Attentato contro i militari italiani in Iraq

Cinque feriti. Tre in gravi condizioni, ma non sono in pericolo di vita. Erano impegnati in attività di addestramento, quando sono stati colpiti da un ordigno rudimentale.

Attentato esplosivo contro militari italiani in Iraq, a Sud di Erbil: cinque i feriti, di cui tre in gravi condizioni. Uno ha subito l‘amputazione di una gamba, come riferito dal comandante interforze Nicola Lanza de Cristoforis. Il ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, sta seguendo «con attenzione e apprensione» gli sviluppi di quanto accaduto e ha immediatamente informato il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e il premier Giuseppe Conte. Guerini ha espresso «la più profonda vicinanza alle famiglie e ai colleghi dei militari coinvolti».

LA DINAMICA DELL’ATTENTATO

L’attentato, secondo lo Stato maggiore della Difesa, è avvenuto a mattina del 10 novembre quando un ordigno esplosivo rudimentale è detonato al passaggio di un team misto di forze speciali italiane in Iraq. Il team stava svolgendo attività di addestramento in favore delle forze di sicurezza irachene, impegnate nei pattugliamenti contro i jihadisti dell’Isis. I cinque militari coinvolti dall’esplosione sono stati subito soccorsi, evacuati con elicotteri americani facenti parte della coalizione e trasportati in un ospedale militare di Baghdad, dove stanno ricevendo le cure del caso. Nessuno di loro, secondo fonti sanitarie citate dall’ambasciatore italiano in Iraq, Bruno Antonio Pasquino, è in pericolo di vita.

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Gerd Leonhard: «Vi spiego perché l’uomo ringrazierà i robot»

In 20 anni cambierà tutto. Anche tanti media, di carta e online, spariranno. Con molto meno lavoro ma molti più profitti. Pure per lo Stato. La sfida nell’etica e nella redistribuzione. Il futurologo a L43.

Un mondo senza auto a carburante e call center. Dove lavorare da indipendenti per tre ore al giorno, mantenuti da un reddito minimo di base, garantito dagli introiti statali di energie potenzialmente illimitate e dai costi di produzione massicciamente abbattuti. Un mondo dove andare poi a svagarsi in locali magari con l’insegna no smartphone accanto a no smoke. O accendendo radio e tivù on demand. Navigando con la voce su una Rete molto più veloce e snella di siti web, grazie al 5G e all’intelligenza artificiale (Ai) che sbrigherà tutte le ricerche dati e i compiti di routine. Quel mondo, secondo le previsioni del futurologo tedesco Gerd Leonhard, pensatore e da anni studioso dell’impatto delle tecnologie digitali, non sarà la società mostruosa dei film sul futuro di Hollywood. Ma potrebbe diventarlo se l’etica umana non riuscirà a dominarla.

LA RIVOLUZIONE PIÙ RAPIDA

L’autore di Technology vs. Humanity (2016) non minimizza sulle distopie di un avvenire pervaso da macchine in potenza superuomini. «Potremo fare delle bombe o dei miracoli, una responsabilità tremenda», spiega a Lettera43.it dall’Internet Festival di Pisa, «il mondo cambierà più nei prossimi 20 anni che non negli ultimi 300. Il decollo concomitante di più tecnologie – dal 5G, all’Internet delle cose (Idc), all’ingegneria genetica che modificherà il genoma – porterà al più grande e repentino cambio di paradigma della storia». Per Leonhard, con alle spalle oltre 1500 speech anche tra i big del tech, settori come il bancario verranno smantellati. La gran parte dei giornali sparirà, anche online, se non diverranno un brand con più offerta digitale. «Ma l’umanità creativa» assicura «vincerà i robot e li guiderà».

Internet tecnologie futuro intervista Gerd Leonhard
Il futurolo Gerd Leonhard.

DOMANDA. Che input riceve quando raccomanda per esempio agli staff di Google o di Microsoft a restare umani, di collaborare per creare insieme i Consigli etici digitali?
RISPOSTA.
Sono fiducioso, anche loro sono esseri umani che non vogliono diventare macchine. Il problema delle tecnologie più potenti dell’uomo è che non hanno discrimine tra bene e male. Anche il Dalai Lama ritiene l’etica più importante della religione. Predico con urgenza una rete di Consigli etici digitali a livello di città, Paesi, regioni e infine del mondo, perché il gioco non sfugga di mano. Al momento sono una 20ina. Solo con questo sistema capillare e gerarchico potremo accordarci su cosa sia etico o meno. Dilemma tanto difficile quanto cruciale.

Non ci siamo riusciti nell’analogico su questioni come l’eutanasia o la maternità surrogata.
Spesso si fraintende che l’etica sia dire sempre no. Invece è discernere caso per caso. Se per esempio con le tecnologie dell’ingegneria genetica posso prevenire l’insorgere del cancro, salvando anche solo una vita umana, ho il dovere di sforzarmi come scienziato. Ma non di creare un super soldato o un dio.

È ottimista anche sulle ricadute della perdita di centinaia di professioni: davvero, come sostiene, dopo la grande contrazione torneranno a circolare soldi, tanti, che verranno distribuiti?
Per forza, i progressi saranno inevitabili, enormi e non graduali. E saranno un grosso business: comunicare diventerà come l’aria o l’acqua. L’energia pulita, solare e nucleare, sostituirà il petrolio e sarà illimitata. A basso costo come la gran parte della merce: con l’intelligenza artificiale, i computer quantistici e in 3d, le superconnessioni in 5G, si potrà produrre di più e in massa, a un costo infinitamente inferiore. I governi devono ancora incassare i soldi dai benefit: la sfida più grande, con l’etica, sarà la redistribuzione.

