Le porte girevoli di Sangiuliano e la morale intermittente

C’è chi cambia auto, chi taglio di capelli e chi, più ambiziosamente, mestiere. Gennaro Sangiuliano appartiene a quest’ultima categoria: ex direttore del Tg2, ex ministro della Cultura, ex corrispondente Rai da Parigi e ora candidato capolista in Campania per Fratelli d’Italia, come ufficializzato con un’intervista al Corriere della sera. Una carriera a fisarmonica, dove il bello non è la musica, ma vedere come le dita si muovono svelte sulla tastiera del potere.

Le porte girevoli di Sangiuliano e la morale intermittente
Gennaro Sangiuliano (foto Ansa).

Doverosa precisazione: non ce l’abbiamo con Sangiuliano, che è persona simpatica e a modo. Ammiriamo persino il suo candore, quando passa da un ruolo all’altro con la naturalezza con cui ci si cambia d’abito. E manifestiamo comprensione per certe sue debolezze: capita, a ogni latitudine del potere, che l’adrenalina si confonda con l’attrazione. Non è un reato, è solo biologia applicata alla vanità.

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Il fenomeno è trasversale, non certo soltanto a destra

In Italia le porte girevoli non sono un’architettura: sono un carattere nazionale. Servono a entrare in Rai da giornalista e uscirne da politico, per poi rientrare come opinionista rigorosamente super partes. Il fenomeno è trasversale. Come dimostrano i casi di Michele Santoro, Lilli Gruber, Lucia Annunziata e altri che dimentichiamo, guai ad attribuirgli un solo colore. La coerenza è una virtù sopravvalutata, mentre la visibilità paga sempre puntuale.

Le porte girevoli di Sangiuliano e la morale intermittente
Le porte girevoli di Sangiuliano e la morale intermittente
Le porte girevoli di Sangiuliano e la morale intermittente

Sangiuliano dunque non è certo l’unico. Mario Sechi, per dire, ha inaugurato il modello ping pong: un colpo a Palazzo Chigi, uno in redazione, uno su X a ricordare che il giornalismo deve essere libero. E ancora prima, ormai persa nella notte dei tempi, una candidatura nelle liste della montiana Scelta Civica, perdonabile anche quella perché – come dice Osgood Fielding III a Daphne nella chiusa di A qualcuno piace caldo – nessuno è perfetto.

Le porte girevoli di Sangiuliano e la morale intermittente
Mario Sechi (Imagoeconomica).

Ci si scandalizza solo quando un magistrato lascia la toga

Il dato resta incontrovertibile. In questo Paese quello dei giornalisti è uno dei forni dove attinge la politica che, riconoscente, li assume in blocco: non importa se come portavoce, sottosegretari o semplici esperti di comunicazione. Non si sfornano idee, ma volti noti. La parte più comica, però, è la morale intermittente. Questi eroi della trasparenza sono i primi a scandalizzarsi se un magistrato lascia la toga per candidarsi. «Inaccettabile. Mette a rischio la credibilità delle istituzioni», gridano indignati magari durante un’intervista registrata tra un santino elettorale e una comparsata a Porta a porta.

Le porte girevoli di Sangiuliano e la morale intermittente
Gennaro Sangiuliano quando era ministro della Cultura e andava a Pompei assiem alla commissaria europea Elisa Ferreira (foto Ansa).

L’unico caso in cui l’autoreferenzialità diventa competenza

Ma quando la toga diventa giacca blu e la giacca torna microfono, allora tutto si sublima in percorso umano, testimonianza civile. Tradotto: vale per gli altri, ma non per noi che siamo professionisti della vocazione. Non c’è nulla di male, intendiamoci: in fondo è economia circolare. Il giornalista entra in politica, accumula un po’ di potere, poi torna a raccontarlo da esperto di se stesso. È l’unico caso in cui l’autoreferenzialità diventa competenza. Il pubblico oramai si è assuefatto: riconosce le facce, applaude le stesse battute, si commuove alle stesse indignazioni. È tutto molto coerente, se si accetta che la coerenza sia soltanto un’opinione.

