La disabilità sui social network: pericolo o opportunità?

Ridurre la visibilità degli utenti con disabilità, come in passato ha fatto TikTok, non li protegge dal rischio di bullismo ma aumenta la discriminazione nei loro confronti.

Ridurre la visibilità dei post di utenti con disabilità sui social network è una strategia contro il cyberbullismo o una forma di discriminazione?

Mi sto ponendo la domanda da quando ho scoperto che TikTok, social network molto diffuso tra i giovanissimi, avrebbe ridotto la visibilità dei video e dei post pubblicati da persone con disabilità (ma anche, per esempio, da persone in sovrappeso, queer, ecc) per difenderle da possibili azioni di cyberbulismo.

A dir la verità la notizia potrebbe essere già un po’ vecchia: TikTok ha spiegato che questa prassi, usata in passato allo scopo di contrastare tale preoccupante fenomeno, ora è stata abbandonata. Credo però che la riflessione sul modo in cui viene mostrata la diversità e in cui se ne parla sia un tema più che mai attuale e che valga la pena soffermarcisi.

TIKTOK UN SOCIAL VIDEO PER GIOVANISSIMI

L’universo della Rete e dei social è sconfinato e in continua espansione. Non è così improbabile che qualche altro social si trovi a gestire, realmente o anticipandole, le conseguenze del bullismo online e, a mio parere, non tutte le strategie di contrasto hanno la medesima efficacia.

Questo social cinese è nato come una piattaforma di video musicali amatoriali ma successivamente ha esteso il suo bacino a tutti i tipi di video brevi

Per capire meglio il funzionamento di TikTok ho chiesto informazioni a Sebastiano, mio nipote tredicenne nonché il “Virgilio” nel mio viaggio alla scoperta del misterioso mondo dei preadolescenti. Questo social cinese è nato come una piattaforma di video musicali amatoriali ma successivamente ha esteso il suo bacino a tutti i tipi di video brevi. Ovviamente, una volta creati, i video si possono pubblicare, condividere, commentare.

Ma volendo si può anche scegliere di “costruire” il proprio video, abbinandolo a quello creato da un altro utente e già caricato in rete. Immagino quindi che sia possibile “bullizzare” qualcuno commentando le sue produzioni o utilizzandole all’interno dei propri video per dileggiarle. La piattaforma consente poi di partecipare a diverse “sfide” come ad esempio la shoes challenge che consiste nel provare il maggior numero di scarpe e vestiti in 15 secondi oppure gare di “mossette” o piccole coreografie.

NASCONDERE LA DIVERSITÀ NON TUTELA DA PAURA E PREGIUDIZIO

Tik Tok, quindi, come del resto anche altri social, è uno strumento che espone i corpi e li mette in mostra in Rete ed è chiaro che a essere più in pericolo di strumentalizzazione e dileggio siano soprattutto i preadolescenti e gli adolescenti con caratteristiche ritenute fuori dalla norma. Non penso però che ridurre la visibilità dei video pubblicati da queste persone sia una strategia utile a debellare il cyberbullismo. «Lontani dagli occhi, lontani dalla violenza online» non può essere considerata una soluzione valida. Significa nascondere l’esistenza di ragazze e ragazzi che nella vita reale ci sono eccome!

Le differenze vanno conosciute e non occultate, va insegnato a conviverci e a considerarle una ricchezza

Fingere che la diversità non faccia parte della vita e dell’essere umano è innaturale. Peggio ancora, contribuisce ad alimentare l’ignoranza collettiva e, conseguentemente, anche la paura e il pregiudizio. In questo modo non si protegge proprio nessuno ma al contrario si mettono i bastoni tra le ruote a individui ancora in crescita. E non mi riferisco solamente alle possibili vittime del cyberbullismo che, sebbene parzialmente occultate in Rete, si trovano comunque a dover interagire con i loro coetanei “normaloidi” nel mondo reale ma anche coi bulli stessi.

Cos’è infatti il bullismo se non una reazione alla paura che suscita l’altrui diversità, forse perché richiama in qualche modo la nostra, che non vogliamo vedere e accettare? Le differenze vanno conosciute e non occultate, va insegnato a conviverci e a considerarle una ricchezza per tutti non a schivarle e contrastarle. L’ignoranza, intesa come non conoscenza di una certa realtà, non fa che aumentare la paura, i pregiudizi, le teorie personali false e disfunzionali rispetto alla stessa.

