Trump ancora contro il Papa: «Qualcuno gli dica che l’Iran ha ucciso 42 mila innocenti»

Nuovo attacco di Trump al Papa. Dopo averlo definito debole sul piano della politica estera, accusandolo di «ritenere accettabile che l’Iran possieda l’arma nucleare», il tycoon torna a tuonare contro Leone XIV: «Qualcuno può per favore dirgli che l’Iran ha ucciso almeno 42 mila manifestanti innocenti e completamente disarmati negli ultimi due mesi, e che per l’Iran possedere una bomba nucleare è assolutamente inaccettabile? Grazie per l’attenzione. L’America è tornata», ha scritto in un post su Truth. Il pontefice non ha ancora replicato.

Trump ha detto che la guerra in Iran «è molto vicina alla fine»

Intervistato dalla conduttrice di Fox News Maria Bartiromo, Donald Trump ha detto che il conflitto con l’Iran è «molto vicino alla fine», anticipando la possibilità di un nuovo round di colloqui tra Washington e Teheran, con la mediazione del Pakistan, questa settimana o all’inizio della prossima. In tale ottica, il presidente Usa ha aggiunto che, in questo momento, non sta pensando a una proroga del cessate il fuoco con l’Iran, in scadenza il 21 aprile.

Trump: «Se attaccassimo ora ci metterebbero 20 anni a ricostruire»

Trump ha inoltre detto che un eventuale attacco diretto contro l’Iran avrebbe avuto conseguenze devastanti per la Repubblica Islamica: «Se partissimo in questo momento esatto, ci metterebbero 20 anni a ricostruire il loro Paese». Così sui nuovi colloqui che si dovrebbero tenere a Islamabad: «Potrebbe finire bene o male, ma penso che un accordo sia meglio perché poi potranno ricostruire». Teheran, ha aggiunto, adesso è «determinata a raggiungere un’intesa». Quanto agli attacchi già avvenuti, Trump ha dichiarato: «Ho dovuto cambiare direzione perché se non lo avessi fatto oggi avremmo un Iran con l’arma atomica e se l’avessero avuta oggi chiameremmo tutti in quel Paese ‘signori’ e non credo che lo vogliamo».

Trump ha detto che la guerra in Iran «è molto vicina alla fine»
JD Vance (Ansa).

Il vicepresidente Vance: «Trump vuole un grande accordo con l’Iran»

Dovrebbe essere di nuovo il vicepresidente degli Stati Uniti, JD Vance, a guidare la delegazione Usa se ci sarà un secondo round di colloqui con l’Iran dopo quelli dello scorso fine settimana a Islamabad. Lo anticipa la Cnn, citando fonti stando alle quali a un eventuale secondo incontro dovrebbero essere presenti anche l’inviato di Trump, Steve Witkoff, e Jared Kushner, genero del tycoon. «Il motivo per cui l’accordo non è stata ancora raggiunto sta nel fatto che il presidente vuole davvero un’intesa per cui l’Iran non abbia armi nucleari», ha dichiarato Vance. Trump, ha sottolineato, «non vuole con Teheran un “piccolo accordo”, ma “il grande accordo”».

Roma, 13 arresti per droga: c’è anche ex boss della Banda della Magliana

Le forze dell’ordine hanno eseguito 13 arresti a Roma per traffico di droga, porto abusivo di armi, ricettazione, tentato omicidio e lesioni. Tra i destinatari dell’ordinanza, che dispone la custodia cautelare per tutti, c’è anche Raffaele Pernasetti, storico esponente della Banda della Magliana, che torna in carcere. Per gli investigatori, grazie alla sua vicinanza con alcuni autorevoli componenti del clan Senese e di una cosca di ‘ndrangheta, avrebbe favorito l’approvvigionamento della droga che veniva poi venduta nelle piazze di spaccio del Trullo, Corviale, Magliana Nuova, Monteverde Nuovo e Garbatella di Roma. È anche accusato di aver picchiato e minacciato con una pistola alla testa un meccanico per un debito di droga. Avrebbe infatti tentato di farsi consegnare 8 mila euro come corrispettivo di una pregressa vendita di sostanze stupefacenti e, poiché le minacce non andavano a buon fine, avrebbe ordinato a un gruppo di tre persone di punire il debitore che, il 25 marzo 2024, è stato attinto da tre colpi d’arma da fuoco alle gambe in via Pian delle Torri, nel quartiere Magliana.

