L’aereo con a bordo Leone XIV è atterrato in Algeria, prima tappa del terzo viaggio apostolico del papa, atteso anche in Camerun, Angola e Guinea Equatoriale. Durante il volo per Algeri, il pontefice parlando con i giornalisti ha replicato al connazionale Donald Trump, che lo ha definito «debole sul fronte della criminalità e pessimo in politica estera», aggiungendo che Prevost non sarebbe in Vaticano senza di lui alla Casa Bianca.
L’arrivo di Leone XIV in Algeria (Ansa).
Le parole di Leone XIV sul volo per Algeri
«Non ho paura dell’Amministrazione Trump», ha detto Leone XIV. «Io parlo del Vangelo e continuerò a parlare ad alta voce contro la guerra. Non sono un politico. Non ho intenzione di fare un dibattito con lui», ha rimarcato poi il pontefice. «Il messaggio è sempre lo stesso: la pace. E lo dico per tutti i leader del mondo. Cerchiamo di finire questa guerra», ha aggiunto riferendosi al conflitto intrapreso dagli Stati Uniti contro l’Iran, che aveva condannato dopo aver criticato il blitz in Venezuela: «Non penso che il messaggio del Vangelo debba essere abusato come alcuni stanno facendo».
AGI - Propagandava sui social idee fondate sul suprematismo e sull'accelerazionismo e deteneva manuali di istruzione per realizzare armi con stampanti 3D. È residente a Sant'Egidio alla Vibrata, in provincia di Teramo, il 17enne arrestato dalla Polizia di Stato e condotto in una comunità per minori in esecuzione di un'ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip del Tribunale per i minorenni dell'Aquila.
Il giovane è indiziato di "propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale, etnica e religiosa e di addestramento con finalità di terrorismo, commessi mediante la detenzione e divulgazione di documenti contenenti, tra le altre cose, istruzioni per la preparazione e l'uso di armi da fuoco e bombe molotov".
Le indagini della Digos
A suo carico la Digos di Teramo aveva già acquisito indizi in merito alla pubblicazione e alla propaganda social di idee fondate sull'odio razziale: nei mesi scorsi una perquisizione delegata dalla Procura del Tribunale dei minorenni dell'Aquila aveva portato al sequestro dei dispositivi informatici nella sua disponibilità.
L’analisi approfondita dei dispositivi sequestrati al 17enne arrestato nei giorni scorsi ha permesso agli investigatori di ricostruire un quadro definito di radicalizzazione online, caratterizzato dall’accumulo di materiale estremista, contenuti violenti e documentazione finalizzata all’auto‑addestramento.
Secondo quanto emerso, all’interno dei device era presente un’ingente quantità di propaganda riconducibile a ideologie neonaziste, suprematiste e di estremismo islamico, insieme a contenuti che incitavano all’azione diretta e all’“accelerare” il collasso della società moderna, un riferimento esplicito alle teorie dell’accelerazionismo. Tra i file individuati figuravano anche istruzioni per la costruzione artigianale di armi da fuoco tramite stampanti 3D.
Manuali di violenza e contenuti ideologici estremi
Gli investigatori hanno rinvenuto manuali che promuovevano ideologie di supremazia razziale e violenza estrema, oltre a testi che descrivevano l’uso di armi bianche e le modalità di aggressione fisica, con indicazioni sulle parti del corpo considerate più vulnerabili.
Il materiale, secondo gli inquirenti, non aveva carattere meramente teorico: la sua natura operativa e la sistematicità con cui era stato raccolto suggerivano un percorso di auto‑addestramento e una progressiva adesione a modelli di violenza organizzata.
Chat con contenuti satanistici e riferimenti a sacrifici
Particolare allarme ha destato il contenuto di alcune chat, nelle quali venivano condivise pratiche di matrice satanistica che prevedevano l’eliminazione rituale di persone considerate “deboli” o “inferiori”, con l’obiettivo dichiarato di favorire l’avvento di una presunta civiltà superiore.
Gli investigatori sottolineano come tali conversazioni, pur inserite in un contesto virtuale, contribuissero a rafforzare un immaginario violento e disumanizzante
Le minacce in chat: “Quando andrò a Bergamo lo accoltellerò”
A rendere ancora più preoccupante il quadro è stata l’individuazione di messaggi in una chat Telegram in cui il giovane manifestava propositi violenti nei confronti di una persona non identificata, scrivendo: “Giuro su tutto quello che ho che quando andrò a Bergamo lo accoltellerò a morte”, ribadendo subito dopo la stessa minaccia.
