Piemonte, Lombardia e Liguria inseguono le Olimpiadi estive

AGI - Le Regioni Piemonte, Lombardia e Liguria, insieme alle Città di Torino, Milano e Genova, annunciano l'avvio di un percorso congiunto volto a valutare la possibilità di presentare una candidatura unitaria del Nord-Ovest italiano per ospitare una futura edizione dei Giochi Olimpici e Paralimpici estivi. Le istituzioni promotrici si sono riunite oggi per un primo incontro operativo, avviando formalmente il confronto e lasciando aperto il calendario dei prossimi appuntamenti.

L'iniziativa nasce dalla volontà di valorizzare la vocazione sportiva, infrastrutturale e internazionale di tre territori fortemente connessi tra loro, capaci di mettere a sistema competenze, impianti sportivi, infrastrutture di mobilità e una consolidata esperienza nell'organizzazione di grandi eventi. L'asse Torino-Milano-Genova rappresenta infatti uno dei sistemi urbani più dinamici d'Europa, caratterizzato da una forte integrazione economica, culturale e logistica.

Sostenibilità e riuso delle infrastrutture

Un elemento centrale della possibile candidatura è rappresentato dall'impegno a costruire un progetto fortemente orientato alla sostenibilità ambientale ed economica, in linea con le più recenti indicazioni del Comitato Internazionale Olimpico. L'obiettivo è valorizzare in larga parte infrastrutture e impianti già esistenti, limitando al minimo nuove costruzioni e privilegiando il riuso di strutture sportive, universitarie e fieristiche già presenti nei territori interessati con il coinvolgimento anche delle imprese protagoniste di questo territorio. Un modello olimpico diffuso che riduca l'impatto ambientale, ottimizzi le risorse pubbliche e generi benefici concreti e duraturi per le comunità locali.

Esperienza e competenze del nord-ovest

A rafforzare questa prospettiva vi è inoltre la solida esperienza nell'organizzazione di grandi eventi internazionali maturata negli ultimi anni dalle città e dalle regioni coinvolte. Dal patrimonio organizzativo delle Olimpiadi invernali di Torino 2006 all'esperienza di Milano e Cortina 2026, passando per grandi eventi sportivi, culturali e fieristici ospitati stabilmente tra Torino, Milano e Genova, il Nord-Ovest italiano dispone di competenze amministrative, tecniche e logistiche di primo livello, nonché di un sistema infrastrutturale e di mobilità tra i più avanzati del Paese.

Fase preliminare e orizzonte temporale

Le istituzioni coinvolte intendono ora avviare una fase preliminare di confronto e approfondimento con il Comitato Olimpico Nazionale Italiano, con il Governo, con il mondo dello sport, con le università e con i principali stakeholder territoriali, con l'obiettivo di verificare la fattibilità di una candidatura per una futura edizione dei Giochi Olimpici estivi, con un primo orizzonte temporale rappresentato dalle Olimpiadi del 2036 o, in alternativa, da quelle del 2040. In questa fase iniziale verrà costituito un primo gruppo operativo interistituzionale composto dai sei Capi di Gabinetto delle amministrazioni coinvolte, con il compito di avviare l'istruttoria preliminare e supportare la definizione del percorso di candidatura.

Evoluzione del modello olimpico territoriale

La scelta di promuovere una candidatura condivisa tra più città e regioni è pienamente coerente con l'evoluzione del modello olimpico, sempre più orientato a valorizzare progetti territoriali integrati, capaci di distribuire gli eventi su più poli urbani, utilizzare infrastrutture già presenti e generare benefici diffusi nel tempo. "L'obiettivo - sottolineano congiuntamente le istituzioni promotrici - è costruire una proposta credibile, sostenibile e innovativa che metta al centro lo sport, i giovani e la cooperazione tra territori, rafforzando al contempo la vocazione internazionale del Paese e la capacità di promuovere l'Italia nel mondo attraverso un grande progetto condiviso. Il Nord-Ovest italiano possiede tutte le caratteristiche per diventare un grande palcoscenico olimpico diffuso, capace di unire città, regioni e comunità attorno ai valori universali dello sport". Il percorso avviato rappresenta una prima fase di studio e di dialogo istituzionale: eventuali decisioni formali sulla candidatura saranno assunte al termine delle valutazioni tecniche e del confronto con le istituzioni nazionali e con il movimento sportivo.

