. Dirigere un’orchestra che non ti sopporta è come allenare una squadra di calcio dove hai i giocatori tutti contro: tecnicamente fattibile, praticamente uno stillicidio quotidiano. Dunque meglio uscire con un’intervista ad effetto su La Nación che continuare a logorarsi in un clima da assedio. La mossa, in fondo, dimostra dietro le sprezzanti parole indirizzate da mesi alle maestranze del teatro veneziano, una sua consapevolezza. E soprattutto le consente di vendersi mediaticamente come eroica vittima nella patriottica battaglia contro l’egemonia culturale della sinistra

Farsi cacciare passando per vittima: il “capolavoro” di Beatrice Venezi
Beatrice Venezi sul palco del Politeama di Palermo (Ansa).

La rimozione basterà a ricucire il rapporto tra direzione e maestranze?

Ora che, eliminata la pietra dello scandalo, La Fenice prova a ripartire, il futuro è un’incognita. Chi arriverà al posto di Venezi? Basterà la sua rimozione per ricucire il rapporto tra la direzione e le maestranze? Forse sì, a patto che il nome del successore sia all’altezza. Un direttore musicale di profilo inattaccabile, con un curriculum che parli da solo potrebbe abbassare la temperatura e ripristinare la perduta armonia tra le componenti del teatro. Un altro nome divisivo, o peggio un compromesso al ribasso dettato da equilibri politici che poco hanno a che fare con la bacchetta, perpetuerà lo stato di guerra. I sindacati, che negli enti lirici hanno più che in altri settori voce in capitolo, chiedono a Colabianchi di dimostrare con i fatti di voler aprire davvero una pagina nuova, esortazione che piace purché si faccia attenzione a cosa scriverci.  

Farsi cacciare passando per vittima: il “capolavoro” di Beatrice Venezi
Beatrice Venezi (Imagoeconomica).

La Fenice ha bruciato due volte nella sua storia, e ogni volta è risorta. Stavolta l’incendio lo ha appiccato una direttrice imposta con improvvida spavalderia alla direzione musicale di uno dei più prestigiosi templi della lirica. C’è qualcosa di vagamente surreale in tutta questa vicenda: una nomina politica contestata dagli orchestrali, difesa a oltranza da un sovrintendente sempre più solo, liquidata infine dalla stessa interessata quando ancora il teatro, nella sua accezione più letterale, non le aveva ancora aperto il sipario.   

L’ex arbitro: “Le ‘bussate’ alla sala Var? Tutti sapevano che erano vietate”

AGI - “Le ‘bussate’ in sala Var? Nell’ambiente se ne parlava e si sapeva che il protocollo non lo permetteva". Daniele Minelliex arbitro, si è ritirato nel luglio del 2025 deluso da un ambiente in cui sostiene di avere visto molte ingiustizie, a cominciare dalla compilazione della graduatoria degli arbitri a cui lega anche il tema degli interventi esterni al Var, al centro dell’inchiesta della Procura di Milano che ha portato il designatore Gianluca Rocchi all’autosospensione.

L'ex arbitro e le 'bussate' vietate al Var 

"Nel caso di Udinese-Parma è chiaro che se quell’addetto Var", spiega Minelli all'AGI "ha preso una valutazione positiva va a incidere sul voto e, di conseguenza, sulla graduatoria interna che permette agli arbitri di rimanere o ‘andare a casa’ e quindi di avere o no il gettone di presenza. Inoltre possono esserci ripercussioni per i club sulla classifica se per una squadra vengono corretti gli errori e per un’altra no”. 

“Se poi gli errori venivano corretti ad alcuni sì e ad altri no è evidente che questo falsava le graduatorie degli arbitri perché chi veniva corretto prendeva un voto positivo, chi no, uno negativo.  Basta vedere i video della Sala Var degli scorsi anni, si sentono i suggerimenti”.

Minelli contro le distorsioni del sistema

Minelli ha provato in tutti i modi a fare emergere quelle che riteneva e ritiene le distorsioni del sistema. “Ho presentato nel 2021 un esposto alla Procura Federale che è stato archiviato da Chiné nei confronti di chi aveva falsificato un verbale del Comitato Nazionale per mantenere in organico un arbitro al posto mio".