Secondo gli inquirenti, tali affermazioni, unite al materiale rinvenuto, indicavano una possibile evoluzione verso comportamenti concretamente pericolosi.
Gli Stati Uniti bloccheranno le navi in entrata o in uscita dai porti iraniani a partire dalle 16 di questo pomeriggio ora italiana. Lo ha scritto su Truth il presidente Donald Trump. Il blocco, spiegano le forze del Comando centrale Usa, sarà applicato in modo imparziale nei confronti delle navi di tutte le nazioni che entrano o escono dai porti e dalle zone costiere iraniane, compresi tutti i porti iraniani sul Golfo Persico e sul Golfo di Oman. Non verrà invece ostacolata la libertà di navigazione delle navi che transitano nello Stretto di Hormuz da e verso porti non iraniani.
Wsj: «Trump valuta attacchi militari oltre al blocco»
Secondo il Wall Street Journal, Trump e i suoi consiglieri stanno valutando la possibilità di riprendere attacchi militari limitati contro l’Iran, in aggiunta al blocco navale. Secondo le fonti citate dal quotidiano, i raid avrebbero lo scopo di sbloccare la situazione di stallo nei colloqui di pace. Il tycoon potrebbe anche riprendere una vera e propria campagna di bombardamenti, sebbene i funzionari abbiano affermato che questa ipotesi sia meno probabile, data la prospettiva di un’ulteriore destabilizzazione della regione.
Dopo un prolungato silenzio, Matteo Salvini ha finalmente detto la sua sulla sconfitta nelle elezioni ungheresi dell’amico Viktor Orban, spodestato dall’ex fedelissimo Peter Magyar: «Chiaro che dopo 15 anni di governo magari la gente ha anche voglia di cambiare, di provare e guardare altrove. Vedremo se l’opposizione riuscirà a fare almeno una parte di quanto ha fatto Orbán in passato». Il commento del segretario della Lega è arrivato dopo quello che aveva già espresso il Carroccio «Chi vota ha sempre ragione: gli elettori ungheresi hanno espresso una chiara preferenza e vanno rispettati», si legge in una nota di Via Bellerio. «Un abbraccio e un grande ringraziamento all’amico Orbán, vero patriota, e buon lavoro a chi, dopo oltre vent’anni tra i suoi più stretti collaboratori, oggi ha vinto le elezioni. E poi: «Per anni Bruxelles e la sinistra hanno dipinto Orbán come un “dittatore“, un “autocrate” e una “minaccia” ai diritti e alle libertà: il modo in cui ha accolto il risultato smentisce, nei fatti, la loro propaganda e dà loro, ancora una volta, una lezione di democrazia».
Claudio Descalzi, amministratore delegato di Eni, ritiene che «sia necessario sospendere il bando che scatterà il primo gennaio 2027 sui 20 miliardi di metri cubi di gnl (gas naturale liquefatto) che vengono dalla Russia». Il riferimento è al regolamento adottato dal Consiglio europeo per l’abbandono delle importazioni russe di metano. Il divieto totale entrerà in vigore a partire dall’inizio dell’anno prossimo, mentre quello per il gas da tubo scatterà il 30 settembre 2027 (il primo novembre se nel frattempo non saranno stati raggiunti gli obiettivi di riempimento in vista dell’inverno). L’obiettivo della sospensione auspicata dal manager sarebbe quello di non aggravare in Europa lo squilibrio fra domanda e offerta causato dal venir meno delle forniture di metano dal Medio Oriente. «Suggerirei inoltre, come sta dicendo il governo italiano, di rivedere anche l’Ets, la tassa su tutta l’industria pesante. Non dico che deve essere cancellata ma deve essere sospesa, oppure redistribuita, per non penalizzare ulteriormente un settore industriale che già paga molto l’energia», ha aggiunto Descalzi intervenendo alla scuola politica della Lega.
