Per l’ex direttore dell’Fbi James Comey è stato emesso un mandato d’arresto con l’accusa di «minaccia alla vita e all’integrità fisica del presidente degli Stati Uniti» Donald Trump. Lo ha annunciato il ministro della Giustizia ad interim Todd Blanche. Comey, nominato da Barack Obama e confermato dal tycoon durante il suo primo mandato, è stato accusato per un post sul Instagram di un anno fa in cui si vedeva una serie di conchiglie a formare i numeri “86 47“, accompagnata dal commento «una curiosa formazione di conchiglie durante la mia passeggiata in spiaggia». Nel gergo della ristorazione, il numero “86” indica l’atto di eliminare o rimuovere definitivamente una voce dal menu, mentre il “47” farebbe riferimento, secondo le accuse, al 47° presidente Usa, Trump.
Il post Instagram.
I capi di imputazione
Il post, poi cancellato da Comey con la giustificazione di «non essersi reso conto che alcune persone associano quei numeri alla violenza» e di essere «contrario alla violenza di qualsiasi tipo», fu subito interpretato dai repubblicani come una minaccia contro The Donald. Di qui la mossa di un gran giurì del Distretto orientale della North Carolina che, martedì 28 aprile 2026, ha emesso un atto d’accusa per due capi d’imputazione. Il primo è di aver minacciato con consapevolezza e volontà «di uccidere e di infliggere lesioni fisiche» al presidente americano, mentre il secondo è di «aver trasmesso consapevolmente e volontariamente una comunicazione interstatale contenente una minaccia di morte» a Trump.
Comey: «Non finirà qui, sono innocente»
Dal canto suo, Comey ha ribadito la sua innocenza e si è detto fiducioso che sarà scagionato in tribunale in un video pubblicato su Substack: «Non finirà qui. Tuttavia, per quanto mi riguarda, nulla è cambiato. Sono ancora innocente. Non ho ancora paura. E continuo a credere nell’indipendenza della magistratura federale. È però fondamentale che tutti noi ricordiamo una cosa, che questo non è il modo in cui il dipartimento di Giustizia dovrebbe operare. La buona notizia è che, giorno dopo giorno, ci avviciniamo sempre più al ripristino di quei valori. Non perdete la speranza».
Il ministero della Giustizia non aveva chiesto alla procura generale di Milano di fare indagini all’estero in vista della possibile grazia per motivi umanitari da concedere a Nicole Minetti. Come spiega Repubblica, Via Arenula aveva inviato ai magistrati solo un modulo nel quale non c’era alcun riferimento a eventuali accertamenti fuori dall’Italia, in questo caso particolare in Uruguay e negli Stati Uniti.
Giuseppe Cipriani (Imagoeconomica).
Le ombre sull’adozione del bambino in Uruguay
Ora, su input del Quirinaleche ha chiesto approfondimenti, c’è da capire (con colpevole ritardo) ogni passaggio dell’adozione del minore, compresa la contrarietà dei genitori biologici che non l’avrebbero abbandonato alla nascita. L’Uruguay, peraltro, non è un Paese con cui l’Italia ha un trattato sulle adozioni internazionali. E Minetti non è nemmeno sposata con Giuseppe Cipriani: altro elemento che avrebbe dovuto suggerire cautela al ministero della Giustizia, che raramente ha aperto un’istruttoria per la grazia nei confronti di una persona che non è in custodia cautelare. E poi c’è l’intervento chirurgico subito dal bimbo a Boston, dopo il supposto parere contrario di due ospedali italiani che, però, hanno smentito di averlo avuto come paziente. C’è inoltre da capire che tipo di feste venissero organizzate nella tenuta in Uruguay di Cipriani, citato negli Epstein Files. Altro aspetto sotto la lente d’ingrandimento le circostanze della morte dei due avvocati della famiglia d’origine del bambino, di cui ha scritto Il Fatto Quotidiano. «Potremmo anche ammettere di non essere stati perspicaci», ha detto la procuratrice generale Francesca Nanni. Sul caso è stata attivata «con massima urgenza» anche l’Interpol. Saranno acquisiti documenti dall’Uruguay anche in merito a eventuali procedimenti penali.
Giorgia Meloni e Carlo Nordio (Imagoeconomica).