SERVE EDUCAZIONE AL DIALOGO E CONTROLLO DEGLI ADULTI

Comunque sia, ritengo che anche la demonizzazione tout court dei social network sia sbagliata perché la loro pericolosità o, al contrario, utilità dipende dall’uso che ne viene fatto. Certamente sono dei canali di veicolazione di messaggi utilizzatissimi, la cui potenza non va sottovalutata ma può essere usata per finalità costruttive. Sono convinta che TikTok possa essere un valido strumento per diffondere una cultura della disabilità più costruttiva e generativa di quanto ancora oggi il senso comune ci propone, all’interno e all’esterno dei social network.

I social network sono uno strumento di per sé neutro, siamo noi adulti che abbiamo la responsabilità di promuovere il confronto con i nostri preadolescenti e adolescenti

Si potrebbe, per esempio, usare lo stratagemma delle “sfide” e provare a lanciarne alcune che stimolino la riflessione sulla vita delle persone con disabilità, ad esempio: «Mostra in un minuto 10 ostacoli in cui una persona disabile si imbatte quotidianamente e come fa ad affrontarli», oppure «Persone con disabilità e diritto al lavoro in tre minuti», ed escamoages simili. Rimane il fatto che l’uso di questo social, come degli altri, da parte dei ragazzi, soprattutto se minorenni, dovrebbe essere filtrato dagli adulti di riferimento. Dei contenuti che circolano e dei messaggi in essi veicolati se ne dovrebbe poter parlare in casa e a scuola perché non è detto che tutti possiedano già gli strumenti per poterne valutare la qualità e l’eventuale pericolosità.

I social network sono uno strumento di per sé neutro, siamo noi adulti che abbiamo la responsabilità di promuovere il confronto con i nostri preadolescenti e adolescenti sia rispetto ai contenuti presenti online che riguardo alle modalità con cui vengono trasmessi. L’educazione al dialogo e al rispetto delle reciproche diversità non si genera dall’esclusione di qualcuno dalla comunità dei “parlanti”, reali o virtuali, bensì è possibile promuovendo lo scambio e la conoscenza reciproci.

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La disabilità sui social network: pericolo o opportunità?

Ridurre la visibilità degli utenti con disabilità, come in passato ha fatto TikTok, non li protegge dal rischio di bullismo ma aumenta la discriminazione nei loro confronti.

Ridurre la visibilità dei post di utenti con disabilità sui social network è una strategia contro il cyberbullismo o una forma di discriminazione?

Mi sto ponendo la domanda da quando ho scoperto che TikTok, social network molto diffuso tra i giovanissimi, avrebbe ridotto la visibilità dei video e dei post pubblicati da persone con disabilità (ma anche, per esempio, da persone in sovrappeso, queer, ecc) per difenderle da possibili azioni di cyberbulismo.

A dir la verità la notizia potrebbe essere già un po’ vecchia: TikTok ha spiegato che questa prassi, usata in passato allo scopo di contrastare tale preoccupante fenomeno, ora è stata abbandonata. Credo però che la riflessione sul modo in cui viene mostrata la diversità e in cui se ne parla sia un tema più che mai attuale e che valga la pena soffermarcisi.

TIKTOK UN SOCIAL VIDEO PER GIOVANISSIMI

L’universo della Rete e dei social è sconfinato e in continua espansione. Non è così improbabile che qualche altro social si trovi a gestire, realmente o anticipandole, le conseguenze del bullismo online e, a mio parere, non tutte le strategie di contrasto hanno la medesima efficacia.

Questo social cinese è nato come una piattaforma di video musicali amatoriali ma successivamente ha esteso il suo bacino a tutti i tipi di video brevi

Per capire meglio il funzionamento di TikTok ho chiesto informazioni a Sebastiano, mio nipote tredicenne nonché il “Virgilio” nel mio viaggio alla scoperta del misterioso mondo dei preadolescenti. Questo social cinese è nato come una piattaforma di video musicali amatoriali ma successivamente ha esteso il suo bacino a tutti i tipi di video brevi. Ovviamente, una volta creati, i video si possono pubblicare, condividere, commentare.

Ma volendo si può anche scegliere di “costruire” il proprio video, abbinandolo a quello creato da un altro utente e già caricato in rete. Immagino quindi che sia possibile “bullizzare” qualcuno commentando le sue produzioni o utilizzandole all’interno dei propri video per dileggiarle. La piattaforma consente poi di partecipare a diverse “sfide” come ad esempio la shoes challenge che consiste nel provare il maggior numero di scarpe e vestiti in 15 secondi oppure gare di “mossette” o piccole coreografie.

