Claudio Calabi entrerà nel nuovo cda di Cairo Communication. L’Assemblea degli azionisti è stata convocata per il 7 maggio. Una nomina, quella di Calabi, che corona un rapporto ventennale con il patron di Rcs. Nel 2022 fu proprio grazie alla mediazione del manager che Urbano Cairo riuscì a sotterrare l’ascia di guerra con Blackstone e riacquistare la sede storica del Corriere della Sera in via Solferino 28. Oltre a Calabi e Cairo, della lista presentata dal socio U.T Communications spa che detiene il 44,59 per cento della società fanno parte anche Uberto Fornara, Marco Pompignoli, Roberto Cairo, Laura Maria Cairo, Federico Giuseppe Cairo, Luisa Maria Virginia Collina, Laura Guazzoni, Cesira Russo.
Claudio Calabi (Imagoeconomica).
Da Rcs al Sole 24 Ore: chi è Claudio Calabi
Classe 1948, Calabi dallo scorso 23 dicembre è presidente di Arepo Fiduciaria, società controllata da Banca Profilo. Esperto in ristrutturazioni e rilanci aziendali – dopo il Pandoro gate nel 2024 è stato nominato amministratore unico di Fenice al posto di Chiara Ferragni – è stato amministratore delegato di grandi gruppi italiani come Rcs Editori, Camuzzi, I Viaggi del Ventaglio, Il Sole 24 Ore e Risanamento. È stato anche membro del cda e presidente del comitato esecutivo di Banca Carige, membro del cda del San Raffaele e presidente con deleghe di Capital Dev.
Chiuso l’accordo sul nuovo capogruppo di Forza Italia alla Camera dopo le dimissioni di Paolo Barelli. A guidare i parlamentari azzurri a Montecitorio sarà Enrico Costa, mentre Barelli sarà viceministro ai Rapporti con il Parlamento, incarico ora ricoperto da Matilde Siracusano. L’effetto domino porterà quest’ultima ai Beni Culturali, dove siedeva l’attuale ministro del Turismo Gianmarco Mazzi. Il nuovo incarico, poiché senza portafoglio, permetterà a Barelli di mantenere la presidenza di Federnuoto, cosa che non sarebbe stata possibile in caso di suo dirottamento al Mimit. Valentino Valentini, attuale viceministro del dicastero di via Veneto, resterà quindi al suo posto.
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha nominato Erin Browne, dirigente senior di Pimco, come sottosegretario al Tesoro per gli Affari internazionali. Lo riporta il Financial Times. Browne guida le strategie di asset allocation di Pimco dal 2018. Se la sua nomina fosse confermata dal Congresso, sarebbe responsabile delle politiche economiche legate al G7 e al G20 – che quest’anno sarà ospitato dagli Stati Uniti – nonché di quelle sulla finanza internazionale, sul debito e sul commercio in generale. Il sottosegretario gestisce anche la partecipazione del Paese al Fondo monetario internazionale e alla Banca mondiale. Pimco ha affermato in una nota interna visionata dal Financial Times che Browne «rimarrà pienamente impegnata e collaborerà sia con i clienti che con i colleghi fino al completamento del processo di conferma». Il chief investment officer Daniel Ivascyn e il ceo Manny Roman si sono detti «onorati che continui l’orgoglioso record di Pimco di vedere colleghi selezionati per ricoprire ruoli chiave in cariche pubbliche».
AGI - Le Regioni Piemonte, Lombardia e Liguria, insieme alle Città di Torino, Milano e Genova, annunciano l'avvio di un percorso congiunto volto a valutare la possibilità di presentare una candidatura unitaria del Nord-Ovest italiano per ospitare una futura edizione dei Giochi Olimpici e Paralimpici estivi. Le istituzioni promotrici si sono riunite oggi per un primo incontro operativo, avviando formalmente il confronto e lasciando aperto il calendario dei prossimi appuntamenti.