Meloni esclude le dimissioni del ministro Nordio
Intanto il ministro Carlo Nordio è sempre più sotto pressione. Ieri il Guardasigilli è stato ricevuto a Palazzo Chigi dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano per un colloquio che non sarebbe legato al caso-Minetti, bensì già previsto «per questioni pregresse». Le opposizioni sono tornate a invocare le dimissioni di Nordio, già indebolito dall’addio forzato della sua (ex) capo di gabinettoGiusi Bartolozzi, che però sono state escluse categoricamente dalla premier Giorgia Meloni: «Il ministero non ha strumenti per operare indagini, il ministero si avvale della magistratura e la magistratura della polizia giudiziaria. Come fa il ministero ad avere più informazioni di chi fa indagini?».
Il secondo capitolo de Il diavolo veste Prada, 20 anni dopo, ci offre un ritratto spietato sulla trasformazione del mondo dell’editoria e sulle difficoltà estreme delle vecchie generazioni ad adattarsi all’universo digitale, dove influencer e content creator hanno spazzato via interi giardinetti di competenze.
Ce n’è un po’ per tutti. Sia per quel giornalismo duro e puro che in tempi grami come questi non disdegna di scendere a compromessi, mettendo da parte gli ideali di gioventù; sia per il mondo dell’editoria dei femminili, quello dominato per decenni da Vogue & co., che invece non detta più le tendenze, non intercetta investimenti pubblicitari come una volta, e deve lottare per sopravvivere tra social, visualizzazioni e viralità.
Meryl Streep interpreta Miranda Priestly.
Prima la shitstorm, poi la rabbia degli investitori pubblicitari
Runway, la rivista di fashion guidata da Miranda Priestley (Meryl Streep), viene travolta da una shitstorm sui social perché ha pubblicato un articolo elogiativo dedicato a un’azienda che, invece, si scopre essere disinvolta sfruttatrice della manodopera. Pure gli investitori pubblicitari chiedono una sorta di risarcimento per lo scandalo che ha colpito Runway, e in particolare Dior, il cui business retail è ora guidato da Emily (Emily Blunt), l’antica assistente di Miranda.
Emily Blunt.
Messa alle strette sui due fronti (contenuti editoriali e raccolta adv), la casa editrice di Runway decide di chiamare Andrea (Anne Hathaway) come responsabile dei contenuti editoriali, poiché nel frattempo l’ex ragazza del 2006 è diventata un’apprezzata giornalista che vince premi ma che è appena stata licenziata, insieme a tutta la redazione, dal quotidiano Guardian. Miranda, con un inatteso bagno di umiltà, è d’altro canto costretta ad andare a trattare con gli investitori pubblicitari, Emily compresa.
Anne Hathaway.
«In quanti hanno cliccato sull’articolo? Non è diventato virale»
Possiamo quindi usare alcuni touchpoint della sceneggiatura del film, in sala dal 29 aprile, per allargare il discorso a un’analisi del settore fashion ed editoriale. Innanzitutto, i pur brillanti articoli di Andrea, nuova responsabile contenuti, hanno sul web un buon numero di commenti da parte della élite, ma… «in quanti hanno cliccato sull’articolo? Quante visualizzazioni ha fatto? Non è diventato virale», è il cinico commento dell’editore di Runway.
La Miranda del 2006 governava gli eventi, li determinava. Quella del 2026 è più passiva, li subisce, non detta più le regole, accetta senza fiatare le condizioni poste dagli investitori pubblicitari: «A risarcimento dello scandalo ci farete tre pagine di servizi e poi un’intervista celebrativa dedicata alla nostra nuova sede», le dice Emily. E a chi prova a chiedere a Miranda di essere un po’ meno accondiscendente, la direttrice risponde: «Abbiamo bisogno degli investimenti pubblicitari, il numero di Runway di settembre pare un filo interdentale», lasciando intendere che mancano le pagine pubblicitarie e la foliazione è ridotta al minimo.
Che fatica adattarsi alle nuove regole woke su diversity e body shaming
Lei, d’altronde, ragiona ancora guardando quasi solo all’edizione cartacea, percepisce come svilenti tutte le variazioni editoriali sul digitale, e quando partecipa alle riunioni in cui viene sommersa dai dati su metriche e visualizzazioni si annoia tremendamente. Fa anche molta fatica ad adattarsi alle nuove regole woke in tema di diversity e body shaming: «Ho detto ragazza grassa del New Jersey. Cos’è che non si può dire? Non posso dire che è del New Jersey?».
