Perché sulla prescrizione Di Maio e il governo si giocano il futuro

Trovare un'intesa o far crollare tutto: giustizia decisiva per le sorti dei giallorossi. E anche per quelle del capo M5s: in caso di elezioni sarebbe sostituito da Di Battista. Ma tra paletti renziani e scenari di asse Pd-Forza Italia l'accordo sembra lontano.

La prescrizione potrebbe essere la miccia accesa per far deflagrare il governo. La preoccupazione rimbalza da Palazzo Chigi alle Camere, attraversando le segreterie dei partiti. È il tema su cui Luigi Di Maio manifesterà le reali intenzioni sull’alleanza con Partito democratico e Italia viva. Nei fatti può tirare la corda fino a spezzarla, senza che nessuno gli possa rinfacciare alcunché: la cancellazione della prescrizione è una misura bandiera del Movimento 5 stelle.

BONAFEDE IN PRIMA FILA

Fonti della maggioranza osservano: «Nessuno potrà polemizzare sulla prescrizione. Nemmeno i suoi più tenaci detrattori». Di sicuro al fianco di Di Maio c’è il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, che ha voluto questo provvedimento quando era al governo con la Lega e che lo sta difendendo anche dai rilievi del Pd.

Il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede all’epoca del governo gialloverde con la Lega di Matteo Salvini.

ATTESO UN GESTO DI CHIAREZZA DAI CINQUE STELLE

Dunque se il numero uno della Farnesina vuole davvero far cadere il Conte II ha l’occasione giusta: quasi irripetibile. Al contrario se dovesse mostrare disponibilità a trovare un’intesa, allora agli alleati arriverebbe un messaggio chiaro: la volontà, nonostante tutto, di proseguire con il governo. Insomma, sulla prescrizione è atteso il gesto di chiarezza invocato da più parti, qualunque sia la direzione.

DI MAIO PERÒ RISCHIA ANCHE LA SUA FINE POLITICA

La partita presenta un alto coefficiente di rischio per Di Maio: la fine di questo esecutivo sarebbe in pratica la fine della sua parabola politica. Una prescrizione delle sue ambizioni. La coalizione con i dem è tuttora sponsorizzata da Beppe Grillo: resta convinto che il Conte II sia un’opportunità per il M5s. La sola idea di staccare la spina fa virare i suoi umori verso il nero. E chissà che l’Elevato, come si è proclamato l’ex comico, in caso di crisi di governo non decida di avviare “il processo” di destituzione del capo politico, raccogliendo tutti i malumori nel Movimento. Che sono tanti e solidi, come testimonia il costante sbandamento dei gruppi parlamentari.

DA ESCLUDERE UN RITORNO CON LA LEGA

Di Maio dovrebbe avere un piano B da tirar fuori come un coniglio dal cilindro per garantirsi un futuro politico. Neppure nella più incallita professione di ottimismo può immaginare di tirare dritto, come se nulla fosse, di fronte all’eventuale showdown che porterebbe il Paese alle elezioni. Perché non ci sono altre strade percorribili. Il remake dell’alleanza con la Lega è impraticabile per varie ragioni. Prima di tutto i gruppi parlamentari del M5s sono nettamente contrari a un ritorno al passato; inoltre Matteo Salvini non avrebbe alcun motivo per tornare indietro.

DI BATTISTA PRONTO A DIVENTARE NUOVO UOMO IMMAGINE

E infine il Quirinale ha fatto filtrare più volte l’orientamento: dopo il Conte II è quasi impossibile pensare che possano esserci altri esecutivi in questa legislatura. Quindi resta solo lo scenario elettorale e l’ipotesi del tandem con Alessandro Di Battista: l’ex deputato sarebbe l’uomo immagine con il capo politico a fare da regista alle spalle. Ma si torna al punto di partenza: è una sfida spericolata, che finge di non considerare gli effetti del trauma di una rottura. E che ignora il calo nei sondaggi.

di maio di battista prescrizione
Luigi Di Maio con Alessandro Di Battista. (Ansa)

M5S CONTRO I «PALETTI RENZIANI»

Guarda caso, però, proprio Di Battista è tornato a pestare duro sulla cancellazione della prescrizione, rinsaldando la ritrovata intesa con il leader del Movimento. «I politici del Pd, che osano mettere a rischio questa norma di civiltà, dovrebbero avere il coraggio di andare dai familiari dei morti di Casale Monferrato, guardarli negli occhi e imbastire le ormai ventennali supercazzole sul tema», ha attaccato ricordando le vittime dell’Eternit e parlando poi di «pali renziani» all’interno del Pd.

CONTE, FIUTATA L’ARIA, VUOLE MEDIARE

Praticamente in contemporanea Di Maio ha evocato un Nazareno 2.0 sulla Giustizia, una rinnovata intesa PdForza Italia, sfoderando il lessico marcatamente ostile ai dem. Giuseppe Conte ha fiutato l’aria ed è intervenuto dicendosi di sicuro che sarà «trovata una soluzione». Le ostilità sono aperte e la tensione è troppo alta: per questo il presidente del Consiglio ha cercato di stemperare la polemica.

IL PD OSSERVA E NON FA PASSI INDIETRO

A Largo del Nazareno, intanto, non c’è alcuna intenzione di giocare al ruolo di “responsabili” a ogni costo. Sul tema della prescrizione men che meno. Il segretario Nicola Zingaretti ha lanciato avvertimenti chiari: c’è stato il tweet di Pierluigi Castagnetti, figura molto vicina al Quirinale, sulla chiusura del sipario di questo esecutivo, poi l’intervista di Goffredo Bettini, in estate grande tifoso del “governo di legislatura” con il Movimento, che ha avvertito come la pazienza stia per finire. A seguire le dure prese di posizione dei capigruppo di Camera e Senato, Graziano Delrio e Andrea Marcucci, che hanno vestito i panni delle colombe durante la nascita del Conte II. Ma anche loro sono irritati. Segnali di fumo non trascurabili. Per il momento la linea politica è quella di osservare cosa accade nel Movimento, senza cedere, cercando di comprendere il progetto di Di Maio. Che continua a muoversi su un filo.

