Binance, Yi He nominata nuova co-Ceo

Binance, il più grande exchange di criptovalute al mondo, ha annunciato un’importante novità nella leadership. Yi He, 39enne dirigente di lunga data e co-fondatrice della piattaforma, è infatti la nuova co-Ceo e guiderà l’azienda al fianco di Richard Teng, amministratore delegato da metà 2023, quando lo storico leader Changpeng Zhao dovette dare le dimissioni poiché coinvolto in un’indagine penale negli Stati Uniti. Ad annunciarlo è stato lo stesso ad nel suo discorso di apertura tenuto alla Binance Blockchain Week, in cui ha elogiato le qualità dirigenziali della sua nuova collega e ne ha descritto la nomina come naturale evoluzione della sua carriera. «È stata una parte fondamentale dell’azienda», ha aggiunto in una nota. «La sua visione, il suo istinto e il suo impegno incessante per l’innovazione hanno plasmato la nostra cultura e ci hanno guidato verso un nuovo capitolo».

Chi è Yi He, nuova co-Ceo di Binance

Originaria della provincia cinese del Sichuan, dove è nata il 14 ottobre 1986, Yi He ha conseguito un master in Psicologia presso l’Accademia cinese delle Scienze prima di lavorare per tre anni in qualità di montatrice televisiva. Qui, come spiega nel suo profilo su Binance, ha migliorato le sue capacità di leadership oltre che di comunicazione e marketing, che l’avrebbero aiutata durante la sua carriera dirigenziale. Nel 2017 è entrata nel mondo delle crypto co-fondando l’exchange Binance, divenuto rapidamente una delle piattaforme di scambio di denaro virtuale più grandi al mondo. Attualmente guida i Binance Labs, braccio di venture capital dell’azienda focalizzato sul finanziamento di progetti innovativi nel settore della blockchain e Web3. Fra i principali azionisti della società, vanterebbe un patrimonio netto di diversi miliardi di dollari.

Binance, Yi He nominata nuova co-Ceo
Yi He, co-Ceo di Binance (dal suo profilo X).

«Questa nomina riflette la leadership significativa che Yi He ha esercitato all’interno della società», ha proseguito Teng. «Io e lei siamo del tutto allineati nella nostra mission di rafforzare Binance come piattaforma globale affidabile e responsabile. Il nostro focus rimane chiaro: approfondire le nostre fondamenta normative, promuovere l’innovazione e garantire che gli utenti rimangano al centro di tutto ciò che facciamo. Non vedo l’ora di iniziare la prossima fase di crescita». Con la nomina di due Ceo in contemporanea, Binance si prepara a un nuovo capitolo di sviluppo, che si concentrerà sulla promozione dell’innovazione e sull’empowerment degli utenti in tutto il mondo.

Bitcoin, crollo sotto gli 85 mila dollari: perché e cosa sta succedendo

Meno di 85 mila dollari. È il valore di un Bitcoin al 2 dicembre, appena due mesi dopo il nuovo record storico di 126 mila fatto registrare all’inizio di ottobre. La criptovaluta più scambiata al mondo infatti è protagonista, nelle ultime settimane, di un crollo verticale che l’ha portata a bruciare oltre il 30 per cento del proprio valore in due mesi. Solo lunedì primo dicembre ha perso più di sei punti, il peggior calo in un singolo giorno dallo scorso marzo, precipitando al di sotto della soglia degli 85 mila dollari. Un trend discendente che coinvolge anche Ethereum (-36 per cento in sette settimane) e Solana, ma soprattutto i meme coin $Trump e $Melania, che hanno perso il 90 per cento del loro valore.

Bitcoin in caduta libera: come si spiega il crollo delle crypto?

Bitcoin, crollo sotto gli 85 mila dollari: perché e cosa sta succedendo
Una simbolica moneta di Bitcoin (Ansa).

Il gelo sul denaro virtuale ha spinto il Wall Street Journal a parlare apertamente di un nuovo «crypto-inverno». E potrebbe non essere ancora finita. «Potremmo rivedere Bitcoin il scendere fino a 60 mila dollari», avverte Patrick Horsman, Chief Investment Officer di BNB Plus. «Il peggio non è passato». Cosa sta causando il crollo verticale? Come precisano gli esperti, le ragioni sono molteplici. Il fulcro del crollo, spiega Forbes, è arrivato dal Giappone. I recenti segnali di un possibile irrigidimento della politica monetaria da parte della Bank of Japan hanno portato i mercati a stimare un’alta probabilità di un rialzo dei tassi fino all’82 per cento. Nel frattempo, i rendimenti dei titoli nipponici sono schizzati al loro massimo degli ultimi 17 anni. Una svolta che ha messo in crisi lo yen carry trade, strategia tramite cui gli investitori prendevano in prestito yen a poco prezzo per investire in asset digitali.