La locandina del film.
Ecco quindi emergere un suo gap sia tecnologico sia culturale con i nuovi standard dell’editoria. Nel passaggio generazionale dal vecchio proprietario, appassionato di editoria, a suo figlio, molto meno a suo agio tra redazioni e menabò, si evidenzia ancor di più il cambio di passo: i consulenti di McKinsey chiedono di tagliare i costi un po’ ovunque, e, preferibilmente, di vendere la società.
Convocazione nella mensa aziendale: ma chi l’ha mai vista?
Miranda è costretta a viaggiare da New York a Milano in economy e non più in business; vengono abolite le macchine con autista e si caldeggia l’utilizzo di Uber; il nuovo editore convoca Miranda alla mensa aziendale, «ma lei non ha mai messo piede in quel piano dell’azienda, non sapeva neppure che esistesse una mensa aziendale», dice il suo art director Nigel (Stanley Tucci), che poi ricorda i bei tempi in cui «per fare questo servizio potevo andare in Africa tre mesi col fotografo Richard Avedon. Ora vanno bene tre giorni in una location periferica di Brooklyn».
Stanley Tucci e Anne Hathaway nel film.
Quindi che fine farà l’editoria? Beh, non ci sono molte strade, come racconta il film. O ci si rifugia in modelli di grande successo tipo l’Economist o il New York Times, con grandi gruppi dove però un manipolo di azionisti illuminati conserva azioni di classe B, non contendibili, per governare l’indirizzo editoriale delle attività; oppure si trova un miliardario appassionato che compra e lascia mano libera a direttori e giornalisti. L’antica formula dell’imprenditore che si compra i media non per il business in sé, ma per appoggiare e fare lobbying a favore delle altre sue attività sembra invece avere i giorni contati (in Italia, tuttavia, sembra essere un grimaldello che va ancora di moda).
«Il primo iPhone è stato in qualche modo l’inizio della fine»
Di sicuro la rivoluzione che si è abbattuta sull’editoria è stata anche la molla per avviare, 20 anni dopo, la realizzazione del sequel de Il diavolo veste Prada. Come spiega infatti il regista di entrambi i film, David Frankel, «il mondo del giornalismo cartaceo è cambiato. Tutto il mondo è cambiato. Per mettere le cose in prospettiva, il primo iPhone è uscito soltanto un anno dopo il primo film e penso che quello sia stato in qualche modo l’inizio della fine. Mentre vedevamo il mondo del giornalismo cartaceo sempre più in declino anno dopo anno, ci sembrava sensato esplorare questo cambiamento e sviluppare una storia in cui questi personaggi finissero nuovamente per interagire. Volevamo esplorare i compromessi a cui loro devono scendere per mantenere le proprie carriere. Se il primo film era un romanzo di formazione in cui una giovane donna (Anne Hathaway, ndr) scopriva il proprio posto nel mondo, il sequel parla di una donna matura che affronta tutte le scelte che ha compiuto nella propria vita».
Anne Hathaway e Meryl Streep.
Insomma «il cambiamento è ovviamente qualcosa che tutti noi sperimentiamo nelle nostre carriere professionali, e il modo in cui lo affrontiamo è una priorità assoluta; è una sfida che tutti i nostri personaggi devono superare, ma per Miranda la parola chiave era eredità, heritage. Come si fa a mantenere in vita qualcosa quando la sua influenza e la sua importanza culturale stanno svanendo? Come far sì che una testata che è chiaramente un heritage continui ad avere un significato per le persone? Si tratta anche della sua eredità personale. Se questo è ciò che ha fatto nella sua vita, lei deve trovare come vorrebbe che le persone ricordassero i suoi successi una volta che avrà smesso di farlo».
«Sono cambiate così tante cose nel mondo dell’editoria…»
Anche per Meryl Streep il cambiamento dell’editoria è stato lo spunto fondamentale per convincerla a interpretare il sequel: «Il motivo per cui oggi il film ha senso è che sono cambiate così tante cose nel mondo delle riviste, in quello dell’editoria e nel giornalismo in generale. Il settore si è praticamente dissolto, al punto che tutti stanno cercando di capire come farlo funzionare. Ed è in quell’atmosfera che entrano in gioco la tensione e la trama, e vengono messe in luce tutte le cose che le persone devono fare per tenere a galla la barca in questi tempi così turbolenti. Quello del 2006 era un film su una donna a capo di una grande azienda, e i personaggi principali erano donne, per di più donne ambiziose. Quindi era tutto nuovo e divertente. Ora penso che sia ancora rilevante esplorare come le donne ricoprano ruoli di leadership e in quali modi. Il mondo è turbolento e piuttosto cupo. Le notizie sono deprimenti, ed è fantastico avere qualcosa che ci ricordi tutto ciò che c’è di meraviglioso, libero, bello e sciocco nel mondo».