Garante a chi? Perché la Cina ridimensiona il suo ruolo in Medio Oriente

Mostrarsi attivi, senza esporsi. Indicare la strada, senza legarsi alla sua effettiva percorrenza. La Cina fa pesare il suo ruolo di (parziale) mediatrice, mirando a rafforzare le credenziali di potenza responsabile, specchio riflesso dell’instabilità portata dagli Stati Uniti. Sia sul piano commerciale, coi dazi, sia su quello politico e strategico, con la cattura di Nicolás Maduro in Venezuela e l’attacco contro l’Iran in rapida successione.

Garante a chi? Perché la Cina ridimensiona il suo ruolo in Medio Oriente
Donald Trump col presidente cinese Xi Jinping (foto Ansa).

Negli ultimi giorni, in molti avevano iniziato a convergere su un punto: Pechino, agendo dietro le quinte, avrebbe avuto un ruolo decisivo nel convincere Teheran ad accettare il cessate il fuoco. Una versione rafforzata anche dalle dichiarazioni dell’ex presidente americano Donald Trump, secondo cui i cinesi avrebbero contribuito a portare l’Iran al tavolo negoziale. Eppure, proprio da ambienti vicini alla comunicazione ufficiale della Repubblica popolare è arrivata una smentita che ridimensiona il ruolo giocato dalla potenza asiatica.

Pechino non vuole assumersi il peso politico della tregua

Secondo un articolo pubblicato dall’account WeChat Yuyuantantian, legato alla televisione di Stato cinese, le ricostruzioni su un ipotetico intervento decisivo della Cina sarebbero una «generalizzazione» costruita per scaricare su Pechino il peso politico della tregua. E, soprattutto, per includerla tra le parti direttamente coinvolte nel conflitto.

Garante a chi? Perché la Cina ridimensiona il suo ruolo in Medio Oriente
Un missile iraniano caduto in Cisgiordania (Ansa).

Il punto centrale è evitare una responsabilità formale. La Cina non vuole essere percepita come il garante della tregua, né della sicurezza regionale, né tantomeno dell’eventuale riapertura dello Stretto di Hormuz. Il motivo? Pechino vuole mantenere una “giusta distanza” dall’Iran, senza compromettere i rapporti con gli altri Paesi del Golfo e senza rischiare di legare la sua immagine a un eventuale fallimento del cessate il fuoco.

Xi Jinping preferisce restare il facilitatore, non diventare l’arbitro

In altre parole, Xi Jinping vuole restare un facilitatore, non un arbitro. Una differenza sostanziale, che gli consente di preservare tra flessibilità diplomatica e credibilità internazionale. Accettare il ruolo di garante significherebbe assumersi il rischio politico di eventuali violazioni della tregua, di nuove escalation o di un mancato ripristino della navigazione nello Stretto di Hormuz, snodo vitale per il commercio energetico globale.

Garante a chi? Perché la Cina ridimensiona il suo ruolo in Medio Oriente
Il presidente cinese Xi Jinping (foto Ansa).

Contestualmente, la Cina ha bisogno di farsi vedere coinvolta in una fase di iperattivismo diplomatico. Un modo per mostrarsi sempre disponibile a parlare con tutti, a partire dalle parti in causa coinvolte direttamente nella guerra in Medio Oriente, pur senza salire sul palcoscenico nel ruolo di protagonista. Il governo cinese ha intensificato i contatti con tutti gli attori regionali, dialogando contemporaneamente con Iran, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e partner europei. Il ministro degli Esteri Wang Yi ha condotto una fitta rete di colloqui, mentre il presidente Xi ha ricevuto il principe ereditario di Abu Dhabi, Mohamed bin Zayed Al Nahyan, ribadendo la volontà di mantenere un equilibrio tra Teheran e i Paesi del Golfo e lanciando quattro principi per la pace in Medio Oriente.