Ma i governi lo capiranno? Anche i partiti sono in una fase di rottura.
Ogni politico dovrebbe superare il test del futuro con patentino. Tanti vivono ancora nel passato ma se, come credo, comprenderanno i margini di guadagno del cambiamento, gli Stati potranno offrire servizi di base a tutti e un reddito minimo garantito. Basterà lavorare 2 o 3 ore al giorno, con gli stessi compensi di oggi, per tutta una serie di impieghi. Adesso lavoriamo di più proprio a causa delle nuove tecnologie, ma presto sarà l’opposto. L’idea del lavoro dovrà essere ridefinita.

Quali impieghi crolleranno drasticamente?
Le macchine faranno tutto il banking. Come parte dello scientifico e del sanitario: i robot operano già, in modo più invasivo e più economico dei chirurghi, e con più precisione. Tra 10 anni tutte le operazioni semplici, di contabilità e di routine saranno svolte dall’intelligenza artificiale in modo più efficiente e corretto: le informazioni per servizi si potranno avere in automatico parlando con le app: 20 milioni di operatori dei call center sono in estinzione. Come i contabili sostituiti da grandi calcolatori.

Lei prevede servizi pubblici più economici del 90% per i cittadini. Anche nell’informazione: libri e giornali di carta spariranno tra i media?
Toccare la carta dà piacere, nella mente si attivano circuiti diversi che quando navighiamo su Internet: sono convinto che l’80% dei libri resterà, leggeremo di più per il tempo libero. Con la gran parte dei giornali andrà diversamente: prima la stampa era un modello di business per la pubblicità, ma oggi non più. Non è affatto necessario comprare un giornale all’edicola per informarsi. Ci sono tante altre fonti.

Soprattutto sui siti Internet.
Distinguere tra carta e web è fuorviante. Tra 10 anni non ci saranno più neanche i siti web, tanto uomo  e macchina si comprenetreranno. Non servirà più digitare a mano per trovare informazioni sulle pagine online: roba di 20 anni fa. Sarà tutto disponibile a voce, on demand. E comunicheremo a distanza con audio, video, ologrammi…

Così anche il giornalismo morirà.
Affatto. Come altre professioni creative e umane sopravviverà, soprattutto nello storytelling. Il giornalismo non verrà soppiantato da macchine incapaci di comprendere e di intuire situazioni e relazioni, di indagare e di verificare dati, di creare video e immagini originali. I computer sono ottimi database e potranno anche simulare storie, ma in modo dozzinale: capire il mondo non è un dato di fatto. Certo di sicuro cambieranno i mezzi: vedremo le radio sparire dalle auto connesse a Internet. Tra i quotidiani reggeranno solo quelli molto buoni come il New York Times, l’Economist, il Guardian o der Spiegel in Germania, che da fogli di carta si stanno trasformando in brand digitali del lifestyle. Cioè in potenti società tecnologiche.

Internet tecnologie futuro intervista Gerd Leonhard
Il cervello artificiale di un umanoide. GETTY.

Due multinazionali digitali per eccellenza, Google e Facebook, cercano di fare informazione.
Ma siamo già a una crisi dei social media, per la spazzatura generata dagli algoritmi. Che di per sé sono insufficienti a fare informazione, devono incontrarsi con gli old media. Con questo abbaglio negli ultimi 10 anni sono stati persi molti soldi, molti media hanno chiuso e quel che abbiamo è un cattivo giornalismo. Ma con la redistribuzione assisteremo a un grande revival, soprattutto dei media pubblici. Anche su questo sono ottimista.

Cos’altro non diventerà mai macchina, nonostante corpi contaminati dai chip, estensioni di robot?
Ci sarà molta assistenza dell’Ai. Ma difficilmente guidare un’auto sarà totalmente automatizzato, a causa dell’imprevedibilità del traffico. Parte dei negozi resterà gestito da persone, per via delle relazioni umane indispensabili per la nostra natura. Pensiamo ai contatti in un café, al lavoro di uno chef… C’è principio paradossale nella scienza: tutto ciò che è semplice per un computer è difficile per l’uomo, e viceversa. Gli uomini hanno dei limiti logici che le macchine non hanno. In compenso riescono a comprendere e a sentire.  

Però le menti dei bambini potrebbero essere plasmate dalle tecnologie, diventando macchine: si vedono navigare negli smartphone prima di imparare a leggere e a scrivere.
È un’urgenza, come detto, proteggere la parte umana circondata da tecnologie potenti, accattivanti come le droghe. Ma c’è una strada già tracciata: i bambini per esempio non dovrebbero poter usare gli smartphone a scuola. E nei ristoranti sarebbe una bella regola il no smartphone – su base volontaria, non come obbligo per i ristoratori – oltre al no smoke.

Quali Paesi sono più avanti nella gestione responsabile delle nuove tecnologie?
Paesi nordici come Finlandia e Danimarca. In Finlandia si educano già i bambini a essere più umani in un mondo digitale: lo scontro con le nuove tecnologie si vince grazie alla cultura. Occorre capire che insegnare la meccanica ai giovani li renderà disoccupati: se diventeremo macchine saremo oscurati dai robot.


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L’opposizione sta portando consiglio a Matteo Salvini?

Prima la svolta europeista (fuori tempo massimo), poi l'apertura a Draghi come futuro presidente della Repubblica. Il segretario della Lega, per convenienza, sembra aver cambiato registro. Sempre che non si tratti solo di un bluff per rassicurare i mercati e gli elettori.