Svolta nelle indagini sull’aggressione a colpi di pistola ad aria compressa esplosi contro una coppia di sessantenni militanti di Sinistra Italiana al parco Schuster di Roma alla fine del corteo del 25 aprile. È stato fermato un 21enne appartenente alla Comunità ebraica che, stando al Corriere della sera, avrebbe ammesso le proprie responsabilità dicendo di fare parte della Brigata ebraica. Decisivi per la sua identificazione i video delle telecamere della zona. Il ventenne a bordo di uno scooter con casco integrale aveva sparato almeno tre colpi con una postola soft air contro i due manifestanti – Rossana Gabrieli e Nicola Fasciano – con al collo il fazzoletto dell’Anpi, ferendoli in modo lieve. Le motivazioni del gesto sono al vaglio di investigatori e inquirenti.
AGI - "Faccio parte della Brigata Ebraica": lo ha affermato Eithan B., 21 anni, bloccato, nella notte, dai poliziotti della Digos con l'accusa di aver esploso un colpo di pistola a piombini centrando due militanti dell'Anpi - un uomo e una donna -, al termine della manifestazione del 25 aprile nei pressi del Parco Schuster, vicino alla Basilica di San Paolo, a Roma.
Il giovane, difeso dall'avvocato Cesare Gai, è stato perquisito e dovrà essere interrogato dagli inquirenti della procura di Roma nei prossimi giorni. Le motivazioni sono al vaglio di investigatori e inquirenti. Una frase che, secondo quanto si apprende, sarebbe destituita di ogni fondamento. La Brigata Ebraica, infatti, informa di avere appreso dalla stampa la notizia del fermo del 21enne quale presunto aggressore dei due iscritti Anpi il 25 aprile a Roma e dichiara "di non conoscerlo e di non avere tra i suoi membri persone che rispondano a questo nome".
Sottolinea anche "di non aver alcun rappresentante nè iscritto nella città di Roma". "Provo orrore e condanno nella maniera più risoluta, e senza alcuna giustificazione, chiunque si permetta di usare il nome della Brigata Ebraica per compiere atti di violenza", afferma Davide Romano.
"La Brigata Ebraica ha combattuto per la libertà e la dignità umana. Strumentalizzarne il nome per giustificare o coprire comportamenti violenti è un oltraggio alla sua memoria e a tutti coloro che si sono sacrificati sotto quella bandiera. Ringraziamo di tutto cuore le forze dell'ordine - aggiunge il direttore del museo della Brigata ebraica di Milano - per aver agito con tale rapidità. La loro prontezza è un segnale importante e un messaggio chiaro: certi atti non devono essere tollerati. Ci riserviamo inoltre di adire a vie legali contro tutti quelli che usano e useranno il nome della Brigata Ebraica per accostarlo a questo atto vergognoso. La violenza - conclude - non ha mai fatto parte dei nostri valori e non li rappresenterà mai". Allo stato le contestazioni al 21enne sono quelle di tentato omicidio e detenzione di armi.
L'episodio vicino alla Basilica di San Paolo
Sono una donna e un uomo, marito e moglie, i due feriti raggiunti da colpi di pistola a piombini esplosi al termine della manifestazione del 25 aprile nei pressi del Parco Schuster, a Roma, a pochi passi dalla Basilica di San Paolo. La coppia indossava i fazzoletti dell’Anpi al collo quando è stata colpita: l’uomo al collo, la donna alla spalla. Le ferite, fortunatamente lievi, sono state medicate sul posto dal personale sanitario.
Secondo quanto riferito ai poliziotti, i due stavano cercando un bar in via delle Sette Chiese quando un uomo in sella ad uno scooter di grossa cilindrata si sarebbe fermato davanti a loro. Indossava un casco integrale e un giubbotto di colore militare. Senza dire una parola, avrebbe estratto una pistola a piombini e fatto fuoco, per poi allontanarsi rapidamente.