Bitcoin, crollo sotto gli 85 mila dollari: perché e cosa sta succedendo
Un grafico sul valore dei Bitcoin (Imagoeconomica).

A complicare il quadro anche l’incidente di Yearn Finance, dove un malfunzionamento ha permesso a un hacker di generare token yETH senza coperture reali, compromettendo la sicurezza. Una notizia che ha spinto molti operatori a ritirare i fondi, azionando una catena di vendite su Ethereum e XRP ricaduta anche su Bitcoin. Da non sottovalutare, infine, nemmeno la mossa di Strategy, il maggior detentore corporate di BTC al mondo con una riserva da 650 mila monete virtuali dal valore di 56 miliardi di dollari. L’azienda ha raccolto 1,44 miliardi attraverso una nuova vendita di azioni per far fronte alle obbligazioni future ma, per la prima volta, ha suggerito di poter vendere parte delle proprie riserve se la capitalizzazione dovesse scendere sotto il valore netto degli asset digitali in bilancio.

Il crollo verticale dei meme coin di Donald e Melania Trump

Bitcoin, crollo sotto gli 85 mila dollari: perché e cosa sta succedendo
Un bitcoin e, sullo sfondo, l’immagine di Donald Trump (foto Ansa).

Il 30 per cento perso da Bitcoin non è nulla tuttavia in confronto al crollo verticale accusato dai meme coin $Trump e $Melania, lanciati il 20 gennaio scorso per accompagnare il secondo insediamento del tycoon alla Casa Bianca. La valuta digitale sostenuta dal presidente americano era balzata da 1,2 a 45,47 dollari in poche ore, ma di recente ha assistito a una fuga degli investitori che l’ha portata a perdite superiori al 90 per cento: al 2 dicembre, si assesta attorno a 5,72 dollari. Ancora peggio per la crypto dedicata alla first lady, che a distanza di quasi 11 mesi dal debutto quando aveva raggiunto i 13 dollari ora si assesta attorno a 11 centesimi: una perdita del 99 per cento.

Scalata a Mediobanca, le accuse della procura a Lovaglio

Secondo la procura di Milano che indaga sulla scalata a Mediobanca, l’ad del Monte dei Paschi, Luigi Lovaglio, verrebbe considerato un «concorrente esterno» che avrebbe contribuito a una «strategia coordinata» con l’obiettivo finale di arrivare a Generali. Il quadro investigativo, spiegano fonti che seguono il dossier, resta in divenire: «L’inchiesta è tutt’altro che chiusa», riporta Repubblica. Un’indicazione che emerge anche dal provvedimento notificato giovedì 27 novembre ai tre indagati principali e ad altre persone sottoposte a perquisizione, da cui i pm intendono ricostruire «con quali obiettivi e con quali interlocutori e prospettive sia stata concepita e poi realizzata l’Ops di Mps su Mediobanca». L’esame dei materiali punta infatti a individuare scambi formali e non, dalle mail ai messaggi, inclusi eventuali contatti con «altre persone a vario titolo a conoscenza delle operazioni finanziarie».

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Le accuse nei confronti di Caltagirone, Milleri e Lovaglio: aggiotaggio e ostacolo alla vigilanza

La procura ritiene che Caltagirone e Milleri abbiano diretto il presunto «concerto», mentre a Lovaglio attribuisce un apporto all’operazione ritenuta «illecita», non nell’interesse della banca — che non risulta coinvolta nell’indagine. I tre rispondono di aggiotaggio e ostacolo alla vigilanza. In una telefonata del 18 aprile, Lovaglio si rivolge a Caltagirone dicendo: «Il vero ingegnere è stato lei, io ho eseguito solo l’incarico». Il ministero dell’Economia, pur non indagato né oggetto di verifiche, viene ritenuto rilevante in almeno una delle cinque fasi individuate dagli investigatori, ovvero la cessione delle azioni Mps tramite una gara giudicata pilotata. Un altro momento cruciale, per i pm, è il voto con cui l’assemblea di Mediobanca di aprile ha bloccato la manovra difensiva pensata dall’allora ad Alberto Nagel, l’Ops su Banca Generali. In quella circostanza si sarebbe misurato il peso dei diversi schieramenti, tra cui quello favorevole a Caltagirone e Delfin, sostenuto — con modalità definite «anomale» — anche dalla Fondazione Enasarco.