Che succede a Baum? O, meglio, che succede a Woody Allen?

C’è qualcosa di quasi tenero nel vedere Woody Allen, il cabarettista diventato filosofo, il regista che ha trasformato la nevrosi in patrimonio dell’umanità, alle prese con la forma più severa: il romanzo. Dopo una vita passata a tradurre i suoi fallimenti in aforismi, Allen tenta ora di farne letteratura. Che succede a Baum?, edito da La Nave di Teseo, è il suo primo romanzo lungo, e sembra scritto con la consapevolezza che il pubblico lo giudicherà più come reperto che come opera. È l’autoritratto di un uomo che ha sempre avuto paura di invecchiare, e che ora scopre che l’eternità non si ottiene col talento ma confidando nel ricordo altrui.

Che succede a Baum? O, meglio, che succede a Woody Allen?
La copertina di Che succede a Baum (La nave di Teseo).

Baum è l’ennesimo alter ego del suo autore

Il protagonista, Asher Baum, è uno scrittore newyorkese in crisi creativa e matrimoniale. Una carriera mai decollata, ma ora ignorata da editori che impietosamente gli ricordano i suoi limiti. È un uomo che guarda la propria decadenza come se fosse una pièce: con distanza, sarcasmo e una punta di autocommiserazione. C’è una giovane giornalista che lo intervista, un figliastro scrittore di successo di cui lui disconosce il talento, una moglie che a stento lo sopporta, e sullo sfondo una New York che non è più una città ma una diagnosi. Ricorda in alcuni tratti la trama di Basta che funzioni, uno dei suoi film del periodo tardo newyorchese più riusciti, ma senza la grazia del montaggio e il magnifico incastro dei personaggi. Baum è l’ennesimo alter ego del suo autore: il genio minore, l’intellettuale logorato dal bisogno di essere apprezzato. Ma che stavolta abbandona la leggerezza del dialogo per la gravità del periodo lungo. Il risultato è stranamente crepuscolare: meno brillante, più disarmato. In alcuni passaggi persino struggente. È come se avesse scritto un romanzo per capire se la sua voce può sopravvivere anche senza la colonna sonora di Gershwin a sorreggerne lo sfondo. 

Più che un mea culpa, il romanzo è una lunga udienza interiore

Che succede a Baum? non è solo la storia di un uomo che teme l’oblio. È anche il tentativo di un autore di difendersi dal proprio tempo. Lo scandalo del MeToo aleggia come un fantasma indiscreto: l’intervista con la giornalista verso cui non vuole ammettere a se stesso di aver tentato un goffo approccio, l’ambiguità di toni, il sospetto, l’impietoso e temuto giudizio mediatico che quasi a ogni pagina si paventa. Allen non lo affronta direttamente, ma ne fa il suo contorno emotivo: la paura dell’equivoco come nuova forma di censura. Baum/Allen è un uomo che parla troppo in un mondo che ha smesso di ascoltare. E così ogni sua battuta diventa una prova a carico. Il romanzo non è un mea culpa, ma una lunga udienza interiore, in cui l’imputato si difende citando Spinoza, Bergman, Kant e i casi clinici di Freud. 

Che succede a Baum? O, meglio, che succede a Woody Allen?
Woody Allen a Cannes nel 2002 (Ansa).

A tratti riaffiora il Woody Allen che conosciamo

La prosa è più lineare che ispirata, più conversazionale che letteraria. Si sente la mano di uno sceneggiatore abituato a scrivere per il grande schermo, non per la pagina. Il ritmo è quello di un monologo, con l’alternanza di autocommiserazione e sarcasmo che Allen condivide con la sua coscienza che gli fa da contrappunto. L’effetto surreale, per chi gli sta intorno, è quello di un uomo che parla da solo. Ma il tempo, purtroppo, non è più suo alleato: la battuta che fu geniale oggi risuona come l’eco non più liberatorio di una risata. Ogni tanto, però, ecco il lampo sotto forma di battuta secca, fulminante. Riaffiora il Woody Allen che conosciamo: quello che usa l’intelligenza come scudo, e poi ci si ferisce. 