L'iniziativa nasce dalla volontà di valorizzare la vocazione sportiva, infrastrutturale e internazionale di tre territori fortemente connessi tra loro, capaci di mettere a sistema competenze, impianti sportivi, infrastrutture di mobilità e una consolidata esperienza nell'organizzazione di grandi eventi. L'asse Torino-Milano-Genova rappresenta infatti uno dei sistemi urbani più dinamici d'Europa, caratterizzato da una forte integrazione economica, culturale e logistica.
Sostenibilità e riuso delle infrastrutture
Un elemento centrale della possibile candidatura è rappresentato dall'impegno a costruire un progetto fortemente orientato alla sostenibilità ambientale ed economica, in linea con le più recenti indicazioni del Comitato Internazionale Olimpico. L'obiettivo è valorizzare in larga parte infrastrutture e impianti già esistenti, limitando al minimo nuove costruzioni e privilegiando il riuso di strutture sportive, universitarie e fieristiche già presenti nei territori interessati con il coinvolgimento anche delle imprese protagoniste di questo territorio. Un modello olimpico diffuso che riduca l'impatto ambientale, ottimizzi le risorse pubbliche e generi benefici concreti e duraturi per le comunità locali.
Esperienza e competenze del nord-ovest
A rafforzare questa prospettiva vi è inoltre la solida esperienza nell'organizzazione di grandi eventi internazionali maturata negli ultimi anni dalle città e dalle regioni coinvolte. Dal patrimonio organizzativo delle Olimpiadi invernali di Torino 2006 all'esperienza di Milano e Cortina 2026, passando per grandi eventi sportivi, culturali e fieristici ospitati stabilmente tra Torino, Milano e Genova, il Nord-Ovest italiano dispone di competenze amministrative, tecniche e logistiche di primo livello, nonché di un sistema infrastrutturale e di mobilità tra i più avanzati del Paese.
Fase preliminare e orizzonte temporale
Le istituzioni coinvolte intendono ora avviare una fase preliminare di confronto e approfondimento con il Comitato Olimpico Nazionale Italiano, con il Governo, con il mondo dello sport, con le università e con i principali stakeholder territoriali, con l'obiettivo di verificare la fattibilità di una candidatura per una futura edizione dei Giochi Olimpici estivi, con un primo orizzonte temporale rappresentato dalle Olimpiadi del 2036 o, in alternativa, da quelle del 2040. In questa fase iniziale verrà costituito un primo gruppo operativo interistituzionale composto dai sei Capi di Gabinetto delle amministrazioni coinvolte, con il compito di avviare l'istruttoria preliminare e supportare la definizione del percorso di candidatura.
Evoluzione del modello olimpico territoriale
La scelta di promuovere una candidatura condivisa tra più città e regioni è pienamente coerente con l'evoluzione del modello olimpico, sempre più orientato a valorizzare progetti territoriali integrati, capaci di distribuire gli eventi su più poli urbani, utilizzare infrastrutture già presenti e generare benefici diffusi nel tempo. "L'obiettivo - sottolineano congiuntamente le istituzioni promotrici - è costruire una proposta credibile, sostenibile e innovativa che metta al centro lo sport, i giovani e la cooperazione tra territori, rafforzando al contempo la vocazione internazionale del Paese e la capacità di promuovere l'Italia nel mondo attraverso un grande progetto condiviso. Il Nord-Ovest italiano possiede tutte le caratteristiche per diventare un grande palcoscenico olimpico diffuso, capace di unire città, regioni e comunità attorno ai valori universali dello sport". Il percorso avviato rappresenta una prima fase di studio e di dialogo istituzionale: eventuali decisioni formali sulla candidatura saranno assunte al termine delle valutazioni tecniche e del confronto con le istituzioni nazionali e con il movimento sportivo.
Donald Trump ha respinto la proposta dell’Iran di una sospensione massima di cinque anni dei suoi piani di arricchimento dell’uranio, a fronte dei 20 anni richiesti dalla delegazione Usa nei negoziati che si sono tenuti in Pakistan nel fine settimana, definiti dal tycoon «un fallimento». Lo riporta il New York Times, citando due alti funzionari di Teheran e da uno di Washington.