Trump ha respinto la proposta dell’Iran sullo stop all’arricchimento dell’uranio

Donald Trump ha respinto la proposta dell’Iran di una sospensione massima di cinque anni dei suoi piani di arricchimento dell’uranio, a fronte dei 20 anni richiesti dalla delegazione Usa nei negoziati che si sono tenuti in Pakistan nel fine settimana, definiti dal tycoon «un fallimento». Lo riporta il New York Times, citando due alti funzionari di Teheran e da uno di Washington.

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Trump ha respinto la proposta dell’Iran sullo stop all’arricchimento dell’uranio
La conferenza stampa di JD Vance sulla tv pachistana dopo i colloqui di Islamabad (Ansa).

JD Vance: «La palla è davvero nel loro campo»

Il funzionario americano ha spiegato che gli Stati Uniti hanno anche chiesto all’Iran di rimuovere dal Paese l’uranio altamente arricchito. Teheran, tuttavia, insiste affinché il materiale fissile resti nella Repubblica Islamica e ha controproposto di diluirlo in modo significativo in modo che non possa essere usato per la produzione di un’arma nucleare. Il vicepresidente Usa JD Vance, intervistato da Fox News, ha detto che «la palla è davvero nel loro campo» e che «la grande incognita, d’ora in avanti, è se gli iraniani dimostreranno sufficiente flessibilità».

Trump ha respinto la proposta dell’Iran sullo stop all’arricchimento dell’uranio
Donald Trump (Ansa).

Possibili nuovi colloqui in Pakistan prima della fine della tregua

Dopo il no di Trump alla proposta dell’Iran sullo stop all’arricchimento dell’uranio sono comunque iniziate discussioni sull’opportunità di tenere un nuovo ciclo di negoziati in presenza, sempre a Islamabad e prima della fine del cessate il fuoco, anche se non è ancora stato tracciato alcun piano definitivo. «Il Pakistan si è offerto di ospitare un secondo round di colloqui tra Stati Uniti e Iran a Islamabad nei prossimi giorni», scrive Associated Press citando due funzionari di Islamabad. La proposta, hanno sottolineato, dipenderà dalla richiesta, da parte di Washington e Teheran, di una sede diversa.

Trump e l’attacco al Papa, dopo il silenzio arriva la condanna di Meloni

È arrivato nella tarda serata di lunedì 13 aprile il commento di Giorgia Meloni sull’attacco di Donald Trump a Papa Leone. «Trovo inaccettabili le parole del presidente Trump nei confronti del Santo Padre. Pensavo che il senso della mia dichiarazione di questa mattina fosse chiaro, ma lo ribadisco con maggiore chiarezza», ha affermato la premier condannando e stigmatizzando le affermazioni del tycoon, che aveva definito il pontefice «debole» sulla politica estera. «Il Papa è il capo della Chiesa Cattolica, ed è giusto e normale che invochi la pace e che condanni ogni forma di guerra», ha sottolineato Meloni, ringraziando poi Leone, a nome suo e del governo, «per il buon esito del viaggio apostolico che lo condurrà per la prima volta in Africa e che lo porterà a toccare quattro nazioni, ovvero Algeria, Camerun, Angola e Guinea Equatoriale». «Possa il ministero del Santo Padre favorire la composizione dei conflitti e il ritorno della pace, interna e tra le nazioni, nel solco del percorso tracciato dai suoi predecessori, e dare sostegno e conforto alle comunità cristiane che avrà modo di incontrare durante il viaggio», ha aggiunto. «L’Italia continuerà a fare la propria parte per favorire la costruzione di un nuovo modello di cooperazione con il continente africano e per sostenere la pace, lo sviluppo e il benessere dei popoli».