Perché l’inchiesta su Mps-Mediobanca rende la via per Generali più impervia

Nel capitalismo di relazione ci sono operazioni che si spiegano con i prospetti informativi e altre che si capiscono meglio ascoltando le telefonate dei protagonisti. Il blitz con cui Mps si è mangiata Mediobanca appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Non perché manchi la logica finanziaria, ma perché la coreografia che l’ha accompagnata è il compendio di un certo stile: deferenze, investiture, confidenze pronunciate come se il telefono fosse ancora un luogo sicuro. 

Perché l’inchiesta su Mps-Mediobanca rende la via per Generali più impervia
Un fotomontaggio con Milleri, Caltagirone e Lovaglio in Piazzetta Cuccia, sede di Mediobanca (foto Ansa e Imagoeconomica).

Un copione che ancora una volta intreccia politica e affari

Le intercettazioni non sono il cuore dell’inchiesta, ma ne catturano l’atmosfera. Bastano pochi scambi tra Francesco Caltagirone e Luigi Lovaglio («Cavaliere, allora!», «È stata una cosa perfetta… complimenti per l’idea», «il vero ingegnere è stato lei, io ho solo eseguito l’incarico») per capire la natura di un ambiente che si riconosce al volo e funziona per codici impliciti. Quando l’ad del Monte lascia intendere un ruolo del governo, più che un’accusa è la fotografia di un sistema in cui il mercato è solo una delle lingue parlate, e non la più importante. Un déjà vu che ricorda il celebre «abbiamo una banca» della stagione dei furbetti. Cambiano gli attori, ma il copione che intreccia politica e affari è lo stesso. 

Perché l’inchiesta su Mps-Mediobanca rende la via per Generali più impervia
Luigi Lovaglio (Imagoeconomica).

Dietro l’operazione Mps-Mediobanca si intravede la regia leghista

Dietro l’operazione Mps-Mediobanca si intravede una regia politica definita, con la Lega insolitamente compatta nelle sue anime. Giancarlo Giorgetti smentisce pressioni sui soci di Piazzetta Cuccia perché portassero le azioni all’Ops, ma dal suo ministero qualche segnale è arrivato: non ordini, ma quella moral suasion che torna utile nei momenti decisivi. Il deputato leghista Alberto Bagnai, stando alle carte, avrebbe accelerato l’uscita di alcuni consiglieri indipendenti del Monte: quando servono mosse rapide, lo scrupolo di taluni pesa e soprattutto intralcia il percorso. Intanto il sottosegretario Federico Freni, leghista pure lui, lavorava alla riforma del Tuf che alza la soglia dell’Opa obbligatoria dal 25 al 30 per cento, una coincidenza interessante se si guarda alla somma delle quote che Mediobanca, Caltagirone e Delfin hanno in Generali

Perché l’inchiesta su Mps-Mediobanca rende la via per Generali più impervia
Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti (Imagoeconomica).

Il precedente della vicenda UniCredit-Bpm

Il Carroccio ha agito su tutto il fronte, promuovendo alcune aggregazioni e ostacolandone altre. Lo racconta bene la vicenda UniCredit-Bpm: quando Andrea Orcel lanciò l’offerta sulla popolare milanese, i primi a ergere barricate furono proprio i leghisti. Salvini etichettò UniCredit come «banca tedesca», ignorando sede legale e composizione azionaria. Giorgetti fece il resto evocando il golden power, che poi venne effettivamente utilizzato per rendere l’operazione impraticabile. Obiettivo: complicare, rallentare, scoraggiare. Un’altra geografia avrebbe rovinato il disegno complessivo. 

Perché l’inchiesta su Mps-Mediobanca rende la via per Generali più impervia
Andrea Orcel (Imagoeconomica).

Ora la via per Generali è aperta, ma sarà più impervia

Ora il tema non è più come si è arrivati a Mediobanca, ma cosa accade dopo. La scalata è riuscita. Il passo successivo, quasi naturale, si chiama Generali. Trieste non è una semplice compagnia assicurativa: è un baricentro del potere italiano. Mediobanca ne è stata il custode, e chi l’ha presa sapeva bene che ben altra era la posta in gioco. L’inchiesta della Procura non spezza questa traiettoria, ma la ispessisce. Ogni passo verso Generali diventa più esposto. Non perché illegittimo, ma perché il contesto è cambiato: ciò che prima era normale dialettica ora può sembrare una trama, ciò che era tattica ora verrà sicuramente letto come combine. È uno dei paradossi italiani: le operazioni riescono, il racconto si inceppa. Chi punta a Trieste ha finalmente la chiave per entrarci, ma si trova a doverla usare nel momento meno favorevole. Ogni mossa verrà pesata, ogni candidatura osservata, ogni ombra costerà qualcosa. Generali è ancora lì, ma lo slancio della vittoria su Mediobanca non basta più. Anche un piano industriale solido potrà apparire come un passo concertato se sullo sfondo rimbombano certe telefonate. Dopo il faro della Procura è difficile immaginare che il canovaccio resti identico. La strada aperta dalla conquista di Piazzetta Cuccia porta ancora a Trieste, ma ora è molto più stretta e impervia di prima. 