La conferenza stampa di JD Vance sulla tv pachistana dopo i colloqui di Islamabad (Ansa).
JD Vance: «La palla è davvero nel loro campo»
Il funzionario americano ha spiegato che gli Stati Uniti hanno anche chiesto all’Iran di rimuovere dal Paese l’uranio altamente arricchito. Teheran, tuttavia, insiste affinché il materiale fissile resti nella Repubblica Islamica e ha controproposto di diluirlo in modo significativo in modo che non possa essere usato per la produzione di un’arma nucleare. Il vicepresidente Usa JD Vance, intervistato da Fox News, ha detto che «la palla è davvero nel loro campo» e che «la grande incognita, d’ora in avanti, è se gli iraniani dimostreranno sufficiente flessibilità».
Donald Trump (Ansa).
Possibili nuovi colloqui in Pakistan prima della fine della tregua
Dopo il no di Trump alla proposta dell’Iran sullo stop all’arricchimento dell’uranio sono comunque iniziate discussioni sull’opportunità di tenere un nuovo ciclo di negoziati in presenza, sempre a Islamabad e prima della fine del cessate il fuoco, anche se non è ancora stato tracciato alcun piano definitivo. «Il Pakistan si è offerto di ospitare un secondo round di colloqui tra Stati Uniti e Iran a Islamabad nei prossimi giorni», scrive Associated Press citando due funzionari di Islamabad. La proposta, hanno sottolineato, dipenderà dalla richiesta, da parte di Washington e Teheran, di una sede diversa.
È arrivato nella tarda serata di lunedì 13 aprile il commento di Giorgia Meloni sull’attacco di Donald Trump a Papa Leone. «Trovo inaccettabili le parole del presidente Trump nei confronti del Santo Padre. Pensavo che il senso della mia dichiarazione di questa mattina fosse chiaro, ma lo ribadisco con maggiore chiarezza», ha affermato la premier condannando e stigmatizzando le affermazioni del tycoon, che aveva definito il pontefice «debole» sulla politica estera. «Il Papa è il capo della Chiesa Cattolica, ed è giusto e normale che invochi la pace e che condanni ogni forma di guerra», ha sottolineato Meloni, ringraziando poi Leone, a nome suo e del governo, «per il buon esito del viaggio apostolico che lo condurrà per la prima volta in Africa e che lo porterà a toccare quattro nazioni, ovvero Algeria, Camerun, Angola e Guinea Equatoriale». «Possa il ministero del Santo Padre favorire la composizione dei conflitti e il ritorno della pace, interna e tra le nazioni, nel solco del percorso tracciato dai suoi predecessori, e dare sostegno e conforto alle comunità cristiane che avrà modo di incontrare durante il viaggio», ha aggiunto. «L’Italia continuerà a fare la propria parte per favorire la costruzione di un nuovo modello di cooperazione con il continente africano e per sostenere la pace, lo sviluppo e il benessere dei popoli».
AGI - A Napoli l'ultimo saluto a Fabio Ascione nella chiesa dei Santi Pietro e Paolo di Ponticelli. I funerali del ventenne incensurato ucciso all’alba dello scorso 7 aprile da un proiettile esploso accidentalmente, dovevano essere in forma privata, per motivi di ordine pubblico, secondo una prima valutazione della Questura di Napoli, che ha poi autorizzato la celebrazione pubblica, vietando tuttavia lo svolgimento del corteo funebre.
La svolta nelle indagini è giunta con il fermo di due sospettati, entrambi ritenuti vicini al clan De Micco: Francesco Pio Autiero, 23 anni, già noto alle forze dell'ordine, e un diciassettenne. Autiero si è costituito presso le autorità accompagnato dal proprio legale, rendendo ammissioni che hanno portato all'individuazione del complice minorenne.