NASCONDERE LA DIVERSITÀ NON TUTELA DA PAURA E PREGIUDIZIO

Tik Tok, quindi, come del resto anche altri social, è uno strumento che espone i corpi e li mette in mostra in Rete ed è chiaro che a essere più in pericolo di strumentalizzazione e dileggio siano soprattutto i preadolescenti e gli adolescenti con caratteristiche ritenute fuori dalla norma. Non penso però che ridurre la visibilità dei video pubblicati da queste persone sia una strategia utile a debellare il cyberbullismo. «Lontani dagli occhi, lontani dalla violenza online» non può essere considerata una soluzione valida. Significa nascondere l’esistenza di ragazze e ragazzi che nella vita reale ci sono eccome!

Le differenze vanno conosciute e non occultate, va insegnato a conviverci e a considerarle una ricchezza

Fingere che la diversità non faccia parte della vita e dell’essere umano è innaturale. Peggio ancora, contribuisce ad alimentare l’ignoranza collettiva e, conseguentemente, anche la paura e il pregiudizio. In questo modo non si protegge proprio nessuno ma al contrario si mettono i bastoni tra le ruote a individui ancora in crescita. E non mi riferisco solamente alle possibili vittime del cyberbullismo che, sebbene parzialmente occultate in Rete, si trovano comunque a dover interagire con i loro coetanei “normaloidi” nel mondo reale ma anche coi bulli stessi.

Cos’è infatti il bullismo se non una reazione alla paura che suscita l’altrui diversità, forse perché richiama in qualche modo la nostra, che non vogliamo vedere e accettare? Le differenze vanno conosciute e non occultate, va insegnato a conviverci e a considerarle una ricchezza per tutti non a schivarle e contrastarle. L’ignoranza, intesa come non conoscenza di una certa realtà, non fa che aumentare la paura, i pregiudizi, le teorie personali false e disfunzionali rispetto alla stessa.

SERVE EDUCAZIONE AL DIALOGO E CONTROLLO DEGLI ADULTI

Comunque sia, ritengo che anche la demonizzazione tout court dei social network sia sbagliata perché la loro pericolosità o, al contrario, utilità dipende dall’uso che ne viene fatto. Certamente sono dei canali di veicolazione di messaggi utilizzatissimi, la cui potenza non va sottovalutata ma può essere usata per finalità costruttive. Sono convinta che TikTok possa essere un valido strumento per diffondere una cultura della disabilità più costruttiva e generativa di quanto ancora oggi il senso comune ci propone, all’interno e all’esterno dei social network.

I social network sono uno strumento di per sé neutro, siamo noi adulti che abbiamo la responsabilità di promuovere il confronto con i nostri preadolescenti e adolescenti

Si potrebbe, per esempio, usare lo stratagemma delle “sfide” e provare a lanciarne alcune che stimolino la riflessione sulla vita delle persone con disabilità, ad esempio: «Mostra in un minuto 10 ostacoli in cui una persona disabile si imbatte quotidianamente e come fa ad affrontarli», oppure «Persone con disabilità e diritto al lavoro in tre minuti», ed escamoages simili. Rimane il fatto che l’uso di questo social, come degli altri, da parte dei ragazzi, soprattutto se minorenni, dovrebbe essere filtrato dagli adulti di riferimento. Dei contenuti che circolano e dei messaggi in essi veicolati se ne dovrebbe poter parlare in casa e a scuola perché non è detto che tutti possiedano già gli strumenti per poterne valutare la qualità e l’eventuale pericolosità.

I social network sono uno strumento di per sé neutro, siamo noi adulti che abbiamo la responsabilità di promuovere il confronto con i nostri preadolescenti e adolescenti sia rispetto ai contenuti presenti online che riguardo alle modalità con cui vengono trasmessi. L’educazione al dialogo e al rispetto delle reciproche diversità non si genera dall’esclusione di qualcuno dalla comunità dei “parlanti”, reali o virtuali, bensì è possibile promuovendo lo scambio e la conoscenza reciproci.

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I fondatori di Google Page e Brin lasciano il controllo di Alphabet a Sundar Pichai

I creatori del motore di ricerca più usato al mondo hanno deciso di fare un passo indietro cedendo tutto all'attuale Ceo. I due manterranno il posto nel cda ma non avranno più voce in capitolo sulle strategie del gruppo.

Svolta storica per “Big G.” Larry Page e Sergey Brin, storici fondatori di Google, hanno deciso di lasciare la guida di Alphabet, Page era il Ceo mentre Brin ricopriva la carica di presidente. I due creatori del motore di ricerca più famoso del mondo hanno deciso di fare un passo indietro dopo la ristrutturazione societaria di quattro anni fa, cedendo il potere all’attuale amministratore delegato di Google Sundar Pichai. Secondo quanto scrive The Verge i due rimarranno comunque nella società e conserveranno i loro posti nel consiglio di amministrazione, ma non avranno più voce in capitolo nella gestione del gruppo.