"Eppure negli atti c’erano documenti e chat tra i componenti della Commissione Arbitrale da cui si evinceva chiaramente che il verbale riportava delle dichiarazioni dell’allora designatore della serie B Morganti che lo stesso ha sempre smentito, davanti alla Procura federale, di aver mai reso. Per questo, vista la condotta della Procura Federale, ho presentato una querela alla Procura di Roma nel 2024. Non mi risulta nessuno sviluppo nonostante avessi portato documenti e chat tra i componenti della Commissione Arbitrale da cui emergevano irregolarità nelle graduatorie e voti agli arbitri che nella mail erano in un modo e poi agli atti in un altro”.

La sala Var e gli errori arbitrali 

Tornando alle ‘bussate’ Minelli rileva un aspetto interessante. “Da quando a Rocchi e i suoi vice non si sono più presentati a Lissone perché la federazione ha imposto la presenza della procura federale all'interno della Sala Var dopo la denuncia di Rocca, gli errori degli arbitri si sono moltiplicati in modo devastante. Non so se dipenda da quello, ma non ne ho mai visti così tanti come quest’anno”.

Da arbitro ad agente immobiliare 

Minelli lavora in un’agenzia immobiliare e non ha più calcato il prato verde. “Nostalgia? No, dopo la stagione dell’anno scorso non ce la facevo più, ero nauseato. Rocchi avrebbe dovuto andarsene già allora, non aveva più il polso della situazione”.

L’IA e il problema dei consumi di energia: chi paga il conto salato?

Ogni mattina, in qualche parte del mondo, un modello di intelligenza artificiale risponde a milioni di domande. E ogni volta che lo fa, una rete elettrica registra un aumento di carico. Così, anche se a singhiozzo si discute di sostenibilità, una delle tecnologie considerate tra le più promettenti presenta un aspetto trascurato dai più: la bolletta energetica. Se infatti c’è una cosa che potrebbe rallentare davvero la corsa dell’IA è proprio questa. Dietro ogni nostro messaggio ci sono server, sistemi di raffreddamento e infrastrutture che non devono fermarsi mai.

L’IA e il problema dei consumi di energia: chi paga il conto salato?
Data center (foto Unsplash).

Media di 3 wattora per prompt, ma il range è molto ampio

Le stime sul consumo per singola interazione variano sensibilmente. Una media spesso citata si aggira intorno ai 3 wattora per prompt, ma il range è molto più ampio e varia da meno di 1 wattora nei casi più efficienti fino agli oltre 30 nei modelli più complessi. Per dare un ordine di grandezza, si passa dal consumo di un piccolo dispositivo indossabile per pochi minuti, come uno smartwatch, fino a quello di un elettrodomestico in funzione prolungata, l’equivalente di un forno a microonde acceso per 20 minuti. Tuttavia, il punto non è la singola domanda che facciamo a ChatGPT.

Valanga di query giornaliere e impatti ambientali significativi

A incidere sono, da un lato, le differenze tra modelli. GPT-4o, per esempio, può richiedere circa 0,43 wattora per una semplice richiesta, mentre sistemi più intensivi come o3 o DeepSeek-R1 superano i 33 wattora, una differenza di oltre 70 volte. Dall’altro lato, il tema è di scala. Come stimano alcuni studi recenti, 700 milioni di query giornaliere su GPT-4o equivalgono al consumo elettrico annuale di circa 35 mila famiglie. Un livello di domanda energetica che si traduce anche in impatti ambientali significativi.

L’IA e il problema dei consumi di energia: chi paga il conto salato?
L’IA necessita di server, sistemi di raffreddamento e infrastrutture che non devono fermarsi mai (foto Unsplash).

Grosso dispendio idrico per il raffreddamento dei data center

Se le emissioni associate sono nell’ordine di circa 4,3 grammi di CO₂ per query, su scala aggregata ciò corrisponde a un consumo che richiederebbe una superficie forestale comparabile a quella di città come Chicago o Madrid per essere compensato. Senza considerare il dispendio idrico necessario al raffreddamento dei data center, che si aggira tra 1,3 e 1,6 miliardi di litri di acqua dolce all’anno, equivalenti al fabbisogno di circa 1,2 milioni di persone.