Che succede a Baum? O, meglio, che succede a Woody Allen?
Woody Allen (Ansa).

La vera protagonista è una New York in cui Baum vaga come un reduce

Anche in Che succede a Baum? la vera protagonista è la città. Non quella delle skyline e dei ponti, ma quella fatta di caffè letterari, psicanalisti in disarmo, passeggiate tra i colori e i tepori del Village con l’indole del collezionista di rimpianti. Allen la racconta come un vecchio amico che non la riconosce più, un luogo dove l’ironia è diventata un crimine di classe. È una New York abitata da giovani che credono che l’ansia sia un’estetica e da vecchi che scambiano la malinconia per profondità. Baum vaga tra i suoi quartieri come un reduce: non dalla guerra, ma dall’intelligenza. 

Che succede a Baum? O, meglio, che succede a Woody Allen?
Woody Allen a Venezia (GettyImages).

L’autoironia rivendicata come testamento

C’è un messaggio nel romanzo, ma non è morale: è biologico. Il tempo passa, e anche la brillantezza ha una data di scadenza. Allen, che per decenni ha recitato la parte del nevrotico lucido, ora sembra l’uomo che commenta la propria sparizione con il tono rassegnato di un evento inevitabile. Non cerca perdono, ma comprensione. E in questo, paradossalmente, riesce ancora a essere autentico. Perché Che succede a Baum? non è certo un indimenticabile romanzo, ma un atto di onestà artistica che rivendica l’autoironia come suo testamento. 

Che succede a Baum? O, meglio, che succede a Woody Allen?
Woody Allen in una foto d’archivio (Ansa).

Woody Allen ci regala una lucida professione di coerenza

Ovvio che, arrivati in fondo, la domanda sorga spontanea: non «Che succede a Baum?», ma «Che succede a Woody Allen?» giunto miracolosamente integro alla soglia dei 90 anni. La risposta è semplice: niente che non capiti a chiunque invecchi nell’epoca del presente continuo e sia rimasto fedele a se stesso. Che per qualcuno potrà forse essere il suo limite più grande. Ma per noi che lo abbiamo amato e siamo invecchiati con lui è una lucida professione di coerenza. In un mondo, e verrebbe da dire una metropoli, che si reinventa ogni settimana, Woody Allen ha avuto l’ardire di restare Woody Allen. E questo, piaccia o no, è un merito da riconoscergli. 

Che succede a Baum? O, meglio, che succede a Woody Allen?
Che succede a Baum? O, meglio, che succede a Woody Allen?
Che succede a Baum? O, meglio, che succede a Woody Allen?
Che succede a Baum? O, meglio, che succede a Woody Allen?
Che succede a Baum? O, meglio, che succede a Woody Allen?
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Se l’autoritarismo da talk show diventa la comfort zone della Sinistra

C’è un riflesso condizionato nel centrosinistra: appena succede qualcosa di grave, si affaccia lo spettro della deriva autoritaria. Dopo l’esecrabile attentato a Sigfrido Ranucci, Elly Schlein ha tirato fuori la formula di rito, «la democrazia è in pericolo», e l’ha declinata come fosse un rosario civile. Bersaglio: il governo Meloni, accusato di alimentare un clima d’odio e di intolleranza di cui la bomba indirizzata al conduttore di Report è l’epitome. 