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E ora serve un bel “vaffa” di Zingaretti a Di Maio

Farsi imbottigliare dalle stupidaggini del M5s, che continua a guardare verso destra, è un errore fatale. Meglio mandarli al diavolo domani, anzi ieri.

La cronaca politica propone due domande: ma che cosa vogliono Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista? Ovvero vogliono qualcosa? L’unica cosa chiara è che i due baciati in fronte da Beppe Grillo hanno il terrore di finire male.

Per loro finire male significa uscire dall’orbita reale, per l’uno, potenziale per l’altro, del governo. E oggi l’orbita del governo ruota attorno a Salvini-Meloni.

L’altra paura è che hanno la matematica certezza che se non fanno ammuina il loro movimento arriva alle elezioni “sminchiato”, quindi con pochi voti e probabilmente senza quelli che potrebbero eleggere l’uno e l’altro o l’uno o l’altro.

DI MAIO E DI BATTISTA CONTINUANO A GUARDARE A DESTRA

Era sembrato, nelle scorse settimane, che Beppe Grillo riuscisse a portare i pentastellati fuori dall’attrazione pericolosa della destra. Grillo aveva addirittura immaginato di progettare cose in comune con il Pd. Di Maio e Di Battista, e forse Casaleggio, hanno detto di “sì”, ma si sono mossi lungo la strada opposta. Nessuno di noi sa se Matteo Salvini e soprattutto la sua temibile competitrice Giorgia Meloni vorranno aggregare questi due giovani cadaveri della politica nel governo che faranno dopo le elezioni, tuttavia Di Maio e Di Battista, fedeli figli di cotanti padri di destra, cercano da quelle parti la soluzione che li porti ad una più che dignitosa sopravvivenza economica.

Quando cadrà il governo Conte sarà chiaro che la coppia destrorsa del M5s sarà davanti all’uscio di Salvini a chiedere un posto

Il dramma dei cinque stelle, nati sulla base di una cultura che definimmo populista, di decrescita felice, di guerra alla democrazia rappresentativa, è che oggi sono il nulla assoluto. Da quelle parti ci sono solo “no”, sulle cose che capiscono, e ancora “no” su quelle che non capiscono. E tutto ciò accade mentre gran parte del loro elettorato è scappato e altro andrà via quando cadrà il governo Conte e sarà chiaro che la coppia destrorsa del M5s sarà davanti all’uscio di Salvini a chiedere un posto, una sistemazione, una cosa per campare. Sta arrivando il momento in cui la voracità della destra riuscirà a cancellare l’episodio grillino.

LA SINISTRA DEVE MOLLARE IL M5S PRIMA CHE SIA TROPPO TARDI

Chi di noi analizzò il fenomeno dei cinque stelle non in base alla composizione sociale ma in relazione alla cultura che esprimevano e alla direzione di marcia che avevano preso, non sono sorpresi né dalla svolta a destra né dalla loro prossima fine. Questo non vorrà dire che il sistema politico si sistemerà. La pattuglia grillina nel prossimo parlamento, a meno che non vengano fatti fuori Di Maio e i suoi e che Di Battista vaghi a fare niente per il mondo, sarà il più massiccio episodio di ascarismo parlamentare. «Accattataville».

Manifestazione delle Sardine in Piazza Duomo a Milano.

Salvini dovrà far digerire ai suoi il ritorno dei traditori, per giunta statalisti. La Meloni non li ha mai sopportati. Resta la sinistra che tarda a comprendere che farsi imbottigliare dalle stupidaggini di Di Maio e Salvini su un fondo salva Stati che quei due conoscevano e che, lo vogliano o no, ci sarà, è un errore, meglio mandarli al diavolo domani, anzi ieri. Perché l’unica campagna elettorale che si può fare richiede di rubare alle sardine il tema della civiltà politica e alla destra “sovranista e antitaliana” la questione dell’onore della patria che la destra attuale vorrebbe nuovamente serva di una potenza straniera.

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Di Maio fa il pompiere sul Mes

Il leader del M5s dopo il gelo con il premier: «Ho sentito Conte e siamo in piena sintonia». Ma l'asse con Di Battista preoccupa il Pd. Occhi puntati sul ministro Gualtieri, che all'Eurogruppo tratterà modifiche alla riforma del fondo salva-Stati.

Negoziare all’Eurogruppo e con i leader europei, ottenere almeno un rinvio della firma del Meccanismo europeo di stabilità. Per raffreddare gli animi in Senato ed evitare che l’11 dicembre una spaccatura della maggioranza apra una crisi politica. Il rischio c’è, affermano dal Pd, anche perché il gruppo M5s è spaccato e imprevedibile. In più, preoccupa l’asse di Luigi Di Maio con Alessandro Di Battista contro la riforma del fondo salva-Stati: «Il M5s è l’ago della bilancia, decidiamo noi». Il ministro degli Esteri invia un segnale distensivo: «Conte l’ho sentito due ore fa e siamo in piena sintonia, sia sul Mes sia sul tema della prescrizione», ha detto a Di Martedì su La7. Ma i dem non si fidano e le fibrillazioni preoccupano anche Italia viva.

Nelle prossime ore gli occhi saranno tutti puntati sul ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, che all’Eurogruppo tratterà con gli alleati europei sul Mes. In discussione non c’è l’impianto del Meccanismo, ma regolamenti secondari ancora oggetto di negoziato. In più, in una “logica di pacchetto”, si avvierà la trattativa sull’Unione bancaria, che è ancora a una prima stesura: il ministro, come più volte affermato, dirà che l’Italia si oppone al meccanismo – sostenuto dalla Germania ma per noi svantaggioso – che punta a ponderare i titoli di Stato detenuti dalle banche sulla base del rating dei singoli Paesi.

Anche Conte, nei suoi colloqui a margine del vertice Nato di Londra, discuterà del “pacchetto” europeo con gli altri leader, a partire da Angela Merkel ed Emmanuel Macron. Ma è il fattore tempo quello su cui il governo spera di far leva, nell’immediato. La firma del Mes, anche per ragioni tecniche, non dovrebbe arrivare prima di febbraio. Da quel momento i singoli Paesi dovranno ratificare il trattato. La speranza è che i dubbi emersi anche in Francia e fattori come la crisi di governo a Malta possano spingere la lancetta un po’ più in là.