La Comunità ebraica: "Sgomento e indignazione per il gesto di un nostro iscritto"
"Il fermo di un ragazzo iscritto alla Comunità Ebraica di Roma per i fatti del 25 aprile ci riempie di sgomento e indignazione. La Comunità Ebraica di Roma condanna e si dissocia senza riserve da qualsiasi forma di violenza antidemocratica. Esprimiamo piena solidarietà e vicinanza ai feriti, Rossana Gabrieli e Nicola Fasciano. Esprimiamo fiducia nel lavoro della Procura e delle Forze dell’ordine affinché sia fatta piena luce sulla dinamica dei fatti e su ogni responsabilità". Lo afferma in una nota Victor Fadlun, presidente della Comunità Ebraica di Roma. "In una fase così tesa - aggiunge - rivolgiamo un appello alle forze politiche e alla società civile a evitare ogni strumentalizzazione che possa alimentare l’odio e generare nuova violenza".
Il 21enne è stato trasferito a Regina Coeli
È stato trasferito nel carcere romano di Regina Coeli Eithan B., 21 anni, fermato, nella tarda serata del 28 aprile.
Il ragazzo, residente nella zona di viale Marconi, è iscritto all'università e lavora. A suo carico sono contestati i reati di tentato omicidio e porto e detenzione di armi illegale. Per questo è stato sottoposto a fermo di polizia giudiziaria dagli investigatori della Digos e del commissariato Colombo, all'esito di un'attività di indagine condotta in stretto raccordo con la procura di Roma.
Nell'immediatezza dei fatti, le due vittime, assistite dal personale del commissariato di PS Colombo e della Digos, avevano sporto denuncia, fornendo una sommaria descrizione dei fatti. "Partendo dagli elementi informativi resi dai denuncianti, gli investigatori si sono messi immediatamente al lavoro, ricostruendo, con un'opera certosina, non solo la dinamica dei fatti, ma anche l'itinerario tracciato dall'autore del gesto lungo la direttrice di allontanamento da luogo in cui si è consumato l'aggressione", spiega la Questura di Roma.
"Attraverso un vero e proprio puzzle composto da frame estrapolati dalle numerose telecamere di videosorveglianza in dotazione al Comune di Roma e alla Questura capitolina, infatti, gli investigatori sono riusciti a risalire al modello dello scooter e, attraverso un processo di rielaborazione grafica ad alta risoluzione, a estrapolare i dati parziali della targa del motoveicolo - ricostruisce la polizia di stato -. Intrecciando i dati disponibili restituiti dalle attività di indagine nell'arco delle prime 48 ore con gli esiti degli approfondimenti esperiti attraverso le banche dati della motorizzazione, si è cosi' risalito all'intestatario nonché utilizzatore dello scooter che è stato cosi' sottoposto alla misura restrittiva della libertà personale".
Nuova dichiarazione di Donald Trump sull’Iran e lo stretto di Hormuz. Affidandosi come di consueto alla sua piattaforma social Truth, il presidente Usa ha affermato che Teheran ha «appena informato» Washington di trovarsi in uno «stato di collasso», chiedendo che gli Stati Uniti di «aprire il prima possibile» il braccio di mare, «in attesa di definire la leadership» del Paese.
Trump è scettico sulla proposta per riaprire Hormuz e rinviare sul nucleare
The Donald intanto incassa la “vittoria” dell’uscita degli Emirati Arabi dall’Opec
L’ultima dichiarazione di The Donald, peraltro, arriva in un giorno segnato dall’addio degli Emirati Arabi Uniti all’Opec, che di fatto può essere considerata una vittoria per il tycoon, il quale in passato ha accusato l’organizzazione di «derubare il resto del mondo» gonfiando i prezzi del petrolio.
Russia, Indonesia, Australia. Con la guerra in Medio Oriente, la Cina sta riscrivendo la mappa delle sue importazioni di energia. Pechino sta riducendo l’esposizione dall’Iran e dai Paesi del Golfo, che insieme rappresentavano sin qui il 45 per cento delle sue importazioni totali di petrolio. A marzo, cioè dopo l’inizio del conflitto di Stati Uniti e Israele contro Teheran, gli acquisti di greggio dal Medio Oriente sono crollati del 25 per cento. Un chiaro segnale di rimodulazione strategica della propria sicurezza energetica e dell’architettura dei mercati internazionali.