Il melonismo e l’idea estetica di comando

Ora, sarebbe da sprovveduti negare che certe pulsioni esistano. Il melonismo vive di un’idea estetica del comando: la gerarchia come valore, l’ordine e la disciplina come aspirazione, la critica come lesa maestà, la stampa come fastidio. Se potessero, molti esponenti di questa destra riscriverebbero volentieri il manuale delle libertà, magari con tanto di elenchi di chi può parlare e chi deve tacere. Ma il punto è che non possono. Non ancora, almeno. Non avendo né i mezzi né la forza per costruire un autoritarismo vero, si accontentano di parodiarlo: conferenze stampa senza domande, cronisti trattati da nemici, giornali bollati come “di sinistra” solo se osano dubitare delle magnifiche sorti di questa maggioranza. Ma è un autoritarismo da talk show, più pittoresco che pericoloso. Parafrasando Flaiano, non bisognerebbe mai dimenticarsi che da noi rivoluzioni e colpi di Stato sono impossibili perché ci conosciamo tutti. 

Se l’autoritarismo da talk show diventa la comfort zone della Sinistra
Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

La denuncite della Sinistra italiana

Il guaio è che la Sinistra, anziché smontare questo teatrino, irriderne la pochezza di cultura che lo alimenta, ci si adatta perfettamente. Trasforma ogni eccesso verbale in una prova di regime, ogni scivolone ministeriale in un attacco alla libertà di stampa. È la sua comfort zone: non serve proporre nulla, basta denunciare tutto. La deriva autoritaria come alibi dietro cui nascondere la propria inconsistenza.

La vera deriva si consuma negli Usa

Nel frattempo, la vera deriva si consuma altrove, negli Stati Uniti che della democrazia sono stati una culla, la polarizzazione è diventata un’arte e la libertà di espressione un campo minato. Lì sabato scorso milioni di persone sono scese in piazza contro la tentazione di Donald Trump di trasformarsi in monarca assoluto, nel segno di una restaurazione rabbiosa: la rivincita di chi ha vissuto con rancore gli anni del politicamente corretto e ora vuole farla pagare a chi se n’era fatto interprete. È una vendetta piena di risentimento e potere. Una guerra civile senza fucili ma con microfoni, giornali e giornalisti messi all’indice, tribunali e algoritmi pronti a delegittimare. 

Schlein sogna la Resistenza, ma non trova il regime

In Italia, per fortuna o per pigrizia, siamo ancora alla messinscena. Meloni ha preso ad alzare la voce, ma più che per convinzione (il vasto consenso di cui gode le suggerisce di dormire sonni tranquilli) per non farsi scavalcare dai “vannaccismi” che allignano nella sua coalizione. Schlein sogna la Resistenza, ma non trova il regime. Entrambe recitano il copione di una feroce contrapposizione tra le parti, dove l’unica cosa davvero in pericolo è la serietà del dibattito costretto da un appuntamento elettorale al mese ad alzare i toni per trasformarsi in propaganda. 

Se l’autoritarismo da talk show diventa la comfort zone della Sinistra
Elly Schlein (Imagoeconomica).

Siamo alla democrazia da palinsesto

Una democrazia da palinsesto, dove il pluralismo si misura in share e i sondaggi sostituiscono la Costituzione. E forse a ben guardare è questo il vero rischio che corre la democrazia: non l’autoritarismo di chi vuole sopprimerla, ma la commedia che va quotidianamente in scena per elemosinare 30 secondi di visibilità. Non sarà insomma un regime a toglierci la libertà, ma il rumore di fondo che la rende indistinguibile dal resto dello spettacolo. 

La sparata di Incoronata Boccia su Gaza e la neutralità della Rai che evapora

A Roma, nella sede del Cnel, mausoleo della burocrazia dove l’economia va a morire e il lavoro a farsi imbalsamare, si è celebrato l’anniversario della strage del 7 ottobre con un convegno dal titolo altisonante: “La storia stravolta e il futuro da costruire”. Sul palco, un trio da commedia dell’assurdo: Renato Brunetta in versione anfitrione, la ministra della Famiglia Eugenia Roccella in modalità “gita scolastica” (ma solo se il pullman non fa tappa ad Auschwitz) e, soprattutto, Incoronata Boccia, direttrice dell’Ufficio stampa Rai, che della prudenza ha fatto un peccato mortale.

