Cosa c’è dietro il passo indietro di Cardinale dal Telegraph

In Europa è più facile diventare presidente di un glorioso (anche se decaduto) club di calcio della Serie A, con annesso mega progetto immobiliare miliardario, piuttosto che editore di un quotidiano altrettanto glorioso (e altrettanto decaduto) nel Regno Unito, senza plusvalenze annesse.

Il Daily Telegraph e il gran ritiro di Cardinale

Ne sa qualcosa Gerry Cardinale: nome sconosciuto ai più fino a qualche anno fa, l’italo-americano, che viene dal mondo della finanza (ha passato 20 anni nella banca d’affari Goldman Sachs), è diventato improvvisamente famoso per aver comprato il Milan dal fondo speculativo Elliott. Dopo il calcio, ha puntato ai giornali del Vecchio Continente, mettendo nel mirino l’autorevole quotidiano britannico The Daily Telegraph, ma lo scorso fine settimana, a sorpresa, l’uomo d’affari si è ritirato dall’operazione, dopo averci investito più di mezzo miliardo di sterline. Se gli fosse riuscito il doppio colpo, Cardinale sarebbe stato incoronato come il vero erede di Silvio Berlusconi: media & calcio, con la medesima squadra che ha reso grande Silvio (e viceversa). Venerdì sera invece c’è stato l’ennesimo colpo di scena nella lunga e tormentata crisi del Telegraph, che si trascina da anni: Cardinale ha ritirato la sua offerta per la TMG, la società che controlla il giornale conservatore, che era di proprietà dei gemelli Barclay, tra gli uomini più ricchi d’Inghilterra, ma era finito pignorato dalla banca Lloyds e messo sul mercato. La notizia del ritiro, che riporta in alto mare il salvataggio del quotidiano, è stata data senza spiegazioni e ha sorpreso molti, soprattutto perché Cardinale aveva recentemente assunto Matt Garrahan, pezzo grosso del Financial Times, come futuro plenipotenziario del Telegraph

Cosa c’è dietro il passo indietro di Cardinale dal Telegraph
Il Daily Telegraph (Ansa).

I piani di Mansour bloccati da Londra

Un paio di anni fa, lo sceicco Mansour, il reale degli Emirati Arabi già proprietario del Manchester City, assieme a Cardinale come investitore di minoranza, si era fatto avanti per il quotidiano bussando alla porta di Lloyds. La famiglia Barclay era intenzionata a cedere il gruppo editoriale (che comprende anche l’altrettanto storico Spectator, il più antico settimanale al mondo ancora in attività) per estinguere un debito di circa 1 miliardo di sterline. La strana coppia – lo sceicco e Cardinale – aveva utilizzato il veicolo di co-investimento, RedBird IMI, gestito da Jeff Zucker, per progettare uno scambio di debito in azioni da 750 milioni di dollari per entrambe le attività. Mansour avrebbe finanziato il 75 per cento mentre RedBird, lo stesso veicolo proprietario del club rossonero, era pronta a sborsare il restante 25.   Di fronte all’affondo di RedBird IMI su un suo storico quotidiano, la Gran Bretagna ha alzato le barricate: le prime sono state quelle della redazione del Telegraph, ma quelle più ostiche sono arrivate dalle autorità britanniche, che si sono irritate all’idea che entità sovrane straniere (leggi Emirati) prendessero il controllo di testate giornalistiche storiche. Un gruppo di parlamentari Tory ha fatto lobby a Westminster per far istituire una nuova legge che limita al 15 per cento la proprietà statale estera dei giornali.

Cosa c’è dietro il passo indietro di Cardinale dal Telegraph
Lo sceicco Mansour (Ansa).

Il passo indietro dello sceicco e lo spezzatino

A quel punto, il consorzio aveva invertito le quote: lo sceicco si è defilato, lasciando a Cardinale il grosso dell’impegno. Con la “cacciata” di Mansour, Cardinale è stato costretto a riportare le quote del giornale sul mercato. L’anno scorso aveva già venduto lo Spectator a Sir Paul Marshall per 100 milioni di sterline. Ma non era riuscito a trovare un acquirente per il Telegraph a un prezzo che gli permettesse di recuperare quanto speso per acquisirlo. In mancanza di altre opzioni, Cardinale si stava preparando ad assumere l’intero controllo del giornale con un accordo da 674 milioni di dollari che potesse così ridurre la partecipazione di Mansour sotto la soglia del 15 per cento richiesto dalle autorità britanniche. Ma si è tirato indietro all’improvviso. 