Negoziazioni nell’ambito del “pacchetto” Ue e rinvii saranno la leva sulla quale si cercherà di plasmare un’intesa di maggioranza sulla risoluzione che dovrà essere votata l’11 dicembre in Parlamento, alla vigilia della partecipazione di Conte al Consiglio europeo. Sono “legittime” diverse “sensibilità”, dichiara il premier cercando di placare gli animi e assicurando che “l’ultima parola spetta al Parlamento”: “Lavoriamo per rendere questo progetto utile agli interessi dell’Italia”. Conte e Di Maio si sentono al telefono, dopo il plateale gelo andato in scena in Aula alla Camera. “Nessuna contrapposizione”, “totale sintonia”: assicurano all’unisono.

Di Maio pone anche l’accento sulla “logica di pacchetto”, lasciando margini di manovra a chi lavora a una posizione comune di maggioranza. Sui social, però, rilancia l’asse con Alessandro Di Battista dichiarando che “M5s è ago della bilancia” e “chiede del tempo per fare delle modifiche”. Da Bruxelles incalza anche Matteo Salvini, che rilancia Mario Draghi come candidato al Colle e incalza il premier proprio sul Mes: “Il trattato non è emendabile, bisogna bloccarlo. Conte ha lo sguardo di chi ha paura e scappa”. Lega e Fdi non faranno sconti in Aula. Ed è in Aula che può scoppiare “l’incidente”. Perché, spiegano fonti Dem dal Senato, è impossibile prevedere i comportamenti dei senatori M5s (Paragone e Giarrusso già si sono smarcati): i “contiani” lavorano a un’intesa, ma basta una manciata di voti a far andare in minoranza il governo.

Di qui il pressing su Di Maio perché lavori per compattare le truppe su una posizione unica e chiara in asse con il governo. I Cinque stelle fanno sapere che stanno lavorando a una risoluzione di maggioranza, a partire dalle loro posizioni. “Decide Conte, non Di Maio”, avverte dal Pd Enzo Amendola. Come a dire: i Dem non sono disposti a cedimenti o a mettere veti sul trattato. Per chiudere, servirà probabilmente un nuovo vertice di maggioranza. Ma, come emerge da un incontro di Italia viva con Conte, i punti di divergenza sono tanti e il clima sempre più agitato.

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Perché le bugie di Salvini e Meloni porteranno l’Italia alla rovina

La guerra al Mes ripete un copione già visto che ci isolerà in Europa e causerà divisioni interne. Davanti a questa minaccia, la sinistra dovrebbe avere l'umiltà di unirsi per costruire un muro di resistenza civile.

Matteo Salvini dichiara di saper nulla del Salva Stati di cui ieri si è discusso in parlamento.

Le notizie su quell’accordo inter-Stati, come è stato ben detto durante la trasmissione Tagadà, erano invece sui maggiori giornali quando Salvini era ministro degli Interni con Giuseppe Conte.

Forse in quei giorni aveva già bevuto troppi moijto per sfogliare il Corriere della Sera, che va letto da sobri.

IL POTENZIALE ELETTORATO CREDE ALLE SCIOCCHEZZE DELLA DESTRA

Il guaio è che una gran parte dell’elettorato potenziale crede alle  sciocchezze di Salvini e di Giorgia Meloni dimenticando come i due abbiano nel proprio passato, o comunque in quello dei loro partiti, uno degli episodi più vergognosi e menzogneri della Storia d’Italia. Furono loro che stabilirono (cioè costrinsero il parlamento a votare) che la ragazza di Silvio Berlusconi era la nipote di Mubarak. Anche la battagliera Meloni, fustigatrice di presunte bugie di altri e dimentica delle proprie.

UN COPIONE GIÀ VISTO

Quello che viene fuori in questi giorni dalla destra è una sorta di ripetizione del copione che l’ha portata sulla cresta dell’onda. Si intimoriscono i risparmiatori, si favoleggia contro l’Europa (poi, come fa Salvini, si tratta sottobanco per entrare nel Partito popolare europeo) e quando si sarà fatta strada negli italiani di esser alla rovina si ritornerà sui migranti. La paura della miseria, l’odio verso la casta europea precedono sempre la xenofobia.

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È il copione della destra degli Anni 20 e 30. Ma non faccio paragoni con Mussolini e Hitler. Salvini e Meloni sono su un livello molto più modesto e saranno d’ora in poi impegnati in una battaglia fratricida per la leadership

PER IL PAESE SI AVVICINA UN’ALBA TERRIBILE

Perché è importante sottolineare che Salvini e Meloni sono due politici che dicono cose non vere, che agitano temi in cui non credono, e che addirittura attaccano posizioni da loro difese precedentemente? Per una ragione assai semplice. Perché, con buona pace di Alessandro Campi, politologo raffinatissimo e critico intelligente della sinistra, con questi due imbroglioni l’alba che si avvicina sarà terribile e porterà al governo, ancora una volta, la peggiore classe dirigente del Paese. Forse è bene che noi italiani si beva l’amaro calice fino in fondo. Forse è necessario immaginare scelte politiche, come quella delle Sardine, che sappiano smontare la catena di odio che viene fuori dagli interventi di Meloni e Salvini. Questa Italia che potrebbe uscire dalle prossime elezioni non sarà più un Paese europeo. Forse non sarà più un Paese. Non sarà un Paese europeo perché chi mai potrà fidarsi di questa classe dirigente di incendiari senza progetto? Non sarà un Paese perché la tentazione del potere assoluto tornerà a farsi viva e troverà una riposta adeguata che dividerà gli italiani.

È NECESSARIO COSTRUIRE UN MURO DI RESISTENZA CIVILE

Non capirò mai perché di fronte a questi due incompetenti che rischiano di prendersi l’Italia non si trovi l’umiltà di unirsi a sinistra. Dai giovani, dai movimenti delle donne questa richiesta viene. È un delitto non capirlo: chi vorrà sottrarsi a questo compito di creare un muro di resistenza civile contro la coppia dei facinorosi porterà grandi responsabilità. Loro non ci porteranno al fascismo. Non non ne sono capaci e noi li fermeremo prima. Ma percorreranno fino in fondo la strada dell’isolamento dell’Italia dall’Europa e della divisione degli italiani. Insisto: i pensosi intellettuali di destra sono soddisfatti? Avete un problema.