Durigon: «La sospensione dello stop al gas russo non è un tabù»
«L’Europa dovrebbe ascoltare bene le parole di Descalzi», ha dichiarato il senatore leghista Claudio Durigon, sottosegretario al ministero del Lavoro. «L’amministratore delegato di Eni, peraltro non un caso isolato nel mondo dei servizi energetici, parla di sospendere lo stop al gas russo. Le sue dichiarazioni, rilasciate nel corso della scuola della Lega sono preoccupanti. Ha snocciolato numeri che fanno presagire una crisi senza precedenti, con lavoratori e imprese che rischiano di fermarsi. Auspicare una riflessione sul gas russo, come noi sosteniamo da tempo, non è un tabù o un messaggio sovversivo ma una soluzione di buonsenso».
Schlein: «Assolutamente no, Putin ha scatenato una guerra»
Di opinione opposta il Partito democratico, con la segretaria Elly Schlein che ha rigettato la proposta di Descalzi. «Oggi come oggi, no, assolutamente no, siamo in mezzo ad una guerra scatenata dall’invasione criminale di Putin», ha detto a InOnda su La7.
AGI - E' uno dei giorni più attesi nell'indagine sulla strage di Crans Montana dove nella notte del primo giorno dell'anno morirono tra le fiamme 41 persone, la gran parte giovanissimi, al 'Le Constellation'.
Davanti ai pm di Sion c'è Nicholas Féraud, il sindaco del Comune che mai hai lasciato la carica promettendo che si sarebbe assunto le sue "responsabilità." Féraud è entrato da un'uscita "da dietro", riferisce chi è presente all'interrogatorio in cui, in linea teorica, potrebbe anche avvalersi della facoltà di non rispondere di fronte alle accuse di omicidio, lesioni e incendio colpose in concorso con gli altri indagati e, in particolare, con Jacques Moretti e Jessica Maric, i gestori del locale.
A gennaio le prime ammissioni
Il 6 gennaio, era stato lo stesso primo cittadino ad ammettere che i controlli sulla sicurezza nel bar discoteca non era stati svolti dalla sua amministrazione dal 2020 al 2025. II Comune aveva chiesto di costituirsi parte civile nel procedimento, un'istanza però bocciata dalla magistratura.
Il cellulare sequestrato
Féraud ha scelto di rispondere alle domande dei pubblici ministeri. Fonti legali riferiscono che gli è stato sequestrato il telefono cellulare come già accaduto con altri indagati attuali o ex funzionari del Comune sentiti nei giorni scorsi.
Dopo 16 anni è finito il regno di Viktor Orban: l’Ungheria ha un nuovo primo ministro: Péter Magyar. Ex fedelissimo dell’ormai ex premier, ha 45 anni ed è il leader di Tisza, finora il principale partito di opposizione, sempre di centrodestra ma più europeista di Fidesz. Ecco il profilo dell’uomo che ha sconfitto Orban.
Viktor Orban (Ansa).
Magyar è nato in una famiglia conservatrice di alto profilo
Magyar è nato il 16 marzo 1981 a Budapest, in una famiglia conservatrice dell’élite urbana di cui Orban ha sempre rimarcato di non far parte: il nonno era un noto avvocato e conduttore tv e la madre una giurista dell’Alta corte, mentre il fratello di sua nonna – nonché suo padrino di battesimo – era l’ex presidente della Repubblica Ferenc Mádl.
Entrato in Fidesz nel 2022, è stato sposato con l’ex ministra Varga
Di professione avvocato, Magyar è entrato in Fidesz nel 2002: quattro anni dopo, da praticante, partecipò alla rappresentanza legale gratuita dei manifestanti che erano stati picchiati dalla polizia durante il governo di sinistra di Ferenc Gyurcsany. Nel 2006 ha sposato la collega di partito Judit Varga, con cui poi si è trasferito per diversi anni a Bruxelles, lui con un incarico diplomatico e lei come assistente dell’eurodeputato János Áder. Nel 2015 ha ricevuto anche l’incarico di gestire i rapporti tra il Governo Orbán e il Parlamento europeo. La coppia, che intanto aveva avuto tre figli, era poi rientrata in Ungheria nel 2018: Magyar sarebbe entrato nel cda di diverse aziende di Stato, mentre Varga sarebbe arrivata nel 2019 ad assumere la carica di ministra della Giustizia.
Judit Varga (Ansa).