Cosa c’è dietro il passo indietro di Cardinale dal Telegraph
Il presidente degli Emirati Arabi Uniti Mohamed bin Zayed Al Nahyan e il proprietario del Manchester, lo sceicco Mansour bin Zayed bin Sultan (Ansa).

Cardinale si può consolare a Milano con San Siro

Fallito l’assalto al Sancta Sanctorum del potere conservatore britannico, Cardinale si potrà consolare con l’Italia, dove ha trovato meno barricate: alla fine, nonostante il governo laburista, la Perfida Albione si è ritirata nel solito protezionismo. A Milano, però, Cardinale potrà rifarsi delle perdite subìte a Londra: il sindaco Beppe Sala ha venduto, per alcuni svenduto, a lui e all’Inter di Oaktree lo stadio di San Siro. È un enorme regalo che permetterà ai due club di realizzare la più grande operazione immobiliare in Italia: un nuovo impianto con tanto di negozi, ristoranti, alberghi e una nuova ondata di appartamenti milionari.  

Cosa c’è dietro il passo indietro di Cardinale dal Telegraph
Gerry Cardinale (Imagoeconomica).

Quando la Bbc smise di essere la Bbc: anatomia di un declino

Chi è stato ragazzo negli Anni 90, ogni pomeriggio, senza scuse, accendeva la tv su Italia 1 per vedere Non è la Rai, programma che faceva impazzire milioni di adolescenti inventato dal mostro sacro Gianni Boncompagni dopo l’addio a Viale Mazzini proprio per rimarcare lo stacco dal suo passato. Nel sinuoso e ultramoderno palazzo tutto cristalli e acciaio della Bbc, a due passi da Oxford Street, dovrebbero forse prendere a prestito quel titolo. Perché non è la Bbc quella che sta andando in onda da qualche anno. E le dimissioni del direttore generale, Tim Davie, e della responsabile della sezione News, Deborah Turness, sono solo dei pannicelli.

Quando la Bbc smise di essere la Bbc: anatomia di un declino
Tim Davie (Ansa).

Il caso del video di Trump è la goccia che ha fatto traboccare il vaso

Lo scandalo sul video di Trump è infatti la pietra tombale su un pilastro della democrazia liberale inglese. David Hendy, il maggior esperto della tv pubblica del Regno Unito, ricorda che quella della Bbc è «a People’s History», “una storia della gente” o anche una storia popolare, a sottolineare il legame tra l’emittente pubblica e la classe media. Quel legame si è perso: no, non è (più) la Bbc, o almeno quella British Broadcasting Company. Oggi è una tv commerciale che parla solo a una nicchia. Siccome c’è di mezzo The Donald, il caso fa clamore ma il declino è iniziato da tempo e si può riassumere nell’abuso del politicamente corretto. Dal canto loro, la maggiorparte dei giornalisti, travolti da una bufera che potrebbe decretare la fine della tv pubblica, continua ad andare a pranzo come se nulla fosse da Chez Roux, il raffinato ristorante dello chef stellato francese, all’interno del Langham Hotel, proprio di fronte alla sede. L’impressione è che vivano in una bolla radical chic o Champagne Socialist, per dirla all’inglese. Il caso ha però scoperchiato il vaso di Pandora. Stanno infatti emergendo sempre più dettagli sullo stile adottato nel trattare le notizie: un rapporto interno, sredatto da un ex giornalista indipendente, Michael Prescott, ha rivelato una copertura faziosa della campagna elettorale statunitense a favore dei democratici, servizi tendenziosi sulle questioni razziali volti a far emergere discriminazioni anche quando non esistono, censure da parte della redazione LGBTQ quando le notizie sono sgradite.

Quando la Bbc smise di essere la Bbc: anatomia di un declino
Donald Trump (Ansa).

