Intesa tra Usa e Cina per una rimozione graduale dei dazi

Trump annuncia l'accordo con la Cina su twitter. Bloccate le tariffe che dovevano entrare in vigore il 15 dicembre. Il vice ministro del Commercio Wang: rimozione per «fasi graduali». Wall street prima brinda, poi ci ripensa.

Il dazio, infine, è tratto. Donald Trump ha annunciato come di consueto via twitter il raggiungimento di un accordo tra Usa e Cina sulle tariffe commerciali. «Abbiamo raggiunto un’intesa sulla fase uno dell’accordo con la Cina», che ha dato il suo via libera «a molti cambi strutturali e ad acquisti massicci di prodotti agricoli, energetici e manifatturieri», ha sottolineato Trump, evidenziando che non scatteranno i dazi che dovevano entrare in vigore il 15 dicembre.

«Rimarranno come sono i dazi del 25%», ha aggiunto il presidente Usa. Più tardi, il vice ministro del Commercio cinese, Wang Shouwen ha spiegato: l’accordo prevede la rimozione dei dazi per «fasi graduali».

Forniture di prodotti chimici stanno per essere caricate nel porto di Zhangjiagang nella provincia orientale dello Jiangsu ( JOHANNES EISELE/AFP via Getty Images)

RAFFORZATO IL COPYRIGHT E MERCATO CINESE PIÙ APERTO

Wang, uno dei negoziatori di punta del team cinese per il ruolo di vice rappresentante per il Commercio internazionale, ha spiegato che l’accordo include il rafforzamento della tutela dei diritti sulla proprietà intellettuale, l’espansione dell’accesso al mercato domestico e la salvaguardia dei diritti delle compagnie estere in Cina, tra le questioni più contestate dalla parte americana a Pechino.

Merci in fase di carico nel porto di Zhangjiagang nella provincia orientale dello Jiangsu (JOHANNES EISELE/AFP via Getty Images)

NOVE PUNTI PER L’INTESA

Il comunicato diffuso dalla Cina menziona nove punti sul raggiungimento dell’accordo: preambolo, proprietà intellettuale, trasferimento di tecnologia, prodotti alimentari e agricoli, servizi finanziari, tassi di cambio, l’espansione del commercio, risoluzione delle controversie e clausole finali. I media Usa hanno menzionato impegni di spesa cinesi per 50 miliardi di beni agricoli Usa, ma nel corso della conferenza i numerosi sono stati accuratamente evitati. Wang ha parlato di «molto lavoro da fare», tra la revisione legale e la traduzione del testo nelle due lingue «da completare il prima possibile». Le parti dovranno «negoziare gli specifici accordi per la firma formale» in modo da dare attuazione alla ‘fase uno’.

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Questi repubblicani senza senso della nazione si meritano Trump

Difendono strenuamente il loro leader dall'impeachment nonostante sia il peggior presidente della storia degli Stati Uniti. I democratici ai tempi della messa in stato d'accusa di Clinton erano stati più severi.

Credo di essere una delle poche persone ad aver ascoltato tutte le testimonianze date sia alla Commissione di Intelligence che a quella di Giustizia riguardo l’impeachment di Donald Trump. Come è ormai noto, gli articoli sono due: abuso di potere e ostruzione al Congresso.

UNA DIFESA SCONTROSA E MALEDUCATA

Fino alla fine, i democratici hanno mostrato un rigore e un’organizzazione nello spiegare con più dettagli possibili gli eventi che hanno portato alla decisione di messa in stato d’accusa del presidente americano, mentre i repubblicani, che non sembrano interessati ai fatti ma alle teorie complottistiche, non hanno mai perso occasione di pretendere in modo scontroso e maleducato di spiegare l’innocenza del loro leader. La frase che hanno pronunciato più spesso è la seguente: «Da quando Trump è stato eletto, i democratici hanno fatto di tutto per dargli l’impeachment».