Il paradosso di Jevons sull’efficienza

Il fenomeno si inserisce in una traiettoria di crescita accelerata. Il Fondo monetario internazionale osserva che i settori legati all’IA negli Stati Uniti stanno crescendo quasi tre volte più velocemente del resto dell’economia privata, mentre i costi elettrici delle aziende IA integrate sono quasi raddoppiati tra il 2019 e il 2023. A questo si aggiunge un elemento strutturale, e cioè che l’efficienza non riduce necessariamente i consumi, anzi.

L’IA e il problema dei consumi di energia: chi paga il conto salato?
Il raffreddamento dei data center ha bisogno anche di consumo idrico (foto Ansa).

È una dinamica nota come paradosso di Jevons e ci dice che più l’IA diventa efficiente, più viene utilizzata. E più viene utilizzata, più consuma e più la rete soffre. Dinamiche di questo tipo sono già visibili. In Irlanda, per esempio, nell’area di Dublino, la pressione dei data center, pari a oltre un quinto della domanda elettrica nazionale, ha portato a limitare nuove connessioni per evitare tensioni sulla rete.

Pressione crescente su infrastrutture come università e ospedali

A questo punto la domanda cambia natura: non è più solo quanta energia consuma l’intelligenza artificiale, ma chi ne sostiene il costo. Sempre il Fmi stima che, entro il 2030, la domanda energetica dell’IA potrebbe contribuire a un aumento fino all’8,6 per cento dei prezzi dell’elettricità negli Stati Uniti, in scenari con crescita limitata delle rinnovabili. Un effetto che si traduce in bollette più alte per famiglie e imprese e in pressione crescente sulle infrastrutture come università e ospedali. Del resto l’uso di GPT-4o per un anno può richiedere l’equivalente del fabbisogno energetico di circa 50 ospedali o di 325 università. In altri termini, non si tratta più di innovazione, ma di una redistribuzione silenziosa con costi scaricati sui cittadini attraverso bollette più care e servizi sotto pressione.

Big Tech cerca di garantirsi l’accesso diretto all’energia

Nel frattempo Big Tech non aspetta e si muove per garantirsi l’accesso diretto all’energia. Microsoft ha siglato un accordo con Helion Energy per l’acquisto di energia da fusione, con l’obiettivo dichiarato di iniziare la fornitura entro la fine del decennio, anche se la tecnologia non è ancora commercialmente matura. Amazon, dal canto suo, ha investito nello sviluppo di reattori modulari di nuova generazione attraverso X-Energy, mentre Google ha avviato collaborazioni con Kairos Power per esplorare soluzioni nucleari avanzate. Il segnale è chiaro: la partita non è più sulla tecnologia, ma sull’energia. E, soprattutto, su chi riuscirà ad assicurarsela per primo.

25 aprile al veleno, è scontro tra l’Anpi e la Brigata Ebraica

AGI - Per il ministro della Difesa, Guido Crosetto, nessun partigiano che ha fatto la Resistenza "avrebbe mancato di rispetto alla storia della Brigata Ebraica che era stata al loro fianco a combattere" e chi lo ha fatto ha "sputato" sui valori della Resistenza. Eppure l'allontanamento dello spezzone della Brigata dal corteo di Milano, dopo che per due ore c'era stato uno stallo con i Pro Pal decisi a non farlo proseguire, continua a far discutere con un durissimo botta e risposta tra la Comunità ebraica di Milano e l'Anpi.

Il presidente della comunità ebraica milanese, Walker Meghnagi, ha accusato l'Associazione di partigiani di aver "organizzato" l'allontanamento della Brigata "perchè sin dall'inizio aveva detto 'no agli ebrei al corteo'". "Siamo stati espulsi, cacciati dal corteo, in un modo assurdo, vergognoso, ed è andata bene perchè poteva andare molto peggio", ha aggiunto Meghnagi, che ha detto di aver chiesto un incontro al Quirinale e dal Papa. "Abbiamo rispettato tutte le regole. Le bandiere israeliane c'erano, ma nessuno aveva detto di non portarle. Basta chiederlo alle forze dell'ordine".