La Bbc non era solo un orgoglio britannico ma un baluardo democratico

Fin dal 1922 quando il barone Reith, un calvinista scozzese, lanciò le prime trasmissioni, solamente radio, la Bbc è sempre stata un orgoglio nazionale britannico e, più in generale, anche un baluardo democratico dell’Occidente. Quello che diceva la Bbc era il verbo: per gli inglesi era la stazione radio che nel 1939 mandò in onda lo storico annuncio di re Giorgio VI (quello del Discorso del Re), la voce del Paese. La Bbc sta (anzi sarebbe meglio dire ormai stava) alla Gran Bretagna come la Rai all’Italia, con la differenza che la Rai è nata ed è sempre stata politicizzata e lottizzata, mentre la Bbc era l’esatto opposto: fare il giornalista per la tv di Stato era come fare il civil servant, equivaleva essere assunti come un pubblico ufficiale al servizio del Paese. Non c’erano ingerenze politiche o spartizioni, né tantomeno schieramenti da tifosi. I vertici sono ovviamente “politici”, nel senso che devono confrontarsi con i politici e, motivo di maggiore pressione, devono vedersela pure con la Corona. Ma la Bbc era quel canale tv che negli Anni 90 non ebbe remore a trasmettere una velenosissima intervista di Lady Diana, rimasta alla storia come la famigerata Panorama Interview, in cui la Principessa di Galles sparava a zero contro l’ex marito Carlo («Eravamo in tre in questo matrimonio, quindi era un po’ affollato»). Anche se pure in quel caso venne appurato da un’inchiesta indipendente – il rapporto Dyson del 2021 – che il giornalista Martin Bashir ottenne lo scoop utilizzando estratti conto bancari falsificati e sfruttando i timori della principessa di essere intercettata dai servizi segreti. All’emittente non rimase che ammettere l’illecito e chiedere scusa al principe William e al principe Harry il quale arrivò a incolpare la Bbc della morte della madre.

Quando la Bbc smise di essere la Bbc: anatomia di un declino
La sede centrale della Bbc a Londra (Ansa).

Tra scivoloni, sanzioni ed eccesso di Politically Correct

La Bbc di oggi è molto diversa e non rispecchia più quel tipo di servizio pubblico. Non serviva lo scandalo di Trump o il rapporto interno per scoprire l’ovvio, ossia quello che ogni giorno milioni di cittadini britannici vedono (e criticano): il tg e tutto il palinsesto sono così faziosi e schierati da imbarazzare pure gli elettori laburisti. A partire dalla dittatura del Politically Correct con i valori DEI (Diversity, Equity, Inclusion) che, portati al loro eccesso, hanno creato una sorta di auto-inflitto apartheid. Per non parlare della recente sanzione dell’Ofcom (l’autorità di controllo indipendente per le società di comunicazione del Regno Unito) per aver mandato in onda un documentario su Gaza prodotto dalla Hoyo Films in cui la voce narrante era quella del figlio di un ex viceministro di Hamas.

La crisi da rigetto dei sudditi britannici

Il caso Trump ha innescato la classica “crisi da rigetto” nella pancia della gente: da emblema della britishness, da istituzione che incarna i valori tradizionali, la Bbc ora è percepita come una macchina della propaganda progressista. «Istituzionalmente prevenuta» è il commento più frequente che si sente in strada, ma fuori da Londra e dalla bolla che coccola e difende il telegiornale preferito dalla upper class. Fosse successo anni fa, gli inglesi avrebbero difeso a spada tratta la “loro” Bbc, come veri patrioti. Oggi le (poche) voci che si alzano per provare una timida difesa della tv di Stato sono appunto quelle della cerchia progressista, come l’autore Tim Walker, una delle voci autorevoli della sinistra britannica. Ma milioni di cittadini comuni la ritengono «indifendibile». E dire che per decenni, nella testa della casalinga di Stoke-On-Trent o del postino di Aberdeen la Bbc era associata a due pilastri della nazione: l’informazione accurata e la serie Doctor Who, il più famoso e amato telefilm di fantascienza della storia della tv, iniziato nel 1963 e andato in onda per oltre 800 episodi. Ora la tv di Stato è percepita come un corpo estraneo dalla classe media. In poche ore, lo slogan «Defund the Bbc» ha fatto il giro dei social: togliete i fondi alla Bbc. Sì, perché la Bbc, come la Rai, vive di soldi pubblici (con un canale Bbc Four che è senza pubblicità): il canone tv è anche in Uk una tassa occulta e non solo sul possesso di un televisore ma si estende come un Grande Fratello anche alla visione su internet e alla visione di DVD. Più volte, negli ultimi 15 anni di governi conservatori, i Tory hanno provato invano a eliminare il canone. Stavolta, sull’onda dell’indignazione popolare, potrebbe davvero succedere.

