Per Trump gli Usa «possono combattere per sempre», ma le munizioni?

Donald Trump è sicuro: gli Stati Uniti possono fare affidamento su scorte di munizioni «di livello medio e medio-alto» «praticamente illimitate», al punto che gli States potrebbero combattere «per sempre» e «con grande successo, usando solo queste scorte». Non solo. Il presidente americano, in un post sul social Truth del 3 marzo, ha assicurato che «molte altre armi di alta qualità sono stoccate per noi in Paesi alleati». Quindi nessun problema, l’attacco all’Iran sferrato con Israele non presenta ostacoli logistici. Certo, «Sleepy Joe» (cioè il predecessore Biden), sottolinea Trump, ha commesso l’errore di regalare soldi e armi all’Ucraina senza preoccuparsi di rimpinguare l’arsenale a stelle e strisce. Ma anche in questo caso, niente paura: «Fortunatamente, ho ricostruito l’esercito durante il mio primo mandato e continuo a farlo. Gli Stati Uniti sono riforniti e pronti a VINCERE, ALLA GRANDE!!!».

Per Trump gli Usa «possono combattere per sempre», ma le munizioni?
Il post di Trump su Truth.

Scorte di munizioni in esaurimento

Visto però l’allargarsi del conflitto, con i droni e i missili iraniani che cadono sulle basi e ambasciate Usa in Medio Oriente, le certezze incrollabili del presidente, condivise via social dal Pentagono, potrebbero però presto essere messe alla prova. Come ricordano Axios e il Wall Street Journal, il capo dello Stato maggiore congiunto Usa, Dan Caine, aveva sottolineato che proprio la scarsità di scorte – soprattutto di intercettori utilizzati per neutralizzare i missili in arrivo – sarebbe stato un fattore limitante in caso di attacco prolungato e massiccio contro l’Iran. Insomma sia le munizioni Usa sia quelle di Israele e dei Paesi del Golfo si starebbero esaurendo più velocemente di quanto la produzione riesca a rimpiazzarle. A questo si aggiunge la possibile sottovalutazione della potenza di fuoco iraniana: solo nei primi due giorni di attacchi, Teheran avrebbe sganciato circa 400 missili e 800 droni. Per far fronte alla possibile scarsità di intercettori per il THAAD (Terminal High Altitude Area Defense), lo scudo missilistico che ha permesso agli Emirati di intercettare quasi 200 missili balistici, e già attivato in Israele e Giordania, il Pentagono potrebbe dover attingere agli arsenali dislocati nel Pacifico, in Corea del Sud e a Guam, in funzione anti Pyongyang e anti Pechino.

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Il capo dello Stato maggiore congiunto Usa, Dan Caine (Ansa).

Nel 2025 stanziati 25 miliardi di dollari per nuovi missili

Ben prima dell’operazione Epic Fury, la Difesa statunitense aveva posto la produzione bellica tra le priorità di spesa come sottolineato dal Forecast International’s Defense & Security Monitor. Nel bilancio 2025, erano stati stanziati 25 miliardi di dollari per l’acquisto di missili (tra cui Patriot, SM-3, SM-6, AIM-120 AMRAAM e 18 Tomahawk, diventati 57 nel bilancio 2026) e il potenziamento della produzione. Sono stati inoltre stretti accordi con i maggiori appaltatori della Difesa. L’8 gennaio, Lockheed Martin ha annunciato un accordo di sette anni per aumentare la produzione del PAC-3 MSE da 600 a 2.000 missili all’anno, mentre a inizio febbraio RTX ha siglato cinque accordi con il Dipartimento della Difesa per una serie di missili chiave, tra cui i Tomahawk, gli AIM-120 AMRAAM, gli intercettori SM-3 e i missili SM-6. In base alle nuove intese, si prevede che la produzione annuale di Tomahawk supererà i 1.000 missili, quella di AMRAAM raggiungerà almeno le 1.900 unità e quella di SM-6 supererà le 500.

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Gli accordi per l’aumento della produzione bellica (dal sito Forecast International’s Defense & Security Monitor).

I Tomahawk usati nel 2025 tra Yemen e Nigeria

Ma gli intercettori per la difesa aerea non sono gli unici a scarseggiare. Lo stesso vale per i già citati Tomahawk (TLAM), ampiamente usati durante l’operazione Rough Rider del marzo 2025 contro gli Houthi nello Yemen. «L’amministrazione Trump ha lanciato TLAM a un ritmo straordinario in operazioni in tutto il mondo», ha spiegato al Wsj Becca Wasser, ricercatrice presso il Center for a New American Security, «in Medio Oriente contro l’Iran e contro gli Houthi, oltre che in Nigeria negli attacchi della vigilia di Natale» per distruggere due campi militari legati ai gruppi terroristici del cosiddetto Stato islamico. La preoccupazione per le scorte è inoltre condivisa anche da Israele. Secondo un funzionario statunitense, Tel Aviv dispone di un numero limitato di intercettori Arrow 3 per la difesa aerea. Ed è inoltre a corto di missili aria-aria, utilizzati la scorsa estate per distruggere lanciatori di missili iraniani e lo scorso anno per colpire leader di Hamas in Qatar. Non solo. Come affermato dal ministero delle Finanze israeliano, la guerra contro l’Iran potrebbe arrivare a costare alle casse dello Stato ebraico 9,4 miliardi di shekel (circa 3 miliardi di dollari) a settimana. Insomma, Trump può davvero stare sereno? Stando a Leon Panetta, ex numero uno della Cia ed ex segretario alla Difesa non troppo. «Ci sono limiti al numero di missili, di capacità di difese aeee degli Stati Uniti anche se siamo un esercito forte e abbiamo ovviamente un enorme supporto industriale», ha detto in un’intervista al Corriere della Sera. «Ma alla fine nessun Paese è completamente pronto per una ampia guerra regionale, ovvero ciò in cui siamo coinvolti ora. È una guerra che copre il Medio Oriente e 4-5 settimane di continui attacchi richiedono logistica, mobilizzazione, e non ho dubbi che le nostre forze sono tese al massimo».