Stare un poco all’opposizione ha qualche vantaggio per un politico perché aiuta a riflettereMatteo Salvini sta riflettendo? Alcuni segnali recenti lo indicano, ma tuttavia sono al momento insufficienti per chi ritiene che la Lega salviniana abbia causato seri danni al Paese con le sue stentoree e spesso futili polemiche anti-Ue e anti-euro. 

LA CONVERSIONE EUROPEISTA NELL’INTERVISTA AL FOGLIO

Il primo segnale è arrivato a metà ottobre con un’intervista a Il Foglio dove Salvini sottoscriveva in modo esplicito sia il carattere irreversibile dell’euro sia l’interesse dell’Italia a restare nella Ue non «per passione ideale» ma perché «nel mondo di oggi l’Italia, fuori dall’Europa, è destinata a non contare nulla, a essere una provincia del mondo». Era facile rilevare, e Lettera43.it lo ha fatto, come parlando così Salvini si allineasse ma con 70 anni circa di ritardo a quanto i cosiddetti padri dell’Europa, da Robert Schuman a Jean Monnet ad Alcide De Gasperi e Konrad Adenauer, più molti altri di quella generazione e delle successive, avevano sempre pensato e capito ben prima di lui. Per loro il progetto europeo poteva anche essere un sogno, ma era soprattutto e in modo urgente una necessità.

AFFAMATA E INERME: ECCO L’EUROPA DOPO LA SECONDA GUERRA MONDIALE

Bisognerebbe masticare un po’ di storia ogni tanto, e avere un’idea di che cos’era l’Europa dopo la Seconda Guerra mondiale: poco più di un nulla, affamata, inerme e smarrita, compresa alla fine anche la rovinata finanziariamente Gran Bretagna. A questo si era ridotto in 30 anni, dal 1914 al 1945, il piccolo continente che aveva dominato il mondo. Nell’universo del 1945-50, con la preminenza di una superpotenza a tutto tondo come gli Stati Uniti e di una potenza militare come l’Unione Sovietica, gli Stati nazionali europei a parte le loro miserevoli circostanze avevano una precisa caratteristica valida per tutti, quanto a dimensioni: erano obsoleti.

LA “RESISTENZA” DI BORGHI & CO

Salvini ci ha messo il suo tempo per arrivarci, ma chissà, forse – speriamo – ci sta arrivando.  Subito dopo il riconoscimento implicito da parte del segretario della Lega delle buone ragioni storiche del progetto europeo, il fidatissimo Gian Marco Centinaio, ex ministro dell’Agricoltura e a un certo punto fra i papabili come candidato italiano alla Commissione Ue, lo confermava: su euro e Ue «la parentesi è del tutto chiusa». Claudio Borghi e  pochi altri protestavano e ricordavano che l’opposizione alla perfida Ue e la sfiducia, a dir poco, nell’euro erano nell’anima e nelle carte leghiste, e immarcescibili; e invitavano a non dare peso a «manovre giornalistiche»  di basso rango.  

Salvini potrebbe aprire per finta a Draghi per non spaventare i mercati in caso di voto anticipato, per esempio dopo una sperata smagliante vittoria in Emilia-Romagna

L’APERTURA NEI CONFRONTI DI DRAGHI

Parlare di manovre giornalistiche diventa però impossibile dopo che il Capitano in persona, Matteo Salvini, ha sdoganato in tivù (Fuori dal coro di Mario Giordano del 6 novembre) con il suo why not, perché no, l’ipotesi di Mario Draghi presidente della Repubblica, alla scadenza fra due anni del mandato di Sergio Mattarella

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Mario Draghi, ex presidente della Bce.

Potrebbe anche essere una mossa solo tattica, “aprire” per finta a Draghi per non spaventare i mercati nel caso di voto anticipato, per esempio dopo una sperata smagliante vittoria in Emilia-Romagna il prossimo 26 gennaio. Ma intanto Draghi, la “bestia nera” che ci ha affamato con il suo stramaledetto euro “moneta sbagliata”, Draghi nemico del popolo e simbolo delle élite anti-democratiche del denaro, Draghi il peggio dei peggio insomma, ora sembra un buon candidato a simbolo e garante dell’unità nazionale. E, date le opinioni e il curriculum, certamente della piena appartenenza dell’Italia a euro e  Unione europea. 

UN DURO COLPO PER GIORGIA MELONI

Spiazzata, l’alleata Giorgia Meloni non ha potuto solo ribadire quanto già detto da Salvini, sull’ipotesi però di Draghi non al Quirinale ma a Palazzo Chigi, e cioè che per diventare capo politico occorre farsi eleggere dal popolo. Per Meloni chi va al Quirinale «deve avere alle spalle una storia di difesa dell’economia reale e dei nostri interessi nazionali» e Draghi, proveniente dice lei «dal mondo della grande finanza internazionale», non ce l’ha. Meloni, a differenza della Lega, discende da una precisa filiera nazionalista e mussoliniana per lei mai obsoleta, e non potrà mai digerire il crescente passaggio di sovranità a Bruxelles e a Strasburgo, in una dimensione europea che a suo avviso non esiste, è una truffa. Meloni vive in un mondo di sacri confini. Draghi non avrà mai i voti di Fratelli d’Italia, ha ribadito.

Matteo Salvini e Giorgia Meloni.