Un’iniziativa per la pace promossa assieme al Pakistan

Parallelamente, Pechino ha promosso un’iniziativa in cinque punti per la pace assieme al Pakistan, che prevede cessate il fuoco immediato, avvio dei negoziati, protezione degli obiettivi civili, sicurezza delle rotte marittime e rispetto della Carta delle Nazioni Unite. Entrambe le iniziative contengono indicazioni piuttosto generiche, come il rispetto della sovranità e delle «legittime preoccupazioni di sicurezza di tutte le parti», peraltro già menzionate in precedenza sulla guerra in Ucraina. Insomma, si tratta più di una dichiarazione di principi che di una roadmap operativa.

Garante a chi? Perché la Cina ridimensiona il suo ruolo in Medio Oriente
Il presidente del parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf con il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif a Islamabad (Ansa).

Il tutto è coerente con l’obiettivo della Cina di costruire la sua immagine di “potenza responsabile” senza mai esporsi fino in fondo. Una postura che si riflette anche nella scelta di opporsi, insieme alla Russia, a una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu che avrebbe incoraggiato operazioni coordinate per riaprire lo Stretto di Hormuz. Il timore, da parte di Pechino, è che queste iniziative possano legittimare interventi militari e compromettere la narrazione basata sulla soluzione politica dei conflitti.

La Cina insiste sulla sua neutralità

A complicare ulteriormente il quadro c’è il dossier delle forniture militari. Secondo fonti dell’intelligence americana, la Cina starebbe valutando l’invio di nuovi sistemi di difesa aerea all’Iran, con possibili consegne nelle prossime settimane. Già alla vigilia del conflitto, Reuters aveva scritto che Teheran era vicina all’acquisto di sistemi missilistici di produzione cinese. Accuse che Pechino ha respinto con decisione, definendole «infondate» e frutto di «sensazionalismo». La Cina insiste sulla sua neutralità e sul rifiuto di alimentare il conflitto.

Garante a chi? Perché la Cina ridimensiona il suo ruolo in Medio Oriente
Sistema missilistico Patriot (Ansa).

Nel frattempo, la guerra sta iniziando a produrre alcuni effetti tangibili sull’economia cinese. Pechino è senz’altro più pronta dei suoi vicini, e di tanti altri Paesi, ad assorbire l’effetto dello shock energetico causato dalla guerra. Ma il rallentamento delle esportazioni registrato a marzo, nettamente più ampio del previsto, e l’aumento dei costi delle materie prime mostrano come nemmeno l’economia cinese sia del tutto immune alle turbolenze globali e alla chiusura dello Stretto di Hormuz.

Inviare navi militari per tutelare le rotte commerciali? Proposta irricevibile

Anche per questo, la Cina potrebbe effettivamente intensificare le sue iniziative diplomatiche (più o meno ufficiali) per arrivare a una soluzione sul conflitto. In una prima fase, mostrarsi disponibile a mediare rappresentava anche una risposta agli Stati Uniti e alla richiesta di Trump di inviare navi militari per tutelare le rotte commerciali tra Hormuz e Golfo Persico. Proposta irricevibile per la Cina. Il nuovo blocco annunciato dalla Casa Bianca rischia di prendere di mira anche le navi cinesi o che comunque trasportano materie prime o merci destinate ai porti della potenza asiatica. La Cina risponde con principi o piani di pace: iniziative a “costo zero”, utili a Pechino per far pesare la differenza di postura con gli Stati Uniti.

Garante a chi? Perché la Cina ridimensiona il suo ruolo in Medio Oriente
Lo Stretto di Hormuz (Ansa).