La dinamica: una "stesa" terminata in tragedia
Secondo la ricostruzione degli inquirenti, supportata dalle immagini delle telecamere di sorveglianza, la morte di Ascione sarebbe l'epilogo di una sequenza criminale iniziata poco prima del delitto. Autiero, in sella a uno scooter condotto dal diciassettenne, avrebbe preso parte a uno scontro a fuoco in via Carlo Miranda a Napoli contro esponenti del gruppo Veneruso-Rea di Volla, che viaggiavano a bordo di un'auto. Successivamente, i due si sono avvicinati a un bar del quartiere dove Ascione si trovava con alcuni amici per fare colazione, dopo aver terminato il turno di lavoro in una sala bingo. In quel frangente, Autiero avrebbe brandito la pistola e, forse nell'atto di mostrare l'arma, ha esploso inavvertitamente un colpo che ha centrato il ventenne al torace, uccidendolo. I reati contestati ai due fermati sono, a vario titolo, omicidio, porto e detenzione illegale di armi e pubblica intimidazione con uso di armi; tutte fattispecie aggravate dal metodo e dalle finalità mafiose. Il maggiorenne è stato trasferito nel carcere di Secondigliano, mentre il minore si trova nel centro di prima accoglienza dei Colli Aminei di Napoli.
L'addio della città
La comunità di Ponticelli e le associazioni locali si sono strette attorno alla famiglia di Fabio, rivendicando con forza l'estraneità del giovane a contesti malavitosi. Alla cerimonia funebre, officiata dall'arcivescovo di Napoli, Domenico Battaglia, è prevista la partecipazione del vicesindaco Laura Lieto e di una delegazione del comitato anticamorra. All'interno della chiesa, la bara bianca è stata accolta dal pianto della madre Rita e dalla presenza dei colleghi di lavoro del ragazzo, che hanno indossato la maglia azzurra della sala bingo in segno di omaggio. Sulla bara, accanto a una corona di fiori e rose bianche, è stata posta la foto del ventenne, simbolo di una vita spezzata da una violenza a cui era totalmente estraneo.
Ventuno ore di negoziati, una sala sfarzosa a Islamabad, un vicepresidente americano che sale sul podio e annuncia il fallimento. JD Vance lascia il Pakistan con un’«offerta finale e migliore» che gli iraniani non avrebbero mai potuto accettare. Non perché siano irragionevoli, ma perché non era un’offerta: era un diktat. Una «classic walk-out move» dal manuale di Trump, come l’ha definita Kamran Bokhari del Middle East Policy Council. Un copione già scritto.
La conferenza stampa di JD Vance dopo i colloqui di Islamabad (Ansa).
Perché quello tra Usa e Iran non è stato un negoziato
Chiunque abbia dimestichezza con la diplomazia sa come funziona un negoziato reale. Settimane prima del tavolo, gli sherpa delle delegazioni si scambiano documenti, posizioni, linee rosse. Viene costruita una mappa dei punti negoziabili e di quelli inderogabili. A Islamabad non è successo nulla di tutto questo. Washington ha presentato una lista di richieste massimaliste – rinuncia totale al nucleare, smantellamento degli impianti, apertura incondizionata di Hormuz, abbandono dei proxy, restituzione niente – sapendo che Teheran non le avrebbe mai accettate. La delegazione iraniana contava 70 esperti; quella americana si reggeva su Vance e pochi collaboratori. Non è un tavolo, è un’asimmetria progettuale. Trump lo ha detto con la consueta brutalità: «Voglio tutto. Non il 90 per cento, non il 95. Voglio tutto». Non è una posizione negoziale. È la voce del più inaffidabile interlocutore che la comunità internazionale ricordi, un uomo che usa le trattative come copertura logistica mentre i suoi C-17 scaricano marines e armamenti nel Golfo.
Il presidente del parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf con il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif a Islamabad (Ansa).
