I punti del possibile disgelo fra ArcelorMittal e governo sull’ex Ilva

Un vertice riservato avrebbe preparato il documento per far decollare il negoziato. Quattro temi chiave: ripristino dello scudo penale; funzionalità dell'Altoforno 2; occupazione con 1 miliardo di investimenti anche grazie a Intesa e forza lavoro assorbita da Cdp. Le indiscrezioni.

Come risolvere lo stallo sull’ex Ilva, provocando il disgelo tra il governo e i franco-indiani di ArcelorMittal? Forse un passo avanti c’è già stato, durante un vertice riservato avvenuto martedì 19 novembre al Tesoro. L’obiettivo? Sottoscrivere un cosiddetto memorandum of understanding in quattro punti da consegnare ai giudici di Milano nell’udienza convocata per mercoledì 27 per chiedere una proroga fino a Natale.

NEGOZIATO PRONTO A «DECOLLARE»

La rivelazione è stata fatta da Il Messaggero, secondo cui è «pronto il documento che farà decollare il negoziato» in vista della riunione di venerdì 22 a Palazzo Chigi con il premier Giuseppe Conte.

1. CERTEZZA DEL DIRITTO: RIPRISTINO DELLO SCUDO

Cosa prevedono i punti? Innanzitutto «la certezza del diritto mediante il ripristino dello scudo penale». Anche se il presidente della Camera, il grillino Roberto Fico, ha ribadito che «è un pretesto» per Mittal e che non c’è alcuna «motivazione» per reinserirlo.

2. FUNZIONALITÀ DELL’ALTOFORNO 2

Il secondo punto riguarda «la funzionalità dell’Altoforno 2, che deve poter tornare a produrre adeguatamente».

3. OCCUPAZIONE: RILANCIO E AMMORTIZZATORI

Il punto tre è dedicato al tema dell’occupazione, con «i 5 mila esuberi che l’azienda prevede» e con gli ammortizzatori: sono infatti previste misure «a supporto del rilancio del territorio mediante una combinazione pubblico-privato per creare condizioni di lavoro sostenibili».

In questo ambito che il governo avrebbe allertato Intesa SanPaolo, che è il principale creditore dell’amministrazione straordinaria


Le indiscrezioni de Il Messaggero

Secondo il quotidiano «l’ultimo punto è uno dei passaggi più delicati perché necessita di circa 1 miliardo di investimenti: ed è in questo ambito che il governo avrebbe allertato Intesa SanPaolo, che è il principale creditore dell’amministrazione straordinaria» e «i banchieri milanesi avrebbero dato disponibilità a esaminare un progetto concreto», quindi «Intesa potrebbe anche rafforzare l’impegno».

4. RICONVERSIONE: FORZA LAVORO ASSORBITA DA CDP

Il punto quattro, infine, «riguarda la tecnologia legata alla riconversione del piano ambientale: comporta una riduzione della forza lavoro che potrebbe essere assorbita dalla Cassa depositi e prestiti mediante misure compensative, cioè schierando Cdp Immobiliare attiva nell’housing sociale. Gli immobili di proprietà potrebbero ospitare gli sfollati del rione Tamburi».

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I sondaggi politici elettorali del 15 novembre 2019

La rilevazione Emg: nelle città sopra i 60 mila abitanti vincono i giallorossi, in quelle più piccole il centrodestra. Solo per Pd e Forza Italia dati omogenei su tutto il territorio.

I partiti di governo si affermano nei Comuni medio grandi, mentre il centrodestra è consolidato in quelli con meno abitanti. È quello che emerge da una rilevazione effettuata da Noto Sondaggi ed Emg Acqua, commissionata da Asmel, l’Associazione nazionale per la Modernizzazione degli Enti Locali che rappresenta oltre 2.800 Comuni italiani.

I PARTITI DI GOVERNO PIÙ FORTI NEI CENTRI SOPRA I 60 MILA ABITANTI

Secondo il sondaggio, nei Comuni con oltre 60 mila abitanti, la coalizione giallo-rossa raccoglie il 49,9% dei consensi, che crollano di oltre 8 punti, al 41,3%, nei centri sotto questa soglia. In questi ultimi il centrodestra si afferma con il 52,1% delle intenzioni di voto, che scendono al 43,5% nei Comuni più grandi.