ADDIO ALLE BATTAGLIE ELETTORALI

Il colpo per Giorgia Meloni è stato doloroso perché più che di una parentesi, come l’ha definita Centinaio benevolmente, il duro no all’euro, le infinite dichiarazioni di morte imminente della Ue nella campagna per il voto europeo del maggio scorso e gli attacchi allo stesso Draghi presidente Bce sono stati una precisa linea non strettamente leghista ma certamente molto salviniana, e codificata nei documenti congressuali. Su questo fronte anti-europeo Salvini ha costruito il 40% almeno della sua campagna elettorale del 2017-2018 e di quella campagna elettorale bis che sono stati i suoi 14 mesi di governo; il restante 60% è stato giocato sull’immigrazione.

L’ANTI-EUROPEISMO NON CONVINCE LA BASE STORICA DELLA LEGA

L’anti-europeismo spinto e soprattutto le polemiche anti-euro, campione Claudio Borghi portato da Salvini a un ruolo importante alla Camera dei deputati, non hanno però mai convinto, tanto per cominciare, la base storica leghista, quella imprenditoriale del Nord in particolare. Sono aziende e aziendine che spesso hanno un mercato europeo importante e non vogliono intoppi su quel fronte. L’euro poi anche in Italia è più popolare che impopolare. E il voto europeo ha mostrato i limiti del sovranismo, sempre forza di tutto rispetto ma che non ha sfondato.  È comprensibile che Salvini, e soprattutto persone più attente a questi aspetti e di cui lui si fida, abbiano cominciato a trarne le conseguenze. Se la linea verrà confermata ben oltre qualche rapida dichiarazione che potrebbe anche essere insincera e strumentale, si tratta di un passaggio molto significativo. E Meloni non può farci molto perché non romperà su questo l’asse con Salvini che potrebbe portarla al governo. 

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Claudio Borghi.

IL TRUCE CAPITANO SI STA RAFFINANDO?

Il “truce” Salvini, come viene spesso definito, si sta affinando un po’?  L’ipotesi di Draghi al Quirinale, un ruolo che forse l’ex presidente Bce non  rifiuterebbe a differenza di Palazzo Chigi, avrebbe numerose e grosse implicazioni per lo più positive, soprattutto se Salvini tornasse al governo. Draghi sarebbe una grossa copertura sul fronte Ue e dei mercati e sarebbe, ancor più importante, il chiaro segnale che le due anime dell’Italia, quella più sovranista e quella più europea, si parlano, collaborano e scendono a ragionevoli compromessi, sulla linea del «cambiamo l’Europa, ma teniamocela ben stretta». Sarebbe una mossa giusta sul terreno migliore della politica, che è quello pragmatico del possibile. Avrebbe tuttavia delle chiare implicazioni per qualsiasi governo, poiché difficilmente Draghi accetterebbe senza l’impegno politico ad affrontare finalmente il debito pubblico, cominciando a farlo scendere non solo sul Pil, ma in cifra assoluta. Un’impresa da far tremare i polsi ma che paradossalmente, stando così come oggi i rapporti di forza, solo un esecutivo a sfondo sovranista, o neo sovranista, potrebbe affrontare.

L’ANNUNCIATO DIETROFRONT SOVRANISTA

Comunque, in attesa di conferme sul nuovo corso europeo di Salvini e soprattutto della conferma che non si tratta di bugie per cercare di tranquillizzare i mercati e più della metà degli elettori, si può aggiungere un’annotazione: c’era da aspettarselo. Era prevedibile e previsto (si veda su Lettera43.it del 24 febbraio I sovranisti italiani faranno presto dietrofront  su ue, debito ed euro). Chi non vince la partita, se lungimirante, in genere scende a patti. Se dovrà ammettere che Salvini è lungimirante, mezza Italia lo farà certamente volentieri. 

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L’affluenza alle urne delle elezioni in Spagna di novembre 2019

Alle 14 ha votato il 37,9%: dato in calo di 3,6 punti rispetto alla precedente tornata di aprile.

Urne aperte in Spagna per la quarta volta in quattro anni. L’affluenza sarà la chiave di volta: una mancata mobilitazione della sinistra, scoraggiata per il fallito accordo tra i socialisti al governo e Podemos, potrebbe contribuire alla crescita del Partito popolare e di Vox. Si vota dalle 8 alle 19.

ALLE 14 AFFLUENZA AL 37,9%

Alle ore 14 l’affluenza è del 37,9%, 3,6 punti in meno rispetto all’ultima tornata delle Politiche di aprile 2019 (41,49%).

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«Patto segreto sui migranti tra Libia e Malta»

Secondo i media della Valletta, l'intesa prevede che le forze armate dell'isola segnalino alle motovedette di Tripoli le imbarcazioni in viaggio per riportarle indietro. Alarm Phone: «Così si impedisce di fuggire da una zona di guerra».

Un accordo segreto tra Malta e Libia, per un coordinamento tra le forze armate dell’isola – la Marina in particolare – e la controversa Guardia costiera di Tripoli. L’intesa, secondo il quotidiano Times of Malta, prevede che i barconi dei migranti vengano segnalati dalla Marina maltese alle motovedette libiche prima che facciano ingresso nelle acque della Valletta, affinché vengano intercettati e riportati indietro. Per Alarm Phone si tratta di un fatto gravissimo, perché l’accordo «impedisce alle persone di fuggire da una zona di guerra e viola le convenzioni internazionali sui diritti umani»

UN INCONTRO IMBARAZZANTE

Il sito web del Times of Malta ha pubblicato la foto di un incontro tra il colonnello maltese Clinton O’Neil, capo delle forze armate e dell’intelligence militare, e il vicepremier libico Ahmed Maiteeq, organizzato dall’ambasciatore maltese a Tripoli. In primo piano appare un membro del Gabinetto del primo ministro maltese, Neville Gafà, più volte accusato di corruzione per il rilascio di visti per ragioni mediche concessi in modo irregolare. Secondo il quotidiano, Gafà si sarebbe accreditato come «inviato speciale del premier Joseph Muscat». Nel 2018 fu costretto ad ammettere di aver avuto un incontro con Hajthem Tajouri, leader di una milizia che gestisce un campo privato di detenzione per migranti e il racket delle estorsioni.