Ventenne ucciso per errore a Napoli, fermati due giovani

AGI - A Napoli l'ultimo saluto a Fabio Ascione nella chiesa dei Santi Pietro e Paolo di Ponticelli. I funerali del ventenne incensurato ucciso all’alba dello scorso 7 aprile da un proiettile esploso accidentalmente, dovevano essere in forma privata, per motivi di ordine pubblico, secondo una prima valutazione della Questura di Napoli, che ha poi autorizzato la celebrazione pubblica, vietando tuttavia lo svolgimento del corteo funebre.

La svolta nelle indagini è giunta con il fermo di due sospettati, entrambi ritenuti vicini al clan De Micco: Francesco Pio Autiero, 23 anni, già noto alle forze dell'ordine, e un diciassettenne. Autiero si è costituito presso le autorità accompagnato dal proprio legale, rendendo ammissioni che hanno portato all'individuazione del complice minorenne.

La dinamica: una "stesa" terminata in tragedia

Secondo la ricostruzione degli inquirenti, supportata dalle immagini delle telecamere di sorveglianza, la morte di Ascione sarebbe l'epilogo di una sequenza criminale iniziata poco prima del delitto. Autiero, in sella a uno scooter condotto dal diciassettenne, avrebbe preso parte a uno scontro a fuoco in via Carlo Miranda a Napoli contro esponenti del gruppo Veneruso-Rea di Volla, che viaggiavano a bordo di un'auto. Successivamente, i due si sono avvicinati a un bar del quartiere dove Ascione si trovava con alcuni amici per fare colazione, dopo aver terminato il turno di lavoro in una sala bingo. In quel frangente, Autiero avrebbe brandito la pistola e, forse nell'atto di mostrare l'arma, ha esploso inavvertitamente un colpo che ha centrato il ventenne al torace, uccidendolo. I reati contestati ai due fermati sono, a vario titolo, omicidio, porto e detenzione illegale di armi e pubblica intimidazione con uso di armi; tutte fattispecie aggravate dal metodo e dalle finalità mafiose. Il maggiorenne è stato trasferito nel carcere di Secondigliano, mentre il minore si trova nel centro di prima accoglienza dei Colli Aminei di Napoli.

L'addio della città

La comunità di Ponticelli e le associazioni locali si sono strette attorno alla famiglia di Fabio, rivendicando con forza l'estraneità del giovane a contesti malavitosi. Alla cerimonia funebre, officiata dall'arcivescovo di Napoli, Domenico Battaglia, è prevista la partecipazione del vicesindaco Laura Lieto e di una delegazione del comitato anticamorra. All'interno della chiesa, la bara bianca è stata accolta dal pianto della madre Rita e dalla presenza dei colleghi di lavoro del ragazzo, che hanno indossato la maglia azzurra della sala bingo in segno di omaggio. Sulla bara, accanto a una corona di fiori e rose bianche, è stata posta la foto del ventenne, simbolo di una vita spezzata da una violenza a cui era totalmente estraneo.

Crisi Iran-Usa: il negoziato che non c’è e il vero piano di Trump

Ventuno ore di negoziati, una sala sfarzosa a Islamabad, un vicepresidente americano che sale sul podio e annuncia il fallimento. JD Vance lascia il Pakistan con un’«offerta finale e migliore» che gli iraniani non avrebbero mai potuto accettare. Non perché siano irragionevoli, ma perché non era un’offerta: era un diktat. Una «classic walk-out move» dal manuale di Trump, come l’ha definita Kamran Bokhari del Middle East Policy Council. Un copione già scritto.

Crisi Iran-Usa: il negoziato che non c’è e il vero piano di Trump
La conferenza stampa di JD Vance dopo i colloqui di Islamabad (Ansa).

