Mentre sul campo si continua a combattere, i negoziati diretti fra Russia e Ucraina proseguono sotto traccia. Volodymyr Zelensky ha annunciato un possibile nuovo round negli Usa la prossima settimana, il 17 o 18 febbraio, anche se non è ancora chiaro se Mosca parteciperà o meno. In quell’occasione, ha spiegato il presidente ucraino, si discuterà la proposta statunitense di creare una zona cuscinetto nel Donbass. Idea che non convince né l’Ucraina né la Russia. Il Cremlino resta fermo sulle sue posizioni: prendersi l’intera regione, comprese le aree non ancora conquistate, mentre Kyiv insiste per un congelamento della linea del fronte. L’Ucraina si dice poi pronta a indire le elezioni solo dopo un «cessate il fuoco» e dopo aver ottenuto delle «garanzie di sicurezza».

La diplomazia torna ad avere un ruolo nei negoziati
L’accelerazione impressa dagli Stati Uniti, confermata nei primi colloqui trilaterali ad Abu Dhabi di fine gennaio, ha però dato una nuova piega alle trattative, che lontano dai riflettori potrebbero essere arrivate a un punto decisivo. Nonostante tutto, dunque, la diplomazia pare giocare un ruolo fondamentale nella risoluzione del conflitto. I ruoli al tavolo delle contrattazioni sono ormai consolidati: la Casa Bianca, che dall’arrivo di Trump si è via via sfilata la veste di prima alleata dell’Ucraina, è ora la principale mediatrice nella discussione con i due contendenti, con un occhio, o forse tutti e due, ai propri interessi, economici e politici, non ultimo usare un eventuale accordo in chiave elettorale in vista delle midterm. Il disimpegno statunitense è stato invece certificato dai dati appena pubblicati dall’Istituto tedesco per l’economia di Kiel, che attraverso l’Ukraine Support Tracker dal 2022 controlla i flussi di aiuti occidentali all’Ucraina.

Si intensifica la mediazione svizzera
Cremlino e Bankova sono impegnati invece nel confronto diretto cercando di far valere le proprie posizioni, con la situazione sul terreno ancora favorevole a Mosca. A margine si collocano gli altri attori: da una parte i volenterosi europei che appoggiano apertamente l’Ucraina, dall’altra alcuni Paesi, come la Svizzera, che ultimamente hanno rilanciato la carta del dialogo e della mediazione politica. Non è stato un caso che Ignazio Cassis, capo del dipartimento degli Affari esteri della Confederazione e presidente di turno dell’Osce, l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, la scorsa settimana abbia fatto il pendolare fra Kyiv e Mosca per sondare gli spazi d’intesa. Berna, che già nel 2023 con la conferenza per la pace al Bürgenstock aveva tentato di tracciare un percorso risolutivo, è di nuovo alla ricerca di una mediazione che sia davvero efficace. La volontà è quella di fare da spalla sia alla politica statunitense, tentando di caricare maggiore responsabilità sulle organizzazioni internazionali come l’Osce, che già ha avuto compiti di monitoraggio dopo gli accordi di Minsk del 2015, sia alla mediazione “logistica” degli Emirati.

Gli aiuti occidentali a Kyiv sono rimasti stabili
Il rilancio della diplomazia deriva naturalmente dalla situazione sul campo, determinata per Kyiv dagli aiuti occidentali (giovedì l’Eurocamera ha dato l’ok al prestito da 90 miliardi che contribuirà a coprire le esigenze di finanziamento del Paese). Secondo i dati dell’Ukraine Support Tracker, nonostante la sospensione del sostegno statunitense nel 2025, il volume totale del supporto internazionale è rimasto relativamente stabile, principalmente grazie al notevole aumento del sostegno militare europeo, aumentato del 67 per cento rispetto alla media del periodo 2022-2024. Le forniture sono però state sostenute da un numero limitato di Paesi e a causa del ritiro completo degli Usa, il supporto totale è stato inferiore del 13 per cento rispetto alla media annuale tra il 2022 e il 2024, periodo in cui Washington aveva fatto la parte del leone. L’istituto tedesco inoltre ha registrato anche un calo, sebbene contenuto, degli aiuti umanitari e finanziari intorno al 5 per cento rispetto agli ultimi tre anni, con volumi complessivi che si sono mantenuti al di sopra dei livelli registrati nel 2022 e nel 2023.
Il problema non è la quantità di armamenti, ma la qualità
In sostanza però, al di là dei numeri, è la qualità degli aiuti militari che conta. Da questo punto di vista, i volenterosi non hanno mantenuto le promesse fatte su sistemi missilistici a lunga gittata, dai Taurus tedeschi agli Scalp-Storm Shadow franco-britannici, come ha sottolineato lo stesso Volodymyr Zelensky qualche settimana fa a Davos. L’Ucraina non è stata insomma messa in grado di respingere l’aggressione russa e contrattaccare, riconquistando le regioni perdute già nel 2014. È per questo che i mediatori vecchi e nuovi, dagli Stati Uniti alla Svizzera, dagli Emirati alla Turchia – membro della Nato che già nel 2022 diede un notevole contributo nel raggiungimento dell’accordo sul grano e con Racep Tayyp Erdogan sempre in cerca di equilibrio fra Russia e Occidente – hanno quindi gli straordinari da fare.