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Cosa ha detto Conte alla Camera sul Mes

Attacco frontale a Salvini e Meloni: «Le opposizioni hanno diffuso notizie allarmistiche, palesemente false». E in questo modo hanno «inquinato il dibattito pubblico e disorientato i cittadini».

È iniziata con un attacco frontale a Matteo Salvini e Giorgia Meloni l’informativa urgente del premier Giuseppe Conte sul Mes andata in scena alla Camera. Nel pomeriggio toccherà al Senato. «Le opposizioni hanno lanciato accuse infamanti contro di me. Sono state diffuse notizie allarmistiche, palesemente false. Del senatore Salvini non mi stupisco, sono note la sua disinvoltura a restituire la verità e la sua difficoltà a studiare i dossier. Mi meraviglio invece della deputata Meloni», ha esordito il capo del governo, rivolgendosi direttamente alla leader di Fratelli d’Italia, presente in Aula.

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Meloni ha reagito urlando e scatenando una breve bagarre, prontamente sedata dal presidente di Montecitorio, Roberto Fico. Conte ha proseguito così: «Sono qui per l’informativa sulle modifiche al Mes non solo perché doverosa dopo la richiesta, ma anche perché ho sempre cercato di assicurare un’interlocuzione chiara e trasparente con il parlamento».

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NESSUNA FIRMA SUL TRATTATO DI RIFORMA

Il premier ha messo in fila tutte le accuse che gli sono state rivolte negli ultimi giorni, smontandole pezzo dopo pezzo: «È stato detto che il Mes sarebbe stato già firmato, e per giunta di notte. Mi sembra quasi superfluo confermare a quest’Aula un fatto di tutta evidenza. Ossia che né da parte mia, né da parte di alcun membro del mio governo si è proceduto alla firma di un trattato ancora incompleto».

CONTE: «COSÌ SI MINA LA CREDIBILITÀ DELLE ISTITUZIONI»

Quanto all’accusa di alto tradimento, Conte ha scandito: «Questa è una questione diversa dal dire che si sono fatti degli errori politici o cattive riforme. È un’accusa che inquina il dibattito pubblico e disorienta i cittadini, ed è indice della forma più grave di spregiudicatezza. Perché pur di lucrare un qualche effimero vantaggio, finisce per minare alle basi la credibilità delle istituzioni democratiche». Se però queste accuse «non avessero fondamento e anzi fosse dimostrato che chi le ha mosse era ben consapevole della loro falsità, avremmo la prova che chi ora è all’opposizione e si è candidato a governare il Paese con pieni poteri sta dando prova, e purtroppo non sarebbe la prima volta, di scarsa cultura delle regole e della più assoluta mancanza di rispetto delle istituzioni».

LA LEGA SAPEVA TUTTO

Il premier ha quindi ricordato alla Lega che «nel Consiglio dei ministri del 27 febbraio 2019 è stata presentata e illustrata nel dettaglio la Relazione consuntiva sulla partecipazione dell’Italia all’Unione europea, in cui si parlava anche delle trattative condotte sul Mes. Nessuno dei ministri presenti, compresi quelli della Lega, ha mosso obiezioni sul punto». E dunque «nessuno può oggi permettersi non dico di sostenere apertamente, ma anche solo di insinuare velatamente l’idea che il processo di riforma sia stato condotto nel segreto. O peggio, firmato nottetempo. Non solo c’è stata piena condivisione nel governo, ma su questa materia vi è stato, con il parlamento italiano, un dialogo costante, un aggiornamento approfondito».

DISCREZIONALITÀ SULLA VALUTAZIONE DEL DEBITO

Entrando nei dettagli della riforma, Conte ha spiegato che «il nuovo trattato lascia a una valutazione tutt’altro che automatica la verifica della sostenibilità del debito e delle condizioni macroeconomiche dei Paesi beneficiari dell’intervento del Mes, coerentemente con quanto preteso dall’Italia che si è opposta ad altri Paesi che avrebbero invece voluto maggiori automatismi. Infatti, l’articolo 13 del nuovo trattato recita che al recepimento della domanda di aiuto finanziario da parte di un Paese membro, “il presidente del Consiglio dei governatori incarica il direttore generale e la Commissione europea di concerto con la Bce di assolvere insieme i seguenti compiti”. E al punto B indica tra questi compiti quello di “valutare la sostenibilità del debito e la capacità di rimborso del sostegno alla stabilità. La valutazione è effettuata all’insegna della trasparenza e della prevedibilità, al contempo consentendo una sufficiente discrezionalità“. Quest’ultima previsione attenua fortemente qualsiasi forma di automatismo che era nelle precedenti versioni».

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Caos M5s, Di Maio isolato anche dai fedelissimi

Il partito naviga a vista. Anche gli uomini più vicini al capo politico sono preoccupati per la tenuta del governo. Il riavvicinamento alla linea barricadera di Di Battista basterà per restare a galla?

Un uomo solo al comando. Ma in questo caso non è Fausto Coppi e c’è veramente poco di epico. Si tratta infatti di Luigi Di Maio.

Il capo politico M5s è in una condizione di crescente isolamento: addirittura i fedelissimi cominciano a manifestare un certo scetticismo sulle fughe in avanti del ministro degli Esteri. Soprattutto quando filtra l’ipotetica rottura con il Partito democratico.

I MESSAGGI DI BONAFEDE

«Non mi piace questo continuo riferimento a far saltare il governo. Noi siamo al governo per lavorare per i cittadini. Ciascuno si prende le responsabilità politiche delle proposte che porta avanti», ha scandito il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, lanciando un messaggio al Pd (contro le ipotesi di rotture definitive sulla prescrizione), affinché Di Maio intendesse.

Luigi Di Maio con il Guardasigilli Alfonso Bonafede (Getty).

In alcune situazioni, come sullo scudo penale per l’ex Ilva, il capo politico ha pubblicamente evocato la crisi. Altre volte è stata una voce del sen fuggita, e raccolta come indiscrezione, salvo poi essere smentita. Comunque un modo per inviare segnali di fumo ai suoi e agli alleati. E alimentare sospetti.