Di riflesso, l’agenda diplomatica di Xi continua a riempirsi. Il presidente cinese ha prima ricevuto Cheng Li-wun, leader dell’opposizione di Taiwan, poi il premier spagnolo Pedro Sánchez. A seguire il leader vietnamita To Lam, mentre all’orizzonte c’è la visita dello stesso Trump e del presidente russo Vladimir Putin, e intanto si riaprono anche i canali anche con la Corea del Nord di Kim Jong-un.

Ok la stabilizzazione globale, ma senza un ruolo troppo vincolante

La Cina si propone con tutti come attore indispensabile per la stabilizzazione globale, evitando però di assumere un ruolo troppo vincolante, che potrebbe trasformarsi in un boomerang politico. Pechino non vuole sostituirsi agli Stati Uniti come garante della sicurezza globale. Preferisce invece consolidare un modello alternativo: quello di una potenza che influenza senza imporsi e che guida senza assumersi pienamente il peso della leadership. Xi guarda Trump, lo “indica” agli altri e di riflesso rafforza la sua immagine, mentre si muove tra le fratture dell’ordine internazionale senza restarne intrappolato, cercando di trasformare i problemi in opportunità.

Trump attacca ancora un Papa: perché questa volta può costargli caro

Pochi gruppi demografici sono stati più importanti dei cattolici per il ritorno alla Casa Bianca di Donald Trump, che nel 2024 ha ottenuto tra il 55 e il 59 per cento dei loro voti, quando di solito i candidati alla presidenza si spartiscono equamente le preferenze di questa porzione di elettorato. Eppure, con le durissime accuse lanciate a Papa Leone XIV, The Donald sta facendo di tutto per alienarsi i favori dei cattolici, che già nel 2016 gli avevano perdonato un battibecco con Francesco. Ma questa volta lo scontro tra Casa Bianca e Vaticano rischia di far sbandare il presidente Usa. Anche perché Prevost è il primo pontefice statunitense della storia e, anche per questo, al di là dell’Atlantico gode di grande popolarità. Non solo tra i cattolici.

Trump attacca ancora un Papa: perché questa volta può costargli caro
Cristiani repubblicani sostenitori di Trump (Ansa).

L’attacco a Leone XIV e la replica del pontefice

Questo non ha impedito a Trump di attaccarlo duramente. Prima lo ha accusato di «ritenere accettabile che l’Iran possieda l’arma nucleare», poi lo ha definito «debole sul fronte della criminalità e pessimo in politica estera», infine ha chiarito che senza di lui alla Casa Bianca non sarebbe mai stato eletto sul soglio di Pietro. «Dovrebbe darsi una regolata e smettere di essere un politico, sta danneggiando la Chiesa cattolica», ha tuonato il presidente. Sull’aereo che lo stava portando in Algeria, il Papa ha detto di non temere l’Amministrazione Trump né di aver intenzione di «fare un dibattito» con il capo della Casa Bianca. Successivamente The Donald, raggiunto dal Corriere della Sera, ha rincarato la dose, affermando che Prevost «non capisce e non dovrebbe parlare di guerra, perché non ha idea di quello che sta succedendo» e che l’Iran rappresenta una minaccia nucleare.

Trump attacca ancora un Papa: perché questa volta può costargli caro
Leone XIV (Ansa).

Per Vance il Vaticano «deve attenersi alle questioni morali»

Parole dure, che sono state duramente criticate dal vescovo Robert Barron, membro della Commissione per la libertà religiosa. Barron ha definito il post di Trump «del tutto inappropriato e irrispettoso», aggiungendo che «il presidente deve delle scuse al Papa».

