Incidenti stradali: a Roma muore un 17enne, a Milano due ventenni

AGI - Incidente stradale all'alba a Milano dove nello schianto tra un taxi e una moto sono morti una ragazza e un ragazzo di 20 e 23 anni. Sempre nella notte a Roma un 17enne è deceduto dopo che la microcar che guidava si è scontrata con una vettura. 

Incidente stradale a Milano: morti due giovani 

Incidente stradale all'alba a Milano. Nello schianto tra una moto e un taxi questa mattina alle 4 sono morti due giovani. Una ragazza di 20 anni e un ragazzo di 23 anni sono morti dopo che la motocicletta a bordo della quale viaggiavano si è scontrata in viale Mugello con un taxi  guidata da un uomo di 61 anni, rimasto ferito in modo non grave.

La dinamica 

Sul posto, oltre ai soccorritori del 118 e i vigili del fuoco, anche gli agenti della Polizia locale per ricostruire la dinamica e le responsabilità dell'incidente stradale.

I due giovani morti sul colpo dopo un violento urto con un taxi erano in sella a una moto Kawasaki.
Dalla prima ricostruzione della polizia locale il guidatore della moto sarebbe passato con il rosso in viale Campania mentre da corso XXII marzo arrivava un taxi. Il tassista di 61 anni non è riuscito a evitare l’impatto.

Incidente stradale a Roma, deceduto un 17enne 

Le pattuglie della polizia locale di Roma Capitale sono intervenute all’altezza del chilometro 12.600 di via Cristoforo Colombo, nella carreggiata centrale con direzione Ostia, dove poco prima delle ore 2 di stanotte si è verificato un grave incidente stradale tra una Toyota Yaris e una microcar Ligier.

Deceduto sul posto il conducente della Ligier, un ragazzo italiano di 17 anni, mentre il passeggero è stato condotto in ospedale per le cure mediche del caso. Ferito l’uomo alla guida dell’autovettura, un 53enne italiano, trasportato presso l’ospedale San Camillo, dove è stato sottoposto anche agli accertamenti di rito.

Dopo l'incidente sono stati sequestrati i due veicoli 

Entrambi i veicoli coinvolti sono stati sequestrati dagli agenti del IX Gruppo Eur, tuttora impegnati a ricostruire l’esatta dinamica di quanto accaduto.

La trappola degli Emirati: quando l’«hub neutro» del Golfo scopre di non esserlo più

C’è un momento preciso in cui una narrazione costruita per decenni comincia a sgretolarsi. Per gli Emirati Arabi Uniti, quel momento è adesso, e si misura in droni, impianti di gas in fiamme, spread bancari e liquidità d’emergenza. Il 16 marzo, un attacco con droni ha innescato un incendio nello Shah gas field ad Abu Dhabi, il primo attacco diretto a un giacimento produttivo emiratino dall’inizio della guerra. L’impianto fornisce circa il 20 per cento dell’approvvigionamento interno di gas degli UAE e il 5 per cento del solfato granulato mondiale. Il giorno dopo, lo stesso copione: un incendio nella zona industriale petrolifera di Fujairah, una petroliera colpita a 23 miglia nautiche a est del porto, la raffineria di Ruwais fermata come misura precauzionale dopo un precedente attacco con droni. 

La Banca centrale emiratina ostenta sicurezza ma vara pacchetti di emergenza

Il 18 marzo, la banca centrale emiratina ha convocato una riunione straordinaria del consiglio e approvato un pacchetto d’emergenza per l’intero sistema bancario. Le misure consentono agli istituti di credito di accedere fino al 30 per cento dei saldi delle riserve obbligatorie e di attingere a linee di liquidità a termine in dirham (AED) e dollari, mentre le ricadute della guerra con l’Iran si ripercuotono sui mercati regionali e intaccano il sentiment degli investitori. Il pacchetto è strutturato su cinque pilastri: accesso ampliato alle riserve, allentamento temporaneo dei ratio di liquidità e funding, rilascio del Countercyclical Capital Buffer e del Capital Conservation Buffer, flessibilità nella classificazione dei crediti deteriorati per i clienti colpiti dalle «circostanze straordinarie». Abu Dhabi ha reagito con la comunicazione rodata delle petromonarchie in stato d’emergenza: tutto sotto controllo, i fondamentali sono solidi, il sistema regge. Riserve valutarie superiori a un trilione di AED (270 miliardi di dollari), monetary base cover ratio al 119 per cento, settore bancario da 5,4 trilioni di AED, liquidità totale delle banche presso la banca centrale vicina ai 920 miliardi di AED. Numeri reali. Ma che non spiegano perché si sia dovuto rilasciare simultaneamente entrambi i capital buffer (le riserve di capitale) e ammorbidire le regole sugli NPL. Queste sono misure che si usano quando il sistema mostra crepe. Non si mobilita tutto questo arsenale regolatorio «per precauzione».