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I MALESSERI DI SPADAFORA

La presa di posizione di Bonafede non è passata inosservata. Il Guardasigilli è un fedelissimo del leader che ha voluto confermarlo in via Arenula durante la formazione del Conte II, sfidando le resistenze del Pd. Se uno come lui dissente dalla linea della “minaccia al governo” è una spia che si accende. Le sue affermazioni fanno da sponda alle parole del presidente della Camera, Roberto Fico, che qualche giorno fa ha invitato a far lavorare il parlamento fino al 2023. Dando una prospettiva di legislatura, l’opzione che preferisce. Un malessere simile è vissuto dal ministro dello Sport, Vincenzo Spadafora, grande sponsor del Conte II e considerato consigliere molto ascoltato da Di Maio.

Luigi Di Maio con Vincenzo Spadafora.

«Ho ascoltato con attenzione e sono rimasto molto affascinato dal racconto dell’astronauta Maurizio Cheli e ci ho trovato molte analogie con la politica di oggi», ha detto Spadafora il 28 novembre, come riportato dalla Dire. «Per esempio è vero che non puoi scegliere sempre con chi lavorare, che devi saper sopportare delle situazioni difficili e, come sullo Shuttle, è vero che basta premere il pulsante sbagliato per far esplodere tutto. Mi sembra un po’ la situazione in cui ci troviamo anche oggi col governo».

ALLA CAMERA IL M5S ANCORA SENZA GUIDA

Per molti ministri sembra il remake del film visto con il Conte I, quello con Matteo Salvini che minacciava un giorno sì e l’altro pure la fine dell’esecutivo. In un clima del genere anche il sottosegretario alla presidenza, Riccardo Fraccaro, appare in difficoltà. Da sempre è considerato un punto fermo del Movimento a trazione dimaiana, alfiere del taglio del numero dei parlamentari: il capo politico ha fatto di tutto pur di averlo a Palazzo Chigi, compresa la minaccia di far saltare la trattativa (già allora) per la nascita del governo. Così il sottosegretario resta prudente, fedele alla linea, annotando però il malcontento generale. A cominciare dall’insofferenza dei parlamentari: l’elezione del capogruppo alla Camera è diventata una telenovela che va avanti da ottobre, quando Francesco D’Uva ha lasciato l’incarico. L’unica certezza è che il prossimo presidente dei deputati avrà posizioni divergenti dalla leadership. Nell’ultima votazione si sono sfidati Davide Crippa e Riccardo Ricciardi, entrambi non proprio etichettabili come fedelissimi di Di Maio. Intanto c’è il concreto rischio di affrontare passaggi delicati a Montecitorio, dal dibattito sul Mes alla Legge di Bilancio, senza una guida riconosciuta.

Beppe Grillo con Luigi Di Maio in un fermo immagine tratto dal Blog delle Stelle.

DI MAIO E LA RITROVATA (E FORZATA) INTESA CON DI BATTISTA

La situazione non è tornata serena nemmeno dopo l’incontro tra Di Maio e il garante Beppe Grillo. Il faccia a faccia non ha prodotto i risultati auspicati. Appena sono finiti il video e le foto di rito, tutto è tornato in un magma indistinto. Così il ministro degli Esteri, avvertito l’isolamento politico, è stato tentato dal ritorno al passato, alla linea barricadera delle origini. In questa ottica viene letta la ritrovata intesa con Alessandro Di Battista, per cui l’alleanza con il Pd resta il male assoluto. Ed ecco che è stata sposata la strategia di attacco sulle concessioni ad Autostrade, sull’Europa matrigna, che mette sul tavolo il Mes, sulla sfida a Matteo Renzi per il caso Open e la questione delle fondazioni

I RIPOSIZIONAMENTI ALL’INTERNO DEL MOVIMENTO

Continui sommovimenti che preoccupano. «Da noi non esistono correnti», giurano nel M5s. Ed è una realtà: le correnti vere hanno comunque una struttura, dei punti di riferimento. In questo caso è tutto insondabile. Un esempio è il caso del senatore Gianluigi Paragone: sembrava diventato arcinemico di Di Maio, per la sua ostilità all’intesa con i dem. La rinnovata comunanza di vedute con Di Battista modifica però il posizionamento rispetto alla leadership pentastellata. Certo, esiste un’ala riconducibile a Fico, capitanata dal deputato Luigi Gallo, ma non si può definire una rete organizzata. Talvolta, specie sulla riorganizzazione del M5s, le posizioni incrociano quelle dei frondisti, gli ex ministri ed ex sottosegretari che masticano amaro per aver perso il posto al governo. Ma che a differenza di Fico non sono proprio entusiasti del governo con Pd, LeU e Italia Viva. Così diventa difficile avere una mappa chiara degli interlocutori anche per i dem. 

Il ministro dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli (Ansa).

SUGGESTIONE PATUANELLI

Di Maio, nel suo essere uomo solo al comando, è inevitabilmente sotto pressione. Tanto che circolano ipotesi di una sostituzione con il ministro dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli, l’uomo delle emergenze. Da capogruppo al Senato ha risposto colpo su colpo alla Lega, quando l’alleanza era agli sgoccioli, tenendo unito il gruppo. Adesso ha sul tavolo questioni scottanti, come l’ex Ilva e Alitalia, senza subire ricadute di immagine. È pur vero che Patuanelli ha bollato come «gossip» l’ipotesi della sua ascesa alla leadership. Ma non è un mistero che molti, soprattutto i parlamentari, vorrebbero affidargli una nuova emergenza. Il destino del Movimento 5 stelle.

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Com’è andato il vertice di governo sul Mes

Sul fondo salva-Stati tutto viene rinviato all'11 dicembre. Dopo le comunicazioni di Conte al Senato, la maggioranza sarà chiamata a varare una risoluzione comune. Strappo di Renzi. A Gualtieri il mandato di trattare.

Quattro ore lunghe e tese non hanno portato a un accordo, ma a una fumata grigia sul Mes. Il vertice di governo convocato dal premier Giuseppe Conte a poche ore dal nuovo redde rationem con Matteo Salvini in parlamento non ha chiuso la partita del fondo salva-Stati all’interno della maggioranza. Le posizioni di M5s e Pd «sono diverse», ha ammesso Luigi Di Maio. E Conte ha scelto di affidare alle Camere la decisione definitiva sull’ok alla riforma del Meccanismo. La data da tenere d’occhio è l’11 dicembre: dopo le comunicazioni del premier al Senato in vista del Consiglio Ue, la maggioranza sarà chiamata a varare una risoluzione comune. Ed è lì che il governo rischia il baratro.