L’AMMINISTRAZIONE PIÙ CORROTTA DI SEMPRE

Hanno ragione, ma è anche vero che nella storia degli Stati Uniti non c’è stata amministrazione più corrotta e azioni fatte dal presidente così scandalose. È stato accusato di aver accettato soldi illeciti da Paesi esteri (vietato dalla Costituzione), di avere un conflitto di interessi tra la sua posizione di potere e il suo business, che ha tentato più volte di promuovere (vietato dalla Costituzione), ostruzione alla giustizia, associazione con gruppi neo nazisti, e di promozione dell’odio, è tutt’ora indagato per possibili azioni illecite finanziarie.

DAGLI IMMIGRATI ALL’FBI, QUANTE MACCHIE PER DONALD

Ma non solo: ha pubblicamente insultato l’Fbi, gli immigrati messicani («Sono tutti spacciatori e vengono qui a violentare le nostre donne!»), ha incarcerato migliaia di bambini ai confini con il Messico, separandoli dalle loro famiglie. Per non parlare della sua amministrazione: molti sono stati accusati di corruzione, alcuni (compreso il suo ex avvocato Cohen) sono ancora in carcere. Tutto questo per dire che i repubblicani hanno ragione a dire che si sta cercando di fermare Trump dall’inizio del suo mandato, ma anche che qualche ragione per farlo mi sembra che ci sia.

Donald Trump.

LA “PISTOLA FUMANTE” C’È ECCOME

Un’altra frase che i repubblicani insistono a ripetere è che «There is no smoking gun!». Non capisco davvero a cosa si riferiscano: più della famosa telefonata tra Trump e Volodymyr ZelenskyI have a favor, though»), più che le decine di testimonianze date da esperti, spesso repubblicani, che confermano la tesi che Trump ha abusato del suo potere, negando l’aiuto finanziario all’Ucraina e l’invito alla Casa Bianca del neopresidente in cambio di un aiuto politico per denigrare il suo rivale alla presidenza per il 2020, più che prendere atto del fatto che la Casa Bianca abbia negato accesso a documenti importanti e a testimoni, cosa serve ai repubblicani per capire che la smoking gun è davanti ai loro occhi?

TRA I DEM ALMENO C’ERA DELUSIONE PER CLINTON

Eppure nessuno di loro ha mostrato di essere amareggiato, deluso, perplesso dei comportamenti del loro beniamino. Durante l’ultimo iter per l’impeachment di Bill Clinton, per esempio, molti democratici avevano a gran voce condiviso la loro delusione nei confronti delle azioni del presidente, anche se non tutti pensavano che una reazione tanto grave come l’impeachment fosse necessaria. I repubblicani che appoggiano Trump (tutti) devono andare alle elezioni per il Senato tra qualche anno, e non vogliono certo contrariare il presidente pubblicamente, per paura di perdere il loro potere, visto che il tycoon in certi ambienti è, malgrado tutto, ancora molto popolare. Così hanno deciso di farlo perdere a istituzioni di importanza vitale per la democrazia americana come il Congresso.

SENZA SENSO PER IL BENE DELLA NAZIONE

A volte mi viene da pensare che forse queste persone, che non sono in grado di mettere il bene della nazione davanti al loro potere, si meritino un presidente come il loro: una persona che da subito si è sentita al di sopra della giustizia, e che passerà alla storia come il peggior presidente americano. Indagato, corrotto e, lasciatemelo dire, ignorante come una capra.

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Weinstein vicino al patteggiamento con le accusatrici

Secondo il New York Times il produttore cinematografico attualmente agli arresti è vicino a un accordo da 25 milioni di dollari con le presunte vittime delle molestie.

Harvey Weinstein e le sue accusatrici sono vicini a un patteggiamento extra-giudiziario da 25 milioni di dollari. L’accordo, che coinvolge il board dello studio cinematografico del produttore in bancarotta riguarderebbe decine di presunte vittime di molestie sessuali. Weinstein, riferiscono al New York Times, non dovrebbe pagare nulla di tasca propria né dovrebbe ammettere di essersi in alcun modo comportato male.