La scommessa di Mohammed bin Zayed: accreditarsi come hub neutro del Medio Oriente

I mercati hanno reagito in modo rivelatore: Dubai ha guadagnato fino al 3,4 per cento nella seduta successiva all’annuncio, prima di ripiegare a un più modesto +0,8 per cento, con Emirates NBD che aveva toccato un rally intraday di oltre il 9 per cento per poi chiudere quasi invariata. Un rimbalzo tecnico da panico assorbito, non da fiducia ritrovata. La differenza è sottile nei grafici, enorme nella sostanza. Il problema non è congiunturale. È strutturale. E radica in una scommessa geopolitica che Mohammed bin Zayed ha fatto negli ultimi cinque anni, una scommessa che la guerra sta presentando al tavolo per il pagamento. Gli UAE hanno costruito la propria fortuna sull’idea di essere l’hub neutro del Medio Oriente: la piattaforma dove i capitali del mondo arabo, dell’Asia e dell’Occidente si incontravano senza chiedersi troppo da dove venissero o a chi appartenessero. Dubai era il luogo dove un oligarca russo, un imprenditore iraniano, un fondo sovrano saudita e un family office israeliano potevano sedersi allo stesso tavolo, fare affari e rientrare nei propri Paesi. La neutralità era il prodotto. La fiducia era il capitale vero, quello non iscritto in bilancio.

La trappola degli Emirati: quando l’«hub neutro» del Golfo scopre di non esserlo più
Donald Trump con Mohamed bin Zayed Al Nahyan (Ansa).

La prima incrinatura è arrivata con gli Accordi di Abramo

Gli Accordi di Abramo del settembre 2020 hanno segnato la prima incrinatura visibile di quella costruzione. La normalizzazione dei rapporti con Israele ha aperto la strada a nuove partnership commerciali bilaterali e a un accordo di partenariato economico complessivo firmato nel 2023, il più grande tra Israele e qualunque Paese arabo, con l’obiettivo di portare il commercio bilaterale oltre i 10 miliardi di dollari in cinque anni. Il calcolo emiratino era razionale e, all’epoca, difendibile: sicurezza garantita dagli americani, accesso a tecnologia militare e civile israeliana, vantaggio competitivo rispetto ai vicini, un’assicurazione sulla vita pagata in cambio di legittimità geopolitica occidentale. Ma c’era un costo che Abu Dhabi aveva scelto di non contabilizzare: la percezione nel mondo arabo e islamico allargato. Già nel settembre 2025, dopo che l’aviazione israeliana aveva bombardato un edificio a Doha dove si erano riuniti leader di Hamas, MBZ aveva convocato una riunione d’emergenza per valutare le opzioni di risposta degli UAE, furioso per il fatto che Israele si fosse scatenato «con i suoi aerei» dove voleva. L’opzione di congelare gli Accordi di Abramo era arrivata sul tavolo, per poi essere accantonata. Un anno dopo, quella scelta di non rompere pesa come un macigno.

La trappola degli Emirati: quando l’«hub neutro» del Golfo scopre di non esserlo più
Donald Trump alla cerimonia per la firma degli Accordi di Abramo con Benjamin Netanyahu e i ministri degli Esteri degli Emirati e del Bahrain, lo sceicco Abdullah bin Zayed bin Sultan Al Nahyan e Abdullatif bin Rashid Alzayani (Ansa).