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A Palazzo Chigi, al vertice andato in scena nella notte tra l’1 e il 2 dicembre hanno preso parte il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri, i capi delegazione di Pd, M5s e Leu, Dario Franceschini, Luigi Di Maio e Roberto Speranza, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Riccardo Fraccaro e il ministro per gli Affari Ue Enzo Amendola. C’era anche il titolare dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli, visto che nella riunione si è parlato anche di un nuovo prestito-ponte per Alitalia.

ITALIA VIVA SI CHIAMA FUORI

A chiamarsi fuori è stata Italia viva. «Non abbiamo nulla su cui litigare, se la vedessero tra di loro. Gli italiani sono stanchi di questi vertici, vogliono risposte», ha spiegato Matteo Renzi. Ma una risposta definitiva, sul Mes, ancora non c’è. «In vista dell’Eurogruppo del 4 dicembre il governo affronterà il negoziato riguardante l’Unione economica e monetaria (completamento della riforma del Mes, strumento di bilancio per la competitività e la convergenza e definizione della roadmap sull’unione bancaria) seguendo una logica di “pacchetto”», hanno fatto sapere fonti di Palazzo Chigi. Specificando che, sulla riforma del fondo salva-Stati, «ogni decisione diventerà definitiva solo dopo che il parlamento si sarà pronunciato».

FRANCESCHINI: «MANDATO FORTE A GUALTIERI»

Ovvero, dopo le risoluzioni che seguiranno alle comunicazioni di Conte in Senato in programma 11 dicembre, in vista del Consiglio Ue decisivo. Palazzo Chigi, in realtà, non parla di rinvio. E, dopo la riunione, è questo il punto che tiene a sottolineare Franceschini: «Bene l’incontro di stasera sul Mes. Nessuna richiesta di rinvio all’Ue ma un mandato che rafforza il ministro Gualtieri a trattare al meglio l’accordo», ha detto l’esponente del Pd. Precisando anche lui che «ovviamente» sarà il parlamento a pronunciarsi in modo definitivo.

DI MAIO: «NESSUNA LUCE VERDE»

Subito dopo, da Palazzo Chigi è uscito Di Maio. E ha tirando acqua al proprio mulino: «Nessuna luce verde è stata data a Gualtieri finché il parlamento non si esprimerà», ha scandito il titolare della Farnesina, anticipando che l’11 dicembre il M5s presenterà una risoluzione in cui si chiederà a Conte di chiedere il miglioramento, al Consiglio Ue di dicembre, dell’intero pacchetto di riforme dell’Unione economica e monetaria. Pacchetto in cui, ha avvertito Di Maio, «c’è tanto da cambiare».

DIECI GIORNI PER TROVARE UNA QUADRA

Dieci giorni, quindi, per trovare una quadra. Dando mandato a Gualtieri di anticipare all’Eurogruppo la trincea italiana. Dieci giorni, per il leader M5s, per trovare una sintesi all’interno dei gruppi parlamentari sul sì a una riforma che vede tanti pentastellati disposti a tutto. Con un rischio: che la risoluzione sul Mes diventi una replica di quanto già visto sulla Tav, un passaggio che anticipò la fine del governo. «Mi auguro che su questa impostazione emergano le differenze macroscopiche che ci sono tra il M5s e il Pd e quindi si finisca con questo esecutivo», ha sottolineato non a caso il senatore Gianluigi Paragone. In tanti, nel Movimento, gli hanno risposto via Facebook. A testimonianza che, dietro il Mes, la partita che si gioca tra i pentastellati è un’altra: se andare avanti oppure no con il governo giallorosso.

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Com’è andato il vertice di governo sul Mes

Sul fondo salva-Stati tutto viene rinviato all'11 dicembre. Dopo le comunicazioni di Conte al Senato, la maggioranza sarà chiamata a varare una risoluzione comune. Strappo di Renzi. A Gualtieri il mandato di trattare.

Quattro ore lunghe e tese non hanno portato a un accordo, ma a una fumata grigia sul Mes. Il vertice di governo convocato dal premier Giuseppe Conte a poche ore dal nuovo redde rationem con Matteo Salvini in parlamento non ha chiuso la partita del fondo salva-Stati all’interno della maggioranza. Le posizioni di M5s e Pd «sono diverse», ha ammesso Luigi Di Maio. E Conte ha scelto di affidare alle Camere la decisione definitiva sull’ok alla riforma del Meccanismo. La data da tenere d’occhio è l’11 dicembre: dopo le comunicazioni del premier al Senato in vista del Consiglio Ue, la maggioranza sarà chiamata a varare una risoluzione comune. Ed è lì che il governo rischia il baratro.

LEGGI ANCHE: Cos’è il Mes e perché Salvini e Meloni attaccano il governo

A Palazzo Chigi, al vertice andato in scena nella notte tra l’1 e il 2 dicembre hanno preso parte il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri, i capi delegazione di Pd, M5s e Leu, Dario Franceschini, Luigi Di Maio e Roberto Speranza, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Riccardo Fraccaro e il ministro per gli Affari Ue Enzo Amendola. C’era anche il titolare dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli, visto che nella riunione si è parlato anche di un nuovo prestito-ponte per Alitalia.

ITALIA VIVA SI CHIAMA FUORI

A chiamarsi fuori è stata Italia viva. «Non abbiamo nulla su cui litigare, se la vedessero tra di loro. Gli italiani sono stanchi di questi vertici, vogliono risposte», ha spiegato Matteo Renzi. Ma una risposta definitiva, sul Mes, ancora non c’è. «In vista dell’Eurogruppo del 4 dicembre il governo affronterà il negoziato riguardante l’Unione economica e monetaria (completamento della riforma del Mes, strumento di bilancio per la competitività e la convergenza e definizione della roadmap sull’unione bancaria) seguendo una logica di “pacchetto”», hanno fatto sapere fonti di Palazzo Chigi. Specificando che, sulla riforma del fondo salva-Stati, «ogni decisione diventerà definitiva solo dopo che il parlamento si sarà pronunciato».