Le parole di The Donald contro il pontefice sono state condannate persino dal presidente iraniano Masoud Pezeshkian. Ma non da JD Vance – convertitosi al cattolicesimo in età adulta – il quale parlando a Fox News ha detto che il Vaticano «si dovrebbe attenere alle questioni morali». E Giorgia Meloni, donna, madre, cristiana e grande amica di Trump? Dopo un silenzio prolungato, era arrivato anche il commento della premier italiana: «Trovo inaccettabili le parole del presidente Usa. Il Papa è il capo della Chiesa cattolica, è giusto e normale che invochi la pace e che condanni ogni forma di guerra». Una presa di posizione che Trump non ha gradito, come ha dichiarato in un’intervista al Corriere della Sera: «Mi sbagliavo su di lei».

Nel 2016 l’attrito con Bergoglio

Non è la prima volta che Trump sgancia “missili” Oltretevere. All’inizio del 2016, durante la corsa alla nomination repubblicana, ebbe un breve scontro con Francesco che aveva criticato la stretta migratoria Usa poco prima di visitare il confine col Messico. Trump definì Bergoglio «una persona molto politicizzata». Il pontefice argentino a quel punto ricordò a Trump che non era cristiano «concentrarsi sulla costruzione di muri anziché di ponti». Parole che il tycoon definì «vergognose», dicendosi certo che, in caso di un attacco dell’Isis al Vaticano, Bergoglio avrebbe desiderato che Trump fosse alla Casa Bianca. Tra lo stupore degli analisti, The Donald uscì indenne – se non rafforzato – da quella disputa e qualche mese dopo riuscì a ottenere la presidenza degli Stati Uniti.

Trump attacca ancora un Papa: perché questa volta può costargli caro
Donald Trump (Ansa).

Come sottolinea la Cnn, lo scontro di 10 anni fa non fece molto scalpore e si concluse con la stessa rapidità con cui era iniziato. Trump successivamente cercò di appianare le divergenze: definì il pontefice «un uomo meraviglioso», suggerendo che il commento del Papa su muri e ponti non fosse poi così critico nei suoi confronti. Un raro passo indietro da parte di The Donald, che notoriamente ama lo scontro con i suoi detrattori.

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Da Francesco a Leone: perché questa volta è diverso

Lo scontro con Leone XIV potrebbe invece avere strascichi più pesanti. Nessuno dei due capi di Stato sembra intenzionato a fare marcia indietro. «Io parlo del Vangelo e continuerò a parlare ad alta voce contro la guerra», ha sottolineato Prevost. Se Francesco aveva criticato indirettamente le politiche migratorie di Trump, il suo successore è stato molto più diretto, facendo nomi e cognomi, sia su questo tema (a ottobre 2025, poco dopo l’elezione, il pontefice aveva definito «disumana» la politica Usa sui migranti) sia sulla guerra e sull’operazione in Venezuela che ha rimosso Nicolas Maduro. Lo scontro tra i due poi è sottotraccia e in atto da mesi. Sui rapporti già ai minimi termini ha poi pesato l’immagine blasfema postata da Trump su Truth, che lo ritraeva come un Messia in grado di guarire i mali del mondo. Dopo averla rimossa, il presidente americano ha provato a salvarsi in corner sostenendo che l’immagine in realtà lo rappresentava «come un medico che fa del bene agli altri».

Il paragone tra Trump e Cristo salvatore è ricorrente nella narrativa MAGA. Il commander in chief era già stato paragonato a Gesù dalla sua consigliera spirituale, la telepredicatrice Paula White-Cain, nominata a capo dell’Ufficio della Fede alla Casa Bianca, istituito per promuovere i valori cristiani e la libertà religiosa. La firma del relativo ordine esecutivo fu celebrato con una foto da “Ultima Cena” nello Studio Ovale, con Trump nella posizione – tanto per cambiare – di Gesù.

Sempre a proposito di protagonismo a tinte religiose, in vista del conclave che ha eletto Prevost, dopo aver scherzato (chissà…) sul fatto di vedere se stesso come «prima scelta», Trump sui social si era ritratto come Papa. Novello Messia o aspirante pontefice, ma in ogni caso benedetto dal Signore. Un dio che, sempre secondo la vulgata MAGA, lo ha salvato pure dalla pallottola a Butler.