Il sospetto di un’invasione di terra imminente
Perché il punto è esattamente questo. La trattativa non è mai stata una trattativa. È diplomazia coercitiva allo stato puro: costruisci un’apparenza di negoziato per guadagnare tempo, riposizioni le forze sul terreno, poi chiudi il teatrino e colpisci. L’analista Claudio Verzola, su Difesa Online, lo ha scritto il 30 marzo scorso con una precisione che oggi suona profetica: incrociando la deadline politica, le fasi lunari, le maree sizigiali e le condizioni meteo, la finestra ottimale per un raid anfibio su Kharg Island – il nodo da cui transita il 90 per cento dell’export petrolifero iraniano – cade nella notte tra il 16 e il 17 aprile. Luna nuova, oscurità totale, alta marea che favorisce i mezzi da sbarco. La USS Tripoli è in teatro con 3.500 marines, la 82ª Aviotrasportata è dispiegata, un secondo gruppo anfibio è in avvicinamento.
Un’immagine satellitare di Kharg island in Iran (Ansa).
Lunedì il CENTCOM ha reso operativo il blocco navaledei porti iraniani e ha chiuso lo Stretto di Hormuz. La luna non mente, le maree non negoziano, e i movimenti di truppe parlano più di qualsiasi conferenza stampa. Quello che Trump non capisce – o finge di non capire, troppo impegnato a trattare le relazioni internazionali come un racket immobiliare – è un principio elementare che il politologo Ted Robert Gurr ha codificato mezzo secolo fa: le popolazioni possono sopportare la privazione più estrema, la miseria, la guerra, ma ciò che le fa rivoltare è la percezione dell’ingiustizia. Non è la sofferenza assoluta a generare resistenza, è lo scarto tra ciò che un popolo crede di meritare e ciò che gli viene imposto. Bombardi per 40 giorni, poi chiedi la resa incondizionata: non stai negoziando, stai cementando il consenso attorno al regime avversario.
Donald Trump (Ansa).
L’arsenale ancora intatto di Teheran
E difatti la maggior parte del mondo islamico – con la parziale eccezione delle monarchie del Golfo, che hanno le loro ragioni per stare zitte – è compatto dietro l’Iran. Anche perché con cosa pretende di negoziare, Washington? L’Iran, nonostante cinque settimane di bombardamenti, dispone ancora di un arsenale che l’intelligence americana stessa, secondo il Wall Street Journal, definisce composto da migliaia di missili balistici nascosti in basi sotterranee a 500 metri di profondità, impenetrabili persino al GBU-57, la bomba anti-bunker più potente dell’arsenale Usa. Il rapporto JINSA del 6 marzo stima che Teheran sia entrata in guerra con circa 2.000 missili a medio raggio e tra 6.000 e 8.000 a corto raggio, cui vanno sommati razzi d’artiglieria, missili cruise e anti-nave, droni per un arsenale complessivo che supera ampiamente le diecimila unità. Israele calcola ancora oltre 1.000 MRBM operativi. E la Cina, secondo indiscrezioni, si preparerebbe a inviare sistemi di difesa aerea. Non è il profilo di un avversario prossimo alla resa.
Un missile iraniano caduto in Cisgiordania (Ansa).
L’Europa resta alla finestra nonostante i venti di recessione
E l’Europa? L’Europa sta a guardare mentre la sua economia va in pezzi. Il Brent è schizzato il 13 aprile a 102 dollari con un balzo dell’8 per cento, il WTI ha superato i 104, il gas europeo è salito del 17 per cento. Goldman Sachs avverte che se Hormuz resta chiuso un altro mese, il Brent medierà sopra i 100 dollari per tutto il 2026. La Bce ha già congelato i tagli dei tassi e rivisto al rialzo le stime d’inflazione. La Germania va verso la recessione tecnica, l’Italia la segue. Shell ha avvertito che l’Europa potrebbe restare a corto di carburante già in aprile. Intanto Giorgia Meloni telefona ad Al Sisi per esprimere «sostegno ai negoziati». Pigola. L’Italia avrebbe bisogno di una voce che pesi sui tavoli che contano, non di comunicati stampa da Palazzo Chigi che sembrano esercizi di calligrafia diplomatica.
