Emirati via dall’Opec: cosa significa e a chi conviene davvero

In 40 giorni gli Emirati Arabi Uniti hanno chiesto liquidità di salvataggio alle proprie banche, una linea di emergenza in dollari al Tesoro americano agitando la minaccia dello yuan, e ora abbandonano l’OPEC dopo sei decenni. Tre atti dello stesso copione: una potenza che non sa più dove sbattere la testa, mentre il fratello del presidente fa shopping a Londra e la propaganda di Abu Dhabi confeziona il tutto come «riallineamento strategico».

La ritirata degli Emirati in tre atti

C’è un modo elegante di raccontare la decisione annunciata via WAM, l’agenzia di Stato emiratina: «Evoluzione policy-driven allineata ai fondamentali di mercato di lungo periodo». Parole del ministro dell’Energia Suhail Al Mazrouei. È la grammatica con cui le petromonarchie del Golfo confezionano qualunque cosa, comprese le ritirate. E poi c’è il modo onesto: gli UAE escono dall’OPEC e dall’OPEC+ a partire dal primo maggio perché la guerra in Iran li ha devastati, perché i sauditi non li hanno protetti, perché Donald Trump li ha trascinati nel conflitto e ora li usa come ariete contro Riad, e perché Mohammed bin Zayed ha bisogno di optionality — qualunque optionality — su una scacchiera dove ha perso quasi tutte le caselle. 

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Il presidente degli Emirati, Mohamed bin Zayed Al Nahyan (Ansa).

Primo atto: il pacchetto di emergenza della Banca centrale

Il primo atto è andato in scena il 18 marzo, quando la Banca centrale (CBUAE) ha convocato una riunione straordinaria approvando un pacchetto d’emergenza: accesso al 30 per cento delle riserve obbligatorie, rilascio simultaneo del Countercyclical e del Capital Conservation Buffer, allentamento dei ratio di liquidità, flessibilità sui crediti deteriorati. La CBUAE ha esibito come scudo riserve valutarie sopra il trilione di dirham e un cover ratio della monetary base al 119 per cento. Ma rilasciare contemporaneamente entrambi i buffer di capitale non è una misura precauzionale: è ciò che si fa quando il sistema mostra crepe. Era il giorno dopo gli attacchi a Fujairah e a 23 miglia nautiche dal porto, due giorni dopo il drone sullo Shah gas field di Abu Dhabi. 

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Il porto di Fujairah (Ansa).

Secondo atto: l’aiuto degli Usa e l’attivazione dell’Exchange Stabilization Fund

Il secondo atto è andato in onda il 20 aprile, sul Wall Street Journal. Il governatore Khaled Mohamed Balama, durante gli Spring Meetings del FMI a Washington, ha avvicinato il segretario al Tesoro Scott Bessent e funzionari della Federal Reserve per chiedere l’apertura di una swap line valutaria in dollari, il meccanismo con cui due banche centrali si scambiano valuta e si impegnano a riconvertire alla scadenza. Richiesta «preliminare e precauzionale», dicono i diplomatici emiratini quando la situazione è già fuori controllo.

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H.E. Khaled Mohamed Balama, governatore della Banca centrale degli Emirati (dal profilo Instagram).

Ma il dettaglio politicamente esplosivo è un altro: le fonti del WSJ riferiscono che Abu Dhabi ha argomentato che è stato Trump a coinvolgerli nel conflitto attaccando l’Iran, e che qualora i dollari dovessero scarseggiare, gli Emirati potrebbero essere costretti a usare lo yuan cinese per le transazioni petrolifere. Una minaccia esplicita, formulata da un Paese il cui dirham è ancorato al dollaro a 3,6725 dal 1997. L’equivalente finanziario di un tentativo di suicidio, recapitato come messaggio diplomatico a Washington. Il 22 aprile Trump ha risposto in diretta su CNBC Squawk Box: «Se avessero un problema, ci sarei per loro». Lo stesso giorno Bessent al Senato ha confermato che «molti» alleati del Golfo hanno chiesto swap lines e che lo strumento «benefit both the UAE and the US». Il 24 aprile, su X, Bessent ha alzato il tiro parlando esplicitamente di «creare nuovi centri di funding del dollaro nel Golfo e in Asia». La traduzione: il Tesoro Usa si prepara a salvare gli UAE attraverso l’Exchange Stabilization Fund — non la Fed — la stessa scatola con cui Bessent ha dato i 20 miliardi all’Argentina di Milei a ottobre 2025. Veicolo che bypassa Federal Reserve e Congresso, e che lega gli UAE a un guinzaglio di sei mesi rinnovabili, richiamabili dal Tesoro in qualsiasi momento. 