Scalata a Mediobanca, le contestazioni della procura di Milano

L’indagine sulla scalata a Mediobanca, che ha portato all’iscrizione al registro degli indagati di Francesco Gaetano Caltagirone, Francesco Milleri e Luigi Lovaglio mette sotto la lente l’operazione di collocamento di azioni Mps condotta nel novembre 2024 dal Mef. Secondo la procura di Milano, l’affidamento «di bookrunner unico a Banca Akros, intermediario con una sola esperienza di Abb alle spalle, peraltro di entità notevolmente inferiore a quella in esame», appare «inspiegabile se non come tentativo di pilotare l’operazione», tradizionalmente gestita da un pool di banche internazionali come «Ubs, BofA, Jefferies, oltre che a Mediobanca».

Scalata a Mediobanca, le contestazioni della procura di Milano
Banca Akros (Imagoeconomica).

L’atto di perquisizione evidenzia che la procedura di Abb con cui il Mef ha collocato in pochi minuti il 15 percento delle azioni Mps «si è svolta in patente violazione dell’art. 2 DPCM» e che sarebbero state contravvenute le «regole di trasparenza raccomandate». I pm sottolineano che la procedura «non è stata competitiva, perché nei fatti non è stato dato modo ad eventuali altri offerenti di conoscere dimensioni e prezzo della cessione, per eventualmente effettuare offerte migliorative».

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L’atto cita ulteriori anomalie operative: «Akros, che non aveva disponibilità finanziarie sufficienti per garantire l’operazione, ha dovuto a sua volta ottenere garanzia dalla controllante Bpm per un importo pari a 600 milioni di euro». Inoltre, Akros «risulta aver effettuato l’11 novembre 2024, senza peraltro farne cenno nelle relazioni a Consob, prima dell’invito da parte del Mef, una simulazione di cessione del 15 per cento di azioni Bmps, quantitativo che risulta poi effettivamente ceduto», il che secondo gli inquirenti dimostrerebbe che «Akros (e la controllante Bpm) fossero informate nel dettaglio delle intenzioni dello stesso Mef». La comunicazione al mercato, inoltre, è stata limitata: «non è stata data – come invece prassi – un’informazione al mercato sull’orientamento di prezzo delle offerte», con la piattaforma Bloomberg che ha riportato solo che «il book era chiuso».

Scalata a Mediobanca, le contestazioni della procura di Milano
Rocca Salimbeni e Luigi Lovaglio (Imagoeconomica).

Le carte dell’inchiesta milanese sulla scalata a Mediobanca ricostruiscono i rapporti tra Mps e gli imprenditori coinvolti, riportando anche un colloquio in cui Luigi Lovaglio definisce Generali «strategica fin dall’inizio» parlando con Francesco Gaetano Caltagirone. Secondo i magistrati, l’ad di Mps avrebbe ammesso che le sue dichiarazioni pubbliche in senso contrario erano pensate come un espediente «per non rendere palesi gli accordi» con i soci Caltagirone e Delfin, entrambi – per gli inquirenti – orientati fin dal 2019 a puntare sul gruppo assicurativo. Nel decreto compare anche un’intercettazione tra Giuseppe Puccio e Giulio Greco, di Banca Akros, che commentano la strategia dei due gruppi: «I due alla fine si ritroveranno a controllare Mediobanca. Controllando Mediobanca, di fatto, controllano la partecipazione che ha in Generali, dritto. Questa è l’operazione, non ce n’è un’altra!».