Perché quello tra Usa e Iran non è stato un negoziato

Chiunque abbia dimestichezza con la diplomazia sa come funziona un negoziato reale. Settimane prima del tavolo, gli sherpa delle delegazioni si scambiano documenti, posizioni, linee rosse. Viene costruita una mappa dei punti negoziabili e di quelli inderogabili. A Islamabad non è successo nulla di tutto questo. Washington ha presentato una lista di richieste massimaliste – rinuncia totale al nucleare, smantellamento degli impianti, apertura incondizionata di Hormuz, abbandono dei proxy, restituzione niente – sapendo che Teheran non le avrebbe mai accettate. La delegazione iraniana contava 70 esperti; quella americana si reggeva su Vance e pochi collaboratori. Non è un tavolo, è un’asimmetria progettuale. Trump lo ha detto con la consueta brutalità: «Voglio tutto. Non il 90 per cento, non il 95. Voglio tutto». Non è una posizione negoziale. È la voce del più inaffidabile interlocutore che la comunità internazionale ricordi, un uomo che usa le trattative come copertura logistica mentre i suoi C-17 scaricano marines e armamenti nel Golfo.

Crisi Iran-Usa: il negoziato che non c’è e il vero piano di Trump
Il presidente del parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf con il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif a Islamabad (Ansa).

Il sospetto di un’invasione di terra imminente

Perché il punto è esattamente questo. La trattativa non è mai stata una trattativa. È diplomazia coercitiva allo stato puro: costruisci un’apparenza di negoziato per guadagnare tempo, riposizioni le forze sul terreno, poi chiudi il teatrino e colpisci. L’analista Claudio Verzola, su Difesa Online, lo ha scritto il 30 marzo scorso con una precisione che oggi suona profetica: incrociando la deadline politica, le fasi lunari, le maree sizigiali e le condizioni meteo, la finestra ottimale per un raid anfibio su Kharg Island – il nodo da cui transita il 90 per cento dell’export petrolifero iraniano – cade nella notte tra il 16 e il 17 aprile. Luna nuova, oscurità totale, alta marea che favorisce i mezzi da sbarco. La USS Tripoli è in teatro con 3.500 marines, la 82ª Aviotrasportata è dispiegata, un secondo gruppo anfibio è in avvicinamento.

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Un’immagine satellitare di Kharg island in Iran (Ansa).

Lunedì il CENTCOM ha reso operativo il blocco navale dei porti iraniani e ha chiuso lo Stretto di Hormuz. La luna non mente, le maree non negoziano, e i movimenti di truppe parlano più di qualsiasi conferenza stampa. Quello che Trump non capisce – o finge di non capire, troppo impegnato a trattare le relazioni internazionali come un racket immobiliare – è un principio elementare che il politologo Ted Robert Gurr ha codificato mezzo secolo fa: le popolazioni possono sopportare la privazione più estrema, la miseria, la guerra, ma ciò che le fa rivoltare è la percezione dell’ingiustizia. Non è la sofferenza assoluta a generare resistenza, è lo scarto tra ciò che un popolo crede di meritare e ciò che gli viene imposto. Bombardi per 40 giorni, poi chiedi la resa incondizionata: non stai negoziando, stai cementando il consenso attorno al regime avversario.

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Donald Trump (Ansa).

L’arsenale ancora intatto di Teheran

E difatti la maggior parte del mondo islamico – con la parziale eccezione delle monarchie del Golfo, che hanno le loro ragioni per stare zitte – è compatto dietro l’Iran. Anche perché con cosa pretende di negoziare, Washington? L’Iran, nonostante cinque settimane di bombardamenti, dispone ancora di un arsenale che l’intelligence americana stessa, secondo il Wall Street Journal, definisce composto da migliaia di missili balistici nascosti in basi sotterranee a 500 metri di profondità, impenetrabili persino al GBU-57, la bomba anti-bunker più potente dell’arsenale Usa. Il rapporto JINSA del 6 marzo stima che Teheran sia entrata in guerra con circa 2.000 missili a medio raggio e tra 6.000 e 8.000 a corto raggio, cui vanno sommati razzi d’artiglieria, missili cruise e anti-nave, droni per un arsenale complessivo che supera ampiamente le diecimila unità. Israele calcola ancora oltre 1.000 MRBM operativi. E la Cina, secondo indiscrezioni, si preparerebbe a inviare sistemi di difesa aerea. Non è il profilo di un avversario prossimo alla resa.