Terzo atto: Abu Dhabi via dall’OPEC e dall’OPEC+

Il 28 aprile scatta il terzo atto: l’uscita dall’OPEC e dall’OPEC+. Gli Emirati erano membri fondatori dal 1967, quattro anni prima dell’esistenza stessa della federazione. Sheikh Zayed bin Sultan Al Nahyan, padre di MBZ e architetto del Paese, portò Abu Dhabi nel cartello come strumento di sovranità araba sul petrolio. Sessant’anni dopo, suo figlio baratta quella membership per una swap line americana. Già si parla di «petrodollaro che muore». Tecnicamente però l’OPEC non impone in alcuno statuto la fatturazione del greggio in dollari. Il petrodollaro è un accordo bilaterale Stati Uniti-Arabia Saudita del 1974, non una clausola del cartello. L’Iran è dentro l’OPEC e accetta yuan, rubli, euro da anni. Quindi uscire dall’OPEC non “libera” gli UAE dal dollaro. Ciò che invece libera è la disciplina monetaria saudita, la coordinazione che all’interno dell’OPEC vincolava ogni mossa di diversificazione valutaria a Riad. Fuori dall’OPEC, gli Emirati possono stringere bilaterali in yuan con Pechino, tenere il dollaro con Washington, costruire optionality di fatturazione senza dover allineare con i sauditi. Si tratta dell’erosione della disciplina interna del petrodollaro, non di rottura legale.

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Il logo dell’OPEC (Ansa).

A chi conviene l’uscita degli UAE?

A chi conviene tutto questo? A Trump, prima di tutto. Da mesi accusa l’OPEC di «ripping off» l’America con prezzi gonfiati. L’uscita degli UAE è il primo trofeo concreto della sua pressione, e arriva mentre il Brent torna sopra i 112 dollari per la chiusura di fatto di Hormuz e la benzina americana pesa sulle midterm di novembre. A Pechino, che ottiene un piede nel Golfo senza dover convincere nessuno: gli emiratini glielo offrono spontaneamente, anche se — come vedremo — è un finto regalo. E paradossalmente anche a Riad, che si libera di un alleato sempre più scomodo, sempre più filo-americano e sempre più tossico. A chi non conviene è agli Emirati stessi. Perché restano materialmente devastati. La promessa di «pompare a 5 milioni di barili al giorno» con cui Abu Dhabi giustifica l’uscita è solo propaganda: le fonti indipendenti — EIA, Energy Intelligence, Rystad — stimano la capacità reale dell’Abu Dhabi National Oil Company (ADNOC) tra i 4,3 e i 4,5 milioni di barili, contro una produzione pre-guerra di 3,4. La spare capacity effettivamente attivabile è di 600-800 mila barili giornalieri, non i 1,5-2 milioni necessari per fare crollare i prezzi che Trump promette ai propri elettori. Senza contare che Habshan, Fujairah Oil Industry Zone, Ruwais, Khor Fakkan, Borouge e l’oleodotto ADCOP sono tutti stati colpiti. Le infrastrutture di processamento ed export sono in convalescenza, non a piena capacità.

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Il campo petrolifero di HabshanFujairah (Ansa).