PER PD E FORZA ITALIA DATI OMOGENEI SU TUTTO IL TERRITORIO

Unici partiti con percentuali identiche nei Comuni piccoli e grandi sono il Partito Democratico, che può contare sul 18,7% e Fratelli d’Italia con il 6,6%; mentre le differenze più marcate sono quelle della Lega, che perde 7 punti nel confronto tra Comuni piccoli (35,6) e grandi (28,6) e Italia viva, che al contrario raddoppia la percentuale nei grandi (9,0) a paragone con i piccoli (4,7). Per quanto riguarda il Movimento 5 Stelle si riscontrano quasi 8 punti di differenza tra il 21% nelle grandi città e il 13,5% nei Comuni con meno di 10 mila abitanti.

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I sondaggi politici elettorali del 15 novembre 2019

La rilevazione Emg: nelle città sopra i 60 mila abitanti vincono i giallorossi, in quelle più piccole il centrodestra. Solo per Pd e Forza Italia dati omogenei su tutto il territorio.

I partiti di governo si affermano nei Comuni medio grandi, mentre il centrodestra è consolidato in quelli con meno abitanti. È quello che emerge da una rilevazione effettuata da Noto Sondaggi ed Emg Acqua, commissionata da Asmel, l’Associazione nazionale per la Modernizzazione degli Enti Locali che rappresenta oltre 2.800 Comuni italiani.

I PARTITI DI GOVERNO PIÙ FORTI NEI CENTRI SOPRA I 60 MILA ABITANTI

Secondo il sondaggio, nei Comuni con oltre 60 mila abitanti, la coalizione giallo-rossa raccoglie il 49,9% dei consensi, che crollano di oltre 8 punti, al 41,3%, nei centri sotto questa soglia. In questi ultimi il centrodestra si afferma con il 52,1% delle intenzioni di voto, che scendono al 43,5% nei Comuni più grandi.

PER PD E FORZA ITALIA DATI OMOGENEI SU TUTTO IL TERRITORIO

Unici partiti con percentuali identiche nei Comuni piccoli e grandi sono il Partito Democratico, che può contare sul 18,7% e Fratelli d’Italia con il 6,6%; mentre le differenze più marcate sono quelle della Lega, che perde 7 punti nel confronto tra Comuni piccoli (35,6) e grandi (28,6) e Italia viva, che al contrario raddoppia la percentuale nei grandi (9,0) a paragone con i piccoli (4,7). Per quanto riguarda il Movimento 5 Stelle si riscontrano quasi 8 punti di differenza tra il 21% nelle grandi città e il 13,5% nei Comuni con meno di 10 mila abitanti.

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Il governo costretto a prendere tempo sull’Ilva

La soluzione della crisi dell’Ilva passa per ArcelorMittal, che rappresenta il piano «a, b, c e d». O almeno, questa..

La soluzione della crisi dell’Ilva passa per ArcelorMittal, che rappresenta il piano «a, b, c e d».

O almeno, questa rimane la posizione ufficiale del governo.

Anche se l’azienda, per ora, non mostra alcun segnale di apertura e si prepara a dire addio a Taranto e agli altri stabilimenti italiani.

LEGGI ANCHE: Chi è Lakshmi Mittal, il Paperone indiano che vuole lasciare l’Ilva

Per l’esecutivo, tuttavia, gli estremi per il recesso dal contratto d’affitto con obbligo d’affitto non ci sono. A decidere saranno i giudici: la prima udienza al Tribunale di Milano è fissata per il 6 maggio. Il ministro dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli, ha ribadito in conferenza stampa che la multinazionale «deve mantenere gli impegni presi» e «deve tornare a sedersi al tavolo». Anche passando per il potere giudiziario, se necessario, visto che i commissari straordinari dell’Ilva entro venerdì 15 novembre intendono depositare un ricorso d’urgenza con cui provare a fermare la ritirata di ArcelorMittal.