Lo scontro con Papa Leone XIV
L’unico che ruggisce davvero è il Papa, che di nome fa Leone e di fatto lo dimostra. Ha definito «inaccettabile» la minaccia di Trump di cancellare una civiltà intera. Ha denunciato il «delirio di onnipotenza» durante la veglia per la pace in San Pietro. Ha detto ai fedeli americani di alzare il telefono e chiamare i loro congressisti per chiedere la fine della guerra. E così Trump lo ha attaccato, definendolo «debole e pessimo in politica estera», preferendogli il fratello Louis perché «totalmente MAGA». ». La risposta più bruciante non è arrivata dal Vaticano, ma da Teheran: il portavoce del ministero degli Esteri iraniano Esmaeil Baqaei ha scritto su X che insultare Papa Leone «non è solo anticristiano, ma è un attacco sfacciato a un responsabile impegno per la pace, la giustizia e l’umanità», citando le Beatitudini del Vangelo.
In an era when the thunder of bombs and the clamor of warlords and aggressors weigh heavily on the world’s conscience, the words of Pope Leo XIV echo the profound call of the Gospel: “Blessed are the peacemakers.”
Siamo al paradosso finale: la Repubblica islamica difende il Papa dalle aggressioni del presidente degli Stati Uniti. Ecco il livello: il presidente degli Stati Uniti insulta il Papa perché osa chiedere la pace.
Papa Leone XIV (Ansa).
Gli scenari possibili
E chi gli dà retta? La matrice degli scenari è nera in ogni declinazione. Raid su Kharg a mercati chiusi: Brent verso 130-140 dollari, recessione europea entro il terzo trimestre. Blocco prolungato: inflazione al 5 per cento in Europa, recessione in Germania e Italia. Accordo parziale: Brent a 85-90, ma rischio geopolitico strutturale. Escalation verticale: Brent oltre 150, crisi alimentare nel Golfo, contagio ai mercati emergenti asiatici. Come scrive Verzola, questa non è la fine della crisi: è un «momento transitorio e cinetico». Tradotto: la pausa prima dell’impatto.
Il post di Donald Trump in versione Gesù pubblicato su Truth e poi cancellato.
AGI - Una fusione anomala tra due geni, che non è presente nei genitori ma può avvenire durante lo sviluppo fetale, è all'origine di un'alterazione genetica che blocca la crescita di cellule potenzialmente tumorali. Tale blocco rende al contempo tali cellule più resistenti al normale ricambio e rinnovamento dei precursori dei linfociti, creando di fatto una lunga fase pre-leucemica silente. È quanto emerge dai risultati, pubblicati sulla rivista scientifica Cell Death Discovery, di uno studio condotto da un gruppo di ricercatori di Fondazione Tettamanti e Università di Milano-Bicocca, con la collaborazione dell'Università di Padova.
L'attività di ricerca della Fondazione Tettamanti e del suo Centro di ricerca, oggetto di questo studio, è stata svolta nel contesto della convenzione con la Fondazione IRCCS San Gerardo dei Tintori per lo svolgimento di progetti di ricerca congiunti. I risultati aprono la strada a possibili strategie per colpire queste cellule prima che evolvano in leucemia conclamata o causino recidive. In molti casi la leucemia linfoblastica acuta a precursori B è associata a un'alterazione cromosomica che porta due geni, normalmente separati, a unirsi. Il risultato è una proteina anomala che altera il funzionamento delle cellule del sangue, non ancora tumorali, e per questo rappresenta uno dei primi eventi molecolari nella storia naturale della malattia.
Persistenza nel midollo osseo e rischio leucemia
Le cellule non proliferano rapidamente, ma riescono a persistere nel midollo osseo per periodi più lunghi del normale. Aumentano così nel tempo le probabilità che tali cellule acquisiscano ulteriori alterazioni genetiche in grado di portare alla leucemia. Inoltre, diventano un potenziale serbatoio biologico di cellule potenzialmente tumorali anche dopo una diagnosi e i trattamenti terapeutici, contribuendo alla comparsa di recidive. Denise Acunzo e Mayla Bertagna, ricercatrici presso la Fondazione Tettamanti, sono entrambe autrici dell'articolo pubblicato. Acunzo osserva: "Quest'alterazione cromosomica è presente nel 2-5% dei neonati sani, ma solo una piccola parte dei portatori (circa l'1%) sviluppa effettivamente la leucemia prima dell'età adulta".