La lancia Usa nel Golfo si è spuntata in 40 giorni

Gli Emirati restano con un PIL 2026 stimato dal FMI al 3,1 per cento — rivisto da 5,0 per cento di gennaio — che è ottimismo da brochure. Restano con i capitali in fuga, una swap line da 20-30 miliardi di dollari (la dimensione Argentina) che copre meno di un mese di burn rate sotto stress, e una Banca centrale che nasconde la fuga sotto pacchetti chiamati «di resilienza». La maschera è caduta: dopo essersi venduti al mondo per 20 anni come hub neutro, oggi sono il Paese che chiede liquidità in dollari a Washington minacciando di usare lo yuan, ed esce dall’OPEC nel mezzo di una crisi energetica storica, senza nemmeno consultare Riad. Mentre tutto questo accade, Tahnoon bin Zayed continua a fare shopping a Londra: 1,4 miliardi di sterline tramite IHC per un portafoglio di ristoranti di lusso. È l’immagine perfetta di una élite che non ha capito — o ha capito troppo bene — che il gioco è finito. La punta di lancia americana e israeliana nel Golfo si è spuntata in 40 giorni. E il beduino che voleva fare il padrone di casa del mondo arabo si ritrova a chiedere l’elemosina — prima alle proprie banche, poi al Tesoro americano, ora all’OPEC. Tre porte, tre richieste, tre atti. Il quarto atto sarà il prezzo da pagare. E quello arriverà dai sauditi.

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Tahnoon bin Zayed Al Nahyan, Abdullah bin Zayed Al Nahyan e Yousef Al Otaiba durante un incontro con Marco Rubio (Ansa).


Presidenza della Fed, la commissione bancaria del Senato Usa approva la nomina di Warsh

La commissione bancaria del Senato degli Stati Uniti ha approvato la candidatura di Kevin Warsh come nuovo presidente della Federal Reserve, indicata direttamente da Donald Trump. Il voto ha seguito le linee di partito: favorevoli i repubblicani (13), contrari i democratici (11). La nomina di Warsh passa ora all’esame dell’intero Senato, dove il Partito repubblicano gode della maggioranza con 53 seggi su 100. Il voto con ogni probabilità avverrà nei prossimi giorni, consentendo così a Warsh di assumere l’incarico per il 15 maggio, quando scade il mandato di Jerome Powell, finito più volte nel mirino di Trump.

Crans-Montana, l’Italia si costituisce parte civile

«La Presidenza del Consiglio dei ministri, tramite l’Avvocatura Generale dello Stato, che a sua volta ha delegato uno studio legale elvetico, ha depositato l’atto di costituzione di parte civile della Repubblica Italiana nel procedimento penale relativo all’incendio avvenuto a Crans-Montana». È quanto si legge in una nota di Palazzo Chigi.

Perché l’Italia si è costituita parte civile

La decisione «è motivata dal danno diretto arrecato al patrimonio dello Stato italiano a causa delle ingenti risorse mobilitate dal Servizio nazionale della Protezione civile per l’assistenza medica, psicologica e logistica ai connazionali coinvolti». Per quanto riguarda le responsabilità del rogo e quindi della strage avvenuta nella notte di Capodanno nella località sciistica svizzera, «il documento di costituzione di parte civile evidenzia come il coinvolgimento delle autorità locali nella genesi dell’evento sia considerato estremamente verosimile, giustificando la ferma richiesta di ristoro contro tutti i soggetti civilmente responsabili». Il Governo italiano, prosegue la nota, «continuerà ad assicurare il massimo impegno nel monitorare ogni fase del procedimento giudiziario in Svizzera, garantendo un’informazione costante e trasparente sulle proprie iniziative e confermando il pieno e ininterrotto supporto alle famiglie delle vittime e ai feriti», affinché «sia fatta piena luce sulle responsabilità e sia resa giustizia per il grave danno subito dalla comunità nazionale».