Il nodo di Hormuz agita Xi Jinping
Alla base di questa trasformazione vi è lo shock provocato dalla crisi nello Stretto di Hormuz, su cui persino Xi Jinping si è inusualmente espresso direttamente, chiedendone la riapertura durante un colloquio col principe ereditario e premier saudita Mohammed bin Salman. Episodio tutt’altro che frequente, visto che il presidente cinese solitamente si limita a indicare principi generali, senza entrare nei nodi specifici delle crisi globali. Un chiaro sintomo della preoccupazione di Pechino, nonché della sua speranza di un ritorno alla stabilità. Non solo per una questione di approvvigionamenti energetici, ma anche per il timore di uno shock prolungato della domanda globale, che potrebbe avere un impatto rilevante su un’economia ancora dipendente dall’export come quella cinese.
Navi nello Stretto di Hormuz (Ansa).
Le contromosse: scorte e aumento dell’import russo
Nel frattempo, la Cina sta già ridisegnando la sua catena di fornitura energetica. Il drastico calo dei flussi passati da Hormuz, crollati da circa 20 milioni di barili al giorno a meno di 4 milioni nelle fasi più acute della crisi, ha reso evidente ciò che gli strateghi cinesi discutono da anni: la dipendenza strutturale da rotte marittime controllate da altri attori costituisce una vulnerabilità sistemica. Pechino ha risposto in due modi. Innanzitutto, dando fondo alle sue riserve strategiche. Proprio per far fronte a questo scenario, nel 2025 la Cina ha aumentato nettamente le importazioni, accumulando scorteper 430 mila barili al giorno. All’inizio di gennaio, Pechino disponeva di 1.206 miliardi di barili di petrolio stoccati a terra, sufficienti a coprire 104 giorni di importazioni nette di greggio ai livelli del 2025. Oltre a questo, la Cina si è trovata costretta a operare una riallocazione rapida delle proprie fonti di approvvigionamento. L’aumento del 13,3 per cento delle importazioni dalla Russia, fino a 74,5 milioni di barili, rilancia il ruolo di Mosca come pilastro energetico di Pechino. L’anno scorso, le esportazioni russe di greggio verso la Cina erano diminuite del 6,9 per cento, in particolare dopo che le grandi compagnie petrolifere statali della Repubblica Popolare avevano interrotto gli acquisti via mare per timore di sanzioni secondarie. Ora l’inversione di tendenza.
Vladimir Putin con Xi Jinping (Ansa).
Il boom dell’export indonesiano verso Pechino
Ancora più sorprendente è il caso dell’Indonesia, le cui esportazioni verso la Cina sono aumentate oltre 100 volte su base annua, raggiungendo 40,6 milioni di barili e diventando il terzo fornitore del mese. Questo balzo, apparentemente anomalo, segnala due dinamiche profonde. Da un lato, la capacità della Cina di attivare rapidamente fornitori alternativi, anche marginali nel sistema globale, sfruttando la propria leva commerciale e finanziaria. Dall’altro, l’emergere di un mercato energetico sempre più fluido e opportunistico, in cui i flussi si riconfigurano rapidamente in risposta a shock geopolitici. Nel medio periodo, Pechino guarda anche al Canada, con cui di recente sono stati sottoscritti dei memorandum d’intesa, a margine dell’incontro tra il premier Mark Carney e Xi.
La delegazione canadese con il primo ministro Mark Canrny in visita a Pechino, 16 gennaio 2026 (Ansa).
L’Australia è diventata il principale fornitore di Gnl
Attenzione, perché il riassestamento potrebbe essere strutturale. La riduzione delle importazioni da Arabia Saudita, Iraq, Kuwait e Qatar sembra destinata a durare anche nel caso si arrivi a una tregua duratura, perché dopo la crisi resterà il riflesso di un rischio politico diventato improvvisamente insostenibile. Il conflitto ha anche modificato le importazioni cinesi di gas naturale liquefatto (GNL), che sono diminuite del 19,2 per cento, a 3,95 milioni di tonnellate. Le spedizioni dal Qatar, in precedenza il principale fornitore, sono calate del 42,8 per cento a 988 mila tonnellate, consentendo all’Australia di conquistare il primo posto. Le consegne dalla Russia sono aumentate del 43,8 per cento a 558 mila tonnellate, ma non sono state sufficienti a colmare il divario.