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Un missile iraniano caduto in Cisgiordania (Ansa).

L’Europa resta alla finestra nonostante i venti di recessione

E l’Europa? L’Europa sta a guardare mentre la sua economia va in pezzi. Il Brent è schizzato il 13 aprile a 102 dollari con un balzo dell’8 per cento, il WTI ha superato i 104, il gas europeo è salito del 17 per cento. Goldman Sachs avverte che se Hormuz resta chiuso un altro mese, il Brent medierà sopra i 100 dollari per tutto il 2026. La Bce ha già congelato i tagli dei tassi e rivisto al rialzo le stime d’inflazione. La Germania va verso la recessione tecnica, l’Italia la segue. Shell ha avvertito che l’Europa potrebbe restare a corto di carburante già in aprile. Intanto Giorgia Meloni telefona ad Al Sisi per esprimere «sostegno ai negoziati». Pigola. L’Italia avrebbe bisogno di una voce che pesi sui tavoli che contano, non di comunicati stampa da Palazzo Chigi che sembrano esercizi di calligrafia diplomatica.

Lo scontro con Papa Leone XIV

L’unico che ruggisce davvero è il Papa, che di nome fa Leone e di fatto lo dimostra. Ha definito «inaccettabile» la minaccia di Trump di cancellare una civiltà intera. Ha denunciato il «delirio di onnipotenza» durante la veglia per la pace in San Pietro. Ha detto ai fedeli americani di alzare il telefono e chiamare i loro congressisti per chiedere la fine della guerra. E così Trump lo ha attaccato, definendolo «debole e pessimo in politica estera», preferendogli il fratello Louis perché «totalmente MAGA». ». La risposta più bruciante non è arrivata dal Vaticano, ma da Teheran: il portavoce del ministero degli Esteri iraniano Esmaeil Baqaei ha scritto su X che insultare Papa Leone «non è solo anticristiano, ma è un attacco sfacciato a un responsabile impegno per la pace, la giustizia e l’umanità», citando le Beatitudini del Vangelo.

Siamo al paradosso finale: la Repubblica islamica difende il Papa dalle aggressioni del presidente degli Stati Uniti. Ecco il livello: il presidente degli Stati Uniti insulta il Papa perché osa chiedere la pace.

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Papa Leone XIV (Ansa).

Gli scenari possibili

E chi gli dà retta? La matrice degli scenari è nera in ogni declinazione. Raid su Kharg a mercati chiusi: Brent verso 130-140 dollari, recessione europea entro il terzo trimestre. Blocco prolungato: inflazione al 5 per cento in Europa, recessione in Germania e Italia. Accordo parziale: Brent a 85-90, ma rischio geopolitico strutturale. Escalation verticale: Brent oltre 150, crisi alimentare nel Golfo, contagio ai mercati emergenti asiatici. Come scrive Verzola, questa non è la fine della crisi: è un «momento transitorio e cinetico». Tradotto: la pausa prima dell’impatto.

Crisi Iran-Usa: il negoziato che non c’è e il vero piano di Trump
Il post di Donald Trump in versione Gesù pubblicato su Truth e poi cancellato.