Simest, approvato il bilancio 2025: attivati oltre 10 miliardi di investimenti

L’assemblea degli azionisti di Simest, la società per l’internazionalizzazione delle imprese italiane del Gruppo Cdp, riunitasi sotto la presidenza di Vittorio de Pedys, ha approvato il bilancio al 31 dicembre 2025. Nel corso dell’anno, la società gestita da Regina Corradini D’Arienzo ha proseguito l’attività in supporto della crescita estera del Made in Italy, generando un forte impatto sull’internazionalizzazione delle imprese e sull’export nazionale. Le risorse impegnate hanno infatti raggiunto circa 8,7 miliardi di euro (+9 per cento rispetto al 2024), in favore di 2.300 imprese, per il 90 per cento pmi, attivando oltre 10 miliardi di euro di investimenti, con il potenziale di generare un impatto sul tessuto economico e sociale pari allo 0,5 per cento del pil del Paese e circa 140 mila posti di lavoro creati o mantenuti. L’impatto stimato sull’export è dell’1,3 per cento. I volumi gestiti in portafoglio sono superiori ai 30 miliardi, con circa 15.400 clienti attivi in 124 Paesi. L’utile lordo è stato pari a 10,3 milioni di euro, in crescita del 7 per cento rispetto al 2024. L’utile netto si è attestato a 11,3 milioni.

Istituita la Giornata in memoria giornalisti uccisi: perché è stato scelto il 3 maggio

Dopo il via libera della Camera dei deputati a luglio del 2025 è arrivato anche l’ok definitivo dell’aula del Senato alla legge che istituisce la Giornata nazionale in memoria dei giornalisti uccisi a causa dello svolgimento della loro professione. La ricorrenza verrà celebrata il 3 maggio, dunque già la prossima domenica. Negli ultimi 20 anni, in tutto il mondo, sono stati uccisi circa 1.500 giornalisti.

Il 3 maggio è la Giornata mondiale della libertà di stampa

Per la Giornata nazionale in memoria dei giornalisti uccisi è stato scelto il 3 maggio perché in questa data viene già celebrata la Giornata mondiale della libertà di stampa. Paolo Emilio Russo, deputato di Forza Italia, ha detto che la data scelta è «un segnale importante di attenzione ad una categoria che ha dato un contributo prezioso alla nostra democrazia e a un settore, quello del giornalismo e dell’editoria, attraversato da una vera e propria rivoluzione».

Meloni: «Un dovere onorare la memoria dei giornalisti uccisi»

«Da oggi in poi, ogni 3 maggio, l’Italia renderà omaggio a tutti quei giornalisti che hanno perso la propria vita per garantire il diritto dei cittadini ad essere informati, facendo arrivare i nostri occhi dove altrimenti non sarebbero arrivati, in Italia come all’estero», ha dichiarato Giorgia Meloni, ricordando poi «figure come Cosimo Cristina, Mauro De Mauro, Giovanni Spampinato, Peppino Impastato, Mario Francese, Giuseppe Fava, Mauro Rostagno, Beppe Alfano, Giancarlo Siani, Walter Tobagi, Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, Marco Luchetta, Alessandro Saša Ota, Dario D’Angelo, Antonio Russo, Enzo Baldoni, Andrea Rocchelli, Maria Grazia Cutuli, Almerigo Grilz». Uomini e donna, ha sottolineato la presidente del Consiglio, che «hanno messo la propria passione e la propria professionalità al servizio di tutti noi, e che tutti noi abbiamo il dovere di onorare».

Nuova inchiesta svizzera sulla gestione dei soccorsi a Crans Montana. L’Italia parte civil…

AGI - Nuovi sviluppi nelle indagini in Svizzera sul rogo di Capodanno. La procura del Cantone del Vallese, che indaga sulla strage a Crans-Montana, ha aperto una nuova inchiesta sulla gestione dei soccorsi al Le Constellation. A riferirlo è stato lo studio legale Ventimiglia in una nota.

Nuova inchiesta in Svizzera 

"La Procura del Cantone Vallese ci ha comunicato che, a seguito della denuncia e delle istanze da noi presentate nelle settimane scorse, è stato avviato un secondo e specifico procedimento penale volto ad accertare eventuali responsabilità dell'Ocvs (l'Organisation cantonale valaisanne des secours) nella gestione dei soccorsi durante la tragica notte del primo gennaio"

Secondo gli avvocati Fabrizio Ventimiglia e Pierluca Degni, testimonianze e filmati "sollevano rilevanti interrogativi sulla gestione delle prime fasi dell'emergenza, sotto il profilo della carenza di bombole di ossigeno e barelle, oltre che alla scarsa disponibilità di coperte termiche".