Non solo Mosca: il rafforzamento della partnership con il Turkmenistan
In tal senso, la Cina sembra intenzionata a evitare un’eccessiva dipendenza nei confronti di Mosca. La scorsa settimana, il ministro degli Esteri Sergej Lavrov ha visitato Pechino, dichiarando che la Russia è pronta a «compensare il deficit di risorse» causato dalla guerra. Certo, Xi potrebbe dare il via libera definitivo al maxi gasdotto Power of Siberia 2, dopo anni di pressioni da parte di Vladimir Putin. Ma, allo stesso tempo, continua a coltivare altri canali. Nei giorni scorsi, il vicepremier Ding Xuexiang è stato in Turkmenistan, in una missione volta proprio al rafforzamento della partnership energetica con la repubblica ex sovietica dell’Asia centrale. Un segnale anche alla Russia, che vede nel caos in Medio Oriente un’opportunità per riequilibrare i rapporti con la Cina, nettamente sbilanciati a favore di quest’ultima dopo la guerra in Ucraina. Ding ha partecipato alla posa della prima pietra della nuova fase di sviluppo del giacimento di Galkynysh e nel rilancio del progetto di un nuovo gasdotto verso la Cina. Il Turkmenistan possiede una delle più grandi riserve di gas al mondo e, già oggi, destina circa il 90 per cento delle sue esportazioni proprio alla Cina. La decisione di investire ulteriormente nel giacimento di Galkynysh e nella sua espansione, con la partecipazione diretta del colosso statale China National Petroleum Corporation, consolida ulteriormente una direttrice energetica alternativa.
Lo Shenditake 1, il pozzo più profondo dell’Asia (quasi 11 mila metri) realizzato dalla China National Petroleum Corporation (Ansa).
Meno rotte marittime e più gasdotti per garantire stabilità
Pechino intende investire ulteriormente sui collegamenti terrestri. A differenza delle forniture marittime, che possono essere rapidamente riorientate ma sono vulnerabili a blocchi e interruzioni, i gasdotti rappresentano investimenti di lungo periodo, che creano interdipendenze stabili e difficilmente reversibili. Proprio tutte le qualità che rispondono al mantra di Xi: stabilità.
Non si placa il caso del licenziamento di Beatrice Venezi, silurata dal Teatro La Fenice prima ancora di assumere l’incarico di direttrice musicale a causa dei contenuti di un’intervista al quotidiano argentino La Nación. I sindacati della Fenice, in una nota, fanno sapere che i lavoratori del teatro veneziano «in questi giorni stanno ricevendo, soprattutto sui social, valanghe di insulti e minacce, anche di morte».
Beatrice Venezi (Ansa).
La denuncia dei rappresentanti dei lavoratori della Fenice
«Vogliamo far sapere che ci siamo già rivolti ai nostri uffici legali per difenderci da tanta inutile meschinità», si legge inoltre nella nota. «I rappresentanti delle lavoratrici e dei lavoratori mai e sottolineiamo mai, hanno offeso o calunniato né la Maestra Venezi né nessun’altra persona o istituzione», spiegano i sindacati. E poi: «La nostra istanza, durata sette mesi, è stata costantemente e unicamente finalizzata al ripristino di quella ordinaria prassi consolidata che garantisce un clima di fiducia e rispetto, presupposto indispensabile per la gestione di un Teatro e che garantisce la più alta resa artistica possibile». Domenica 26 aprile, prima che il sipario si aprisse sul wagneriano Lohengrin di Damiano Michieletto, l’orchestra della Fenice ha esultato alla notizia della cancellazione di ogni collaborazione con Venezi.
Beatrice Venezi (Ansa).
Bignami: «Deve andare avanti anche chi è bravo e non di sinistra»
Intanto sulla questione si è espresso Galeazzo Bignami, capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera: «Reputavo arrogante la sinistra quando contestava il sovrintendente Nicola Colabianchi perché nella sua autonomia aveva nominato Venezi, non ho intenzione di essere altrettanto arrogante e commentare oggi che con la solita autonomia ha scelto diversamente. Beatrice è brava e giovane. Fino ad oggi ha pagato non essere figlia di musicisti e non essere di sinistra. Noi ci batteremo sempre per una nazione in cui chi è bravo può andare avanti anche se non è di sinistra».