Leucemia infantile, ecco come cellule sopravvivono per anni

AGI - Una fusione anomala tra due geni, che non è presente nei genitori ma può avvenire durante lo sviluppo fetale, è all'origine di un'alterazione genetica che blocca la crescita di cellule potenzialmente tumorali. Tale blocco rende al contempo tali cellule più resistenti al normale ricambio e rinnovamento dei precursori dei linfociti, creando di fatto una lunga fase pre-leucemica silente. È quanto emerge dai risultati, pubblicati sulla rivista scientifica Cell Death Discovery, di uno studio condotto da un gruppo di ricercatori di Fondazione Tettamanti e Università di Milano-Bicocca, con la collaborazione dell'Università di Padova.

L'attività di ricerca della Fondazione Tettamanti e del suo Centro di ricerca, oggetto di questo studio, è stata svolta nel contesto della convenzione con la Fondazione IRCCS San Gerardo dei Tintori per lo svolgimento di progetti di ricerca congiunti. I risultati aprono la strada a possibili strategie per colpire queste cellule prima che evolvano in leucemia conclamata o causino recidive. In molti casi la leucemia linfoblastica acuta a precursori B è associata a un'alterazione cromosomica che porta due geni, normalmente separati, a unirsi. Il risultato è una proteina anomala che altera il funzionamento delle cellule del sangue, non ancora tumorali, e per questo rappresenta uno dei primi eventi molecolari nella storia naturale della malattia.

Persistenza nel midollo osseo e rischio leucemia

Le cellule non proliferano rapidamente, ma riescono a persistere nel midollo osseo per periodi più lunghi del normale. Aumentano così nel tempo le probabilità che tali cellule acquisiscano ulteriori alterazioni genetiche in grado di portare alla leucemia. Inoltre, diventano un potenziale serbatoio biologico di cellule potenzialmente tumorali anche dopo una diagnosi e i trattamenti terapeutici, contribuendo alla comparsa di recidive. Denise Acunzo e Mayla Bertagna, ricercatrici presso la Fondazione Tettamanti, sono entrambe autrici dell'articolo pubblicato. Acunzo osserva: "Quest'alterazione cromosomica è presente nel 2-5% dei neonati sani, ma solo una piccola parte dei portatori (circa l'1%) sviluppa effettivamente la leucemia prima dell'età adulta".

La fase di latenza e la senescenza indotta

Continua Bertagna: "Questo studio ci aiuta a comprendere meglio come le cellule pre-leucemiche riescano a sopravvivere per anni nel midollo osseo prima della comparsa della malattia". Chiara Palmi, project leader di Fondazione Tettamanti, aggiunge: "Si tratta di capire come fanno queste cellule a resistere e nascondersi nel midollo osseo". Giovanni Cazzaniga, professore associato di Genetica medica presso l'Università di Milano-Bicocca, commenta: "Questo studio si inserisce nel contesto dello studio della pre-leucemia, ovvero di cosa succede nella fase di latenza tra i primi eventi molecolari e la manifestazione clinica della malattia". Per studiare cosa accade nelle primissime fasi, i ricercatori hanno analizzato cellule murine in cui l'alterazione genetica attiva uno stato noto come senescenza indotta da oncogene.

Meccanismi di resistenza e farmaci senolitici

Generalmente tale stato è considerato un meccanismo di difesa dell'organismo, perché blocca la proliferazione cellulare. In questo contesto, tuttavia, la senescenza assume un ruolo opposto: le cellule preleucemiche smettono di dividersi, ma acquisiscono una maggiore resistenza all'apoptosi, il processo di morte cellulare programmata. Riescono così a sopravvivere anche in presenza di stress genetici. I ricercatori hanno esplorato possibili strategie per eliminare le cellule pre-leucemiche: in particolare hanno valutato l'efficacia di alcune molecole chiamate senolitiche, ossia farmaci in grado di colpire selettivamente cellule in stato di senescenza. Lo studio è stato sostenuto da Fondazione AIRC per la Ricerca sul Cancro, Fondazione Cariplo e Fondazione Maria Letizia Verga.