"Qualora tali criticità trovassero conferma, il loro rilievo causale rispetto all'aggravamento delle condizioni di salute di Sofia (Donadio, assistita dallo studio Ventimiglia, ndr) e degli altri ragazzi coinvolti sarebbe evidente", hanno spiegato gli avvocati.  "Attendiamo quindi con fiducia gli sviluppi di questo ulteriore filone d'indagine", hanno concluso

"Immagini dure e toccanti" 

Immagini "dure e toccanti" che "confermano i dubbi sulla ricostruzione di Jessica Moretti": Fabrizio Ventimiglia, Marco Giannone e Davide Zaninetta, legali di una ragazza ferita al 'Le Constellation', sintetizzano lo stato d'animo e gli spunti investigativi dopo la visione, ieri,  delle immagini della strage nel locale di Crans-Montana messe a disposizione dagli inquirenti.

 "Abbiamo visionato le immagini della strage del primo gennaio al Le Constellation. Si tratta di immagini estremamente dure, toccanti e difficili da commentare ma che segnano un passaggio cruciale nelle indagini e che confermano i dubbi già emersi sulla veridicità della ricostruzione offerta da Jessica Moretti nel corso delle sue audizioni", affermano i legali.

"I video contraddicono Jessica Moretti" 

"Dai video emerge una dinamica molto chiara che contrasta con quanto finora dichiarato da Jessica Moretti sia con riferimento al momento dell’innesco dell'incendio sia con riferimento ai momenti immediatamente successivi".

"Si colgono, inoltre, evidenti criticità nella gestione dell’emergenza, con personale che appare non adeguatamente formato che mostra difficoltà concrete anche nell’individuazione degli estintori. Sono pochi, drammatici secondi durante i quali chi avrebbe dovuto avere quantomeno il senso di responsabilità di avvisare e informare tutti gli avventori del locale del pericolo è tra i primi a scappare", concludono.

L'Italia intende costituirsi parte civile

Intanto, "la Presidenza del Consiglio dei ministri, tramite l'Avvocatura Generale dello Stato, che a sua volta ha delegato uno studio legale elvetico, ha depositato l'atto di costituzione di parte civile della Repubblica Italiana nel procedimento penale relativo all'incendio avvenuto a Crans-Montana tra il 31 dicembre 2025 e il 1 gennaio 2026". Lo afferma una nota di Palazzo Chigi.

"La decisione - si legge - è motivata dal danno diretto arrecato al patrimonio dello Stato italiano a causa delle ingenti risorse mobilitate dal Servizio nazionale della Protezione civile per l'assistenza medica, psicologica e logistica ai connazionali coinvolti. Sotto il profilo delle responsabilità, il documento di costituzione di parte civile evidenzia come il coinvolgimento delle autorità locali nella genesi dell'evento sia considerato estremamente verosimile, giustificando la ferma richiesta di ristoro contro tutti i soggetti civilmente responsabili".

"Il Governo italiano - prosegue la nota - continuerà ad assicurare il massimo impegno nel monitorare ogni fase del procedimento giudiziario in Svizzera, garantendo un'informazione costante e trasparente sulle proprie iniziative e confermando il pieno e ininterrotto supporto alle famiglie delle vittime e ai feriti, affinchè sia fatta piena luce sulle responsabilità e sia resa giustizia per il grave danno subito dalla comunità nazionale".

Milano, 33enne aggredito per aver strappato i manifesti per Ramelli

Un uomo di 33 anni è stato aggredito per aver strappato alcuni manifesti dedicati a Sergio Ramelli, il giovane del Fronte della gioventù di cui il 29 aprile si commemora la morte per mano di esponenti di Avanguardia operaia. È accaduto nella zona di via Aselli a Milano, dove in serata è prevista la partenza della parata in onore di Ramelli. Secondo una prima ricostruzione, il trentatreenne è stato avvicinato da alcune persone, probabilmente militanti di estrema destra, che lo avrebbero colpito con calci e pugni, per poi allontanarsi in auto. L’uomo è stato trasportato in codice verde in ospedale con ferite lievi.