Gli Emirati Arabi Uniti hanno annunciato l’uscita dall’Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio (Opec) e da Opec+ a partire dal primo maggio, infliggendo un duro colpo ai gruppi di esportatori di greggio e al loro leader de facto, l’Arabia Saudita. La mossa, clamorosa, arriva nel bel mezzo di discussioni in corso e considerazioni strategiche all’interno del mercato globale, in difficoltà a causa di quanto sta accadendo nello Stretto di Hormuz, il braccio di mare tra Iran e Oman attraverso il quale normalmente transita un quinto del petrolio e del gas naturale liquefatto mondiali.
L’uscita degli Emirati Arabi è una vittoria per Trump
Gli Emirati Arabi Uniti sono il primo Paese del Golfo a lasciare l’alleanza in decenni. L’uscita di questo membro storico dell’Opec potrebbe creare disordine e indebolire l’organizzazione, che ha sempre tentato di mostrare unità nonostante i disaccordi interni su una serie di questioni, dalla geopolitica alle quote di produzione. L’uscita degli Emirati rappresenta una vittoria per Donald Trump, che ha accusato l’Opec di «derubare il resto del mondo» gonfiando i prezzi del petrolio.
Donald Trump (Ansa).
Le critiche al Consiglio di Cooperazione del Golfo
La decisione è arrivata dopo che gli Emirati Arabi Uniti, centro nevralgico per gli affari regionali e uno dei più importanti alleati degli Usa, hanno criticato gli altri Stati arabi per non aver fatto abbastanza per proteggerli dai numerosi attacchi iraniani. «I Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo si sono supportati a livello logistico, ma politicamente e militarmente, credo che la loro posizione sia stata storicamente la più debole», ha affermato Anwar Gargash, consigliere diplomatico del presidente degli Emirati Arabi Uniti Mohammed bin Zayed Al Nahyan. «Mi aspettavo questa posizione debole dalla Lega Araba e non ne sono sorpreso, ma non dal Consiglio di Cooperazione del Golfo», ha aggiunto, puntando il dito contro Arabia Saudita, Bahrein, Oman, Kuwait e Qatar.
Una moschea di Abu Dhabi (Ansa).
Quali sono i Paesi che fanno parte dell’Opec
L’Opec, fondata nel 1960, comprende 12 Paesi (presto 11, a questo punto), che assieme negoziano con le compagnie aspetti riguardanti produzione di petrolio, prezzi e concessioni: Algeria, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Iran, Iraq, Kuwait, Libia, Nigeria, Venezuela, Guinea Equatoriale, Repubblica del Congo e Gabon.
AGI - In occasione della Giornata Nazionale per le vittime sul lavoro, il Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco ha ufficialmente riconsegnato a Roma Capitale la Torre dei Conti, lo storico monumento di Largo Corrado Ricci restituito alla città dopo i complessi lavori straordinari di messa in sicurezza. L'area era stata interdetta lo scorso 3 novembre a seguito del tragico crollo costato la vita all'operaio Octav Stroici. Alla cerimonia di riconsegna, carica di commozione, ha partecipato la figlia della vittima, Alina, testimone di un tributo che ha unito istituzioni e soccorritori proprio nel luogo della tragedia.
Il cerimoniale ha vissuto momenti di profonda partecipazione emotiva a partire dall'omaggio floreale dei Vigili del Fuoco, che hanno deposto una corona proprio in corrispondenza della finestra da cui era stato estratto il corpo dell'operaio. Successivamente, un drappo tricolore è stato srotolato lungo la facciata della torre medievale prima che il comando consegnasse formalmente al sindaco Roberto Gualtieri un piccone di servizio e una targa commemorativa, segnando il passaggio di responsabilità del cantiere che ora entra nella gestione della Sovrintendenza Capitolina.
Il sindaco Gualtieri ha espresso gratitudine per il lavoro svolto, dichiarando: "Vogliamo davvero esprimere la nostra gratitudine e ammirazione per il lavoro straordinario che i Vigili del Fuoco hanno svolto e che ha consentito, con una perizia davvero unica che ha pochi eguali al mondo, il salvataggio di questo monumento. Tutto questo sulla base di una collaborazione che ha consentito di mettere subito in sicurezza la torre e di salvarla, altrimenti non ci sarebbe più".