IN ATTESA DEL VIA LIBERA DEL TRIBUNALE

L’intesa richiede il via libera del tribunale e la firma finale di tutte le parti. A pagare sarebbero società di assicurazione che rappresentano la Weinstein Company, l’ex studio di produzione di Weinstein finito in bancarotta. I 25 milioni alle accusatrici sarebbero una parte di un totale di 47 milioni di dollari con cui la società chiuderebbe i conti con i creditori. Secondo gli avvocati di alcune delle vittime, lo stesso Weinstein potrebbe essere presto costretto a ricorrere personalmente alle protezioni del Chapter 11. Oggi intanto l‘ex boss di Miramax è comparso in tribunale camminando a fatica con l’aiuto di un “girello”: domani – hanno fatto sapere i suoi legali – sarà operato alla schiena. Al termine dell’udienza il giudice James Burke ha aumentato la cauzione da uno a cinque milioni di dollari per aver violato le condizioni dei domiciliari usando in modo improprio il braccialetto elettronico.

18,5 MILIONI PER PAGARE UNA CLASS ACTION

Weinstein dovrebbe tornare in corte ai primi di gennaio per rispondere alle accuse di due donne che sostengono di essere state aggredite sessualmente nel 2006 e nel 2013. Il processo penale nei confronti dell’ex produttore ha attirato il grosso dell’attenzione mentre le cause civili andavano avanti con trattative segrete che hanno coinvolto donne americane, ma anche canadesi, britanniche e irlandesi, le cui accuse in molti casi erano andate in prescrizione. Diciotto di loro si spartiranno un totale di 6,2 milioni di dollari con la condizione che nessuna riceverà più di mezzo milione a testa. Un’altro blocco di denaro, pari a 18,5 milioni andrà alle partecipanti in una class-action e a future accusatrici, col mandato a un incaricato del tribunale di stabilire l’entità dei pagamenti sulla base della gravita’ del danno subito. Tra le accusatrici di Weinstein ci sono anche attrici famose come Angelina Jolie, Gwyneth Paltrow e Salma Hayek: nessuna di loro è parte delle denunce al centro del patteggiamento.

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Le due accuse a Trump nel processo per l’impeachment

Al presidente statunitense sono contestati l'abuso di potere e l'ostruzione al Congresso. Entro il 15 dicembre il voto in commissione Giusizia, la settimana successiva quello alla Camera. Ma lo scoglio principale è il Senato.

Abuso di potere e ostruzione al Congresso: sono questi i due “articoli” che saranno messi al voto per l’impeachment del presidente statunitense Donald Trump nella vicenda dell’Ucrainagate. Lo ha annunciato il presidente della commissione Giustizia Jerrold Nadler, sostenendo che il presidente ha messo se stesso davanti al Paese minacciandone la sicurezza, corrompendo le elezioni e violando la costituzione. Secondo l’accusa, Trump avrebbe fatto pressioni su Kiev affinché venissero avviate indagini su Hunter Biden, figlio di Joe, candidato democratico alle prossime elezioni. L’obiettivo di Trump, che a queste indagini avrebbe condizionato gli aiuti militari Usa all’Ucraina, sarebbe stato quello di danneggiare il suo maggior rivale al voto del 2020.

SCHIFF (COMMISSIONE INTELLIGENCE): «CI SONO PROVE SCHIACCIANTI»

Gli articoli contestati al presidente Usa sono stati annunciati in una conferenza stampa a Capitol Hill introdotta dalla speaker Nancy Pelosi, che ha parlato di un «giorno solenne». «Il presidente Trump ha usato il potere del suo ruolo contro un Paese straniero per corrompere le nostre prossime elezioni», ha poi rincarato la dose Pelosi via Twitter, «è una continua minaccia per la nostra democrazia e la nostra sicurezza nazionale».

Alla conferenza stampa erano presenti anche i presidenti delle altre cinque commissioni della Camera che hanno partecipato all’indagine di impeachment, tra cui Adam Schiff (commissione Intelligence), che ha ripercorso le fasi della vicenda dicendo che contro Trump «sono emerse prove schiaccianti». Di tutt’altro avviso la Casa Bianca, che in una nota ha commentato: «Non c’è alcuna prova di illeciti da parte del presidente. L’impeachment è un’ingiustizia e un inganno senza precedenti».