De Corato: «Se l’è cercata»

«Uno che va a strappare i manifesti di Ramelli già è grave, che lo faccia il giorno in cui è stato ammazzato… non aggiungo altro». Così il deputato di Fratelli d’Italia Riccardo De Corato ha commentato la vicenda. «È stato picchiato perché ha voluto andarsele a prendere. Uno che va a strappare i manifesti di Sergio Ramelli il giorno che è morto, insomma…». «Se questo è avvenuto e il responsabile è uno di destra ovviamente è da condannare tanto quanto fosse stato uno di sinistra», ha aggiunto l’assessore regionale ed esponente di Fratelli d’Italia Romano La Russa. «Siamo contrari a ogni forma di violenza politica da sempre. Se c’è una responsabilità di qualche elemento di destra, come diceva Almirante pena di morte per i terroristi di sinistra, doppia pena di morte per i terroristi di destra».

Dalle monete al passaporto: così Trump diventa un brand

Dopo essere apparso su cartelloni megagalattici e facciate degli edifici federali più disparati, tra cui anche l’Institute of Peace, il volto del presidente Donald Trump finisce addirittura sul passaporto statunitense in un’edizione speciale creata in occasione dei 250 anni dell’Independence Day.

Dalle monete al passaporto: così Trump diventa un brand
Donald Trump (Imagoeconomica).

Il broncio di Trump ti segue anche in vacanza

È stato il portavoce del Dipartimento di Stato Tommy Piggot a rivelare l’ultima trovata di “markeTrump” a Fox News. Si tratterà di una vera e propria limited edition, una sorta di privilegio esclusivo riservato ai cittadini che decideranno di rinnovare il passaporto di persona a Washington a partire da luglio 2026, proprio per il 250º anniversario dell’Indipendenza americana. I pochi eletti che avranno accesso all’esclusivo documento potranno così viaggiare con «passaporto più sicuro del mondo», almeno secondo Piggot. Anche se stando all’Henley Passport Index di quest’anno, quello statunitense ormai si mantiene fuori dalla top10 dei passaporti più “potenti”. Ma in cosa consiste l’opera d’arte in questione? The Bulwark ha pubblicato quella che dovrebbe essere la versione finale del prototipo. Nella pagina di sinistra c’è il ritratto di Trump, rigorosamente imbronciato, su una Dichiarazione d’Indipendenza sbiadita e la firma dorata del presidente nella parte inferiore. Nella pagina accanto, la firma del trattato del 1776.

Non solo il passaporto, ma anche monete e pass

I manufatti brandizzati Donald Trump prodotti per questa speciale occasione non si limitano però ai documenti di viaggio: una moneta da un dollaro d’oro raffigurante il presidente con i pugni appoggiati sulla scrivania e sul retro l’aquila simbolo degli States è stata approvata dalla Commission of fine arts (CFA) i cui membri sono stati selezionati con attenzione dal tycoon in persona.

Il broncio presidenziale appare anche sugli abbonamenti annuali dei parchi nazionali più visitati degli USA, insieme a quello di George Washington.

Un tentativo di risalire nei sondaggi in vista delle midterm?

Ul faccione di The Donald accompagnerà dunque i cittadini statunitensi all’estero. Un omaggio all’indipendenza americana o un reminder della grandezza dell’operato presidenziale in tutto (o quasi) il globo terracqueo? Difficile a dirsi. Sicuramente si tratta di un’iniziativa nuova nel suo genere: nessun presidente al mondo aveva mai fatto stampare sul passaporto un suo ritratto. Anche il tempismo è degno di nota: l’ennesima autocelebrazione di The Donald arriva infatti a una manciata di mesi dalle midterm di inizio novembre. E i sondaggi non preannunciano nulla di buono per i repubblicani. Per far dimenticare guerre, attacchi al primo pontefice statunitense e violenze contro i migranti (come a Minneapolis), forse una moneta e un passaporto brandizzati non basteranno.