CITATE FONTI GOVERNATIVE DI ALTO LIVELLO

Secondo fonti governative di alto livello citate dal Times of Malta, i primi contatti tra la Valletta e Tripoli risalirebbero proprio al 2018. Ma adesso l’isola avrebbe concluso un accordo segreto vero e proprio: «Quando un’imbarcazione si dirige verso le nostre acque, le forze armate maltesi si coordinano con i libici. Il barcone viene intercettato e riportato indietro, prima che diventi di nostra competenza», hanno detto le fonti, aggiungendo che senza questo accordo l’isola verrebbe «sommersa dai migranti».

LA REPLICA DEL GOVERNO MALTESE

Un portavoce del Gabinetto del primo ministro maltese ha replicato affermando che incontri bilaterali con i libici avvengono continuamente. Malta «rispetta sempre» le convenzioni e le leggi internazionali, e l’Unione europea «è contro l’ostruzione delle operazioni condotte dalla Guardia costiera libica, finanziata e addestrata dall’Unione europea stessa per sostenere la gestione dei migranti e combattere il traffico di esseri umani».

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Cosa sono le case della salute e perché funzionano

Ospedali riconvertiti, ma non solo. Offrono strutture alternative a quelle del servizio pubblico. Riducendo accessi al pronto soccorso e ricoveri. In attesa di una riforma, ecco a chi (e a quali patologie) servono questi punti di assistenza.

Spesso sono ospedali riconvertiti, ma non solo. Le case della salute, previste in via sperimentale dal decreto del ministero del 10 luglio 2007 e poi implementate da molte Regioni, stanno diventando un punto di riferimento in tutto il territorio nazionale. Ed è una buona notizia, dal momento che il servizio pubblico continua a perdere strutture e ospedali. Solo nel 2018 si sono perse almeno 91 strutture di ricovero, pari al 6% del totale. Conforta sapere che il Lazio, con 20 case attivate (l’ultima nata a settembre all’interno dello storico presidio di Trastevere annesso all’antichissima Chiesa di San Cosimato) ha raggiunto 1,8 milioni di prestazioni totali nel primo semestre del 2019, in crescita del 5,3% rispetto a quelle eseguite nel primo semestre del 2018. In particolare sono in crescita i dati delle strutture nella Asl Roma 2. Il governatore Nicola Zingaretti e la sua Giunta ne avevano annunciate 48, ma al momento non si parla di nuove strutture. Il Sud laziale è il territorio più penalizzato nonostante sia prevista la trasformazione di 11 punti di primo intervento, sette dei quali in provincia di Latina, in punti di erogazione di assistenza primaria entro il 31 dicembre 2019.

PRESIDI SPARSI IN TUTTE LE REGIONI ITALIANE

Al momento la Regione Lazio ha preferito concentrare le risorse sulle case esistenti e i risultati sembrano darle ragione. Questo dato permette di allargare l’orizzonte ad altre regioni. In Toscana l’obiettivo è arrivare a una casa della salute per aggregazione funzionale di 10 medici ogni 30 mila abitanti, che offra servizi infermieristici e diagnostica di primo livello. In Umbria accanto a una trentina di centri di salute in zone spopolate, le case della salute, intese come ospedali pubblici riconvertiti, sono funzionanti a Marsciano e a Trevi. In Calabria sono finanziate sei case su otto in progetto; in Piemonte ne sono operative una sessantina, di cui 25 in provincia di Torino. Le Marche hanno un crono-programma che dovrebbe essere avviato dal 2020 e portato a regime entro un paio di anni, in Lombardia molti pazienti coinvolti nel piano cronicità fanno teoricamente capo ai Presst, i presidi socio sanitari territoriali: poliambulatori per visite, esami e terapie più semplici, che evitano il ricorso all’ospedale.

IMPATTO SUI “CODICI BIANCHI”

In Emilia-Romagna esistono 70 strutture suddivise in tre livelli a seconda della grandezza e dei servizi e sono già un punto di riferimento per un quarto della popolazione. L’obiettivo è arrivare a circa 120 case e coprire tutto il territorio regionale. E proprio dall’assessorato regionale alla Salute è arrivata una conferma: le case della salute funzionano. È stato infatti somministrato un questionario in 64 strutture, escluse quelle dei Comuni capoluogo di provincia, attive da almeno nove mesi nel periodo dal 2009 al 2016. Le risposte hanno fatto segnare un calo dal 40 a 60% di accessi al pronto soccorso in 14 centri, dal 50 al 20% in 26 e dal 20 al 12% in altri 14 località. In media, dove c’è una casa della salute, si riducono del 21,1% gli accessi al pronto soccorso per cause che non richiedevano un intervento urgente, i cosiddetti “codici bianchi”. Percentuale che ha sfiorato il 30% quando il medico di medicina generale opera all’interno della casa. E calano contemporaneamente (-3,6%) i ricoveri ospedalieri per le patologie trattabili a livello ambulatoriale, come diabete, scompenso cardiaco, broncopneumopatia cronica ostruttiva, polmonite batterica. Anche in questo caso l’effetto è ancora maggiore (-5,5%) se presente il medico di medicina generale. Non solo, perché nei territori serviti dalle case della salute si è intensificata nel tempo (+5,5%) l’assistenza domiciliare al paziente, sia infermieristica sia medica.