La sparata di Incoronata Boccia su Gaza e la neutralità della Rai che evapora
La sparata di Incoronata Boccia su Gaza e la neutralità della Rai che evapora
La sparata di Incoronata Boccia su Gaza e la neutralità della Rai che evapora
La sparata di Incoronata Boccia su Gaza e la neutralità della Rai che evapora
La sparata di Incoronata Boccia su Gaza e la neutralità della Rai che evapora
La sparata di Incoronata Boccia su Gaza e la neutralità della Rai che evapora
La sparata di Incoronata Boccia su Gaza e la neutralità della Rai che evapora
La sparata di Incoronata Boccia su Gaza e la neutralità della Rai che evapora
La sparata di Incoronata Boccia su Gaza e la neutralità della Rai che evapora

Boccia aveva definito l’aborto «un omicidio» quando era al Tg1

Già famosa per aver definito l’aborto «un omicidio» quando era al Tg1 – un’uscita che aveva lasciato di stucco perfino i conduttori più schierati – Boccia ha rilanciato: «Non esiste una sola prova che l’esercito israeliano abbia mitragliato civili inermi. Vergogna per il suicidio del giornalismo. Ad Hamas dovrebbero dare l’Oscar per la miglior regia». Una dichiarazione così equilibrata che, al confronto, i titoli di Libero sembrano tratti da Famiglia Cristiana.

Il paradosso è servito: Brunetta, ex ministro e attuale guardiano del Cnel, organizza un dibattito sul Medio Oriente. È come se il ministero dell’Agricoltura promuovesse un simposio sulla meccanica quantistica. Forse l’idea era ricordare agli italiani che il Cnel esiste ancora, anche se solo come sfondo ideale per le conferenze più improbabili del Paese.

A questo punto tanto vale ribattezzarlo “Ufficio opinioni personali”

Ma il vero cortocircuito è altrove: nella Rai. Perché se la direttrice dell’Ufficio stampa del servizio pubblico, che dovrebbe incarnare equilibrio, misura e istituzionalità, si lancia in un comizio da talk show sovranista, allora il problema non è più di linea editoriale, ma di identità aziendale. A questo punto tanto vale ribattezzarlo “Ufficio opinioni personali”.

Il protagonismo dilaga e la Rai si trasforma in un’arena di smisurate vanità

Certo, c’è chi invocherà la libertà d’espressione. Ma la differenza tra libertà e irresponsabilità è la stessa che separa il Cnel dalla sua missione originaria: siderale. Così, mentre un imbarazzato Brunetta ascolta Roccella sostenere che i viaggi ad Auschwitz non devono essere «gite antifasciste», in Rai si registrano smottamenti degni di un sismografo: la neutralità evapora, il protagonismo dilaga e il servizio pubblico si trasforma in un’arena di smisurate vanità.

Ilaria Salis è solo una comparsa nel perenne duello tra Salvini e Tajani

Il governo Meloni somiglia sempre più a un condominio rumoroso: si litiga sul pianerottolo, ci si scambiano accuse dalla tromba delle scale, ma davanti ai giornalisti si finge armonia, con il sorriso forzato dei coinquilini che condividono poco, se non l’ambizione a primeggiare.

Il pretesto Salis giusto per riaccendere le ostilità

L’ultimo pretesto, l’immunità parlamentare confermata per un voto dal parlamento europeo a Ilaria Salis, è servito giusto a riaccendere le ostilità. Matteo Salvini, che punta il dito sul Partito popolare i cui franchi tiratori avrebbero salvato l’eurodeputata di Alleanza Verdi e Sinistra, ha rispolverato il repertorio classico: indignazione, invettiva, patriottismo a voce alta. «Vergogna! Si protegge chi odia le nostre forze dell’ordine!», ha tuonato con l’enfasi di chi ormai comunica solo in MAIUSCOLO.