SUBITO IL VOTO IN COMMISSIONE, ENTRO NATALE QUELLO ALLA CAMERA

Dopo un dibattito interno non esente da contrasti, i dem hanno quindi deciso di limitare le accuse all’Ucrainagate, rinunciando a contestare l’ostruzione alla giustizia con gli episodi evidenziati nel rapporto Mueller sul Russiagate. La commissione Giustizia della Camera si riunirà ora entro il 15 dicembre per votare gli articoli dell’impeachment. Poi ci sarà il voto alla Camera in sessione plenaria, probabilmente entro Natale. Voto che dovrebbe passare. Più difficile, invece, quello decisivo al Senato, dove servono i voti favorevoli dei due terzi dell’Aula, a maggioranza repubblicana.

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Morto Paul Volcker, il banchiere anti inflazione di Carter e Reagan

Da presidente della Fed sconfisse gli effetti dello choc petrolifero anni 70. E la sua Volcker rule rese più difficile gli investimenti speculativi delle banche.

Paul Volcker, l’economista statunitense che ha guidato la Federal Reserve nell’era Carter-Reagan e famoso per la aver sconfitto l‘inflazione negli anni ’80 è morto all’età di 92 anni. Volcker è stato anche presidente del comitato consultivo per la ripresa economica sotto la presidenza di Barack Obama dal febbraio 2009 sino al gennaio 2011 ed è l’ideatore della cosiddetta ‘Volcker Rule‘, la norma inserita nella riforma di Wall Street dopo la crisi degli anni 2000 per rendere più difficile alle banche fare investimenti speculativi. Democratico, Volcker, fu nominato presidente della Federal Reserve nell’agosto 1979 dal presidente Jimmy Carter e fu riconfermato nel 1983 dal presidente Ronald Reagan che lo sostituirà con Alan Greenspan solo a metà del secondo mandato nel 1987. Fu protagonista assoluto della lotta alla cosiddetta stagflazione degli anni ’70 provocata dalla crisi petrolifera, con la sua politica monetaria shock di innalzamento dei tassi nonostante un’inflazione e una disoccupazione oltre il 10%. Nonostante le critiche e le difficoltà iniziali fu un successo, con un ritorno dell‘inflazione su valori normali all’inizio degli anni ’80.

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Cosa sappiamo della sparatoria nella base di Pensacola

Mohammed Saeed Alshamrani, sottotenente dell'aviazione saudita, era ospite della Naval Air Station in Florida per un programma di addestramento. Ha ucciso tre persone prima di essere neutralizzato.

Ha puntato la sua pistola e aperto il fuoco all’interno della Naval Air Station di Pensacola, in Florida, nella quale era ospitato per degli addestramenti speciali. A compiere l’attentato è stato uno studente di aviazione saudita, membro dell’esercito del Paese arabo, che è stato ucciso durante la sparatoria. L’uomo ha colpito a morte tre persone e ne ha ferite altre sette, tra cui i due agenti (non in pericolo di vita) che lo hanno neutralizzato. Ecco cosa sappiamo del fatto.

UN MEMBRO DELL’ESERCITO SAUDITA

L’autore della sparatoria, identiticato dai media Usa come sottotenente Mohammed Saeed Alshamrani, era un ufficiale dell’aviazione saudita che frequentava la scuola di volo alla base, uno delle centinaia di soldati stranieri che ricevono qui l’addestramento. Lo ha riportato la Cnn citando diverse fonti militari. Le autorità stanno indagando per accertare se si tratti di un fatto di terrorismo, ha riferito l’Ap. Sempre secondo la stessa agenzia era sotto terapia psicologica ed era scontento dei suoi comandanti.

HA USATO UNA PISTOLA

L’uomo, che ha usato una pistola, era in addestramento alla base da due anni e avrebbe dovuto concluderlo nell’agosto 2020. Il suo programma prevedeva l’inglese, le basi dell’aviazione e la fase iniziale del pilotaggio. L’addestramento era pagato da Riad.