FOCUS SOPRATTUTTO SUGLI ANZIANI

Francesco Longo, direttore del Cergas, il Centro di ricerche sulla gestione dell’assistenza sanitaria e sociale dell’Università Bocconi, spiega: «La casa della salute è un investimento infrastrutturale per le Regioni. Le nuove strutture provengono dalla trasformazione di piccoli ospedali arricchiti dalla presenza del medico di famiglia e dell’infermiere territoriale a lui riferito, o di personale ad hoc per le cure domiciliari. I loro obiettivi sono eterogenei per ora. La mission principale, al momento, riguarda case orientate più sugli anziani e sulla home-care con letti per subacuti e postacuti o di hospice, con l’obiettivo prevalente di evitare ricoveri impropri di anziani. Spesso queste case insistono su un territorio isolato che non ha una popolazione residente sufficiente per un ospedale, dal quale dista in media 20 chilometri o più. Una seconda funzione è orientata a gestire patologie croniche leggere come diabete, ipertensione, o di media entità come scompenso e Bpco. Ad affrontarle, non ci sono solo medici di famiglia ma anche specialisti che, per esempio, una volta ogni 15 giorni effettuano visite dedicate per patologia».

QUANDO UNA GRANDE RIFORMA?

Quale può essere il futuro delle case della salute? I tanti governi che si sono succeduti hanno spesso parlato di una grande riforma della medicina del territorio da attuare, sia per reperire nuove risorse sia per aiutare molti ospedali che sono al collasso in particolare nei pronto soccorso. Mai nessuno però ha preso concretamente a cuore la vicenda. Si chiede da più parti, non ultima la Fondazione Gimbe, la creazione di un sistema di cure intermedie, assistenza domiciliare, hospice, e un sistema socio sanitario integrato. Laddove le case della salute funzionano è perché i cittadini trovano soddisfatti i loro bisogni e in quel luogo trovano le risposte e non si rivolgono al pronto soccorso.

PROBLEMI DI SPESA, SPECIALMENTE AL SUD

Nino Cartabellotta, presidente di Gimbe, dice: «Dobbiamo immaginare degli staff in setting diversi. E poi anche qui c’è un problema di spesa, soprattutto al Sud si spende troppo per l’ospedale, mentre dobbiamo assolutamente investire nelle cure primarie. Auspico nuovi standard per il territorio e credo che sarebbe anche il caso di istituire un Fondo socio sanitario nazionale in modo da mettere ordine alla frammentazione che abbiamo oggi tra i vari livelli istituzionali».

NUOVO PROGETTO IN EMILIA-ROMAGNA

Dai Comuni dell’alta Verbania a Piombino, fino alla Puglia, dove nel giugno 2018 è stato approvato il piano regionale per la creazione di 33 nuovi Pta, i punti territoriali di assistenza, la discussione sulla riorganizzazione territoriale è molto accesa. In Emilia-Romagna è nato da poco il progetto “Romagna salute” che integra i servizi dell’Università di Bologna con quelli delle Asl romagnole e prevede la nascita di nuove case della salute. La strada è avviata, le case della salute sembrano godere di ottima… salute anche per il futuro.

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Salvini in Emilia-Romagna: «Facciamo cadere il secondo Muro di Berlino»

Il leader della Lega durante un comizio a Carpi: «Il 26 gennaio dopo 50 anni si potrà scegliere il cambiamento».

Matteo Salvini ha chiesto agli elettori dell’Emilia-Romagna di aiutarlo in quella che lui considera un’impresa storica: «Datemi una mano a far sì che qui possa cadere il secondo Muro di Berlino, tutti insieme ce la faremo». È stato questo il passaggio più applaudito dell’intervento del leader della Lega a Carpi, in provincia di Modena, davanti a qualche centinaio di sostenitori. Il riferimento, ovviamente, è alle prossime elezioni regionali, in programma il 26 gennaio del 2020.

I CONTESTATORI? «SOLO DEI NOSTALGICI»

Poi, rivolto a un gruppo di contestatori, Salvini ha aggiunto: «L’Emilia è una terra che merita molto di più. Non vedo l’ora che arrivi il 26 gennaio, quando finalmente dopo 50 anni si potrà scegliere il cambiamento. I contestatori non sono l’Emilia, sono una trentina di nostalgici che non si sono resi conto che il Muro è crollato».

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Mara Carfagna si avvicina a Matteo Renzi

L'ex ministra per le Pari opportunità: «Se dichiarasse di non voler sostenere più il governo di sinistra, Forza Italia Viva potrebbe essere una suggestione». Gelo di Silvio Berlusconi.

Per ora è solo una «suggestione», ma i segnali di avvicinamento tra Matteo Renzi e una parte di Forza Italia sembrano farsi sempre più fitti, evocando una possibile collaborazione per arginare la “salvinizzazione” del centrodestra. «Se Renzi dichiarasse di non voler sostenere più il governo di sinistra, Forza Italia Viva potrebbe essere una suggestione», è il sasso che Mara Carfagna lancia nello stagno dell’offerta politica italiana. Parole che non sono piaciute a Silvio Berlusconi: «Mara decida se restare o andare via».