La strategia iraniana: dimostrare che Dubai non è più un porto sicuro

Poi è arrivata la guerra aperta con l’Iran. E con la guerra è arrivato il conto. Teheran non ha bisogno di conquistare Dubai. Non deve nemmeno farla collassare. Le basta dimostrare, colpo dopo colpo, settimana dopo settimana, che Dubai non è più un porto sicuro. Con lo Shah gas plant fermo per la valutazione dei danni e la conseguente tensione sul mercato globale dei fertilizzanti – dato che il solfato di Shah viaggiava via ferrovia fino al terminal di Ruwais per l’export – il messaggio non è energetico, è politico: avete scelto da che parte stare, e ora ne pagate le conseguenze; i capitali lì depositati non dormono sonni tranquilli, l’hub ha smesso di essere neutro. Secondo Hussein Ibish, senior scholar all’Arab Gulf States Institute di Washington, la guerra ha convinto molti Paesi del Golfo che Israele è diventato «una fonte primaria di insicurezza e instabilità in Medio Oriente, almeno al pari di Teheran». Una valutazione che, pronunciata da un analista del Golfo, vale quanto un declassamento del rating.

La trappola degli Emirati: quando l’«hub neutro» del Golfo scopre di non esserlo più
Esplosione nei pressi dell’aeroporto internazionale di Dubai, il 16 marzo 2026 (Ansa).

L’erosione della fiducia produce effetti irreversibili

Ed è esattamente questo il messaggio che sta circolando nelle sale dei grandi fondi e delle banche private internazionali. Non è un crollo, almeno non nei termini che si misurano sugli spreadsheet di domani mattina. È qualcosa di più sottile e più duraturo: l’erosione della parola. Quella di MBZ, che aveva garantito stabilità, neutralità, affidabilità a chiunque portasse capitali nel suo emirato. Quella di un sistema che si era venduto come impermeabile alle turbolenze regionali, come il luogo dove la geopolitica si fermava al confine e il business continuava indisturbato. La storia insegna che queste erosioni non producono effetti istantanei. Producono effetti irreversibili. Chi diversifica da Dubai oggi raramente torna. Chi apre un conto a Singapore o trasferisce la holding a Ginevra invece che al Dubai International Financial Centre non si risposta facilmente. Il capitale è viscoso in entrata, fluido in uscita, e la memoria degli investitori istituzionali è straordinariamente lunga quando si tratta di sicurezza patrimoniale.

La trappola degli Emirati: quando l’«hub neutro» del Golfo scopre di non esserlo più
H.E. Khaled Mohamed Balama, governatore della Banca centrale degli Emirati (dal profilo Instagram).

L’allineamento con Washington e Tel Aviv non ha assicurato stabilità, anzi

La mossa della Banca centrale — tecnicamente corretta, probabilmente necessaria — ha il difetto di confermare ciò che voleva smentire. Il resilience package è la prova documentale che c’è qualcosa da cui difendersi. L’emissione di comunicati che proclamano solidità del sistema mentre si rilasciano contemporaneamente tutti i buffer disponibili è una contraddizione che gli analisti finanziari sanno leggere benissimo. MBZ ha scommesso che l’allineamento con Washington e Tel Aviv avrebbe comprato sicurezza duratura a fronte di qualche attrito con il mondo arabo. Quella scommessa prevedeva un Iran sconfitto rapidamente, un Medio Oriente riconfigurato attorno all’asse americano-israeliano-sunnita, e gli UAE come snodo indispensabile di quel nuovo ordine. Nessuno di questi scenari si è materializzato. L’Iran colpisce le infrastrutture emiratine con droni e non paga alcun prezzo diretto per farlo. Israele «si scatena con i suoi aerei dove vuole» — parole di MBZ stesso — e gli UAE incassano le ripercussioni senza potersi sfilare dall’alleanza per non perdere la copertura americana. Una trappola perfetta.

La trappola degli Emirati: quando l’«hub neutro» del Golfo scopre di non esserlo più
Sheikh Mohamed bin Zayed Al Nahyan e Donald Trump (Ansa).