Antonio Tajani, da ex presidente dell’Europarlamento, ha risposto con l’aplomb del diplomatico in servizio permanente effettivo: «Le calunnie e gli insulti non li accettiamo. Nessuno tradisce, nessuno fa giochi strani». Traduzione: quando la misura è colma, anche i moderati alzano i toni.

Ilaria Salis è solo una comparsa nel perenne duello tra Salvini e Tajani
Il ministro degli Affari Esteri, Antonio Tajani, e il ministro dei Trasporti, Matteo Salvini (foto Ansa).

Ma Salis, in questa storia, è solo una comparsa. Il vero film è Salvini contro Tajani, un duello tra un megafono e un microfono, una serie infinita dove non si contano più le puntate. La Lega, che ristagna nei sondaggi, ha costantemente bisogno di rumore. Forza Italia, rimasta orfana del Cavaliere, di rispettabilità.

Ilaria Salis è solo una comparsa nel perenne duello tra Salvini e Tajani
Ilaria Salis festeggia dopo il voto dell’Europarlamento sull’immunità (foto Imagoeconomica).
Ilaria Salis è solo una comparsa nel perenne duello tra Salvini e Tajani
La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni (foto Ansa).

Vannacci sta scavalcando Salvini insidiandogli la base

Senza Silvio Berlusconi, Forza Italia è un partito che vive di nostalgie e moderazione dichiarata. Tajani fa il tutore, ma ogni volta che parla di “centro” deve aggiungere che non è una parolaccia. Il Carroccio, invece, è prigioniero della propria metamorfosi: da partito del Nord produttivo a sguaiata tribuna del risentimento nazionale. Salvini lo sa, ma non può tornare indietro. Roberto Vannacci col suo frenetico movimentismo lo scavalca insidiandogli la base, e rinunciare alla maschera significherebbe ammettere il fallimento del personaggio.

Ilaria Salis è solo una comparsa nel perenne duello tra Salvini e Tajani
Ilaria Salis è solo una comparsa nel perenne duello tra Salvini e Tajani
Ilaria Salis è solo una comparsa nel perenne duello tra Salvini e Tajani
Ilaria Salis è solo una comparsa nel perenne duello tra Salvini e Tajani
Ilaria Salis è solo una comparsa nel perenne duello tra Salvini e Tajani

La maggioranza parla ormai il linguaggio rissoso di una chat condominiale

Così il voto sull’immunità diventa una metafora perfetta del rapporto tra i due vice di Giorgia. Entrambi si ergono a difensori dei loro principi fondanti: la legge, la Patria, l’ordine; ma in realtà difendono solo la propria ombra.
E la maggioranza parla ormai il linguaggio rissoso di una chat condominiale, mentre la politica vera resta sospesa tra l’urlo e il sussurro, come un ascensore bloccato tra due piani. È il solito teatrino del potere: stesse voci, stesso copione, stesso rumore di fondo che come nasce così si disperde nel nulla. Alla fine, l’unica immunità che davvero funziona è quella contro la realtà. Chi governa vive in quarantena permanente, protetto dal vaccino dell’autocompiacimento e dalla estrema debolezza di chi vorrebbe incarnarne l’alternativa.

Fuga da Noi Moderati: perché il partitino centrista di Lupi non ha più senso

C’è un nuovo movimento migratorio in corso. No, non riguarda le rotte del Mediterraneo, ma quelle del parlamento e delle amministrazioni locali. Le cronache del Corriere della Sera ci informano che un nugolo di Noi Moderati, la creatura politica di Maurizio Lupi, già fragile all’anagrafe, ha deciso di spiccare il volo verso Forza Italia. Un ritorno alla casa madre, direbbero i più indulgenti. Una diserzione con tanto di trolley blu elettrico, commenterebbero i più sinceri.

Fuga da Noi Moderati: perché il partitino centrista di Lupi non ha più senso
Maurizio Lupi (foto Imagoeconomica).