FRANCESCHINI: «MANDATO FORTE A GUALTIERI»

Ovvero, dopo le risoluzioni che seguiranno alle comunicazioni di Conte in Senato in programma 11 dicembre, in vista del Consiglio Ue decisivo. Palazzo Chigi, in realtà, non parla di rinvio. E, dopo la riunione, è questo il punto che tiene a sottolineare Franceschini: «Bene l’incontro di stasera sul Mes. Nessuna richiesta di rinvio all’Ue ma un mandato che rafforza il ministro Gualtieri a trattare al meglio l’accordo», ha detto l’esponente del Pd. Precisando anche lui che «ovviamente» sarà il parlamento a pronunciarsi in modo definitivo.

DI MAIO: «NESSUNA LUCE VERDE»

Subito dopo, da Palazzo Chigi è uscito Di Maio. E ha tirando acqua al proprio mulino: «Nessuna luce verde è stata data a Gualtieri finché il parlamento non si esprimerà», ha scandito il titolare della Farnesina, anticipando che l’11 dicembre il M5s presenterà una risoluzione in cui si chiederà a Conte di chiedere il miglioramento, al Consiglio Ue di dicembre, dell’intero pacchetto di riforme dell’Unione economica e monetaria. Pacchetto in cui, ha avvertito Di Maio, «c’è tanto da cambiare».

DIECI GIORNI PER TROVARE UNA QUADRA

Dieci giorni, quindi, per trovare una quadra. Dando mandato a Gualtieri di anticipare all’Eurogruppo la trincea italiana. Dieci giorni, per il leader M5s, per trovare una sintesi all’interno dei gruppi parlamentari sul sì a una riforma che vede tanti pentastellati disposti a tutto. Con un rischio: che la risoluzione sul Mes diventi una replica di quanto già visto sulla Tav, un passaggio che anticipò la fine del governo. «Mi auguro che su questa impostazione emergano le differenze macroscopiche che ci sono tra il M5s e il Pd e quindi si finisca con questo esecutivo», ha sottolineato non a caso il senatore Gianluigi Paragone. In tanti, nel Movimento, gli hanno risposto via Facebook. A testimonianza che, dietro il Mes, la partita che si gioca tra i pentastellati è un’altra: se andare avanti oppure no con il governo giallorosso.

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Il vertice di governo non scioglie il rebus sul fondo salva-Stati

Il M5s prende le distanze: «Non vogliamo una riforma che stritoli il Paese». E il premier Conte si scontra con la Lega. L'Italia dovrà prendere ufficialmente posizione al prossimo Eurogruppo.

Due ore attorno al tavolo per certificare, di fatto, come sul fondo salva-Stati il governo sia ancora diviso. Il vertice che si è svolto a Palazzo Chigi il 22 novembre non ha risolto il nodo del Mes (Meccanismo europeo di stabilità), che si aggroviglia ulteriormente a pochi giorni dall’Eurogruppo del 4 dicembre, quando l’Italia sarà chiamata a chiarire la sua posizione.

È un nodo che rischia di ingigantirsi e di complicare i rapporti non solo tra Pd e M5s, ma anche tra Roma e Bruxelles. E, non a caso, il premier Giuseppe Conte è costretto a rimettere i panni del mediatore, dispensando assicurazioni: «L’Italia non rischia mai l’isolamento, c’è stato un confronto positivo».

L’atmosfera del vertice, secondo fonti della maggioranza, è stata costruttiva. Ma il M5s, con la sponda di Liberi e uguali, ha voluto mettersi di traverso. Mentre il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri si è fatto portavoce dell’ala favorevole all riforma del Meccanismo. La logica del pacchetto, invocata già a giugno da Conte – ovvero accompagnare alla revisione del Mes la creazione di uno strumento di Bilancio per la competitività e la convergenza nell’Eurozona (Bicc) e l’approfondimento dell’Unione bancaria con la garanzia dei depositi (Edis) – per il titolare del Tesoro sarebbe sostanzialmente rispettata, visto che è stata messa in campo una roadmap. Ma il percorso su questi fronti, rispetto alla riforma del Mes, è in evidente ritardo.

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IL M5S SI OPPONE ALLA RIFORMA

Ad ascoltare Gualtieri c’erano anche i rappresentanti di M5s, Liberi e uguali e Italia viva, oltre che del Pd. E Di Maio non ha nascosto la sua linea divergente, spiegando la necessità di ulteriori approfondimenti: «Non vogliamo una riforma che stritoli il Paese», ha detto il leader pentastellato, negando qualsiasi battibecco con il ministro dell’Economia. La linea Di Maio, di fatto, è quella della gran parte dei gruppi pentastellati. All’assemblea congiunta degli eletti, in programma mercoledì 27 novembre, si parlerà anche di questo.

MOSCOVICI INCORAGGIA IL GOVERNO

Il Mes è stato anche al centro degli incontri che il commissario europeo agli Affari economici, Pierre Moscovici, ha avuto a Roma con Conte e con Gualtieri. «Nessuno vuole mettere l’Italia sotto tutela», ha detto il francese, «il governo italiano sa ciò che va fatto».

LA LEGA ATTACCA CONTE

Opposto il punto di vista del leader della Lega, Matteo Salvini: «Non vorrei che Conte avesse venduto la nostra sovranità per tenersi la poltrona. Se fosse andata così, allora saremmo di fronte ad alto tradimento». Parole che hanno irritato non poco Palazzo Chigi: «L’isolamento lo si rischia quando si sparano slogan contro il mondo e non ci si siede ai tavoli». La Lega, però, non molla. E con Claudio Borghi rilancia: «Lo sa Conte che il M5s è per la liquidazione del trattato?».

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L’impatto del voto “emiliano” di Rousseau sul governo Pd-M5s

Di Maio dopo la scelta degli iscritti di presentarsi alle Regionali: «Nessuna ripercussione per l'esecutivo». E ribadisce: «Parlamentari ed esponenti locali ci chiedono di non allearci». Ma tra i dem sono al lavoro i "pontieri". Perché si teme una dispersione di preferenze che penalizzerà Bonaccini. Una cena con tutti i ministri ha provato a smorzare le tensioni.