Il rischio di ricadute elettorali

Tornando alla diatriba col Vaticano c’è infine un altro “piccolo” particolare, ossia il fatto che Leone XIV è il primo Papa statunitense: è logico supporre che negli Usa la figura di Prevost sia più influente rispetto a quella dei pontefici del passato e non solo per i cattolici. Gli ultimi sondaggi suggeriscono che il Papa gode di un’enorme popolarità tra i suoi connazionali, mentre Trump si trova in un momento di crisi politica, con indici di gradimento che in alcune rilevazioni recenti sono scesi sotto il 30 per cento. È probabile che la maggior parte dell’elettorato MAGA non si farà influenzare dalla “faida” Trump-Leone. Tuttavia, The Donald non può rischiare di perdere altri elettori in questo momento, con una guerra in corso e in vista delle midterm di novembre 2026.

Caso Almasri, via libera della Camera allo “scudo” per Bartolozzi

Via libera dell’Aula della Camera alla richiesta di sollevare un conflitto di attribuzioni tra poteri dello Stato presso la Corte costituzionale nei confronti del Tribunale dei ministri e della Procura di Roma nell’ambito dell’inchiesta che coinvolge Giusi Bartolozzi nel caso-Almasri, il torturatore libico rimpatriato dal governo nonostante il mandato di arresto della Corte penale internazionale. La proposta dell’Ufficio di presidenza di Montecitorio è stata approvata a scrutinio palese con 47 voti di scarto. Respinta la richiesta di voto segreto avanzata dalle opposizioni.

Caso Almasri, via libera della Camera allo “scudo” per Bartolozzi
La Camera dei deputati (Ansa).

Bartolozzi è indagata per false dichiarazioni al pubblico ministero

Bartolozzi, ex capo di gabinetto del ministro della Giustizia Carlo Nordio (si è dimessa dopo la sconfitta del centrodestra nel referendum del 22 e 23), è finita sotto inchiesta della procura di Roma per false dichiarazioni al pubblico ministero, reato previsto dall’articolo 371 bis del codice penale: l’iscrizione riguardava le deposizioni rese davanti al Tribunale dei Ministri, considerate non veritiere dagli inquirenti. La procura capitolina, che ha terminato le indagini a suo carico, pochi giorni fa ha chiesto il rinvio a giudizio per Bartolozzi.

Caso Almasri, via libera della Camera allo “scudo” per Bartolozzi
Matteo Piantedosi e Carlo Nordio (Ansa).

Chiesta l’immunità già concessa a Nordio, Piantedosi e Mantovano

Secondo la maggioranza, la questione relativa a Bartolozzi rientrerebbe nelle competenze della Giunta per le autorizzazioni della Camera, trattandosi di una vicenda analoga a quelle che avevano coinvolto i ministri Nordio e Matteo Piantedosi e il sottosegretario Alfredo Mantovano, per i quali Montecitorio (con i voti del centrodestra) aveva già negato l’autorizzazione a procedere e il Tribunale aveva poi disposto l’archiviazione. Bartolozzi, nel frattempo, ha chiesto il ricollocamento in ruolo in magistratura: la Terza Commissione del Csm si è espressa a favore del suo ritorno nella stessa posizione che ricopriva in precedenza presso la Corte di appello di Roma.