Mps, il giallo BlackRock alla vigilia dell’assemblea sul rinnovo del Cda

Alla vigilia dell’assemblea che mercoledì 15 aprile dovrà rinnovare il consiglio di amministrazione del Monte dei Paschi, spunta un’indiscrezione che sa di mossa tattica più che di notizia: BlackRock avrebbe deciso di votare a favore della lista promossa da Plt Holding che candida l’ex ad Luigi Lovaglio. Fonti anonime, si precisa. Nessuna conferma dalla società americana. 

Mps, il giallo BlackRock alla vigilia dell’assemblea sul rinnovo del Cda
Luigi Lovaglio (Imagoeconomica).

Più di una fuga di notizie, sembra un’operazione di influenza

Il problema è esattamente questo. BlackRock non anticipa mai il proprio orientamento di voto prima delle assemblee. È prassi consolidata, non un’abitudine. Il fatto che la notizia circoli ora, alimentata da fonti che non si identificano, puzza di operazione d’influenza più che di fuga di notizie. Qualcuno vuole orientare il voto. O almeno provarci. Che serva a poco è probabile. Il mercato ha già dato il suo verdetto: ISS e Glass Lewis, i due principali proxy advisor mondiali, si sono già espressi entrambi a favore della lista del board che candida Fabrizio Palermo al ruolo di ad.  

Mps, il giallo BlackRock alla vigilia dell’assemblea sul rinnovo del Cda
Fabrizio Palermo (Imagoeconomica).

I dubbi sul peso reale di BlackRock

Ma c’è un altro dettaglio che rende l’episodio ancora più curioso. Secondo quanto risulta, potrebbe esserci una differenza sostanziale tra il pacchetto azionario complessivamente disponibile del fondo e le azioni effettivamente depositate in assemblea. Il che significa che, anche ammettendo che l’indicazione fosse vera e confermata, il peso reale del voto di BlackRock potrebbe essere inferiore a quello suggerito dalla notizia.  Due anomalie in una: una fonte anonima che rivela un orientamento che BlackRock non ha mai anticipato, su un pacchetto che potrebbe essere più leggero di quanto sembri.  

Mps, il giallo BlackRock alla vigilia dell’assemblea sul rinnovo del Cda
Il logo di BlackRock (Imagoeconomica).

Barelli si dimette da capogruppo di Forza Italia alla Camera

Paolo Barelli lascia l’incarico di presidente del gruppo di Forza Italia alla Camera dei deputati. Lo ha reso noto lo stesso esponente azzurro, spiegando di aver convocato l’assemblea del gruppo parlamentare forzista a Montecitorio per la serata di martedì 14 aprile: «In quella sede, considerando conclusa la mia esperienza di presidente, formulerò una proposta per la successione a questo incarico. È mia ferma intenzione continuare con la stessa intensità il mio impegno politico e il mio sostegno al governo guidato da Giorgia Meloni». Proprio oggi Barelli si era recato a Palazzo Chigi, ufficialmente per incontrare alcuni funzionari e discutere di provvedimenti legati alla sanità, smentendo con i cronisti all’esterno della sede del governo l’ipotesi di dimissioni. Per Forza Italia si tratta del cambio di capogruppo in Parlamento nel giro di poco tempo: Stefania Craxi aveva infatti già sostituito Maurizio Gasparri al Senato.

Crédit Agricole Italia, accordo con Giovani imprenditori di Confindustria per far nascere nuove imprese

Crédit Agricole Italia e i Giovani imprenditori di Confindustria hanno avviato una collaborazione triennale finalizzata a sostenere la crescita del nuovo tessuto imprenditoriale italiano. L’accordo ha preso il via a Borgo Egnazia, in occasione del convegno nazionale Voci, e mira a rafforzare il patrimonio di competenze delle giovani imprese, con particolare attenzione a internazionalizzazione, transizione tecnologica e sostenibilità. L’istituto bancario guidato dall’amministratore delegato e senior country officer Hugues Brasseur affiancherà il movimento prendendo parte ai principali appuntamenti associativi, tra cui i tradizionali convegni di Rapallo e Capri, oltre all’incontro pugliese. Sul piano operativo, la collaborazione metterà a disposizione strumenti finanziari, servizi di consulenza e l’accesso al network internazionale del gruppo, con l’obiettivo di consolidare le competenze industriali e manageriali e di accompagnare le iniziative imprenditoriali verso percorsi di crescita più strutturati, rafforzando così la competitività delle aziende guidate dalle nuove leve dell’impresa.