In difesa di un Principe: e se Andrea fosse vittima di una faida reale?

“There are no Kings on this Earth, only Princes” (Non esistono re in questo mondo, solo principi) cantava Prince negli Anni 90, giocando con il suo nome. Chi avrebbe mai pensato che 30 anni dopo i principi si sarebbero quasi estinti proprio in una delle monarchie più antiche d’Europa? Ne sa qualcosa Andrew Mountbatten-Windsor, figlio prediletto di Elisabetta, a cui il fratello maggiore re Carlo III ha da poco tolto il prestigioso titolo. Ma Andrew è davvero la pecora nera della famiglia reale britannica?

In difesa di un Principe: e se Andrea fosse vittima di una faida reale?
Andrew all’abbazia di Westminster (Ansa).

Lo scandalo Epstein ma non solo

Coinvolto dallo scandalo Epstein, il presunto pedofilo americano morto suicida in carcere che organizzava festini con minorenni frequentati da mezzo bel mondo (da Bill Clinton allo scienziato Stephen Hawking), Andrew è stato prima marginalizzato dal palazzo, con il ritiro dagli impegni istituzionali e dalla vita pubblica; poi gli è stato tolto il titolo di Duca di York (che prima era stato del nonno, il Principe Alberto, il futuro Re Giorgio VI, padre di Elisabetta) e infine, come “scherzetto” di Halloween, pure quello di principe. E non è finita perché a breve potrebbe vedersi revocato pure il rango di vice admiral (contrammiraglio) della Royal Navy. Insomma la Royal Family ha deciso di non fare sconti all'”impresentabile” Andrea, tanto che sorge un dubbio: non è che dietro questo accanimento ci sia qualcosa di più del semplice imbarazzo? Il sospetto è che Andrea sia vittima di una lotta di potere e di una faida tra i discendenti della compianta Elisabetta.

In difesa di un Principe: e se Andrea fosse vittima di una faida reale?
Jeffrey Epstein (Getty Images).

Il ritorno al Medio Evo

Nell’Inghilterra medievale vigeva il Bill of Atteinder (condanna). Il monarca, tramite il Parlamento, poteva usare la legge per abolire i titoli, confiscare i beni e distruggere l’eredità dei nobili che detestava o temeva. Enrico VIII ne fece ampio uso (anche per disfarsi di una delle sue sette mogli) e pure sua figlia, Elisabetta I, passata alla storia come una grandissima regina, la utilizzò contro i discendenti di Anna Bolena. Più che una legge parlamentare era un’arma di tirannia, perché eliminava la necessità di produrre prove in tribunale; fu infatti abolita alla fine del ‘700, in pieno Illuminismo sotto l’influenza dei filosofi David Hume e John Locke. Tre secoli dopo, la decisione di Carlo contro suo fratello può essere letta come una versione moderna di quella legge dispotica: a oggi Andrew non è stato condannato per alcun reato e le prove a suo carico nel caso Giuffrè, l’americana che ha accusato Epstein e morta suicida, non sono mai state esaminate in tribunale.

In difesa di un Principe: e se Andrea fosse vittima di una faida reale?
Re Carlo III e la regina Camilla (Ansa).

Andrea, vittima sacrificale del #MeToo

In attesa di sapere se le accuse saranno confermate – recentemente il Guardian ha pubblicato nuove email in cui Andrea nel 2010 (un anno dopo la prima condanna del faccendiere) si diceva speranzoso di rivedere presto «l’amico» fuori dal carcere – Andrea veste i panni di un agnello sacrificale sull’altare del politicamente corretto e del #MeToo. O, meglio, lo sconfitto in una delle secolari faide reali che hanno scandito la storia della corona inglese dai tempi di Guglielmo il Conquistatore. I motivi affondano, come sempre, nelle lotte di potere, e hanno molto a che fare con dissidi personali, risentimenti familiari, invidie che covano sotto la cenere.

