«Marty, dobbiamo tornare indietro!». Solo che sul sedile di questa DeLorean scassata che viaggia sul lungomare Trieste, all’altezza di Palazzo di Città, non c’è lo scienziato pazzo Doc Brown con i capelli elettrici. C’è Vincenzo De Luca, 77 anni, eterno Monarca di Ruvo del Monte, con le portiere ad ali di gabbiano spalancate e lo scarico che fuma risentimento contro le geometrie del Nazareno. Salerno non ha assistito a una normale, grigia tornata di elezioni amministrative, ma a un esperimento di fisica politica applicata, una scarica di corrente da 1,21 giga watt che piega le leggi dello spazio-tempo e incenerisce i sogni di normalizzazione del centrosinistra.

De Luca è saltato nel passato per riprendersi il presente
Sfrattato da Napoli dopo lo stop della segreteria Elly Schlein al terzo mandato regionale, l’ex governatore si è ritrovato improvvisamente orfano della cabina di regia e delle risorse di Palazzo Santa Lucia. Accerchiato dai veti capitolini, ha fatto l’unica cosa che un animale politico di razza sa fare quando sente l’odore del tramonto: ha impostato i circuiti temporali sul 1993, l’anno esatto del suo primo insediamento con la fascia tricolore, ha premuto a tavoletta l’acceleratore fino a toccare le 88 miglia orarie ed è saltato nel passato per andarsi a riprendere il presente. Il verdetto delle urne spazza via ogni dubbio: il brand personale agguanta un 57,9 per cento al primo turno riportandolo per la quinta volta sullo scranno di sindaco.
Una vittoria schiacciante Nonostante il Pd
Quando i fisici teorici del Pd hanno provato a staccargli la spina, lui ha risposto intercettando il fulmine del voto popolare direttamente dal cruscotto della sua intramontabile autarchia. Il vero capolavoro rock, lo schiaffo a mano aperta (poi trasformatosi in buffetto) impresso ai piani della segreteria romana sta proprio nelle modalità del successo: la vittoria è arrivata correndo senza il simbolo del Partito Democratico stampato sul passaporto elettorale. E Nonostante il Pd, come recita il titolo del suo libro, anche se il partito a livello locale è in mano al figlio Piero. Nelle sezioni cittadine la ditta nazionale è stata letteralmente sfrattata dalle schede per fare spazio alle sette liste civiche. La scommessa di Schlein si è infranta contro il muro di gomma del consenso locale. Il Nazareno era convinto che privando il vecchio leone del marchio ufficiale lo avrebbe prosciugato, costringendolo alla resa o a un umiliante ballottaggio. L’esito dello scrutinio certifica invece il fallimento totale del centralismo romano: il brand personale cancella l’apparato di Roma con la stessa disinvoltura con cui si cancella un graffito sul muro. Nelle terre salernitane non servono le tessere se possiedi il monopolio dell’immaginario collettivo.

Il gran ritorno del monarca con il lanciafiamme
Mentre lo spoglio blinda un risultato che non ha bisogno di appendici, la galassia dei social viene sommersa dai meme del trionfo. L’iconografia del web si è scatenata all’istante, fondendo la cronaca elettorale con la parodia più spinta: le bacheche sono sature dell’immagine del Sultano del Lungomare che imbraccia il suo leggendario lanciafiamme per fare piazza pulita sul podio dei vincitori, scacciando i «pinguini» e i «fannulloni». Su WhatsApp gira la tavola pseudo-religiosa con la scritta dorata: «A Salerno non esiste altro Dio all’infuori di De Luca». Del resto, Maurizio Crozza ha trasformato questa debordante e spigolosa personalità in uno dei suoi cavalli di battaglia televisivi più epici e longevi. La satira ha regalato all’Italia la caricatura definitiva di un leader che non accetta i limiti fisici, dipingendolo come un monarca assoluto circondato da mascherine tarocche e «fratacchioni». Ma la realtà di questo spoglio ha persino superato la genialità del comico ligure. La celebre imitazione televisiva che risuona sul lungomare da un decennio ha trovato il suo sigillo definitivo nella realtà delle urne: «Vedi Napoli e poi muori, ma con Salerno resusciti». E la profezia si è avverata alla lettera. Liquidati i diktat romani, il Grande Solista è risorto nel proprio feudo d’adozione, dimostrando che per lui la morte politica non è un dato biologico, ma solo un concetto relativo da piegare a colpi di preferenze.
Le percentuali si spiegano con la cinica ingegneria del consenso
Il nucleo profondo di questa elezione non si esaurisce però nella percentuale bulgara ma affonda le radici in un meccanismo di cinica ingegneria del consenso. Per più di 10 anni, Vincenzo De Luca ha amministrato Salerno per procura, muovendo fili dall’alto dell’impero regionale, mentre il sindaco uscente Vincenzo Napoli gestiva l’ordinaria amministrazione. Negli ultimi anni, tuttavia, la macchina del «Sistema Salerno» (ossia quella fitta rete di affidamenti finiti sotto la lente della magistratura per le inchieste sulle cooperative sociali), è stata lasciata vistosamente ingolfare. Tra cumuli di immondizia non raccolta, scippi all’ordine del giorno nei quartieri storici e una cronica paralisi dei servizi, la città è apparsa progressivamente allo sbando. Questo declino si è rivelato il perfetto tappeto rosso steso per il ritorno del Re. Lo scorso gennaio, con una mossa studiata al millimetro, Napoli ha rassegnato le sue dimissioni anticipate parlando genericamente di «mutati scenari politici», aprendo così le porte al commissariamento prefettizio. Un passo indietro orchestrato a tavolino per fare tabula rasa dei fallimenti amministrativi e preparare il terreno per il rientro in pompa magna del titolare del marchio. Lo Sceriffo si è ripresentato ai suoi concittadini come l’unico, insostituibile Salvatore della patria. Ha liquidato i suoi stessi viceré, si è rimesso la tuta da lavoro ed è sceso in piazza a raccogliere le macerie che la sua stessa ombra aveva lasciato accumulare. La paura del caos ha spinto i salernitani a rifugiarsi nell’usato sicuro deluchiano, trasformando una ritirata strategica in un’invocazione di soccorso popolare.

Il flusso canalizzatore ha così funzionato alla perfezione. Il fulmine della torre dell’orologio è stato intercettato, ma il viaggio nel tempo ha comunque i minuti contati dal timer della storia. La “repubblica autarchica di Salerno” è ufficialmente riaperta: una splendida gabbia dorata da cui il vecchio leone continuerà a ruggire e a cannoneggiare contro Roma, consapevole di aver salvato la pelle e l’onore, ma all’interno delle sue sole, storiche ed eterne mura che vanno da via Carmine fino a Fuorni.




