LEGGI ANCHE: Renzi e la sua Italia Viva non hanno un popolo

NO ALLA SUDDITANZA NEI CONFRONTI DELLA LEGA

L’uscita dell’ex ministra alle Pari opportunità è una provocazione? «Oggi io e Renzi siamo in due metà campo diverse», ha precisato la deputata azzurra, rinnovando tuttavia la sua preoccupazione per la sorte del partito del Cav: «Non so cosa accadrà nei prossimi giorni, ma molti dopo 25 anni non si sentono a proprio agio in Forza Italia». Durante una cena con lo stesso Berlusconi, Carfagna è tornata a esprimere la sua contrarietà alla sudditanza psicologica nei confronti della Lega, emersa anche in occasione del voto sulla commissione Segre.

RENZI OFFRE UN POSTO DA DIRIGENTE

Nel frattempo Renzi gongola e mette sul tavolo un’offerta allettante: «Porte aperte a chi vorrà venire non come ospite, ma come dirigente. Vale per Mara Carfagna e altri, ma non tiriamo la giacchetta. Italia Viva è l’approdo naturale per tutti, è questione di tempo». Il suo ragionamento è consequenziale: «Italia Viva sta provocando scossoni più profondi di quello che sembra. Quando sarà chiaro cosa accadrà a febbraio e marzo, sarà sempre più evidente che è in corso un riposizionamento anche nella destra. Noi cresceremo molto ed è il motivo per cui sono molto preoccupati».

L’IPOTESI DELLA CANDIDATURA ALLE REGIONALI IN CAMPANIA

Il centrodestra reagisce tornando a indicare Carfagna come possibile candidata alla presidenza della Regione Campania, che per accordo spetta a Forza Italia. Arriva il via libera di Lega e Fratelli d’Italia, nonostante il sarcasmo di Matteo Salvini: «Spero non vada a sinistra per amore di poltrone». Mentre Lucia Borgonzoni e Giorgia Meloni la elogiano: «È molto brava, potremmo rispondere così a chi lancia l’amo nel campo del centrodestra». Ma l’interessata non si sbilancia: la candidatura in Campania, per lei, è ancora un discorso «prematuro».

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Le elezioni in Spagna del 10 novembre 2019 in diretta

Il Paese iberico al voto per la quarta volta in quattro anni. Psoe avanti ma senza maggioranza. Mentre si alza lo spettro di Vox. Alle 14 affluenza in calo al 37,9%.

Il 10 novembre la Spagna torna alle urne (seggi aperti fino alle 19) per la quarta volta in quattro anni. A Madrid, però, poco sembra essere cambiato, con le previsioni che ancora una volta stimano il Partito socialista in testa, ma senza i numeri necessari per una maggioranza solida. Alle 14 l’affluenza si ferma al 37,9%, in calo di 3,6 punti rispetto alla tornata precedente (aprile 2019).

OCCHI PUNTATI SULL’ULTRADESTRA DI VOX

L’incognita vera è a destra, con la possibilità che gli estremiesti di Vox guadagnino ulteriori consensi, anche sull’onda della polarizzazione dell’elettorato sul tema dell’indipendenza della Catalogna.

PSOE AVANTI NEI SONDAGGI, CROLLA CIUDADANOS

Secondo un sondaggio divulgato dal quotidiano El País, i socialisti potrebbero ottenere il 27,2% dei voti e 116 seggi, sette in meno rispetto ad aprile. Alle loro spalle il Partito popolare, col 21,1% e 94 seggi (+28 seggi). Quindi Vox, con il 12,8% dei voti e 42 seggi (+18). A seguire, Unidas Podemos con il 12,7% delle preferenze e 36 seggi (-6), e Ciudadanos con il 9% e 19 seggi (-38).

L’APPELLO DEL PREMIER SANCHEZ

L’8 novembre il premier socialista Pedro Sanchez s’è rivolto così agli elettori: «Siamo tutti convocati alle urne il 10 novembre non per rispondere agli orientamenti della politica, giacchè gli spagnoli lo hanno già fatto lo scorso 28 aprile e il 26 maggio dando la maggioranza al Psoe. Gli spagnoli vogliono una risposta progressista ai loro problemi. Ciò che è in questione è se abbiamo un governo o no».

IL LIVEBLOGGING DELLA GIORNATA ELETTORALE

14.30 – AFFLUENZA IN CALO

Alle ore 14 l’affluenza è del 37,9%: 3,6 punti in meno rispetto all’ultima tornata delle Politiche, che si sono svolte ad aprile 2019 (41,49%).

11.45 – RIVERA CERCA DI MOBILITARE I «MODERATI»

Albert Rivera, leader di Ciudadanos, dopo aver votato ha dichiarato: «Mi appello ai moderati, ai liberali, alla classe media, agli indecisi. Perché se non vanno a votare decidono altri per loro. Se il centro non si mobilita, vincono gli estremi».

11.03 – L’APPELLO DI SANCHEZ PER IL VOTO

«Oggi votiamo per rafforzare la democrazia. Da domani lavoriamo al governo», ha detto il leader socialista e premier ad interim spagnolo Pedro Sanchez parlando con i giornalisti dopo aver votato in un seggio nella municipalità di Madrid. Sanchez ha esortato gli spagnoli a recarsi alle urne, dopo una campagna tutta tesa alla richiesta di un mandato chiaro per poter superare l’impasse e governare. Alle domande sulle possibili coalizioni, il leader del Psoe non ha risposto: «Aspettiamo che votino gli spagnoli, poi vediamo i seggi». L’importante è che gli spagnoli «vadano a votare, che si rafforzi la democrazia e che a partire dalla giornata di domani si possa avere la stabilità necessaria per formare il governo».