In difesa di un Principe: e se Andrea fosse vittima di una faida reale?
Andrew nel 2019 (Ansa).

Il figlio preferito da Elisabetta invidiato dal fratello

Per Carlo, Andrea è il fratello inviso perché amato dalla madre. Dunque oggi lo vede, per usare termini finanziari, come una proxy di Elisabetta, un suo derivato. Non potendo scaricare sulla defunta Lilibeth il rancore soppresso per decenni, ora lo scarica sul fratello: dei quattro figli, Andrea era il preferito dalla regina. Freud ne avrebbe potuto scrivere molto. Certo, Andrea ci ha messo del suo nel farsi immolare: tra gaffe, affari scivolosi (tra cui pure una presunta corruzione con la Cina) è il colpevole perfetto. Paga poi il conto del “politically correct”: da Epstein ci andavano tutti a fare i festini, mica solo lui. Solo che il fratello del re ha commesso il passo falsissimo (e col senno di poi chissà che non fosse una trappola) di andare davanti alle telecamere della Bbc, mai tenera coi reali dai temi dell’esplosiva intervista a Lady Diana, e ammettere una “colpa”. Un modo perfetto e ‘pulito’ per far fuori un fratello odiato e uno zio invidiato.

In difesa di un Principe: e se Andrea fosse vittima di una faida reale?
La Royal Family: la regina Camilla, re Carlo III, il principe William con Kate e i figli Louis, George e Charlotte (Ansa).

Si ripete la dinamica tra William e Harry

Oltre a Carlo, infatti, anche William, ha motivi di rancore verso lo zio Andrea: è la versione 1.0 di Harry, a cui lo accomuna l’essere Spare, il secondogenito a cui la Corona è preclusa, ma che può godere di una libertà sconosciuta all’erede al trono. E questo privilegio non viene perdonato dai primi in linea di discendenza. Il “Rosso Malpelo” di Buckingham Palace si è sfilato in tempo, quando ancora l’accondiscendente nonna era in vita, dimostrando più astuzia dell’attempato zio, rimasto invece al suo posto aspettando la mannaia. Se per Carlo il fratello è «la prosecuzione dell’odio materno sotto altra forma» per stra-parafrasare Von Clausewitz, per il tutt’altro che tenerone William lo zio è la riproposizione del copione di Harry: un elemento scomodo e invidiato, dunque da far fuori. Anche perché la bufera – che per ora ha risparmiato le cugine Beatrice ed Eugenie, ancora principesse – potrebbe travolgere l’istituto stesso della monarchia. Va anche detto che l’attuale Principe di Galles vive nell’aura della madre, nella percezione del figlio belloccio e sventurato, il “poverino” per eccellenza. Ma proprio la tragedia di Lady D, e le seconde nozze del padre (con l’odiata Camilla), hanno fatto radicare nell’erede il seme del risentimento, come successo a Carlo. E proprio con il padre, seppur mai troppo amato, ha messo in piedi una Royalty Inc. un’associazione per gestire il potere a palazzo nei prossimi 30 anni, liberandosi dai parenti scomodi. Con Baby George solo 12enne, ancora incapace di dire la sua, Carlo III e il futuro Guglielmo V sono gli zar incontrastati di casa Windsor.

In difesa di un Principe: e se Andrea fosse vittima di una faida reale?
Le principesse Eugenie e Beatrice di York (Ansa).

La verità di The Crown

Nella scena finale dell’ultimo episodio di The Crown, l’acclamata serie tv che per certi versi è più attendibile di tanti agiografici libri storia, la regina mette in guardia: «Spesso è più difficile essere il numero due che il numero uno». Una battuta che sembra scritta apposta per Andrew (e Harry). Novembre, peraltro, è il mese di Sant’Andrea, che la chiesa cattolica festeggia il giorno 30: è un martire del cristianesimo e curiosamente anche lui un “secondogenito” (era il fratello di San Pietro). L’Andrea anglicano verrà ugualmente ricordato come un martire?