A TARANTO I PRIMI OPERAI DELL’INDOTTO SENZA PAGA

La situazione a Taranto, intanto, peggiora di ora in ora: in città si registra la prima cinquantina di operai dell’indotto rimasti senza paga. E otto consigli di fabbrica, riuniti a Genova, invocano uno sciopero europeo per la crisi della siderurgia. Nella maggioranza la tensione è altissima: gli emendamenti presentati da Italia viva al decreto fiscale per reintrodurre lo scudo penale sono stati giudicati inammissibili dalla presidente della commissione Finanze, la pentastellata Carla Ruocco. E nel M5s i senatori – soprattutto quelli pugliesi, a partire da Barbara Lezzi – non mollano.

IL MANDATO DI PATUANELLI E IL NO DI CINQUE SENATORI M5S

Tanto che Patuanelli, dopo la riunione fiume a Palazzo Madama, è costretto a presentarsi anche dai deputati per spuntare almeno quella che lui stesso definisce una «disponibilità a discuterne», se nel corso della trattativa o del processo dovesse riemergere la necessità dell’immunità. Cinque senatori, in ogni caso, hanno votato contro il documento proposto dal ministro dello Sviluppo, negandogli il mandato a tracciare la linea sull’Ilva. Patuanelli ha proposto di slegare il dossier dalla tenuta del governo, escludendo voti di fiducia. E ha tratteggiato un piano di medio periodo che punti alla decarbonizzazione dell’acciaieria, valutanto anche l’ipotesi di una legge speciale per Taranto per accelerare gli interventi sul territorio.

RINVIATO IL CONSIGLIO DEI MINISTRI

Di sicuro la trattativa con ArcelorMittal per il momento non esiste. Si aspetta, probabilmente, l’esito del ricorso, non ancora depositato. E il premier Giuseppe Conte è costretto a prendere tempo, rinviando a lunedì 18 novembre il Consiglio dei ministri chiamato a mettere in fila le proposte per il cosiddetto Cantiere Taranto, cioè gli interventi a più ampio raggio per il rilancio della città, al di là delle vicende legate alla fabbrica.

IL NODO DEGLI ESUBERI

Il governo punta a ridurre al minimo, se non ad azzerare, la richiesta di 5 mila esuberi avanzata dall’azienda per rimanere in Italia. Duemila potrebbero essere gestibili attraverso la cassa integrazione, ma andrebbe riscritto il piano industriale di dieci mesi fa che, come sottolineato più volte da Patuanelli, «non è stato rispettato». L’esecutivo potrebbe mettere sul piatto anche un ingresso di Cassa depositi e prestiti, con l’8-10%, a puntellare l’operazione.

LA STRADA DELLA NAZIONALIZZAZIONE TEMPORANEA

Sempre Cdp potrebbe essere, d’altra parte, il perno attorno a cui ricreare una nuova cordata di privati. Per il subentro potrebbe rendersi necessario prima un passaggio dell’Ilva alla gestione commissariale, poi una nuova gara. Ma la legge Marzano potrebbe consentirebbe di saltare questo passaggio. Resta infine la strada della nazionalizzazione ‘a tempo’, coinvolgendo controllate di Cdp per superare i vincoli di statuto della Cassa: un’operazione che l’Unione europea potrebbe consentire, visto che gli aiuti di Stato interverrebbero in un’area economicamente “depressa”.

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Chi è Lakshmi Mittal, il Paperone indiano che vuole lasciare l’Ilva

Il Ceo del colosso anglo-indiano ArcelorMittal è tra i 100 uomini più ricchi al mondo. Profilo dell'imprenditore originario del Rajastahan in fuga da Taranto.

È l’uomo che sta dando del filo da torcere al governo Conte nella partita per l’Ilva di Taranto. Ma chi è esattamente Lakshmi Mittal, il paperone che viene dal Rajasthan? Classe 1950, sposato e padre di due figli, vive a Londra (Kensington) ed è Ceo di ArcelorMittal, di cui detiene il 37,39%. Il gruppo è il più grande produttore di acciaio: possiede impianti in oltre 60 Paesi, siti industriali in 18 e fattura quasi 80 miliardi di euro l’anno. Numeri che chiamano altri numeri: ArcelorMittal ha 209 mila dipendenti in tutto il mondo e vanta una produzione dichiarata (nel 2018) di 96,42 milioni di tonnellate di acciaio (a fronte di una capacità produttiva di circa 118 milioni di tonnellate).