Il castello narrativo di MBZ sta perdendo pezzi

C’è una parola in arabo che nel mondo del commercio e della finanza del Golfo pesa quanto una sentenza: wajh, che significa letteralmente “faccia”, ma traslata vale reputazione, credibilità, la parola che vale più di qualsiasi contratto scritto. MBZ ha costruito per 20 anni il wajh degli Emirati come garante affidabile, interlocutore equidistante, porto sicuro per i capitali di chiunque. Quella costruzione non collassa in una settimana. Ma si incrina. E le crepe, nel cemento come nella reputazione, tendono ad allargarsi da sole. Ci vorranno anni prima che il conto finale sia visibile. Ma chi si fida ancora della parola del beduino di Abu Dhabi sa già che quella parola ora ha un asterisco. E gli asterischi, nella finanza internazionale, costano caro.

L’eccidio delle Fosse Ardeatine, parte la ricerca per identificare le ultime 7 vittime

AGI - A 82 anni dall’eccidio delle Fosse Ardeatine, sette vittime risultano ancora prive di identità. L’Università di Firenze avvia una nuova fase di ricerca con l’obiettivo di completare il percorso identificativo attraverso il coinvolgimento dei familiari.

"Identificare tutte le vittime delle Fosse Ardeatine" 

Nel sacrario che contiene i corpi dei 335 civili e militari uccisi nella strage perpetrata a Roma nel 1944 dalle truppe di occupazione tedesche, 12 tombe fino a pochi anni fa portavano la scritta “Ignoto”.

Protagonista del tentativo – di alto valore storico, scientifico e civile – di ridare un nome alle vittime non identificate è da 16 anni l’antropologa forense Elena Pilli e il suo gruppo di ricerca dell’Università di Firenze.

Le ricerche sull'eccidio delle Fosse Ardeatine

Attraverso un approccio interdisciplinare che integra l’antropologia forense – attraverso l’estrazione e la caratterizzazione molecolare del DNA degradato – e la ricerca storico-documentale, in collaborazione con il RIS dei Carabinieri di Roma, l’Ufficio per la Tutela della Cultura e della Memoria della Difesa, il Museo Storico della Liberazione di Roma, la Comunità Ebraica di Roma, l’Ambasciata della Repubblica Federale di Germania, tutti i partner del progetto Virtual Biographical Archive (ViBiA) – archivio digitale biografico delle vittime della strage – e le rappresentanze delle famiglie delle vittime (ANFIM), dal 2010 a oggi sono state identificate, in momenti diversi, cinque delle dodici vittime inizialmente ignote.

La nuova fase del progetto 

Il progetto entra ora in una nuova fase operativa ed Elena Pilli, docente coinvolta come esperta anche in casi giudiziari mediaticamente rilevanti, lancia un appello per identificare le ultime sette vittime ancora ignote della strage.

L'appello ai familiari delle vittime delle Fosse Ardeatine 

“Per proseguire il percorso di memoria pubblica e giustizia storica che negli ultimi anni si è arricchito anche grazie al contributo della storica Alessia Glielmi e della documentarista Michela Micocci – afferma Pilli – riteniamo oggi necessario affiancare alla ricerca scientifica il contributo delle famiglie, sia fornendo informazioni utili alla ricostruzione delle linee genealogiche sia attraverso la donazione volontaria di un campione biologico. Se la guerra, con il suo carico di orrore, mira a distruggere e cancellare, l’impegno di restituire un nome, un’identità e una storia alle vittime ancora senza nome rappresenta una delle azioni più importanti per riaffermare le ragioni della vita, di ogni vita, che non può essere dimenticata”.

L'importanza del contributo dei parenti delle vittime 

Il contributo delle famiglie è essenziale per rendere possibile il confronto genetico e completare il processo identificativo. L’appello è rivolto a tutti i familiari delle vittime, ma anche a chi, sulla base di ricordi familiari o informazioni documentali, ritenga che un proprio congiunto possa essere stato tra le vittime dell’eccidio.

Forti scosse di terremoto in Sicilia, paura a Messina e Palermo

AGI - Due scosse di terremoto avvertite chiaramente a Messina e Palermo a pochi minuti di distanza con epicentro in entrambi i casi nel Mar Tirreno meridionale di fronte a Messina.