Prada, il primo negozio a Oslo e la nuova strategia nel Nord Europa

A Oslo, per il Natale del 2025, prima ancora di San Nicola (Santa Claus) arriverà Prada a portare doni esclusivi. A metà novembre, con un tempismo perfetto per l’avvio della stagione delle feste (e degli acquisti), la casa milanese, emblema mondiale del lusso, inaugurerà il suo primo negozio monomarca nella capitale e in tutta la Norvegia.

Nella ricca Norvegia reddito pro-capite di 90 mila dollari l’anno

Fino a oggi, la maison era presente solo all’interno dei grandi magazzini Steen & Strøm, la Rinascente norvegese, e non ha mai avuto una sua boutique su strada: l’apertura segna dunque una pedina strategica per il gruppo della “Signora Miuccia“, oggi la stilista più importante al mondo. La mossa di Prada ha un senso geo-economico: il Nord Europa è un’area dall’alto reddito pro capite, e la Norvegia, grazie al fondo sovrano Norges Bank, è uno dei Paesi più ricchi al mondo, con un reddito pro-capite di 90 mila dollari l’anno. Oslo è dunque la città perfetta per l’«alta desiderabilità» del marchio Prada, per usare un’espressione della medesima azienda.

L’industria del lusso viene da due anni di rallentamento

In più, l’apertura manderà anche un segnale incoraggiante all’industria del lusso che viene da due anni di rallentamento (e per alcuni, come Burberry, di crisi conclamata) ed è anche finita sotto attacco, come dimostra il recente caso di Brunello Cucinelli che è stato fatto affondare in Borsa da Morpheus, un fondo speculativo americano.

Prada, il primo negozio a Oslo e la nuova strategia nel Nord Europa
Andrea Guerra, ceo di Prada (foto Imagoeconomica).

Guerra, l’ex Luxottica con un passaggio nel governo Renzi

L’ingresso nel Paese nordico è uno dei fascicoli più caldi sul tavolo di Andrea Guerra, il “super dirigente” italiano (è l’uomo che ha fatto grande prima la Indesit di Vittorio Merloni poi la Luxottica di Leonardo Del Vecchio, oltre a essere stato pure nel governo Renzi, come consigliere strategico di Palazzo Chigi, prima di passare a Eataly) che è stato chiamato da Patrizio Bertelli a guidare Prada verso il passaggio al figlio Lorenzo.

Prada, il primo negozio a Oslo e la nuova strategia nel Nord Europa
Miuccia Prada con Patrizio Bertelli e il figlio Lorenzo (foto Imagoeconomica).

Sul tavolo altri due fascicoli: si parla di chiusura

Il Nord Europa non è però solo una campagna di espansione, per Guerra: sul suo tavolo ci sono altri due fascicoli, molto più problematici: Manchester, in Inghilterra, e Glasgow, in Scozia. Si sta valutando il loro futuro e non è esclusa una chiusura. Nel 2010, il gruppo italiano (ma quotato in Cina alla Borsa di Hong Kong) aveva aperto due punti vendita (Prada e Miu Miu) all’interno dei grandi magazzini House of Fraser di Glasgow, per un totale di 150 metri quadrati che erano stati entrambi progettati dall’architetto Roberto Baciocchi.

Prada, il primo negozio a Oslo e la nuova strategia nel Nord Europa
I grandi magazzini House of Fraser di Glasgow.

House of Fraser non in linea con il concetto di esclusività che vuole Prada

Dopo 15 anni di presenza, il 31 dicembre 2025 potrebbe calare la saracinesca sulla Scozia: sebbene House of Fraser sia il posto di compere più esclusivo della città, si tratta di una catena di negozi di fascia medio-bassa, non in linea con l’esclusività di Prada. A Londra, per esempio, House of Fraser, di proprietà del gruppo Sports Direct (vendita di abbigliamento sportivo) del magnate Mike Ashley, ha chiuso tutti i suoi punti vendita tra cui quello di punta di Oxford Street, che era accanto a John Lewis, e quello dentro il mega centro commerciale Westfield, a Shepherd’s Bush.

Prada, il primo negozio a Oslo e la nuova strategia nel Nord Europa
Prada punta sulla Norvegia e apre il suo primo negozio a Oslo (foto Unsplash).