AVEVA PUBBLICATO UN MANIFESTO ANTI-USA

Poco prima di aprire il fuoco, l’ufficiale aveva pubblicato su Twitter un breve manifesto in cui definiva gli Stati Uniti «la nazione del male». Lo ha riferito il Site, sito di monitoraggio del jihadismo online. «Sono contro il male e l’America nel suo insieme si è trasformata in una nazione malvagia», ha scritto il killer.

ARRESTATI SEI SAUDITI

Sei sauditi sono stati arrestati per essere interrogati. Lo riferisce il New York Times. In base a quanto scrive il quotidiano, tre dei sei fermati avrebbe filmato la sparatoria, ha riferito una persona informata sulle fasi iniziali dell’inchiesta.

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Perché Trump alla fine resterà al suo posto

Dalle ultime deposizioni, repubblicani e democratici difficilmente troveranno una quadra per risolvere il nodo dell'impeachment. E così il rischio non è solo che il tycoon non lasci la Casa Bianca, ma che vinca anche le prossime elezioni.

Dopo avere ascoltato le ultime deposizioni al Congresso, ho avuto la netta sensazione che i democratici e i repubblicani non riusciranno mai a trovare dei punti in comune per risolvere questa grave crisi di governo. Giovedì Nancy Pelosi ha annunciato la messa in stato d’accusa del presidente da parte della Camera. «Se avete intenzione di mettermi in stato d’accusa, fatelo ora e velocemente, in modo che possiamo avere un processo giusto in Senato», ha risposto via Twitter Trump.

LE ACCUSE DI OSTRUZIONE ALLA GIUSTIZIA

Il giorno prima erano stati interpellati dalla commissione Giustizia alcuni dei più importanti giuristi esperti della Costituzione e la maggior parte di loro non ha avuto dubbi: le azioni di Donald Trump richiedono senza ombra di dubbio la più grave delle conseguenze: l’impeachment. «Se non si procede questa volta, allora non accadrà più per nessuno», ha sottolineato Michael Gerhardt, professore di diritto costituzionale all’Università della Carolina del Nord. Gerhardt ha ricordato il precedente di Richard Nixon. «Mentre Nixon non si presentò per quattro volte davanti al Congresso malgrado i mandati di comparizione, con Trump siamo a più di 10. Questo è un crimine punibile con l’impeachment: ostruzione alla giustizia».

IL PESO DEL KIEVGATE

Per non parlare del fatto, forse più grave, di aver messo i suoi interessi personali davanti a quelli della nazione, quando ha chiesto un ‘favore’ al neo presidente ucraino in cambio di 400 milioni di dollari in aiuti finanziari. Noah Feldman, emerito professore della Harvard University ha ricordato che la Costituzione fu creata per fare in modo che nessuno, nemmeno il presidente, potesse mai essere al di sopra della legge, e che il periodo dei monarchi non sarebbe mai più tornato. Gli esperti hanno dichiarato che se questi crimini resteranno impuniti, i presidenti futuri potranno continuare a richiedere aiuti esterni per i propri interessi. 

LE EVIDENZE CONTRO IL TYCOON

Jonathan Turley, l’avvocato scelto dai repubblicani, ha invece negato che ci siano prove schiaccianti che il presidente abbia trattenuto gli aiuti finanziari in cambio di favori, che ci sia stato un vero e proprio quid pro quo, e dunque, siccome l’impeachment è una soluzione estremamente rara e grave, bisogna essere sicuri che i fatti sussistano. «Ma cosa volete di più?», hanno risposto i democratici. «Non ci sono dubbi sui reati commessi. Basta ascoltare le testimonianze degli esperti. Basta rileggere la trascrizione, seppur parziale, rilasciata dalla Casa Bianca della telefonata tra i due presidenti. Basti riguardarsi le interviste fatte a Rudy Giuliani su tutti i canali televisivi possibili e immaginabili in cui ammette più volte di aver personalmente partecipato a tutta la messa in scena!». 