La scossa delle 2:46 di magnitudo 4.6 è avvenuta a una profondità di 29 km. Quella delle 2:49, di magnitudo 4.3, è avvenuta nella zona delle Isole Eolie (Messina) a una profondità di 11 km.

Le scosse successive

Dopo le forti scosse di terremoto con epicentro il Mar Tirreno meridionale tra Messina e Palermo, di magnitudo 4.6 e 4.3, prosegue lo sciame sismico: una scossa di 3.0 si è avvertita nel Mar Tirreno meridionale alle 2:53 a una profondità di 11 km. Altre nove invece alle Isole Eolie tra le 2:55 e le 3:32 di magnitudo 2.7 (profondità 17 km), 2.9 (27 km), 2.22.1, 2.1, 2.6, 2.0, 2.8 (10 km) e 2.7 (16 km).ù

Tanta paura ma nessun danno di rilievo

Lo sciame sismico prosegue ancora, sempre con epicentro le isole Eolie. A parte tanta paura per il terremoto che ha svegliato gli abitanti della costa settentrionale della Sicilia tra Palermo e Messina, non si registrano danni a cose o persone. 

Omicidio di Rogoredo: Cinturrino aveva 6 telefoni cellulari nell’auto di servizio

AGI - Sono sei i telefoni cellulari analizzati dalla Polizia Scientifica e sequestrati nell'auto di servizio del poliziotto Carmelo Cinturrino, compreso quello che aveva la sera dell'omicidio di Abderrahim Mansouri, il 26 gennaio scorso nella zona del bosco di spaccio di Rogoredo.

Ma sono numerosi gli altri dispositivi elettronici attualmente nella disponibilità della Squadra Mobile e che saranno successivamente oggetto di analisi investigativa. Intanto, l’agente, detenuto a San Vittore, resta in carcere. Nel tardo pomeriggio di venerdì è arrivata la notizia che il Tribunale del Riesame ha confermato la misura cautelare per l'accusa di omicidio volontario premeditato, bocciando così la richiesta di arresti domiciliari avanzata dagli avvocati della difesa Marco Bianucci e Davide Giugno.

 

 

Il pesante quadro delle accuse

Il quadro delle accuse nei confronti del poliziotto sta diventando molto pesante con gli approfondimenti investigativi.

Tra le ipotesi di reato contestate di recente, sulla base di numerose testimonianze di persone che frequentavano la piazza dello spaccio di Rogoredo, ci sono concussionearresto illegalespacciocalunniapercosseestorsionefalso. Nell’inchiesta ci sono altri sei poliziotti indagati.

 

Due anarchici morti nell’esplosione di un casolare a Roma. Forse stavano maneggiando un ordigno

AGI - I vigili del fuoco del Comando di Roma sono intervenuti nel Parco degli Acquedotti, zona Capannelle, per il crollo di un casolare abbandonato, utilizzato a volte come riparo da senza fissa dimora: rinvenuti i corpi privi di vita di due persone, un uomo e una donna. Sono in corso operazioni per escludere l'eventuale presenza di ulteriori persone coinvolte, anche con unità cinofile e Usar per la ricerca e soccorso tra le macerie. 

Le due vittime sono Alessandro Mercogliano e Sara Ardizzone, entrambi legati al 'gruppo Cospito'. Non si esclude che le vittime del crollo stessero maneggiando un ordigno. Questa è una delle ipotesi al vaglio della polizia coordinata dalla procura di Roma.

Non è neanche escluso che tra gli obiettivi potessero esserci la ferrovia, poco distante dal 'Casale del Sellaretto', dove si è verificata l'esplosione, e qualche sede del gruppo Leonardo. E ancora: altre ipotesi legano l'episodio a un possibile rilancio della campagna a sostegno dell'anarchico Alfredo Cospito, che a maggio terminerà il regime di detenzione al 41 bis, e alla grande manifestazione pro-Pal prevista nel prossimo fine settimana. La procura, al momento, ha aperto un fascicolo senza indagati. 