Lovaglio: «Giorgetti ha scritto un sms a chi ci ha fatto il bidone»

Nello stesso fascicolo entra, indirettamente, anche il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti. Lovaglio, riferendosi al voto contrario di Blackrock all’Opas lanciata da Mps, avrebbe confidato a Caltagirone: «Qualcuno ci ha fatto il bidone, perché Blackrock è un 2 per cento[…] Esatto, perché io ho scritto al Ceo, e so che il ministro ha scritto un sms perché io gli ho detto: Oh, guarda che non ha votato!». I pm citano inoltre una relazione inviata a Consob dal direttore generale del Mef, Francesco Soro, che – diversamente da quanto emerge dagli atti – «ha negato contatti o interlocuzioni» con gli investitori che avevano acquistato quote tramite il terzo Abb di novembre, operazione con cui fu ceduto il 15 per cento di Rocca Salimbeni poi rilevato da Delfin, dal gruppo Caltagirone, da Bpm e da Anima. Nel decreto si segnala infine che il Mef aveva espresso contrarietà alla difesa messa in campo da Mediobanca rispetto all’Ops ostile di Bmps, cioè la proposta di acquisire Banca Generali usando le azioni detenute in Generali.

Schlein: «Ruolo opaco del governo e del Mef»

La segretaria del Pd Elly Schlein ha denuncia «il ruolo opaco del governo e del Mef» e osserva come «l’unico interventismo in economia lo ha dimostrato favorendo scalate di cordate considerate amiche, anziché far rispettare il corretto funzionamento delle regole di mercato». Schlein chiede che la magistratura faccia il suo lavoro, ma invita anche il ministro Giorgetti a riferire subito in Aula «per chiarire al Paese tutti gli aspetti di questa vicenda».

Scalata di Mps su Mediobanca, quando la giustizia arriva fuori tempo massimo

Le conclusioni dell’indagine della procura di Milano su Francesco Gaetano Caltagirone, Francesco Milleri e Luigi Lovaglio, che solo qualche mese fa avrebbero fatto tremare pareti e poltrone, arrivano con il consueto tempismo della nostra macchina giudiziaria: quando ormai non servono a nessuno. È la giustizia-orologio, quella che suona sempre dopo il risveglio. Interessante, sì. Decisiva, mai. Se il faldone fosse esploso durante l’Offerta pubblica di scambio
di Montepaschi su Mediobanca, o prima che il risiko bancario prendesse il ritmo di un valzer viennese, oggi commenteremmo un’altra storia. Piazzetta Cuccia avrebbe trovato un’insperata via d’uscita per sfuggire all’assedio, il progetto degli assalitori avrebbe cambiato contorni e velocità, i funamboli della finanza avrebbero dovuto rallentare il passo e guardarsi allo specchio.

Scalata di Mps su Mediobanca, quando la giustizia arriva fuori tempo massimo
Francesco Gaetano Caltagirone (foto Imagoeconomica).

I requisiti di onorabilità e correttezza scattano solo con una condanna definitiva

Ma la verità è più laconica: l’indagine arriva quando la storia ha già chiuso quella pagina e iniziato un nuovo capitolo. E ciò che ora viene fuori è un fatto di cronaca che prova a inseguire gli eventi sapendo che non potrà mai raggiungerli né tantomeno cambiarne il corso. I requisiti di onorabilità e correttezza, teoricamente la cintura di sicurezza di un sistema che non vuole imputati ai vertici delle banche, scattano solo con una condanna definitiva. Tradotto per gli accusati: potete dormire sonni tranquilli, senza ansie da risveglio. Si perderanno quei requisiti quando la giustizia avrà espresso l’ultimo dei suoi verdetti. Una tempistica che si misura in ere geologiche. Questo non vuol dire che siano innocenti o colpevoli. Vuol dire che il sistema è costruito in modo tale da non disturbare troppo chi ha un ruolo importante mentre si attende che la procedura faccia il suo lento, lunghissimo corso.

Scalata di Mps su Mediobanca, quando la giustizia arriva fuori tempo massimo
Francesco Milleri (Imagoeconomica).

Non era una gara pubblica: questo basta per assolvere il governo

Il capitolo politico è invece un esercizio di equilibrismo involontario. Il governo ne esce indenne non perché abbia operato con la purezza adamantina di un templare, ma grazie alla natura giuridica dell’operazione con cui il ministero dell’Economia ha ceduto il 15 per cento di Mps a Caltagirone, Milleri e Banco Bpm. Non era una gara pubblica, e questo basta e avanza per assolverlo. L’Italia è così: puoi anche esibirti in un numero da circo senza rete, ma se nel regolamento quella rete viene definita elemento scenografico e non dispositivo di salvaguardia, allora nessuno può contestare nulla. La forma salva la sostanza, anche quando la sostanza è un salto mortale fatto a occhi chiusi. Si potrebbe chiamare abilità politica. Oppure fortuna. Il risultato non cambia.

Scalata di Mps su Mediobanca, quando la giustizia arriva fuori tempo massimo
Giancarlo Giorgetti, ministro dell’Economia, con la premier Giorgia Meloni (foto Imagoeconomica).