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Una mostra celebra i palchi della Scala di Milano

Al museo del Teatro un'esposizione racconta le storie dei proprietari di quei piccoli salotti che hanno accolto anche la regina Elisabetta e Lady D.

«Piove, nevica fuori dalla Scala? Che importa/Tutta la buona compagnia è riunita in centottanta palchi del teatro», scrive Henri Beyle, Stendhal, in quel 1816 del suo viaggio più glorioso e felice in Italia, ricco di soste e ritorni nella città che preferiva a Parigi, e cioè Milano. Ogni sera, correva al Teatro alla Scala, il palcoscenico nel palcoscenico in cui vedeva rappresentata non solo tutta la buona società locale, ma la messa in scena quotidiana della vita della città, dei suoi amori e dei suoi affari. La storia dell’industriale Ziliani che si innamora della bella dama Gina, fedifraga patentata, è da leggere; un romanzo in nuce, se mai avrete tempo di scorrere quelle note, ma il motivo per cui ne scriviamo oggi è che questo breve aforisma inaugura, come un viatico, anche la mostra Nei palchi della Scala. Storie milanesi aperta l’8 novembre 2019 nel Ridotto della Scala curata da Pier Luigi Pizzi con l’intima grandeur che gli è propria (e non sembri un ossimoro, perché non lo è).

PREVISTO ANCHE UN DATABASE ONLINE

L’esposizione si inserisce in un lungo progetto di ricerca che ha unito il Teatro al Conservatorio G.Verdi e alla Biblioteca Braidense nella realizzazione di uno studio sui palchi e i palchettisti dal 1778, anno di apertura della sala che sostituiva il Regio bruciato poche stagioni prima fino al 1920, ultimo anno in cui quelle salette affacciate sul palcoscenico conservarono la proprietà privata (l’affitto non era uso, l’esproprio si rese necessario per dare nuovo ossigeno finanziario). Disponibili a chiunque sia interessato in un database online a partire dal 7 dicembre, i risultati della ricerca sono già ora visibili all’interno della mostra, ed è straordinario vedere come tutti, ma proprio tutti, cerchino nomi noti, documenti. E in un certo senso è come se stessimo insieme con i Trivulzio, i Litta, i Belgiojoso (straordinario il numero delle donne proprietarie di palchi: 308 su 1223 nomi finora censiti) i Visconti, le cui narrazioni personali si intrecciano con quelle dei patrioti italiani. E attenzione al palco numero 5, I ordine settore destro, più vicino al proscenio, detto appunto “il palco dei patrioti”: di proprietà di Vitaliano Bigli, uno dei tre cavalieri delegati a trattare a nome della Società dei Palchettisti con l’arciduca Ferdinando, il conte Firmian e il regio architetto Giuseppe Piermarini per la costruzione della Scala e della Cannobbiana, venne occupato dal pronipote Federico Confalonieri, patriota del partito degli “Italici puri” coinvolto nei moti del 1820-21 e fondatore del “Conciliatore” con Giovanni Berchet, Silvio Pellico e Luigi Porro Lambertenghi). 

OMAGGI A CURIEL, MONTALE, FRACCI E TOSCANINI

Una mostra costruita per suggestioni che al primo piano si apre con la doppia rappresentazione fotografica dello spettacolare (è proprio il caso di dirlo) abito da sera dedicato qualche stagione fa da Raffaella Curiel alla Prima del 7 dicembre di cui la sua famiglia veste buona parte delle ospiti dagli Anni ’50. L’esposizione avvolge poi il visitatore con le molte “quinte fotografiche” bellissime di Giovanni Hanninen, vere catapulte visive ad effetto tridimensionale nell’atmosfera del teatro, spettacolo della vita prima della sua rappresentazione. Lo scopo è proprio questo: avvolgere. Proteggere. Rafforzare il senso di sicurezza e di orgoglio di chi ne varca le porte di ispirazione neoclassica con le pigne beneauguranti sui maniglioni: «Un forte legame di identificazione culturale e civile», come lo definisce il sindaco Giuseppe Sala. In un montaggio fotografico ideale e fantastico dei quattro ordini, curatori e fotografo hanno inserito i volti di Eugenio Montale, grande baritono mancato (Indro Montanelli ha lasciato traccia della prima esibizione a cui assistette, nella redazione del Corriere della Sera), di Carla Fracci e Valentina Cortese, Wally e Arturo Toscanini, Anna Crespi, Vittoria Crespi Morbio e Nandi Ostali, il Quartetto Cetra del “vecchio palco della Scala”. E c’è anche Liliana Segre, tesoro protetto dalla città e forse non abbastanza dal Paese. Nella mattina di pioggia in cui la direttrice del Museo Teatrale alla Scala, Donatella Brunazzi, ha evocato Stendhal con il senso di protezione e di ristoro, di oasi, che il teatro milanese offre ai suoi visitatori, era seduta in prima fila e le era appena stato assegnata la scorta per proteggerla, lei sopravvissuta ad Auschwitz, dagli insulti e dalle minacce di morte della feccia che, sarà pure minoritaria come dice qualcuno ma in questa Italia, in questo momento, ha trovato l’humus per crescere e l’atmosfera per spandere il proprio olezzo di marciume. La senatrice era serena e garbata come sempre. Ma noi ci siamo sentiti immensamente grati di trovarci lì, in quella mattina di pioggia, asciutti e al sicuro, in mezzo alla compagnia dove tornava sempre anche Stendhal, in attesa che Napoleone, il suo generale che non gli piaceva più da tempo, scomparisse per sempre.

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