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Attivismo online: così i millennial possono rottamare gli influencer

I nati tra gli Anni 80 e il 2000 usano i social per connettersi tra loro, esprimersi liberamente, fare gruppo. Una volta compreso questo, è possibile porre le basi per una comunicazione che non coinvolga o crei personaggi. Rendendo a questi vip digitali la vita un po' meno facile.

Estetica della comunicazione, informatica e filosofia dei linguaggi, queste alcune delle materie previste dal corso di laurea per influencer della eCampus.

Il corso, pietra dello scandalo di inizio mese, è stato concepito per fornire a figure interessate (e interessanti) competenze e strumenti in grado di affrontare il mondo degli influencer, altamente spregiudicato e in costante evoluzione.

UN PASSAPAROLA STRATEGICO PER IL MERCATO

L’obiettivo finale del corso è univoco: forgiare, indirizzare e sostenere figure professionali in grado di “influenzare” il mondo che le circonda attraverso la creazione di un passaparola strategico in grado di generare seguito e mercato. L’idea di base è dunque quella di selezionare una rosa di persone in grado di affermarsi nel mondo digitale, perché, se è vero che chiunque può diventare un influencer, è altrettanto vero che non tutti gli influencer possono davvero collaborare in maniera efficace con una certa azienda o un brand.

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Proprio su quest’ultimo aspetto la eCampus ha voluto dare il suo contributo: fornire strumenti a coloro i quali sono interessati a promuovere la propria figura sul mercato e a diventare attori cruciali del marketing attuale. In questa ottica, analizzare la funzione e gli obiettivi del corso, al di là delle critiche che la sua stessa natura porta con sé, aiuta a comprendere, e forse a sorprendersi, dell’uso che si fa, e che i millennial in particolare fanno, dello strumento digitale

I TRE TIPI DI INFLUENCER: IDENTIFIED, ENGAGED E ACTIVE

A causa della popolarità di questi personaggi pubblici e, soprattutto, del loro rapporto con il pubblico è possibile individuare almeno tre diversi cluster di influencer. Il primo è costituito dagli identified, influencer considerati rilevanti per un brand; il secondo dagli engaged, vale a dire il numero di influencer con cui si è instaurato un livello sostanziale di interazione con i follower attraverso la condivisione di post e contenuti e, infine, il terzo è composto dagli influencer active, ovvero gli influencer direttamente coinvolti nei programmi di influencer marketing. Questo terzo cluster nasce in seguito all’evoluzione del concetto di marketing, di cui abbiamo avuto modo di parlare ampliamente nella scorsa rubrica. Non si tratta, però, in questo caso, solamente della nascita e del successo dell’on-demand marketing. Il ruolo degli influencer ha dato vita al cosiddetto “marketing influenzale” che sta progressivamente scalzando quello tradizionale e implementando quello su richiesta.  

IL SUCCESSO DEL MARKETING DI INFLUEBZA

Il marketing di influenza è un tipo di marketing in cui la concentrazione è posta su persone influenti e identificate come rilevanti (influencer) più che sul mercato di riferimento nel suo complesso. Questo termine, e i concetti che dietro vi si celano, sono stati utilizzati per la prima analizzata negli Anni 40, nel celebre studio The People’s Choice di Lazarsfeld e Katz sulla comunicazione politica. Lo studio afferma che la maggior parte delle persone sono influenzate da rumors e opinion leader. Infatti, nonostante questi talvolta si limitino a dare vita a semplici words of mouth, ovvero “movimenti/parole della bocca”, spesso riescono a raggiungere il pubblico in modo efficace ed efficiente, trasmettendo semplice messaggi chiave di facile ricezione. 

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Attraverso la semplicità e la ripetitività di contenuti e l’avvento degli influencer, l’industria del marketing di influenza è cresciuta molto velocemente negli ultimi anni, tanto che nel 2017 il suo valore mondiale era stimato intorno all’1,07 miliardi di dollari. Un risultato sbalorditivo che necessita, però, di essere accompagnato da una giusta strategia per evitare di finire, in breve tempo, nel dimenticatoio.