L’economia di Glasgow non brilla, mentre a Manchester Prada conta due negozi. Di qui la volontà di rivedere la presenza nel Regno Unito da parte di Guerra, che peraltro proprio nel fine settimana del 25-26 ottobre è stato avvistato a Londra nei padiglioni di Frieze, la fiera d’arte più importante al mondo.

Manchester rimane pur sempre un’ex città industriale con un basso livello sociale

Il Paese anglosassone ha una geografia economica anomala: pur essendo gli inglesi più ricchi degli italiani (come reddito per cittadino), la maggior parte dei benestanti si concentra su Londra, mentre tutto il resto del Paese ha un grosso divario. Manchester è la seconda metropoli del Regno Unito, e i due club di calcio (il City e lo United) danno un’enorme spinta al Pil locale, ma rimane pur sempre un’ex città industriale dove il livello sociale medio è basso.

Sconfitta per Ferrovie: Branson vince la battaglia della Manica

Il baronetto inglese Richard Branson, il Silvio Berlusconi albionico (tranne che per la politica), infligge una bruciante sconfitta alle Ferrovie dello Stato, mettendo a segno un colpo fondamentale nella battaglia per la concorrenza ferroviaria sotto il Tunnel della Manica. I suoi Virgin Trains, peraltro riesumati dall’Oltretomba, hanno infatti ottenuto l’accesso al deposito londinese di Temple Mills, finora riservato a Eurostar. «Un primo passo fondamentale per l’avvio di servizi ferroviari transfrontalieri attraverso il tunnel della Manica da parte di Virgin», ha dichiarato l’autorità britannica di regolazione del settore ferroviario (ORR), «poiché consentirà al gruppo di usufruire delle indispensabili strutture di manutenzione leggera». Semaforo rosso invece per Trenitalia, la spagnola Evolyn e la britannica Gemini. Non un dettaglio, visto che Temple Mills è l’unico deposito ferroviario accessibile alla linea ad alta velocità HS1 che collega la Capitale britannica al tunnel. L’Eurostar, il treno veloce che da quasi 30 anni corre sotto la Manica, è finora stato un monopolio, con una sola compagnia a gestire la tratta. Adesso si aprirà alla concorrenza, come il Frecciarossa e Italo nel Belpaese.

Sconfitta per Ferrovie: Branson vince la battaglia della Manica
Il Frecciarossa 1000 (Ansa).

La rivincita di Sir Branson

Proprio il Frecciarossa sperava di vincere la gara indetta dal governo britannico: era il favorito fino a quando, qualche settimana fa, è comparso Sir Branson, l’uomo degli aerei (con Virgin Atlantic), delle palestre (con Virgin Active) e delle banche (con Virgin Money, ex Northern Rock, la banca fallita dopo il crack di Lehman Brothers): ha riportato in vita Virgin Trains, compagnia ferroviaria scomparsa dopo che proprio Trenitalia ne aveva decretato la morte quando l’aveva sbattuta fuori dalle ferrovie inglesi vincendo la tratta West Coast. Per Branson, il cui nonno aveva partecipato allo sbarco in Sicilia nella Seconda Guerra Mondiale, non è dunque solo un ritorno nelle ferrovie ma anche una rivincita verso le FS italiane.

Sconfitta per Ferrovie: Branson vince la battaglia della Manica
Sir Richard Branson (Ansa).

Doppio smacco per Ferrovie

Per FS lo smacco è doppio: la sconfitta taglia le gambe agli ambiziosi piani di espansione in Europa (e al sogno di una Londra-Milano facendo già Parigi), ma arriva anche quando Trenitalia si prepara al disarmo a Londra, dove dovrà restituire la concessione di Avanti (treni per Glasgow) e uscire dal Paese per colpa della rinazionalizzazione dei treni. Nemmeno Giorgia Meloni la prenderà bene: per l’amministratore delegato Stefano Donnarumma portare il Frecciarossa sotto la Manica avrebbe significato l’incoronazione, perché la Tav Londra-Parigi è la linea più prestigiosa d’Europa e avrebbe completato la mappa europea. Perfida Albione.

Sconfitta per Ferrovie: Branson vince la battaglia della Manica
Stefano Donnarumma (Imagoeconomica).