Lunedì, poche ore dopo la consegna alla Croce Rossa dei 20 ostaggi israeliani ancora vivi, Israele ha liberato 1.988 prigionieri palestinesi, primo atto concreto dell’accordo sul cessate il fuoco promosso da Donald Trump e firmato da Israele e Hamas. Circa 1.900 sono rientrati nella Striscia di Gaza, mentre 88 sono arrivati in Cisgiordania, accolti da una folla festante a Ramallah. Si tratta in prevalenza di uomini tra i 20 e i 40 anni, con alcuni minorenni, donne e anziani, molti dei quali detenuti senza processo o appartenenti al personale sanitario arrestato durante l’offensiva nella Striscia di Gaza.
Al loro arrivo molti detenuti sono apparsi denutriti, feriti o visibilmente provati. Diversi ex prigionieri, hanno descritto le carceri israeliane come «un mattatoio, non una prigione», denunciando pestaggi e privazioni nel carcere di Ofer. Abdallah Abu Rafe, intervistato da Al Jazeera, ha raccontato di giorni senza acqua né materassi, mentre altri hanno parlato di «anni di torture e isolamento». Secondo l’organizzazione Healthcare Workers Watch, tra i liberati ci sono 55 operatori sanitari, tra cui medici e infermieri arrestati negli ospedali di Gaza. Il direttore del gruppo, Muath Alser, ha definito questi arresti «crimini di guerra». Le Nazioni Unite avevano già classificato circa 1.700 di questi prigionieri come “persone scomparse con la forza”, detenute senza accuse formali durante la guerra. Prima del rilascio, oltre 11 mila palestinesi si trovavano nelle carceri israeliane, di cui 3.500 in detenzione amministrativa, cioè senza processo.
The released Palestinian prisoners came out of Israeli jails in a deplorable health condition, some were carried, while others could barely walk, leaning on their relatives for support pic.twitter.com/5sHQhF5WMN
— Ounka (@OunkaOnX) October 14, 2025