Nessuno è arrivato nel momento in cui serviva esserci

Riletta ora, l’intera vicenda sembra un film proiettato con la pellicola sfalsata: un frame avanti, tre indietro, due di lato. La finanza corre con il passo svelto di chi deve sfruttare ogni millimetro di vantaggio. La politica segue e, più che guidare, agevola. La giustizia arriva quando la sala è già semivuota e il proiezionista sta spegnendo le luci. Forse è questo il vero paradosso: non che qualcuno abbia sbagliato, ma che nessuno sia arrivato nel momento in cui serviva esserci.

Scalata di Mps su Mediobanca, quando la giustizia arriva fuori tempo massimo
Rocca Salimbeni e Luigi Lovaglio (Imagoeconomica).

Si guarda l’indagine milanese come il referto di un medico che annuncia la diagnosi post mortem: utile per la statistica, irrilevante per il paziente. In questa, come in altre vicende che diventano esercizio di retorica per commentatori esausti, la sliding door del destino si è aperta e richiusa senza aspettare i magistrati.

Scalata Mps a Mediobanca: indagati Caltagirone, Milleri e Lovaglio

Il risultato del fascicolo aperto dalla procura di Milano la scorsa estate, come anticipato da Lettera43, ha portato all’iscrizione nel registro degli indagati di Francesco Gaetano Caltagirone, Francesco Milleri e Luigi Lovaglio, ai quali sono contestate le ipotesi di «aggiotaggio» e «ostacolo alle autorità di vigilanza». Secondo quanto riportato dal Corriere della Sera, la tesi degli inquirenti è che i tre avrebbero concordato l’Ops da 13,5 miliardi di euro che, tra gennaio e ottobre 2025, ha permesso a Mps — allora con lo Stato come principale azionista — di assumere il controllo di Mediobanca, detentrice del 13,2 per cento di Generali, società in cui Caltagirone e Delfin possiedono già partecipazioni rilevanti. Nel procedimento rientrano anche le due società, coinvolte ai sensi della legge 231 del 2001. Intanto le azioni di Mps arretrano del 2,1 per cento, attestandosi a 8,55 euro dopo un picco negativo del 2,65 per cento.

Secondo l’accusa l’accordo non sarebbe stato comunicato al mercato e ai supervisori Consob, Bce e Ivass

La procura ha preso in esame le dinamiche dell’operazione di collocamento accelerato curata da Akros per il Mef nel novembre 2024 su una quota del capitale di Rocca Salimbeni, fino a ricostruire gli sviluppi che hanno portato alla conquista di Piazzetta Cuccia, completata lo scorso settembre. Le verifiche, condotte dalla guardia di finanza per i pm Luca Gaglio e Giovanni Polizzi, riguardano in particolare l’omessa comunicazione del presunto concerto tra il gruppo Caltagirone e Delfin. L’indagine tocca anche Lovaglio, ex UniCredit, alla direzione del rilancio di Mps dopo le ricapitalizzazioni pubbliche e private del 2017 e del 2022.  L’accusa sostiene che l’accordo per la scalata a Mediobanca non sia stato comunicato né al mercato né ai supervisori Consob, Bce e Ivass e che abbia previsto sia gli acquisti nel 2024 delle azioni Mps cedute dal Tesoro sia quelli su Mediobanca, superando insieme la soglia del 25 per cento che imponeva il lancio di una Opa-Offerta pubblica di acquisto sull’istituto allora guidato da Alberto Nagel.

Mps: «Forniremo tutti gli elementi per fare chiarezza»

Con una nota Mps ha comunicato di «aver ricevuto la notifica da parte della procura della Repubblica di Milano di un decreto di perquisizione», e che «in tale contesto è stato notificato un avviso di garanzia al dottor Luigi Lovaglio in qualità di amministratore delegato. Le ipotesi di reato indicate nel documento fanno riferimento all’ostacolo alle funzioni di vigilanza ed alla manipolazione di mercato. Mps afferma di essere confidente di poter fornire tutti gli elementi a chiarimento della correttezza del proprio operato e manifesta piena fiducia nelle Autorità competenti, a cui conferma completa collaborazione».

Banco Desio, lanciata un’Opa su Solutions Capital Management Sim

Banco Desio ha annunciato il lancio di un’offerta pubblica di acquisto volontaria e interamente in contanti rivolta a tutte le azioni di Solutions Capital Management Sim. L’operazione, come indicato nella comunicazione ufficiale, prevede un esborso massimo calcolato sulle 2.234.264 azioni ordinarie coinvolte, per un valore complessivo di 10.299.957,04 euro. Nella nota diffusa dall’istituto si precisa che l’iniziativa punta ad accelerare lo sviluppo dell’area dedicata al wealth management, in linea con il piano industriale del gruppo, e ad ampliare la gamma di proposte d’investimento offerte ai clienti all’interno di un modello di multifamily office.