La fase di latenza e la senescenza indotta
Continua Bertagna: "Questo studio ci aiuta a comprendere meglio come le cellule pre-leucemiche riescano a sopravvivere per anni nel midollo osseo prima della comparsa della malattia". Chiara Palmi, project leader di Fondazione Tettamanti, aggiunge: "Si tratta di capire come fanno queste cellule a resistere e nascondersi nel midollo osseo". Giovanni Cazzaniga, professore associato di Genetica medica presso l'Università di Milano-Bicocca, commenta: "Questo studio si inserisce nel contesto dello studio della pre-leucemia, ovvero di cosa succede nella fase di latenza tra i primi eventi molecolari e la manifestazione clinica della malattia". Per studiare cosa accade nelle primissime fasi, i ricercatori hanno analizzato cellule murine in cui l'alterazione genetica attiva uno stato noto come senescenza indotta da oncogene.
Meccanismi di resistenza e farmaci senolitici
Generalmente tale stato è considerato un meccanismo di difesa dell'organismo, perché blocca la proliferazione cellulare. In questo contesto, tuttavia, la senescenza assume un ruolo opposto: le cellule preleucemiche smettono di dividersi, ma acquisiscono una maggiore resistenza all'apoptosi, il processo di morte cellulare programmata. Riescono così a sopravvivere anche in presenza di stress genetici. I ricercatori hanno esplorato possibili strategie per eliminare le cellule pre-leucemiche: in particolare hanno valutato l'efficacia di alcune molecole chiamate senolitiche, ossia farmaci in grado di colpire selettivamente cellule in stato di senescenza. Lo studio è stato sostenuto da Fondazione AIRC per la Ricerca sul Cancro, Fondazione Cariplo e Fondazione Maria Letizia Verga.
Alla vigilia dell’assemblea che mercoledì 15 aprile dovrà rinnovare il consiglio di amministrazione del Monte dei Paschi, spunta un’indiscrezione che sa di mossa tattica più che di notizia: BlackRock avrebbe deciso di votare a favore della lista promossa da Plt Holding che candida l’ex ad Luigi Lovaglio. Fonti anonime, si precisa. Nessuna conferma dalla società americana.
Luigi Lovaglio (Imagoeconomica).
Più di una fuga di notizie, sembra un’operazione di influenza
Il problema è esattamente questo. BlackRock non anticipa mai il proprio orientamento di voto prima delle assemblee. È prassi consolidata, non un’abitudine. Il fatto che la notizia circoli ora, alimentata da fonti che non si identificano, puzza di operazione d’influenza più che di fuga di notizie. Qualcuno vuole orientare il voto. O almeno provarci. Che serva a poco è probabile. Il mercato ha già dato il suo verdetto: ISS e Glass Lewis, i due principali proxy advisor mondiali, si sono già espressi entrambi a favore della lista del board che candida Fabrizio Palermo al ruolo di ad.
Fabrizio Palermo (Imagoeconomica).
I dubbi sul peso reale di BlackRock
Ma c’è un altro dettaglio che rende l’episodio ancora più curioso. Secondo quanto risulta, potrebbe esserci una differenza sostanziale tra il pacchetto azionario complessivamente disponibile del fondo e le azioni effettivamente depositate in assemblea. Il che significa che, anche ammettendo che l’indicazione fosse vera e confermata, il peso reale del voto di BlackRock potrebbe essere inferiore a quello suggerito dalla notizia. Due anomalie in una: una fonte anonima che rivela un orientamento che BlackRock non ha mai anticipato, su un pacchetto che potrebbe essere più leggero di quanto sembri.