Dopo l'esplosione nel parco degli Acquedotti di Roma sabato 21 marzo, alle ore 12 al Viminale è stato convocato il Comitato di analisi strategica antiterrorismo (C.a.s.a). Il Comitato è presieduto dal ministro dell'Interno Matteo Piantedosi. 

Tajani, clima di tensione

"C'è un clima di tensione che anarchici e militanti di estrema sinistra vogliono mantenere" ha detto il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani al Tg4 commentando quanto accaduto oggi a Roma. "Tutto lascia pensare alla preparazione di un attentato. Di che tipo ancora non si sa, dobbiamo restare con la guardia alta ed insistere sulla prevenzione". 

Erdogan: «Israele pagherà il prezzo, possa Dio distruggerlo»

Duro attacco da parte del presidente turco Recep Tayyip Erdogan a Israele, da lui accusato di avere ucciso migliaia di persone durante una cerimonia per la conclusione del Ramadan, dopo la preghiera in una moschea di Rize, sulla costa del Mar Nero, di cui la sua famiglia è originaria. «Non ho dubbi che ne pagherà il prezzo, il Medio Oriente è incandescente in questo momento», ha aggiunto prima di alzare i toni:«Possa Al-Kahrar (ndr uno dei nomi usati nell’Islam per descrivere Dio) schiacciare e distruggere Israele. Che Dio ci protegga e ci preservi al più presto dalla calamità dei sionisti».

“L’autista del tram deragliato a Milano era al telefono poco prima dello schianto”

AGI - L'autista alla guida del tram 9 deragliato a Milano il 27 febbraio scorso sarebbe stato al telefono fino a dodici secondi prima che il mezzo andasse a schiantarsi contro un palazzo. La conversazione con un collega sarebbe durata 3 minuti e 40 secondi.

E' quanto emerge, secondo quanto anticipato da alcuni quotidiani, dalle indagini svolte dalla Polizia Locale nell'ambito dell'inchiesta della Procura. Più certezze si avranno quando sarà aperta la scatola nera.

I legali dell'autista del tram: "Non era al telefono" 

Secondo gli avvocati Mirko Mazzali e Benedetto Tusa la telefonata si sarebbe interrotta almeno un minuto e mezzo prima dello schianto. "La notizia non c'è - commenta all'AGI Mazzali -. Dodici secondi, e a noi in realtà risulta che sono di più, rappresentano un tempo lungo e comunque nel momento dell'incidente non era al telefono".

Le accuse per l'autista del tram 

Il macchinista è indagato per omicidio e lesioni colpose e ha sostenuto di avere perso il controllo del tram a causa di un malore. Nell'incidente persero la vita Ferdinando Favia e Okon Johnson Lucky e rimasero ferite una cinquantina di persone.

La Procura: "il deragliamento causato dalla velocità elevata" 

Secondo la procura, l'autista procedeva a "velocità talmente elevata da determinare il deragliamento della vettura, che si schiantava contro l'edificio posto all'angolo fra viale Vittorio Veneto e via Lazzaretto, cagionando un disastro ferroviario".

Il capo di imputazione per l'autista del tram

Nel capo d'imputazione si legge che l'autista del tram "ometteva di regolare adeguatamente la velocità del mezzo condotto mentre si trovava in prossimità di una fermata e dell'intersezione stradale fra viale Vittorio Veneto e via Lazzaretto" e con "negligenzaimprudenza e imperizia non si avvedeva che lo scambio ferroviario presente appena prima dell'intersezione citata era azionato in direzione 'sinistra' e ometteva di azionare il citato scambio in direzione 'diritto' e svoltava a sinistra a velocità talmente elevata da determinare il deragliamento della vettura, che si schiantava contro l'edificio posto all'angolo fra viale Vittorio Veneto e via Lazzaretto, cagionando un disastro ferroviario".