Banco Desio punta a raggiungere almeno il 95 per cento dei diritti di voto di Scm

Nel documento sono inoltre dettagliati i premi incorporati nel prezzo d’acquisto: il corrispettivo per singola azione include un incremento del 2,4 per cento rispetto alla quotazione ufficiale del 24 novembre, pari a 4,50 euro. A questi si aggiungono rialzi del 26,3 per cento, 19,6 per cento, 10,4 per cento e 6,2 per cento rispetto alle medie aritmetiche – ponderate per i volumi – dei prezzi ufficiali dei dodici, sei, tre e un mese precedenti la stessa data. Banco Desio punta a raggiungere almeno il 95 per cento dei diritti di voto di Scm, così da procedere al delisting e assumere il pieno controllo della società in un contesto non più quotato.

Bolla dell’IA: perché il boom di Nvidia non rassicura i mercati

Arriva sempre un momento, nei cicli tecnologici, in cui il mercato si guarda allo specchio e non sa se sta osservando il futuro o la fine di un sogno. È successo nel 2000, quando la bolla delle dotcom si sgonfiò lasciando a terra startup, investitori e miliardi di dollari. Ora sembra tirare la stessa aria: titoli che crollano, grafici che prendono la forma di una pista nera, analisti che ripetono di mantenere la calma con il tono di chi non ci crede troppo. La bolla IA è il tema del momento: spuntano come funghi conferenze, panel e report. E qui e là, si registra anche qualche rara ammissione di fragilità da parte dei sacerdoti del digitale.

I segnali di allarme e la schiarita

Dalle parti di Mountain View, Google ha fatto capire senza mezzi termini che se il castello traballa, nessuno si illuda di uscire indenne. A scatenare l’ansia sono state prima le mosse dei grandi investitori. Per esempio, a inizio mese SoftBank, una società giapponese che investe in tecnologia e startup di tutto il mondo, ha scaricato 5,8 miliardi di dollari di azioni Nvidia, colosso americano che produce i chip e le schede grafiche che fanno girare videogiochi, Intelligenza artificiale e supercomputer. Un gesto che sulle Borse ha avuto l’effetto di un campanello d’allarme. Poi ci si è messo anche Michael Burry. L’investitore, diventato famoso per aver previsto con anni di anticipo la crisi dei mutui subprime del 2008, ha lanciato l’ennesimo avvertimento: la bolla sta per scoppiare. E per qualche ora gli operatori hanno trattenuto il fiato. Poi, mercoledì scorso, è arrivata la trimestrale di Nvidia. Improvvisamente il cielo si è aperto. I numeri sembravano parlare da soli: oltre 35 miliardi di dollari di ricavi nel terzo trimestre, in crescita del 94 per cento rispetto all’anno precedente, e un utile netto più che raddoppiato rispetto al 2024 a quota 19 miliardi di dollari. Il mercato ha reagito con un applauso e un piccolo sospiro di sollievo.

Bolla dell’IA: perché il boom di Nvidia non rassicura i mercati
L’indice Nasdaq a Times Square (Ansa).

Una Nvidia non fa primavera

Nvidia, ancora una volta, pare dunque dimostrare che non si tratta solo di hype ma di domanda reale, industriale, crescente. Jensen Huang, il Ceo dell’azienda, lo ha ribadito: «La domanda di calcolo IA continua ad aumentare». Per un attimo, il termometro della paura è sceso di qualche grado. Ma resta un problema: la natura dei numeri. Infatti, giovedì Wall Street ha storto il naso. L’indice S&P 500, ovvero la misura dell’andamento delle 500 maggiori aziende americane quotate in Borsa, è sceso dell’1,6 per cento mentre il Nasdaq, l’indice dei titoli tecnologici, ha perso il 2,2 per cento. Il messaggio è chiaro: non basta che uno corra se il resto del mercato arranca. In pratica il successo di Nvidia non elimina il rischio di bolla, ma lo amplifica. Intendiamoci, il valore dell’azienda è reale ma dipende da aspettative future gigantesche, sottolineano gli analisti. Il che vuol dire che la posizione dominante che Nvidia ha nel mercato dei chip per l’Intelligenza artificiale è tanto un vantaggio competitivo quanto un punto di vulnerabilità strutturale. Come infatti sottolinea il Financial Times, nel 2025 il mercato dei chip è diventato un salotto dove tutti si finanziano a vicenda: produttori, sviluppatori, aziende di cloud computing, investitori istituzionali. Parliamo di operazioni e partnership da decine e decine di miliardi. Solo l’asse Nvidia – OpenAI ha, per esempio, generato impegni finanziari stimati in oltre 100 miliardi. Un ecosistema straordinario, ma anche circolare in cui se cade uno, cadono tutti.