Morti sospette in ambulanza, si indaga su 6 possibili omicidi

AGI - Sono in totale sei i casi di decesso di anziani che la procura di Forlì attribuisce a Luca Spada, l'autista di ambulanza 27enne originario di Meldola arrestato sabato con l'accusa di aver provocato la morte dell'85enne Deanna Mambelli, deceduta il 25 novembre 2025 dopo quella che gli inquirenti ritengono un'iniezione d'aria tramite accesso venoso.

Secondo gli inquirenti, l'ex operatore della Croce Rossa avrebbe agito approfittando della vulnerabilità delle vittime, in violazione dei doveri legati al servizio svolto, ai danni di pazienti e con modalità ritenute insidiose. Per il primo episodio oggetto della misura cautelare, la procura ipotizza anche la premeditazione, circostanza che la gip Ilaria Rosati non ha però riconosciuto.

Le indagini sulla pianificazione e i messaggi

Per l'accusa, un possibile indice della pianificazione è in un messaggio inviato il 17 novembre a un collega, nel quale Spada prospettava l'intenzione di "fare una lunga" per "far fuori qualcuno". Un elemento che, secondo il giudice, non prova in modo univoco una scelta anticipata, risultando compatibile anche con un proposito maturato sul momento o con una semplice preparazione del gesto. Nell'ordinanza emergono inoltre intercettazioni dai toni cinici, con frasi sugli anziani ritenuti "destinati a morire" e riferimenti a decessi durante i turni. Gli investigatori segnalano anche contatti con ambienti di onoranze funebri. Tra gli elementi a carico figura infine la testimonianza di una collega, che ha riferito dell'uso anomalo in ambulanza di strumenti come siringhe e bisturi, ipotizzando che l'indagato potesse introdurre aria nei cateteri dei pazienti durante i trasporti.

I sistemi di videosorveglianza e le segnalazioni

Incontrando la stampa, il procuratore Enrico Cieri ha spiegato che sull'ambulanza erano stati installati sistemi di videosorveglianza dopo segnalazioni riservate dei carabinieri su "un'abnorme mortalità nei trasporti secondari affidati a questo signore". Tuttavia, proprio nel caso Mambelli, "ahinoi la telecamera non ha funzionato" e, nonostante i servizi degli investigatori, "i carabinieri hanno pedinato questa ambulanza senza essere in grado di capire cosa era successo all'interno".

Il movente e i legami con il settore funebre

La Procura ha chiarito che "c'è un solo indagato, non ci sono altre persone"; quanto al movente "non lo sappiamo, costituirà oggetto di successivi accertamenti", ha sottolineato Cieri. Tra gli elementi al vaglio anche i presunti legami dell'indagato con il settore funebre: "Aveva rapporti con imprese, ne fa menzione anche lui". Dopo l'arresto è stata sequestrata una divisa in un'agenzia, che però "non ha trattato nessuno dei morti contestati", è stato sottolineato.

Profilo psicologico e ipotesi di serialità

Gli inquirenti stanno inoltre approfondendo il quadro complessivo: "stiamo lavorando ad un profilo psicologico", ha detto Cieri, aggiungendo che le verifiche procedono "ad ampio spettro, anche sul fronte patrimoniale", mentre resta sullo sfondo l'ipotesi investigativa di una possibile serialità nei decessi. L'ipotesi è che gli anziani venissero uccisi tramite iniezioni d'aria. Una modalità questa che potrebbe rendere difficoltosa la raccolta di elementi di prova concreti specialmente negli altri cinque casi oggetto di sospetto da parte degli inquirenti.