Dalle monete al passaporto: così Trump diventa un brand
Donald Trump (Imagoeconomica).

Intanto un primo risultato il presidente lo ha raggiunto: essere trollato dal governatore democratico della California Gavin Newsom che su X ha rilanciato una patente fake con il suo volto in occasione del 175esimo anniversario dello Stato.

Non solo. Ha proposto anche una versione alternativa del passaporto trumpiano con The Donald insieme con Jeffrey Epstein.

La battuta di re Carlo a Trump: «Senza di noi parlereste francese», Macron applaude

Durante la cena di Stato alla Casa Bianca, ospite di Donald Trump il sovrano britannico Carlo III ha strappato risate e applausi con una battuta che ha evocato una delle recenti “uscite spericolate” del tycoon: «Signor presidente, lei ha recentemente affermato che, se non fosse per gli Stati Uniti, i Paesi europei parlerebbero tedesco. Oserei dire che se non fosse per noi parlereste francese».

La battuta di Carlo richiama le origini degli Stati Uniti

Trump aveva fatto quella affermazione stizzito dal mancato sostegno dell’Europa nel conflitto contro l’Iran, sottolineando (a suo modo di vedere) l’irriconoscenza del Vecchio Continente, che durante la Seconda guerra mondiale era in buona parte sotto il giogo nazista prima dell’intervento degli Stati Uniti. La battuta di Carlo III, invece, richiama le origini degli Usa. La Francia aveva infatti colonizzato vaste aree del Nord America, arrivando a controllare un territorio immenso – la Louisiana francese – che andava dai Grandi Laghi al Golfo del Messico, poi ceduto nel 1803 da Napoleone agli Stati Uniti, nati dalle 13 colonie britanniche situate lungo la costa atlantica.

Il commento di Macron su X: «Sarebbe chic»

La battuta di re Carlo III non è passata inosservata in Francia e in particolare all’Eliseo. Il presidente transalpino Emmanuel Macron ha infatti condiviso su X quella parte del discorso del sovrano britannico, commentando: «Sarebbe chic».

Le altre battute di re Carlo III alla Casa Bianca

Quella sul francese non è stata l’unica battuta di un re Carlo in grande spolvero alla Casa Bianca. Accennando al progetto di Trump per la sala da ballo nell’ala est della White House, Carlo III ha detto che i britannici avevano già fatto un «piccolo tentativo di riqualificazione immobiliare»: nel 1814 le truppe britanniche invasero Washington e dettero fuoco a gran parte degli edifici pubblici, compresi la Casa Bianca e il Campidoglio. Il monarca ha poi concluso il suo discorso con una battuta sul Boston Tea Party, definendo la cena un miglioramento significativo.

Sparatoria a Foggia, un morto e tre feriti

AGI - Una violenta sparatoria ha scosso questa mattina la periferia di Foggia, in via Cerignola, lasciando sul terreno una vittima e tre persone ferite.

Il bilancio dell'episodio è grave e ha immediatamente mobilitato le forze dell'ordine e i soccorsi. Secondo le prime ricostruzioni, alcuni dei feriti si erano inizialmente dati alla fuga subito dopo il conflitto a fuoco, ma sono stati rintracciati poco dopo e trasferiti negli ospedali di Foggia e di San Giovanni Rotondo per ricevere le cure necessarie.

Un morto e tre feriti a Foggia 

Destano particolare preoccupazione le condizioni di uno dei feriti, giudicate critiche. 

Sul luogo dell'accaduto sono intervenuti gli agenti della squadra mobile, che hanno avviato le indagini per chiarire l'esatta dinamica dei fatti e individuare le responsabilità. Inoltre gli investigatori, sul luogo del delitto, hanno trovato una pistola.

Tra le ipotesi al vaglio degli inquirenti, non viene esclusa quella di un possibile regolamento di conti.