Lo strappo del 2024 e il dito puntato contro il governo di Orban
Tutto cambia a febbraio del 2024, quando esplode lo scandalo della grazia presidenziale concessa da Katalin Novák (alleata strettissima di Orbán) a un ex funzionario coinvolto in una vicenda di pedofilia. Varga, all’epoca ancora ministra della Giustizia (e già separata da Magyar) aveva controfirmato la grazia come previsto dalla procedura. Risultato? Dimissioni di Novak e ritiro di Varga dalla politica. Magyar, ancora formalmente dentro il sistema, colse la palla al balzo e in un durissimo post su Facebook accusò il governo di «nascondersi dietro le gonne delle donne» (dell’ex presidente e della sua ex moglie). Pochi giorni dopo annunciò le dimissioni da tutti gli incarichi pubblici, iniziando una campagna di denuncia contro la deriva del “sistema Orbán”. «Ho vissuto dentro la macchina per 20 anni e ora la racconto dall’interno», disse.
L’adesione a Tisza e l’exploit delle elezioni europee del 2024
A metà marzo 2024 Magyar annunciò l’intenzione di fondare un nuovo partito di opposizione. Alla fine decise alla fine di aderire al Partito del Rispetto e della Libertà (Tisza), già esistente, assumendone la leadership in vista delle Europee di quell’anno, in cui la formazione politica ottenne quasi il 30 per cento. Da allora eurodeputato e membro del Ppe, Magyar è infine riuscito a spodestare Orban. E in modo netto: Tisza ha infatti ottenuto la maggioranza dei due terzi in Parlamento, necessaria per abrogare le leggi dell’era Orbán.
Peter Magyar all’Europarlamento (Ansa).
Cosa aspettarsi da Magyar, più europeista di Orban ma pur sempre conservatore
Magyar si definisce un conservatore “anti-sistema”, nato e cresciuto all’interno di esso. In campagna elettorale ha promesso il ripristino dello stato di diritto, di combattere la corruzione, lo sblocco immediato dei fondi Ue congelati da Bruxelles e l’ingresso nell’eurozona entro il 2030, oltre alla riduzione della dipendenza energetica dalla Russia entro il 2035. Ma sul tema caldo dei migranti, Magyar intende essere ancor più duro del suo predecessore, con l’abolizione del programma dei lavoratori stranieri extra-UE. Sull’Ucraina la sua posizione è cauta: no alle armi a Kyiv e niente ingresso rapido nell’Ue.
Donald Trump spara a zero su Papa Leone, primo pontefice americano, definendolo «debole sul fronte della criminalità e pessimo in politica estera». In un post su Truth, il presidente Usa ha duramente attaccato il Santo Padre, affermando in primis che «parla della paura nei confronti dell’amministrazione Trump, ma non menziona la paura che la chiesa cattolica, e tutte le altre organizzazioni cristiane, hanno provato durante il Covid quando venivano arrestati sacerdoti, ministri di culto e chiunque altro per aver celebrato funzioni religiose». Il riferimento è alle dichiarazioni del pontefice che ha condannato la guerra durante una veglia di preghiera a San Pietro nelle stesse ore in cui Stati Uniti e Iran stavano tenendo colloqui di pace, poi falliti, in Pakistan.
On Orthodox Easter, President Trump attacked the Pope because the Pope is rightly against Trump’s war in Iran and then he posted this picture of himself as if he is replacing Jesus. This comes after last week’s post of his evil tirade on Easter and then threatening to kill an… pic.twitter.com/mq27jxJEnt
— Former Congresswoman Marjorie Taylor Greene (@FmrRepMTG) April 13, 2026
«Se non fossi alla Casa Bianca, Leone non sarebbe stato eletto Papa»
«Preferisco di gran lunga suo fratello Louis perché è totalmente Maga, lui ha capito tutto», ha insistito Trump, accusando Papa Leone di «ritenere accettabile che l’Iran possieda l’arma nucleare». E ancora: «Non voglio un Papa che trovi terribile il fatto che l’America abbia attaccato il Venezuela, un Paese che stava inviando enormi quantità di droga negli Stati Uniti e che, ancor peggio, stava svuotando le proprie carceri riversando nel nostro Paese assassini, spacciatori e criminali violenti. E non voglio un Papa che critichi il presidente americano poiché sto facendo esattamente ciò per cui sono stato eletto, con una vittoria schiacciante, vale a dire portare la criminalità ai minimi storici e creare il più grande mercato azionario della storia». Il tycoon ha perfino rivendicato il merito dell’elezione di Prevost a pontefice: «Leone dovrebbe essermi grato perché, come tutti sanno, la sua nomina è stata una sorpresa sconcertante. Non figurava in nessuna lista dei papabili ed è stato scelto dalla Chiesa esclusivamente perché americano. Si riteneva, infatti, che quello fosse il modo migliore per gestire il rapporto con il presidente Donald J. Trump. Se io non fossi alla Casa Bianca, Leone non sarebbe in Vaticano».