Russia alla Biennale di Venezia, ufficiale la revoca dei fondi Ue

La Commissione europea ha ufficializzato la revoca della sovvenzione da 2 milioni di euro destinata alla Biennale di Venezia, che era in forse da diversi giorni: alla base della decisione la partecipazione della Russia alla 61esima edizione, che è ormai alle porte. Lo ha reso noto Thomas Regnier, portavoce dell’esecutivo Ue. Sottolineando che la Commissione aveva «inviato una lettera al governo italiano nel mese di marzo», Regnier ha poi aggiunto: «Gli eventi culturali finanziati con il denaro dei contribuenti europei dovrebbero salvaguardare i valori democratici, promuovere il dialogo aperto, la diversità e la libertà di espressione, valori che non vengono rispettati nella Russia odierna». L’Unione europea attende adesso un parere del Ministero degli Esteri italiano, che ha confermato di essere al lavoro sul dossier. Dopo lo scontro tra Alessandro Giuli e Pietrangelo Buttafuoco, a metà marzo Fondazione Biennale ha inviato al governo tutti i documenti richiesti dal Ministero della Cultura per verificare se fossero state violate le sanzioni contro la Federazione russa.

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Deputati Fdi con le mascherine in Aula contro Conte, scintille alla Camera

Scintille alla Camera, dove i deputati di FdI hanno indossato delle mascherine come forma di protesta provocatoria contro il leader del M5s Giuseppe Conte, tirato in ballo per la gestione Covid dopo le ultime audizioni in commissione. La deputata Alice Buonguerrieri l’ha definito un «mentitore seriale inaffidabile e inattendibile». «Se Conte ha mentito su questo, su cosa dobbiamo attenderci che abbia mentito ancora? Di cosa ha paura?», ha affermato la parlamentare meloniana dopo aver chiesto un’informativa al ministro della Salute e la disamina di tutti i documenti emergenti e «di tutti i fatti gravi che continuano ad emergere sulla vicenda delle mascherine e sulle ipotesi di tangenti richieste dai colleghi di Conte».

Deputati Fdi con le mascherine in Aula contro Conte, scintille alla Camera
Deputati Fdi con le mascherine in Aula contro Conte, scintille alla Camera
Deputati Fdi con le mascherine in Aula contro Conte, scintille alla Camera

Aeroporto Nice Côte d’Azur, inaugurato l’ampliamento del Terminal 2

L’aeroporto Nice Côte d’Azur ha inaugurato ufficialmente l’ampliamento del Terminal 2. Un evento molto atteso per il territorio, tenutosi alla presenza – tra gli altri – del principe Alberto II di Monaco, del ministro dei Trasporti Philippe Tabarot, del sindaco di Nizza Eric Ciotti e di Alessandro Benetton, presidente di Edizione e Mundys (azionista di maggioranza di Aéroports de la Côte d’Azur). L’entrata in esercizio della nuova infrastruttura contribuirà a migliorare la qualità del servizio e la gestione dei flussi passeggeri, sia in partenza sia in arrivo.

Aumentato del 31 per cento lo spazio per i passeggeri

Il secondo aeroporto francese per capacità – oltre 14 milioni di passeggeri annui, dal 2019 – potrà, grazie all’estensione del Terminal 2, mantenere elevati standard di servizio e garantire una gestione efficiente dei flussi, tanto per i voli Schengen quanto per quelli extra-Schengen. Grazie all’ampliamento del nuovo molo, progettato dallo studio di architettura di Stéphane Aurel, l’aeroporto si estende su un’area di circa 23 mila metri quadrati, con un aumento del 31 per cento dello spazio disponibile per i passeggeri. Uno sviluppo che permette allo scalo di raggiungere la capacità di 18 milioni di viaggiatori all’anno.

Nuovi banchi check-in, accesso diretto ai piazzali aerei, più negozi

Realizzato con interventi di edilizia green sul territorio e nel rispetto dei criteri di sostenibilità, il progetto si è sviluppato in tre fasi. La prima ha riguardato l’ampliamento della zona partenze per i voli extra-Schengen, la creazione di una nuova area di controllo passaporti per le partenze, l’apertura di negozi e di una lounge vip. Questa fase è stata completata prima dell’estate 2025. La seconda ha previsto la realizzazione di un terminal con accesso diretto ai sei piazzali aerei esistenti, eliminando la necessità di navette e permettendo di gestire contemporaneamente i passeggeri, indipendentemente dal loro paese di partenza o destinazione. L’area entrerà in funzione a partire dalla prossima settimana. Infine, un modulo con 36 nuovi banchi check-in e un sistema aggiuntivo di gestione bagagli sarà operativo entro la fine del mese, prima dell’inizio della stagione estiva.