LEGGI ANCHE: ArcelorMittal è pronta a lasciare l’ex Ilva

MITTAL FONDÒ LA PRIMA AZIENDA A 26 ANNI

Mr Mittal, al 91esimo posto nella classifica 2018 dei super ricchi stilata da Forbes con una ricchezza di 13 miliardi e 600 mila dollari, è un “figlio d’arte”. E la sua storia con l’acciaio parte da lontano. Nel 1960, si trasferì con la famiglia a Calcutta dove suo padre Mohanlal gestiva un’acciaieria. La stessa in cui Mittal mosse i primi passi nel settore. Dopo la laurea, appena 26enne, si mise in proprio. Fondò un’azienda in Indonesia e nel 1989 acquisì l’Iron & Steel Company, uno stabilimento siderurgico sull’orlo del fallimento a Trinidad e Tobago (Stato dell’America centrale). La formula si rivelò vincente. In un solo anno Mittal raddoppiò la sua produzione e cominciò a comprare in tutto il mondo acciaierie (soprattutto statali) in forte crisi.

LA NASCITA DEL COLOSSO ARCELORMITTAL

Nel 2006 la Mittal Steel Company acquisì con un’offerta pubblica Arcelor (nata a sua volta nel 2002, dall’unione della spagnola Aceralia, con la francese Usinor e la lussemburghese Arbed), dopo il fallimento dell’accordo tra Arcelor e la russa Severstal. Fu così che nacque ArcelorMittal. Un gigante che attualmente copre il 10% della produzione globale di acciaio. Il quartier generale del gruppo si trova in Lussemburgo ed è quotato nelle Borse di Parigi, Amsterdam, New York, Bruxelles, Lussemburgo e Madrid. Mittal lo gestisce insieme al figlio Adyta da Londra. L’uomo dell’acciaio dal 2008 siede anche al tavolo del Consiglio d’amministrazione della Goldman Sachs.

LEGGI ANCHE: Arcelor-Mittal vuole 5 mila esuberi per tenersi l’ex Ilva

IL “TAJ MITTAL” DI KENSINGTON

Sposato con Usha, Lakshmi Mittal, oltre a Adyta ha una figlia: Vanisha. Per dare un’idea della ricchezza di cui dispone basta ricordare che la residenza di famiglia a Kensington Palace Gardens è una reggia di 5 mila metri quadrati, ed è talmente sontuosa da essersi guadagnata il soprannome di Taj Mittal. Al momento dell’acquisto, 10 anni fa, con i suoi 120 milioni di euro risultava l’abitazione più costosa del mondo. Al suo interno conta 12 camere da letto, una piscina al coperto, bagni turchi e un parcheggio per 20 auto. Mittal non ha badato a spese nemmeno per il matrimonio della nipote, Shrishti Mittal: tre giorni di festa costati circa 50 milioni di sterline. Ulteriori dettagli non si conoscono. I 500 invitati hanno infatti dovuto firmare accordi di riservatezza.

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Confindustria boccia la manovra del governo giallorosso

Il giudizio degli imprenditori: «È insufficiente rispetto alle esigenze del Paese». Nel mirino soprattutto le tasse sulla plastica e sulle auto aziendali.

Una manovra «insufficiente rispetto alle esigenze del Paese». Confindustria ha bocciato in parlamento la legge di bilancio presentata dal governo giallorosso. Gli imprenditori, rappresentati dal direttore generale dell’associazione Marcella Pannucci, non hanno usato mezzi termini: «Manca un disegno di politica economica capace di invertire la tendenza negativa. Anzi, in alcuni casi, si produce un effetto opposto».