E adesso? Rousseau ha votato, la linea di Luigi Di Maio è stata sconfessata. Gli iscritti al Movimento 5 stelle chiamati a esprimersi hanno deciso che bisogna correre alle elezioni regionali del 26 gennaio 2020 in Emilia-Romagna e Calabria, contrariamente a quanto voleva il capo politico grillino. Una scelta che avrà ripercussioni sul governo giallorosso? Lo stesso Di Maio ha scacciato fantasmi: «No, non ce ne saranno», ha detto al termine della cena con gli altri ministri. Ma le nubi sull’esecutivo restano.

DI MAIO: «TUTTI I NOSTRI CI CHIEDONO DI NON ALLEARCI»

Innanzitutto il M5s vuole presentarsi da solo. Anche se su questo aspetto non è stato interpellato Rousseau: «Non lo facciamo votare perché tutti i nostri parlamentari e i consiglieri hanno chiesto di non allearci alle Regionali», ha ribadito Di Maio.

BOCCIA: «NOI ANDIAMO AVANTI E VINCIAMO ANCHE DA SOLI»

Eppure nel Partito democratico qualcuno continua a lasciare la porta aperta. Come il ministro per gli Affari regionali Francesco Boccia: «Allearsi con noi? Lo spero per loro. Noi andiamo avanti e vinciamo anche da soli. Stefano Bonaccini è stato il presidente migliore per l’Emilia-Romagna».

SCAMBI DI BATTUTE ALLA CENA DELLE TENSIONI

Nella serata di giovedì 21 novembre il premier Giuseppe Conte ha riunito i ministri a cena. E ovviamente si è parlato anche della scelta del M5s di correre alle Regionali. Stando a quanto raccontato da più di un partecipante, tra gli esponenti dei diversi partiti di governo ci sarebbero stati scambi di battute, dal tono per lo più scherzoso.

TIMORI PER LA DISPERSIONE DEL VOTO ALLE REGIONALI

Ma, al di là delle dichiarazioni, qualche preoccupazione è trapelata per le ripercussioni che potrebbe avere anche sul governo la scelta annunciata da Di Maio di correre da soli (per parlare alla stampa il leader M5s ha lasciato il Consiglio dei ministri a riunione in corso). I dem temono che la dispersione del voto possa favorire i candidati del centrodestra, in particolare in Emilia-Romagna («Speriamo di no», ha commentato un ministro).

PONTIERI DEM AL LAVORO PER INDURRE A UN RIPENSAMENTO

Ma più d’uno nel Pd confida che i “pontieri” in azione aprano una discussione nel Movimento, che induca il ripensamento. Per quacuno «è vero che gli esponenti locali hanno chiesto a Di Maio di non allearsi, ma tra i loro dirigenti la questione è aperta: tanti volevano escludere la candidatura proprio per evitare i rischi che la scelta di correre divisi comporta anche per il governo. Vedremo nei prossimi giorni». Ma un collega è stato più pessimista: «Mi sembra un caso chiuso».

LO STESSO RISTORANTE DOVE CONTE PORTÒ SALVINI

La cena, al di là di questo, come è andata? Si è inserita tra un Consiglio dei ministri serale e un vertice mattutino. Conte ha invitato fuori la sua squadra di governo in un ristorante nel centro di Roma dove un anno prima portò Di Maio e Matteo Salvini per placare lo scontro che si era aperto sulla manovra. Non andò benissimo alla fine. «Le sorti dei governi non si decidono a tavola», ha risposto sorridendo Conte a chi gli ha sottolineato che il precedente non faceva ben sperare.

VOLTI SCURI TRA I MINISTRI GRILLINI

Anche questa volta in effetti i motivi di tensione tra alleati non sono mancati, a partire dal voto su Rousseau. A tavola si è parlato di Emilia-Romagna e Calabria, sono state fatte battute, ci si è punzecchiati. All’ingresso, subito dopo il Cdm, si è notato qualche volto scuro, soprattutto tra i ministri M5s. A microfoni spenti più d’uno ha ammesso che il voto di gennaio è delicato anche per la tenuta del governo.

TUTTO OFFERTO DA CONTE E FIORI ALLE MINISTRE

Il premier, che ha offerto la cena a tutti e regalato fiori alle ministre, è stato l’ultimo ad arrivare, intorno alle 23, al termine di un lungo Cdm, e l’ultimo ad andare via, verso l’una. Tavolo per 22: c’erano i rappresentanti di tutti i partiti. E a un certo punto è spuntata anche la torta, per festeggiare il compleanno di Lorenzo Guerini, con “tanti auguri a te” cantato in coro tra applausi e risate.

ARCHIVIATA L’IDEA DI UN CONCLAVE DI MAGGIORANZA

L’idea era quella di fare squadra: Conte aveva annunciato un “conclave” con i leader di maggioranza, forse un’idea del tutto archiviata. Per ora è bastata una cena post-Cdm, a base di amatriciana e cicoria. I ministri sono arrivati e andati via alla spicciolata, a piedi, in auto o in vespa come il dem Peppe Provenzano. Di Maio è stato il primo a entrare, poco dopo è toccato alla renziana Teresa Bellanova: tra gli ultimi Dario Franceschini («Che c’è di strano se ceniamo insieme?»), Luciana Lamorgese, Roberto Gualtieri e infine Conte.

DOSSIERI SCOTTANTI SU ILVA, ALITALIA E MES

Nell’attesa si è bevuto prosecco. E il presidente del Consiglio ha scherzato con i giornalisti: «Vi do una notizia, ho cucinato io», prima di assicurare che «non c’è alcun litigio, nessuna tensione». Ma i dossier scottanti sono tanti, dal voto di gennaio in Emilia-Romagna e Calabria che fa temere ripercussioni sul governo, a Ilva e Alitalia, fino al Mes, di cui si deve discutere in un vertice mattutino convocato alle 8.30 di venerdì. All’uscita dal ristorante si ostentavano sorrisi, dentro si brindava e si scherzava. Basta una cena per risolvere i problemi e iniziare davvero a fare squadra? Conte ha cercato ancora la battuta: «Se non ne basta una, ne facciamo due».

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