Aeroporto Nice Côte d’Azur, inaugurato l’ampliamento del Terminal 2
Inaugurazione dell’ampliamento del Terminal 2 dell’aeroporto Nice Côte d’Azur (Mundys).

Goldnadel: «Giornata storica»

«È una giornata storica per l’aeroporto e per l’intera regione», ha dichiarato Franck Goldnadel, presidente del consiglio di amministrazione di Aéroports de la Côte d’Azur. «Questo ampliamento dello scalo trasformerà l’esperienza dei nostri passeggeri, che meritano un’accoglienza e un servizio all’altezza della reputazione della Costa Azzurra. Un aeroporto rappresenta la prima e l’ultima impressione di un viaggio, ed è nostra responsabilità renderla la migliore possibile».

Benetton: «Maggior attrattività per l’aeroporto»

«Il completamento di questo terminal dimostra la capacità del nostro Gruppo di realizzare investimenti strategici nei territori in cui operiamo, mantenendo un dialogo costante con le istituzioni e le comunità locali», ha aggiunto Alessandro Benetton, presidente di Mundys. «Desidero ringraziare il management e tutti i collaboratori di Aéroports de la Côte d’Azur per questo importante risultato, che valorizza in maniera strutturale l’attrattività del secondo aeroporto più grande di Francia. Mundys è un gruppo industriale europeo con una visione di lungo periodo, che considera la Francia un Paese strategico. Qui, nel corso degli anni, abbiamo investito oltre 11 miliardi di euro nel settore infrastrutturale, creando nuovi posti di lavoro e aumentando la competitività dei territori locali. È questa la traiettoria che continueremo a seguire».

Trump rompe con Meloni: «Non vuole aiutarci nella guerra, mi sbagliavo su di lei»

«Non vuole aiutarci nella guerra, sono scioccato». Lo ha detto Donald Trump raggiunto telefonicamente dal Corriere della Sera, riferendosi a Giorgia Meloni. Che, dopo qualche tentennamento, ha condannato l’attacco rivolto dal presidente Usa a papa Leone XIV. Poi il tycoon ha rincarato la dose: «Piace il fatto che la vostra presidente non stia facendo nulla per ottenere il petrolio? Piace alla gente? Non posso immaginarlo. Pensavo che avesse coraggio, mi sbagliavo».

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Trump rompe con Meloni: «Non vuole aiutarci nella guerra, mi sbagliavo su di lei»
Leone XIV e Giorgia Meloni (Imagoeconomica/Vatican Media).

Meloni ha definito «inaccettabili» le parole di Trump contro Leone XIV

«Trovo inaccettabili le parole del presidente Trump nei confronti del Santo Padre. Il Papa è il capo della Chiesa Cattolica, ed è giusto e normale che invochi la pace e che condanni ogni forma di guerra», aveva detto Meloni stigmatizzando le affermazioni del tycoon, che aveva definito «debole sul fronte della criminalità e pessimo in politica estera» il pontefice, il quale gli aveva risposto a tono. Successivamente la premier ha aggiunto: «Quando non si è d’accordo con un alleato bisogna dirlo. Non mi sentirei a mio agio in una società dove i leader religiosi fanno quello che dicono i leader politici. Le parole di Trump sono inaccettabili, ho espresso la mia solidarietà al papa». Inoltre il governo italiano, come ha fatto sapere la presidente del Consiglio, «in considerazione della situazione attuale», ha deciso di sospendere il rinnovo automatico dell’accordo di Difesa con Israele. Un’altra mossa che certo non deve essere piaciuta a The Donald.

Trump rompe con Meloni: «Non vuole aiutarci nella guerra, mi sbagliavo su di lei»
Giorgia Meloni (Ansa).