L’ATTIVISMO DIGITALE DEI MILLENNIAL

Spesso siamo portati a pensare che i millennial, nati tra gli Anni 80 e il 2000, rappresentino la fascia d’età più affascinata e disposta al dialogo con gli influencer. Recenti studi pubblicati sul Public Relations Journal dell’Institute for Public Relations hanno evidenziato un fattore sorprendente: i millennial sono soprattutto impegnati, attraverso social network e strumenti digitali, in comportamenti di attivismo online che superano di gran lunga quelli offline. Questa forte relazione tra millennial, attivismo e digitale non risiede però nella specifica e precisa volontà dei ragazzi di “fare attivismo”. Secondo gli studi, l’attivismo viene percepito come la possibilità di avere libertà di espressione, interagire con gli altri, appartenere a un gruppo e costruire la propria identità.

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Questo aspetto, spesso sottostimato e poco considerato dagli addetti ai lavori, è fondamentale per costruire nuovi modelli di comunicazione online. I social media per l’attivismo online e le organizzazioni a esso correlate possono mobilitare strategicamente i millennial coinvolti in queste attività e coinvolgerli intorno a questioni specifiche senza la necessità di creare e animare un personaggio su cui far convergere la loro attenzione. Le idee, le parole e la continua ricerca di identità rappresentano nuove leve in grado di aiutare a costruire nuovi modelli di aggregazione. Comprendendo quali gratificazioni i millennial hanno cercato di raggiungere attraverso attivismo online, è possibile porre le basi per indirizzare la comunicazione e le gratificazioni del pubblico e rendere meno facile la vita agli influencer.

*Professore di Strategie di Comunicazione, Luiss, Roma

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Facebook e Instagram down: ancora problemi per i social di Zuckerberg

I due siti irraggiungibili per diverso tempo e in diverse zone del mondo, dall'Europa agli Stati Uniti. Su Twitter un fiume di segnalazioni sotto gli hashtag #facebookdown e #instagramdown.

Pomeriggio difficile per i social di Mark Zuckerberg. Nella giornata del 28 novembre sia Facebook che Instagram sono risultati irraggiungibili per diverso tempo in varie parti del mondo.

SEGNALAZIONI DALL’EUROPA AL SUD AMERICA

Sul sito Downdetector sono state migliaia le segnalazioni di malfunzionamento per i due social network. A livello geografico, le segnalazioni hanno coinvolto l’Europa, il Nord America e il Sud America. Diverse centinaia di segnalazioni hanno riguardato la chat Messenger. Su Twitter diversi utenti stanno postando messaggi con gli hashtag #facebookdown e #instagramdown. C’è chi non è riuscito ad accedere a Facebook e ha pubblicato lo screenshot dell’avviso visualizzato sul social: «Facebook al momento non è disponibile a causa di un’operazione di manutenzione e dovrebbe tornare a essere disponibile tra pochi minuti».

FACEBOOK: «AL LAVORO PER TORNARE ALLA NORMALITÀ»

«Sappiamo che alcune persone stanno riscontrando delle difficoltà nell’accedere alla famiglia delle app di Facebook», ha detto un portavoce del gruppo. «Stiamo lavorando per riportare tutto alla normalità il più velocemente possibile».

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Il bonus per tv e decoder dvb t2 parte il 18 dicembre

Lo sconto di 50 euro è destinato alle famiglie con Isee fino a 20 mila euro ed è valido fino al 31 dicembre 2022.

I commercianti speravano che arrivasse prima di Natale e così è stato. Il ministero dello Sviluppo economico e quello dell’Economia hanno pubblicato in Gazzetta Ufficiale il decreto che sblocca il bonus da 50 euro per l’acquisto di smart tv e decoder dvb t2, in grado di ricevere il nuovo segnale digitale terrestre. Si partirà il 18 dicembre.

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A beneficiare del bonus saranno le famiglie con reddito Isee fino a 20 mila euro. Lo sconto sarà praticato direttamente dai commercianti fino al 31 dicembre 2022, dunque la misura è valida per tre anni. Per gli esercenti si tradurrà in un credito d’imposta. Il bonus è finanziato con le risorse già stanziate dalla legge di bilancio 2019, che prevedeva fondi per circa 150 milioni di euro.

È bene ricordare che entro la fine 2022 si concluderà il processo di transizione alle reti digitali terrestri in dvb t2 (digital video broadcasting terrestrial 2), necessario per lasciare spazio alla connettività 5G. Se le frequenze sulla banda dei 700 MHz venissero spente oggi, si calcola che quasi 18 milioni di famiglie italiane – più di otto su dieci – non potrebbero più vedere i canali terrestri, anche se è dal primo gennaio 2017 che i negozi hanno l’obbligo di vendere apparecchi predisposti. Quindi, se il televisore che si ha in casa è stato comprato dopo quella data, è già in grado di supportare il nuovo sistema. Per acquisti fatti negli anni precedenti occorre invece verificare la compatibilità.