Osservato da vicino, il fenomeno ricorda certe colonie di farfalle che, quando la stagione cambia, si spostano in cerca di un clima più mite. In questo caso, la stagione che avanza è elettorale, e il clima più mite è quello azzurro: sempre temperato, mai estremo, protetto dal simbolo di Silvio Berlusconi come da un sole che non tramonta mai.

Fuga da Noi Moderati: perché il partitino centrista di Lupi non ha più senso
Antonio Tajani con alle spalle una gigantografia di Silvio Berlusconi (Imagoeconomica).

“Noi Moderati”: come se Tajani fosse invece campione d’estremismo

Lupi tenta di spiegare la diaspora con la serenità del capo scout che vede i suoi ragazzi scegliere un altro campo estivo. Il problema è che di campo in campo, fuori da Forza Italia la tenda del centro moderato si sta sfilacciando come un vecchio telone da parrocchia. La verità è che in un’epoca in cui i partiti per sopravvivere devono accentuare la loro natura identitaria, Noi Moderati non ha senso. È un’espressione verbale sospesa, mai coniugata al futuro. Il nome stesso pare un esercizio di understatement politico: “Noi Moderati”, ossia: non esageriamo, non disturbiamo, non contiamo troppo. Come se Antonio Tajani e i suoi fossero invece campioni d’estremismo. Una postura perfetta per il parlamento dei silenzi, ma letale quando si tratta di sopravvivere alla giungla elettorale. Un mero ticket per portare a casa un selfie nei comizi con gli altri leader della maggioranza i cui voti pesano e si contano.

Fuga da Noi Moderati: perché il partitino centrista di Lupi non ha più senso
Da sinistra Mariastella Gelmini, Mara Carfagna e Maurizio Lupi (foto Imagoeconomica).
Fuga da Noi Moderati: perché il partitino centrista di Lupi non ha più senso
Maurizio Lupi e Angelino Alfano ai tempi di Alternativa popolare (foto Imagoeconomica).

Chi resta è pronto ad andarsene: occhio a Carfagna e Gelmini

Non stupisce quindi che gli esemplari più agili abbiano già spiccato il salto evolutivo. E chi resta è pronto a farlo. Come Mara Carfagna, che negli anni ha affinato la tecnica del volo trasversale. O Mariastella Gelmini, che ha perfezionato l’arte dell’atterraggio morbido, con tanto di dichiarazione programmatica sulla “responsabilità”, paracadute semantico che si apre sempre in tempo per evitare i capitomboli più duri.

Fuga da Noi Moderati: perché il partitino centrista di Lupi non ha più senso
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Un luogo che tutti dicono di cercare, ma che nessuno riesce ad abitare

Lupi, intanto, resta sul ciglio del sentiero con la lanterna del moderatismo accesa. Ma la fiamma vacilla. Perché il centro, in Italia, è un luogo che tutti dicono di cercare ma che nessuno – vedi il duello infinito tra Matteo Renzi e Carlo Calenda (il primo oggi che ci riprova nella versione Casa riformista) – riesce davvero ad abitare. È come un agriturismo fuori stagione: rassicurante, silenzioso, ma sempre con poche prenotazioni.

Fuga da Noi Moderati: perché il partitino centrista di Lupi non ha più senso
Carlo Calenda con Matteo Renzi (foto Ansa).

Resta solo una domanda: chi rimarrà a custodire il centrino del centro?

Un entomologo, guardando diaspore e migrazioni, prenderebbe appunti con curiosità e un filo di tenerezza. Poi annoterebbe sospirando sul suo taccuino: «Specie in declino. Non aggressiva. Inoffensiva. Destinata a sparire tra una legislatura e l’altra». E così, mentre i più scafati si muovono verso lidi più sicuri, resta solo una domanda: chi rimarrà a custodire il centrino del centro? Forse un usciere distratto, incaricato di spegnere la luce. Mentre gli abitanti del palazzo stanno prendendo alla chetichella il largo, con indosso il salvagente azzurro di Forza Italia e lo sguardo fisso al prossimo giro di poltrone.