 

 

Replica dell'Anpi

"Leggiamo le farneticanti dichiarazioni che ci accusa di fomentare l'antisemitismo", la replica dei vertici dell'Anpi, "sono dichiarazioni provocatorie, false e volutamente strumentali". Per Gianfranco Pagliarulo, presidente nazionale Anpi, e Primo Minelli, presidente Anpi provinciale di Milano, "questo signore vuole cosi' aumentare la tensione e creare nuove divisioni. Ovviamente con lui ci vedremo in tribunale", hanno avvertito.

Reazioni politiche

Immediate le prese di posizione politiche: l'ex vicesindaco Giuseppe De Corato, deputato di Fratelli d'Italia, ha affermato che "fin dall'inizio, infatti, l'associazione nazionale partigiani si era dichiarata non solo contraria ma addirittura ostile alla partecipazione della Brigata alle celebrazioni facendola sentire indesiderata a un corteo al quale invece aveva pienamente diritto di partecipare".

La posizione di Sinistra Italiana

Sul fronte opposto la segreteria milanese di Sinistra Italiana che parla di "notizie totalmente infondate" diffuse dai media: "Va detto che la Brigata Ebraica, nel corteo di ieri, non era sola, ma si e' fatta capofila dei peggiori reazionari e guerrafondai portando con se' i vessilli di chi oggi e' la causa delle tragedie in corso in Palestina, in Libano, in Siria, in Iran. Con bandiere dello Stato di Israele che nulla c'entrano con la Liberazione, ma che oggi rappresentano l'oppressione e il genocidio del popolo palestinese e l'aggressione a meta' del mondo arabo. "Di fronte a questa palese provocazione, considerato quanto sta avvenendo nel mondo, la contestazione e' stata del tutto spontanea, promossa da centinaia di cittadini".

L'intervento di Emanuele Fiano

Amareggiato Emanuele Fiano: il deputato dem ha dichiarato al Corriere della Sera che "è giusto opporsi a Netanyahu, ma non bisogna confonderlo con il popolo ebraico". "Le comunità ebraiche e i mondi a loro collegati ritengono ormai impossibile il dialogo con la sinistra. Si sentono attaccati, discriminati. E non vedono grandi margini di ricucitura di fronte a situazioni come quella che abbiamo vissuto a Milano".

 

Band di Kiev ‘multata’ di 4800 euro dopo show in Veneto

AGI - Ritorno dall'Italia amaro per una band ucraina che giovedì scorso si era esibita a San Donà, in Veneto. '1914', un gruppo 'death metal' che raccoglie fondi per i soldati al fronte, è stata fermata per un controllo dalla Guardia di Finanza al posto di frontiera verso l'Austria, dove era attesa per un concerto a Salisburgo e le Fiamme gialle avrebbero trattenuto loro "a titolo di oblazione" 4.800 euro, in quanto non avrebbero dichiarato alle autorità doganali il possesso di contanti oltre la soglia di 10.000.

La denuncia sui social

A rivelarlo è stata la stessa band che ha pubblicato sui propri canali social anche il verbale di contestazione. Nell'atto viene riportata anche la giustificazione dei sei membri della band che sottolineano di aver pagato le tasse dovute per la loro esibizione e di non aver infranto alcuna norma perché i soldi in contanti destinati all'esercito ucraino non superavano il tetto individuale ma erano stati messi in un unico contenitore per comodità.

Lo sfogo dei 1914: "Trattati come un'élite criminale"

La band, come riporta il Gazzettino, ha lamentato di essere finita "in una situazione molto sgradevole" perché, dopo l'evento a San Dona' di Piave "fantastico e pieno di momenti e incontri meravigliosi", sono stati "controllati una specie di èlite criminale". Malgrado la disavventura, i 1914 hanno comunque ringraziato gli spettatori che "hanno donato" e hanno annunciato che torneranno in Italia "a ottobre".