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I rischi di spiare partner e figli attraverso le app

Controllare gli adolescenti attraverso il cellulare è controproducente. Crea ansia e azzera la loro autostima. Se lo si fa con un adulto, a sua insaputa, si commette reato. E si manda a rotoli la relazione. Parola dello psicologo Giuseppe Lavenia, presidente dell’Associazione nazionale dipendenze tecnologiche.

Ficcare il naso nella vita online di partner, amici, semplici conoscenti o figli può facilmente diventare un’ossessione. L’attività di “intelligence” è facilitata da applicazioni che registrano spostamenti, conversazioni WhatsApp, mail e addirittura telefonate. Un controllo spesso illegale che ha conseguenze pesanti su rapporti e relazioni.

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ADOLESCENTI SOTTO CONTROLLO

Questi servizi non tentano solo partner gelosi, ma anche genitori di adolescenti, convinti di poter dormire sonni tranquilli con un semplice download. L’ultima app che ha provocato una rivolta social dai parte dei ragazzi è stata Life360. Ma l’elenco è lungo: si va da FamilySafe a Mobile Fence, da Family Time al “banale” Trova il tuo iPhone. E allo scoppiare di ogni nuova polemica si ripropone puntuale la stessa domanda: è giusto o no controllare i propri figli?

ATTENZIONE ALL’AUTOSTIMA DEI RAGAZZI

Secondo lo psicologo Giuseppe Lavenia, presidente dell’Associazione Nazionale dipendenze tecnologiche, la risposta è: «Quasi mai». «Sconsiglio l’uso di uno smartphone proprio fino ai 13 anni», spiega a Lettera43.it, «ma se lo si consente, meglio controllare che tipo di app vengono scaricate e che uso se ne fa visto che a quell’età è molto difficile riuscire a difendersi dai pericoli della Rete». Diverso, invece, lo “spionaggio” territoriale o relazionale che queste app esercitano sia alla luce del sole sia all’oscuro dell’interessato. In tal caso la condanna è ferma. «Pensare di conoscere ogni spostamento o pensiero del proprio figlio è un’utopia visto che esistono mille modi per ingannare certi sistemi», continua Lavenia, «come scaricare app che simulino geolocalizzazioni diverse da quelle effettive o cambiare sim all’insaputa del genitore». Inoltre è anche controproducente per l’autostima del ragazzo. «Se un 15enne scarica l’app social del momento, per esempio Tik Tok, è giusto farsi spiegare di cosa si tratta, senza però invadere troppo la sua privacy. In questo modo sentirà non solo la presenza dell’adulto ma anche la fiducia che gli si accorda».

Spiare il partner attraverso app installate sul suo cellulare a sua insaputa è un reato.

SOFTWARE CHE GENERANO SOLO PARANOIE

Non solo. Dispositivi simili non sono altro che generatori di paranoie, più si conosce più si vorrebbe sapere, senza preoccuparsi delle conseguenze. «I ragazzi di oggi sono già abbastanza controllati dal registro elettronico e dai vari gruppi di mamme, sottometterli a queste app equivale a chiuderli in una sorta di carcere digitale in grado di fare molto male», sottolinea lo psicologo.

L’ANSIA ALLA BASE DEL MONITORAGGIO MANIACALE

Se si parla di adulti, invece, il discorso cambia radicalmente visto che il controllo non è mai ammissibile ed è condannato dalla legge. «Nonostante questo, non conto più le coppie che arrivano in terapia portando a suggello delle differenti tesi screenshot delle conversazioni con il partner o cose dette nelle app di famiglia», racconta Lavenia. Anche in questo caso, al di là che «solo l’idea che il partner conosca ogni nostro spostamento è inquietante», il vero problema è se il cellulare non prende, è scarico o si spegne. «A quel punto il controllante cade in paranoia e in agitazione immaginando gli scenari peggiori». Già perché alla base dei comportamenti devianti di chi decide di esercitare un monitoraggio maniacale c’è uno stato d’ansia elevatissimo che in presenza di imprevisti si amplifica, mettendo in crisi ancora di più il rapporto di fiducia. «Una relazione sana dovrebbe basarsi su questo mentre lo spionaggio ne è privo, manipola l’altro e tende a metterlo alla prova», ricorda Lavenia.

In Italia nei primi 8 mesi del 2019 almeno 1000 persone sono state vittime di stalkerware.