IL MURO DEI REPUBBLICANI INTORNO AL PRESIDENTE

Non bisogna neanche dimenticarsi del dossier di Mueller, la cui seconda parte elenca uno a uno tutti i presunti reati del presidente. Mueller non ha mai detto che Trump fosse innocente. Ha semplicemente detto che lui non aveva il potere di incriminarlo, e che stava alla Camera e al Senato farlo. Ma i repubblicani non cedono e fanno un muro attorno a Trump: «È da quando ha vinto le elezioni che voi democratici state cercando di screditarlo solo perché avete paura che vinca anche le prossime elezioni, ma è stato votato dagli americani, e lì resta!». Si accettano scommesse su quello che succederà. Dico la mia: scommetto un marron glacé di quelli buoni che il presidente non perderà il posto di lavoro. Farà la vittima dei democratici brutti e cattivi e anche gli indipendenti voteranno per lui. Il rischio è che ce lo terremo ancora per quattro anni.

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Nancy Pelosi annuncia la messa in stato di accusa di Donald Trump

La speaker della Camera: «Nessuno è al di sopra della legge». La replica del presidente: «Avrò un processo giusto al Senato».

«Donald Trump sarà messo in stato di accusa». Con queste parole la speaker della Camera, la dem Nancy Pelosi, ha dato il disco verde alla redazione degli articoli di impeachment. Pelosi ha chiesto alla commissione giustizia della Camera di redigere gli articoli, sostenendo che il presidente ha violato seriamente la Costituzione.

«AVRÒ UN PROCESSO GIUSTO AL SENATO»

«Se avete intenzione di mettermi in stato d’accusa, fatelo ora e velocemente, in modo che possiamo avere un processo giusto in Senato», ha twittato per tutta risposta Donald Trump rivolgendosi ai dem, annunciando che in Senato «avremo Schiff (il presidente della commissione Intelligence della Camera, ndr), i Biden, Pelosi e molti altri a testimoniare e riveleremo, per la prima volta, quanto corrotto è il nostro sistema. Sono stato eletto per pulire la palude e questo è ciò che farò», ha aggiunto.

«L’IMPEACHMENT DIVENTERÀ ROUTINE»

E ancora: «I democratici, nullafacenti e di estrema sinistra, hanno appena annunciato che cercheranno di mettermi in stato d’accusa su niente. Hanno appena abbandonato la ridicola ‘cosa’ di Mueller (l’inchiesta sul Russiagate, ndr), quindi ora appendono il cappello su due telefonate totalmente appropriate (perfette) con il presidente ucraino». «Questo», ha aggiunto, «significa che l’importante e quasi mai usato atto dell’impeachment sarà usato in modo abituale per attaccare i futuri presidenti».

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Primo sì all’impeachment di Trump: rush alla Camera

Secondo tre costituzionalisti chiamati a testimoniare, il presidente Usa deve essere messo in stato d'accusa. I dem puntano al voto entro Natale.

«Donald Trump deve essere messo in stato di accusa»: non hanno alcun dubbio i tre autorevoli costituzionalisti chiamati a testimoniare dai democratici nella prima, infuocata udienza della commissione Giustizia della Camera, incaricata di proseguire l’indagine di impeachment e di redigere gli articoli da contestare dopo il primo sì della commissione Intelligence, anch’essa controllata dai dem: il rapporto che accusa il presidente di ostruzione della giustizia e abuso di potere per aver «sollecitato l’interferenza di un governo straniero, quello dell’Ucraina, per trarre vantaggio nella sua rielezione», mettendo così «i suoi interessi politici e personali al di sopra di quelli degli Stati Uniti».

Si tratta delle pressioni su Kiev affinché indagasse sul suo rivale nella corsa alla Casa Bianca Joe Biden e su suo figlio Hunter, che sedeva nel board della società energetica ucraina Burisma quando il padre gestiva la politica Usa in quel Paese. Pressioni alimentate con il blocco degli aiuti militari Usa. A dissentire è solo il prof. Jonathan Turley, docente della George Washington University Law School, l’unico testimone citato dai repubblicani: ma non tanto per i fatti, meritevoli a suo avviso di essere indagati, quanto per la brevità di un processo «sgangherato» e l’incompletezza delle prove, col rischio di creare un precedente pericoloso per i futuri presidenti.