«Non faccia il politico, sta danneggiando la Chiesa»
«Purtroppo», ha proseguito Trump, «l’atteggiamento di Leone, troppo debole sul fronte della criminalità e su quello delle armi nucleari, non mi va affatto a genio. Né mi piace il fatto che incontri simpatizzanti di Obama come David Axelrod, un fallito della sinistra, uno di coloro che avrebbero voluto vedere arrestati fedeli e membri del clero». «Leone», ha concluso, «dovrebbe darsi una regolata nel suo ruolo di Papa, usare il buon senso, smettere di assecondare la sinistra radicale e concentrarsi sull’essere un Grande Papa, anziché un politico. Questo comportamento gli sta arrecando un danno gravissimo e, cosa ancora più importante, sta danneggiando la chiesa cattolica».
La sconfitta di Viktor Orbán è un nuovo tassello che può indebolire il centrodestra italiano. Anche se largamente atteso, il risultato del voto ungherese non aiuta Giorgia Meloni e Matteo Salvini, già in difficoltà dopo la débâcle del referendum sulla separazione delle carriere. È rumoroso il silenzio del capo leghista nella notte dopo lo spoglio a Budapest.
Salvini aveva risposto all’appello di Orbán e aveva partecipato a un evento organizzato dai Patrioti europei nella capitale ungherese a sostegno della ricandidatura del presidente uscente, il 23 marzo scorso.
Matteo Salvini e Viktor Orbán (Imagoeconomica).
Non si festeggia nemmeno in FdI
Ma anche dalle parti di Fratelli d’Italia non si festeggia. Il clima è tale che alcuni esponenti di spicco del partito, come Francesco Filini, sentono la necessità di usare il sarcasmo contro le opposizioni. Filini ha pubblicato sui social una vignetta di Giuseppe Conte ed Elly Schlein che esultano perché in Ungheria «ha vinto il centrodestra». «Vedere la sinistra che esulta per la vittoria di un esponente di destra è straordinario e ci dà la misura di quanto siano ridotti male», attacca.
Certo, Meloni si è congratulata immediatamente con Péter Magyar per la «chiara vittoria elettorale». Nel tweet, la premier è più onesta di Filini e ha tenuto a ricordare il legame che la lega a Orbán. «Ringrazio il mio amico Viktor Orbán», ha scritto, «per l’intensa collaborazione di questi anni e so che anche dall’opposizione continuerà a servire la sua nazione».
Congratulazioni per la chiara vittoria elettorale a Peter Magyar, al quale il governo italiano augura buon lavoro. Ringrazio il mio amico Viktor Orban per l’intensa collaborazione di questi anni, e so che anche dall'opposizione continuerà a servire la sua Nazione. Italia e…
Tajani soddisfatto per la vittoria di un esponente del Ppe
Chi invece può festeggiare senza problemi, reduce dall’incontro a Mediaset con Marina e Pier Silvio Berlusconi, è Antonio Tajani, dal momento che il trionfatore delle elezioni ungheresi siede nel suo stesso gruppo in Europa, il Ppe di Manfred Weber. «In un momento di grande incertezza, ancora una volta, il Partito Popolare Europeo viene scelto come forza rassicurante e garante della stabilità in Europa», ha rivendicato il segretario di FI. Ma nella coalizione non è l’unico a brindare. Anche Noi moderati di Maurizio Lupi appartiene al Ppe.
Antonio Tajani (X).
Nella Lega c’è chi brinda di nascosto…
E poi ci sono quei leghisti che, di nascosto, tengono il vino in fresco da settimane. In Veneto, qualcuno forse non era così felice di stappare un Prosecco da quando Roberto Vannacci ha lasciato la Lega. Non che in Lombardia non si brindi ai piani più alti: cambia solo il vino, rigorosamente Franciacorta. E anche dalle parti di Trieste c’è allegria. Forse se ne parlerà al consiglio federale. O forse no. Tutti pancia a terra per la quinta riunione convocata da Salvini sulla manifestazione dei Patrioti prevista in piazza Duomo sabato 18 aprile. Mancano pochi giorni all’evento e il segretario vuole la piazza piena. Il partito ha organizzato i bus gratuiti, i militanti ci saranno. Forse non ci sarà Orbán, a questo punto.