IN CRESCITA I CASI DI STALKERWARE

Quando poi il controllo è subdolo e viene effettuato attraverso spy software che si agganciano al cellulare in modo invisibile e lavorano senza lasciare traccia diventa un reato. Secondo l’ultimo rapporto The State of Stalkerware pubblicato dal colosso russo della sicurezza informatica Kaspersky, da gennaio ad agosto 2019 oltre 37 mila persone nel mondo sono state vittima di stalkerware almeno una volta. Più di mille solo in Italia. Lo stalkerware non solo è illegale ma anche pericoloso visto che nel cervello dell’esecutore si innescano meccanismi persecutori compulsivi che creano una dipendenza emotiva e fisica molto simile a quella generata dalla droga. Inutile sottolineare la pericolosità di un tale comportamento per le vittime sia a livello fisico, essendo impossibile prevedere la reazione di un partner ossessivo che si senta tradito, sia psicologiche, dato che accorgersi di essere costantemente monitorati rappresenta una violenza

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Pokémon, origine e storia di un successo planetario

Il 15 novembre hanno debuttato gli ultimi due videogiochi Pokemon Spada e Scudo. Ma come è nato il fenomeno dei mostriciattoli da catturare? Tutto è cominciato da una semplice battaglia tra insetti.

Ventiquattro anni dopo, il mondo sta per essere invaso ancora una volta da una valanga di coloratissimi, improponibili mostriciattoli che sciamano dall’arcipelago nipponico. Sono i Pokémon, fusione di due parole, Pocket e Monster, mostri tascabili. Milioni di appassionati hanno atteso il debutto, il 15 novembre, degli ultimi due capitoli su Nintendo Switch di Pokémon Spada e Pokémon Scudo. Per dare un’idea nella notte, a Milano, nel quartiere City Life, i fan più sfegatati hanno sfidato il freddo novembrino sotto un Pikachu alto 11 metri pur di mettere le loro mani sui videogiochi allo scoccare della mezzanotte.  

Ma quali sono le ragioni di una simile mania? E com’è nato questo fenomeno mondiale che non ha risparmiato angolo del globo pur affondando le proprie radici nella tradizione e nella cultura nipponica?

POKÉMON, GENESI DI UN MITO

I Pokémon vengono alla luce nel 1995 ma in realtà erano presenti da sempre nella cultura giapponese. Ancorati all’antico culto animista che ha poi pervaso, nei secoli, scintoismo e buddismo, i giapponesi sono ancora oggi intimamente convinti che qualunque oggetto possegga un’anima. Anche i sassi. E non è un caso, dunque, che ci siano Pokémon a forma di sasso, come Geodude, recentemente scelto come ambasciatore del turismo del Paese, con tanto di immancabile sigla dal sapore infantile.

Popolo indubbiamente curioso, quello giapponese, che da sempre guarda con altri occhi la natura che lo circonda, lasciandosi attrarre soprattutto dalle creature più piccole.

LA PASSIONE PER GRILLI, CICALE E COLEOTTERI

Se i Pokémon esistono da sempre non lo si deve solo all’animismo, ma anche alla passione dei giapponesi per gli insetti. Noi occidentali non li abbiamo mai particolarmente amati. Esistono invece antiche stampe nipponiche che ritraggono con dovizia di particolari locuste e scorpioni. Per non parlare, poi, dei poemi e degli haiku sui canti delle cicale e dei grilli. I più antichi risalgono al X secolo.

Un allevamento di insetti in Cina.

Il noto pittore e poeta Kobayashi Issa per esempio scrisse: «Quando io morirò, sii tu il guardiano della mia tomba, piccolo grillo». Non è un caso che, prima della Seconda Guerra mondiale, quando cioè il Sol Levante viveva ancora separato dal resto del mondo, lo straniero più noto all’epoca nel Paese fosse l’entomologo francese Jean-Henri Fabre (1823-1915), soprannominato da Victor Hugo «l’Omero degli insetti», autore di un libro che nell’arcipelago è considerato oggetto di culto: Ricordi entomologici.

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LE BATTAGLIE TRA INSETTI

Per i coleotteri, poi, i giapponesi hanno sempre avuto una sorta di predilezione. Ancora oggi, durante l’estate, nei paesini rurali i negozi vendono larve di kabutomushi che i bambini allevano per tutte le vacanze come animali da compagnia. Sono detti scarabei rinoceronte per il lungo corno curvo sulla fronte: i maschi lo usano come leva per sollevare il corpo dell’avversario negli scontri per la difesa del territorio. Questa animosità innata nel kabutomushi ha dato origine a un hobby nipponico che è a sua volta prodromico al fenomeno dei Pokémon: le battaglie tra insetti.

Pupazzi dei Pokemon a Taipei.