Bolla dell’IA: perché il boom di Nvidia non rassicura i mercati
Il Ceo di Nvidia Jensen Huang (Ansa).

Se innovazione reale e narrativa non vanno alla stessa velocità

Per capire meglio bisogna guardare altrove. Se si allarga lo sguardo, i segnali non sono rassicuranti. Il mercato delle criptovalute è l’esempio perfetto. Volatilissimo, iper-sensibile a qualsiasi annuncio politico o macroeconomico, incapace di sostenere a lungo le proprie valutazioni. Nonostante le aspettative di una nuova età dell’oro sotto la presidenza Trump 2, i valori continuano a sgretolarsi con una facilità incredibile. Più in generale non sono soltanto i token: NFT, Web3, gaming, blockchain, metaverso, molte delle ultime ondate speculative mostrano più crepe che solidità industriale. Siamo insomma in un momento in cui innovazione reale e narrativa finanziaria corrono insieme, ma non alla stessa velocità. Cosa che conferma i timori per la presenza di una bolla prossima a scoppiare. La tecnologia vanta dati impressionanti. Il mercato, spesso, produce aspettative ancora maggiori. Quando queste traiettorie divergono, i cicli si rompono. Accadde nel 2000 con le dotcom: le aziende crescevano, ma le quotazioni crescevano più velocemente. Accadde nel 2008 nel real estate e sappiamo come è andata a finire. Potrebbe accadere ora con l’Intelligenza artificiale. Il punto dunque non è se la crescita proseguirà, ma in che modo. Il mercato è infatti a un bivio: da una parte c’è l’IA fatta di modelli concreti, applicazioni reali e chip che alimentano fabbriche, ospedali e infrastrutture; dall’altra le narrazioni autoalimentate, le aspettative senza limiti e i capitali che inseguono ritorni immediati. Solo a chi saprà distinguere tra promessa e sostanza il futuro continuerà a sorridere. Perché alla fine il mercato ha sempre la stessa regola: le storie devono incontrare la realtà. Quando questo non accade, il castello viene giù.

Morto Maurizio Sella, ex amministratore delegato della banca di famiglia

È morto a 83 anni Maurizio Sella, presidente fino a maggio di Banca Sella Holding, capogruppo del Gruppo Banca Sella. Lo ha annunciato la società in una nota. Nato a Biella nel 1942, dopo la laurea in Economia e Commercio all’Università di Torino aveva iniziato a lavorare per la banca di famiglia nel 1966, partendo dagli sportelli e percorrendo tutte le tappe della carriera fino alla carica di amministratore delegato e direttore generale, ricoperta dal 1974 al 2002. Nel corso di quasi tre decenni aveva guidato la trasformazione della banca in un gruppo proiettato su scala nazionale: alla sua visione si devono l’evoluzione tecnologica dell’istituto, l’apertura a nuovi servizi e la creazione di una solida governance familiare. Nel 1991, a 49 anni, era stato nominato Cavaliere del Lavoro e poi, nel 2018, Cavaliere di Gran Croce.

Morto Maurizio Sella, ex amministratore delegato della banca di famiglia
Maurizio Sella (Imagoeconomica).

Il figlio e ceo Pietro Sella: «Dobbiamo a lui il successo del Gruppo»

La società, in una nota, ha ricordato che Maurizio Sella «ha lavorato per quasi 60 anni nell’azienda di famiglia guidandola in una crescita solida e duratura e si è impegnato al servizio delle istituzioni e delle organizzazioni di rappresentanza del settore bancario e del mondo imprenditoriale, in Italia e in Europa». Questo il ricordo del ceo Pietro Sella, figlio di Maurizio: «Oggi ci lascia colui a cui dobbiamo il successo del Gruppo in cui lavoriamo e un grande esempio di dedizione, saggezza, lungimiranza e imprenditorialità. Nella pratica aveva da già da tempo predisposto ogni aspetto della sua successione. Ma quello che più di tutto ci lascia è una grande eredità morale, fatta di insegnamenti e di incrollabile fiducia, determinazione e lavoro per il futuro. La sua forza, il suo esempio, la sua integrità e la sua fiducia nel futuro sono e saranno sempre il nostro elemento distintivo».