Matteo Salvini a un gazebo della Lega a Milano (Ansa).
Ucraina, Venezuela, Iran. A ogni guerra, a ogni crisi, pensiero e sguardo vanno anche verso l’Asia orientale con la stessa domanda: che cosa può accadere ora a Taiwan? I precedenti segnalano che le semplificazioni non funzionano: la tabella di marcia della Cina sembra essere in larga parte impermeabile alle crisi internazionali. Eppure, qualcosa in questa turbolenta contingenza globale si sta muovendo. Per ora non tanto sul fronte militare quanto su quello politico, visto che venerdì 10 aprile Xi Jinping ha ricevuto a Pechino Cheng Li-wun, leader dell’opposizione taiwanese e presidente del Kuomintang (KMT), partito con posizioni ultra dialoganti col Partito Comunista Cinese (PCC). Si tratta di un segnale rilevante inviato da Xi in mezzo alla guerra allargata in Medio Oriente, ma anche in previsione della visita di Donald Trump in Cina, prevista per metà maggio. Non solo. L’incontro arriva poche settimane dopo una rarissima “offerta” avanzata dal governo cinese a Taipei: stabilità energetica in cambio della «riunificazione pacifica». Una proposta impossibile da accettare per il Partito Progressista Democratico (DPP) e il presidente Lai Ching-te, che Pechino ritiene un «secessionista», ma che è stata messa sul tavolo per provare a influenzare un’opinione pubblica che sta perdendo fiducia nelle garanzie di sicurezza degli Stati Uniti. E qui, sì, c’entra direttamente la guerra di Usa e Israele contro l’Iran.
La presidente del Kuomintang Cheng Li-wun con Xi Jinping a Pechino il 10 aprile 2026 (Ansa).
Taiwan teme una distrazione strategica Usa e un calo del supporto militare
Il conflitto in Medio Oriente ha un effetto immediato sulla capacità degli Stati Uniti di proiettare potenza in più teatri contemporaneamente. Washington resta il principale garante della difesa di Taiwan, attraverso il Taiwan Relations Act e il supporto militare continuo, ma un coinvolgimento diretto contro l’Iran (che si somma a quello indiretto nella guerra in Ucraina) inevitabilmente assorbe risorse, attenzione politica e capacità militari. Questo comporta due conseguenze. La prima è psicologica, con la diffusione della percezione di «distrazione strategica». La seconda è più concreta, con gli arsenali militari messi già a dura prova dal conflitto contro l’Iran, come conferma la decisione di Washington di spostare alcuni dispositivi dal territorio dei suoi alleati in Asia orientale. È il caso di diversi sistemi missilistici Patriot e anti missilistici Thaad, ritirati dalla Corea del Sud per essere impiegati in Medio Oriente. A Taiwan si temono nuovi ritardi nelle già non tempestive consegne di armi acquistate dal governo. Taipei è ancora in attesa di oltre una ventina di pacchetti acquistati negli anni scorsi e non ancora giunti a destinazione. La nuova guerra potrebbe peggiorare la situazione, nonostante da Washington arrivino rassicurazioni.
Il presidente taiwanese Lai Ching-te (Ansa).
All’uso della forza Pechino preferisce la pressione politica ed economica
C’è chi crede che questi due elementi possano creare una finestra di opportunità per un’azione militare di Pechino su Taiwan. Si tratta però di una lettura parziale e che non coglie del tutto la complessità del tema. La Cina ha dimostrato più volte di non ragionare in termini opportunistici immediati, ma piuttosto in una logica di lungo periodo. A maggior ragione, questo accade su Taiwan, che il PCC considera una questione interna. Questo implica che l’uso della forza non rappresenta la prima opzione della leadership cinese. La guerra in Iran non spinge automaticamente la Cina ad agire militarmente, ma potrebbe rafforzare la sua strategia preferita: quella della pressione politica, economica e psicologica. Ed è proprio qui che si inserisce l’intensificarsi dei contatti tra il PCC e il KMT, culminati nell’incontro tra Xi e Cheng. Pechino sta cercando di ottenere risultati su Taiwan senza ricorrere alla guerra, sfruttando il dialogo con la parte politica che si oppone all’indipendenza di Taipei e facendo leva sulle divisioni interne di una politica taiwanese che vive una fase di ultra polarizzazione.