LEGGI ANCHE: Ecco quanto il governo incasserà e perderà dalla manovra

Nel mirino ci sono soprattutto la tassa sulla plastica e l’aumento delle imposte sulle auto aziendali. La prima, pur comportando benefici ambientali, secondo Confindustria «penalizza i prodotti e non i comportamenti». Dunque «rappresenta unicamente una leva per rastrellare risorse», «danneggia pesantemente un intero settore produttivo» e «determina un aumento medio pari al 10% del prezzo di prodotti di larghissimo consumo, contribuendo a indebolire la domanda interna». L’impatto sulla spesa delle famiglie viene stimato in «circa 109 euro all’anno».

LEGGI ANCHE: Di Maio difende la manovra

Ancora più dura la presa di posizione contro l’innalzamento della tassazione sulle auto aziendali: «Rappresenta una vera e propria stangata per circa due milioni di lavoratori, oltre a incidere su un settore economico, quello dell’automotive, già penalizzato su altri fronti. Di fatto si tassa un bene già tassato e lo si fa intervenendo sulla busta paga dei dipendenti e sugli oneri contributivi dei datori di lavoro». Una «contraddizione» anche rispetto al «condivisibile» taglio del cuneo fiscale, che costituisce al contrario uno dei pochi «interventi positivi» contenuti nella manovra.

LEGGI ANCHE: Sulle modifiche alla manovra s’infiamma lo scontro Zingaretti-Renzi

In conclusione, se la disattivazione delle clausole di salvaguardia era «necessaria per non deprimere i consumi», l’inasprimento della tassazione «finisce comunque per ripercuotersi, con impronta settoriale, sul consumo di specifici beni e servizi: dalla plastica monouso alle bevande zuccherate, passando per i giochi, i servizi digitali, i tabacchi e i prodotti accessori, per finire alle auto aziendali». Un’azione di bilanciamento «irragionevole per il mondo produttivo».

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Confindustria boccia la manovra del governo giallorosso

Il giudizio degli imprenditori: «È insufficiente rispetto alle esigenze del Paese». Nel mirino soprattutto le tasse sulla plastica e sulle auto aziendali.

Una manovra «insufficiente rispetto alle esigenze del Paese». Confindustria ha bocciato in parlamento la legge di bilancio presentata dal governo giallorosso. Gli imprenditori, rappresentati dal direttore generale dell’associazione Marcella Pannucci, non hanno usato mezzi termini: «Manca un disegno di politica economica capace di invertire la tendenza negativa. Anzi, in alcuni casi, si produce un effetto opposto».

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Nel mirino ci sono soprattutto la tassa sulla plastica e l’aumento delle imposte sulle auto aziendali. La prima, pur comportando benefici ambientali, secondo Confindustria «penalizza i prodotti e non i comportamenti». Dunque «rappresenta unicamente una leva per rastrellare risorse», «danneggia pesantemente un intero settore produttivo» e «determina un aumento medio pari al 10% del prezzo di prodotti di larghissimo consumo, contribuendo a indebolire la domanda interna». L’impatto sulla spesa delle famiglie viene stimato in «circa 109 euro all’anno».

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Ancora più dura la presa di posizione contro l’innalzamento della tassazione sulle auto aziendali: «Rappresenta una vera e propria stangata per circa due milioni di lavoratori, oltre a incidere su un settore economico, quello dell’automotive, già penalizzato su altri fronti. Di fatto si tassa un bene già tassato e lo si fa intervenendo sulla busta paga dei dipendenti e sugli oneri contributivi dei datori di lavoro». Una «contraddizione» anche rispetto al «condivisibile» taglio del cuneo fiscale, che costituisce al contrario uno dei pochi «interventi positivi» contenuti nella manovra.

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In conclusione, se la disattivazione delle clausole di salvaguardia era «necessaria per non deprimere i consumi», l’inasprimento della tassazione «finisce comunque per ripercuotersi, con impronta settoriale, sul consumo di specifici beni e servizi: dalla plastica monouso alle bevande zuccherate, passando per i giochi, i servizi digitali, i tabacchi e i prodotti accessori, per finire alle auto aziendali». Un’azione di bilanciamento «irragionevole per il mondo produttivo».

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