 

Delmastro, Crosetto evoca il complotto: «Interesse dei magistrati sul governo»

Il ministro della Difesa Guido Crosetto evoca il complotto sul caso Delmastro, finito sotto i riflettori per la sua partnership commerciale con Miriam Caroccia, figlia del prestanome del clan Senese Mauro Caroccia. L’esponente di Fdi ha spiegato di non essere a conoscenza di questo dettaglio e di aver venduto le sue quote (relative alla gestione di un ristorante) non appena l’ha scoperto. Ospite a Omnibus, su La7, Crosetto ha commentato: «Possono dirmi di tutto ma che sia una persona che possa avere volontariamente e consapevolmente rapporti con dei camorristi è una cosa talmente lontana dalla realtà. Gli unici rapporti con i delinquenti che può aver avuto Delmastro nella sua vita sono nella sua attività di avvocato. Essendo sottosegretario alla Giustizia e conoscendo l’interesse che c’è da parte dei magistrati verso qualunque esponente di governo, non penso abbia fatto nulla di male o almeno nulla che consapevolmente potesse arrecargli danno. Penso saprà difendersi tranquillamente da solo».

Delmastro, Crosetto evoca il complotto: «Interesse dei magistrati sul governo»
Andrea Delmastro (Ansa).

Meloni: «Doveva stare più attento ma non deve dimettersi»

Sul caso è intervenuta anche la premier Meloni, dopo che le opposizioni hanno chiesto le dimissioni di Delmastro: «Leggo che la segretaria Schlein sa dalla stampa che io sapevo questa cosa da un mese, il che mi diverte moltissimo, perché io scopro la vicenda dalla stampa. Non so che cosa abbia letto Elly Schlein, ma sicuramente ha letto una fake news. Il sottosegretario Delmastro forse avrebbe dovuto essere più accorto, ma lui, che è un signore che sta sotto scorta per il suo lavoro contro la criminalità organizzata, non può essere messo sullo stesso piano degli ambienti criminali, quindi manterrà il suo posto».

Dopo lo Stretto di Hormuz ora è a rischio chiusura anche quello di Bab el-Mandeb

Dopo lo Stretto di Hormuz, l’Iran (coordinandosi con gli Houthi yemeniti) potrebbe bloccare anche quello di Bab el-Mandeb, che collega il Mar Rosso con il golfo di Aden e quindi con l’Oceano Indiano. Punto di collegamento tra l’Africa e la penisola arabica, Bab el-Mandeb rappresenta un altro nodo strategico del commercio mondiale di petrolio e una sua chiusura potrebbe causare uno dei peggiori shock di approvvigionamento degli ultimi decenni.

Dopo lo Stretto di Hormuz ora è a rischio chiusura anche quello di Bab el-Mandeb
La posizione dello stretto di Bab el-Mandeb.

La posizione strategica di Bab el-Mandeb

Lo stretto di Bab el-Mandeb, largo quasi 40 chilometri e lungo 130, separa il Corno d’Africa dalla punta meridionale della Penisola arabica. Sul lato ovest di questa piccola strozzatura geografica nel Mar Rosso si affacciano Eritrea, Gibuti e Somalia, mentre lungo il suo lato orientale si trova lo Yemen. L’isola Perim blocca parzialmente la parte più stretta sul lato yemenita, mentre poco più a sud, al largo di Gibuti, ci sono le Isole dei Sette Fratelli. Insomma, in realtà il passaggio è ancora più angusto. Il nome dello Stretto, inserito fin dall’antichità nelle rotte commerciali, è traducibile come “Porta delle Lacrime“: un’allusione alle minacce da sempre connesse al passaggio attraverso le sue acque, tra correnti trasversali, forti venti, scogli e secche. Senza dimenticare i pirati.

Dopo lo Stretto di Hormuz ora è a rischio chiusura anche quello di Bab el-Mandeb
La stretto di Bab el-Mandeb con le isole dello Yemen e di Gibuti.

Le conseguenze in caso di blocco dello stretto

Qualsiasi nave in movimento tra l’Asia e Europa attraverso il Mar Rosso è destinata a passare per Bab el-Mandeb, che funge da ingresso meridionale al Canale di Suez: da qui, ogni anno, transita circa il 12 per cento del commercio mondiale di petrolio via mare. Qualora il passaggio venisse limitato o bloccato, le navi sarebbero costrette a circumnavigare l’estremità meridionale dell’Africa, con enormi ripercussioni sul prezzo del petrolio.