Xi Jinping (Imagoeconomica).
La guerra in Iran rafforza la narrazione globale cinese
Dal punto di vista taiwanese, la guerra in Iran genera una doppia pressione. Da un lato, aumenta il senso di vulnerabilità, rafforzando le argomentazioni di chi sostiene la necessità di un forte riarmo e di un legame più stretto con gli Stati Uniti. Dall’altro lato, alimenta il timore di essere trascinati in una crisi globale o, peggio, di essere “sacrificati” in un eventuale negoziato tra grandi potenze. D’altronde, la guerra in Medio Oriente sta contribuendo a rafforzare la narrazione globale della Cina, che sta cercando di posizionarsi come attore responsabile e stabilizzatore, contrapponendosi a un’immagine degli Stati Uniti come potenza interventista e destabilizzante.
L’iper-attivismo della diplomazia cinese
La diplomazia cinese è stata raramente attiva come in questa fase. Restando alle ultime settimane, Pechino ha avanzato insieme alPakistan un piano di pace in cinque punti sulla guerra in Medio Oriente, svolgendo anche una mediazione dietro le quinte con l’Iran per raggiungere la tregua con Washington. Il ministro degli Esteri Wang Yi ha tenuto quasi 30 colloqui con tutti i Paesi della regione, Iran e Israele compresi. Non solo. A Urumqi, nello Xinjiang, sono stati ospitati colloqui tra Pakistan e Afghanistan, nel tentativo di mettere fine a un’altra crisi regionale che si è aperta negli scorsi mesi. E ancora: nei prossimi giorni saranno a Pechino sia il premier spagnolo Pedro Sanchez (parallelamente a una parziale distensione nei rapporti con l’Unione Europea) che il presidente vietnamita To Lam, figura chiave degli equilibri del Sud-Est asiatico. E ancora: contestualmente all’incontro tra Xi e Cheng, Wang si è recato in Corea del Nord per la prima volta dopo sette anni. Una visita che potrebbe aprire a un vertice tra Xi e Kim Jong-un. Nulla è casuale. Xi userà con ogni probabilità la riapertura del canale con Pyongyang e, soprattutto, quella con l’opposizione di Taiwan per assumere una posizione di forza quando incontrerà Trump.
Il ministro degli Esteri cinese Wang Yi (Ansa).
Il messaggio di Xi a Trump: Taiwan è una «questione interna»
In che senso? Qualche settimana fa, il presidente americano ha dichiarato che avrebbe discusso con Xi della vendita di armi a Taiwan. Un’uscita senza precedenti che sembra disattendere le garanzie delle Sei Assicurazioni (1982) di Ronald Reagan a Taipei, che includono anche la promessa di non discutere con Pechino del supporto di difesa all’isola. Ospitare Cheng e parlare di «sviluppo pacifico» delle relazioni andando verso un «futuro radioso di unione» tra le due sponde dello Stretto significa dire a Washington che Pechino ha appoggi politici a Taipei e che Taiwan è una «questione interna» della Cina, su cui al massimo la Casa Bianca dovrebbe esprimere supporto per una soluzione pacifica, interrompendo dunque la vendita di armi e i colloqui con il governo del DPP.
Donald Trump e Xi Jinping al vertice di Gyeongju in Corea del Sud (Ansa).
Le ripercussioni economiche della chiusura di Hormuz
Attenzione anche alla dimensione economica. Con la guerra e le chiusure dello Stretto di Hormuz, stanno aumentando i prezzi dell’energia e nel caso il conflitto si prolungasse ci sarebbero effetti ancora più rilevanti sulle catene di approvvigionamento. Taiwan, nodo cruciale nella produzione globale di chip, diventerebbe ancora più centrale, e allo stesso tempo più esposta. Tutto questo può rafforzare la voce di chi, come il KMT, sostiene che serva un riavvicinamento a Pechino. Ma, allo stesso tempo, può rafforzare quella di chi vede queste manovre come un rischio e una erosione di sovranità. L’incertezza, interna ed esterna, è tanta nel triangolo asimmetrico Taipei-Pechino-Washington. E la guerra in Iran sembra destinata a rafforzarla ulteriormente.