L’udienza infligge un nuovo colpo d’immagine a Trump sul palcoscenico mondiale del vertice Nato, che il tycoon decide di abbandonare senza conferenza stampa finale, un po’ per il video in cui altri leader sembrano farsi beffa di lui e un po’ forse – malignano alcuni – per sottrarsi ad imbarazzanti domande sull’impeachment. Il presidente non rinuncia tuttavia a dire la sua: l’indagine è una «barzelletta» e «non ha alcun fondamento». Ma le parole dei costituzionalisti sono come macigni. Noah Feldman (Harvard Law School), Pamela Karlan (Stanford Law School) e Michael Gerhardt (University of North Carolina School of Law) spiegano con rigore che le azioni del presidente rientrano chiaramente, sul piano storico e giuridico, tra quelle degne di impeachment.

La sua condotta, accusa Gerhardt, «è peggio di quella di qualsiasi presidente precedente», a partire da Nixon. «Trump ha attaccato le salvaguardie contro la creazione di una monarchia in questo paese», rincara riferendosi all’ostruzione del Congresso, cui nella divisione dei poteri spetta il controllo dell’esecutivo. «Ha commesso gravi crimini e misfatti abusando corrottamente dell’ufficio della presidenza», gli ha fatto eco Feldman. «Un presidente deve opporsi alle interferenze straniere nelle nostre elezioni, non sollecitarle», ha osservato Karlan, che si è detta «insultata» dall’accusa dei repubblicani di non aver letto tutti gli atti. Ma è stato solo la prima delle scintille in una commissione dove la battaglia tende a inasprirsi, a colpi di obiezioni, interruzioni e mozioni dell’opposizione repubblicana. «Questo è un golpe guidato dai democratici», ha accusato il deputato Doug Collins, il più alto in grado tra i repubblicani nel panel. Ma i dem accelerano e puntano ad un voto alla Camera entro Natale. Poi a giudicare, in gennaio, sarà il Senato, dove il Grand Old Party ha la maggioranza e al momento non ci sono i due terzi dei voti per arrivare ad una condanna.

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Il rapporto della Camera su Trump: «Abuso di potere: merita l’impeachment»

Il report della commissione intelligence accusa il presidente e parla di prove «schiaccianti»..

Donald Trump ha abusato del suo potere di presidente e per questo merita la procedura di impeachment. L’atteso rapporto della commissione di intelligence della Camera Usa sulla procedura di impeachment, la quarta portata avanti in 243 anni di storia americana, ha messo nero su bianco che il presidente degli Stati Uniti è colpevole di abuso di potere per aver fatto pressioni per l’intervento nella campagna elettorale americana di un Paese straniero e per di più ha cercato anche di ostacolare le indagini su di lui. «Sollecitando l’interferenza di un governo straniero per trarre vantaggio nella sua rielezione», si legge infatti nel report. E le prove della sua cattiva condotta sono «schiaccianti». Inoltre, è scritto, «Donald Trump ha ostruito l’indagine di impeachment».

DUE MESI DI INTERROGATORI E INDAGINI SULL’UCRAINAGATE

La conclusione del rapporto dei parlamentari statunitensi arriva nel pieno del vertice Nato a Londra, dove il presidente duella aspramente con Emmanuel Macron e gli alleati senza dimenticare il fronte interno: «È una bufala, penso che ciò che i Democratici hanno messo in scena sia molto antipatriottico», denuncia, attaccando come «pazzo e malato» il presidente della commissione Adam Schiff, che finora ha condotto le udienze. Il rapporto è il frutto di oltre due mesi di indagini e interrogatori sull’Ucrainagate, cioè le pressioni del presidente su Kiev perché indagasse sul suo rivale nella corsa alla Casa Bianca Joe Biden e suo figlio Hunter, che sedeva nel board della società energetica ucraina Burisma a 50 mila dollari al mese quando il padre gestiva la politica Usa in quel Paese. Pressioni alimentate con il blocco degli aiuti militari americani.

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