Anche in Cina e in Corea non è raro, magari in bar malfamati, trovare assembramenti di adulti ubriachi intenti a scommettere sull’insetto che uscirà vivo dall’incontro. E nel vasto Oriente non sempre queste competizioni sono viste di buon occhio per motivi di ordine pubblico.

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MANTIDI E CERVI VOLANTI SCAMBIATI COME FIGURINE

In Giappone invece queste furibonde battaglie hanno conservato un pizzico dell’innocenza di un tempo e, mentre gli adulti perdono migliaia di yen al pachinko, i pochi bambini che hanno ancora la fortuna di vivere in ambienti rurali trascorrono le estati catturando esemplari che poi fanno combattere tra loro o che semplicemente mostrano agli amici, dando vita a veri e propri mercatini nei cortili delle scuole. I più ambiti sono naturalmente quelli dotati di mandibole, corna e artigli, come la mantide, il coleottero lucanide, il cervo volante, il Titanus giganteus, il Cyclommatus, il Golia, il Megasoma elefante o il Dynastes hercules. Guardando bene questi coleotteri, dai gusci spessi e dalle zanne affilate, si intuisce che un altro fenomeno tutto nipponico è probabilmente nato proprio dalla loro passione per gli insetti: quello dei robot che nei telefilm degli Anni 80, soprannominati Tokusatsu, distruggevano intere metropoli.

Pikachu è il personaggio diventato simbolo dell’intera saga.

COME SI È ARRIVATI A PIKACHU

Che i Pokémon siano nati dalle battaglie per gli insetti lo ha ammesso il loro creatore, Satoshi Tajiri. Quando, appena 30enne, nel 1995 varcò i cancelli della sede di Kyoto di Nintendo, la software house di videogiochi, propose appunto una simulazione virtuale di questo hobby. Infatti, chi ha avuto modo di esplorare il codice di gioco originario sostiene che il primo Pokémon introdotto non sia stato Pikachu, che con l’esplodere della moda è diventato emblema dell’intera serie, ma colossi come Nidoking e Kangaskhan che, per fattezze e caratteristiche, rimandano appunto ai coleotteri più ambiti.

Un enorme Pikachu alla sfilata per il Giorno del ringraziamento a New York.

Sarebbe stata Nintendo a chiedere allo sviluppatore di introdurre mostriciattoli più kawaii (aggettivo intraducibile che indica tutto ciò che è amabile e suscita trasporto materno), come appunto Pikachu (che all’inizio si chiamava Gorochu), Meowth e Jigglypuff.

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Ma il concetto alla base rimase invariato: si impersonava un ragazzino che aveva come compito quello di catturare esemplari sempre più rari da fare combattere e da scambiare con gli amici. In una epoca in cui non esisteva la tecnologia bluetooth e non c’erano apparecchiature Wi-Fi, Nintendo fece miliardi di yen vendendo cavetti che mettevano in connessione due Game Boy e consentivano di trasportare i Pokémon da una consolle all’altra (oggi ne fa ancora con la Banca Pokémon, cloud in cui stoccare – a pagamento – le proprie creaturine).

A caccia di mostri con Pokemon Go.

ANIMALI DALLA UOVA D’ORO: FUMETTI, FILM E VIDEOGIOCHI

Se, le prime avvisaglie arrivarono, quasi in sordina, nei Game Boy de bambini delle elementari, in breve tempo scoppiò il fenomeno. I maestri non riuscivano più a separare i bambini dalle consolle e presto iniziarono loro stessi a giocarci, così come ci giocavano anche i genitori. Il primo aprile del 1997 andò in onda il primo episodio dell’anime (cartone animato) dedicato ai Pokémon che contribuì a diffondere l‘isteria collettiva dando alle buffe creaturine rotondità, animazioni e colori che su una consolle a 8-bit del 1989 dallo schermo verde e grigio non potevano certo avere.

Ai primi tre videogiochi, Pokémon Rosso, Pokémon Blu e Pokémon Verde venne affiancato un quarto titolo, sostanzialmente identico, ma che aveva Pikachu protagonista, per sfruttare la popolarità che il personaggio aveva guadagnato grazie alla serie animata: Pokémon Giallo. Fu un altro incredibile successo.

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Oggi i quattro videogame hanno superato le 100 milioni di copie vendute in tutto il mondo. Da lì a poco uscì anche Mewtwo colpisce ancora (tornerà realizzato in GC), il primo dei 23 lungometraggi per il cinema che, proprio nel 2019, hanno subito una decisa evoluzione con Detective Pikachu, pellicola in cui i mostriciattoli sono disegnati per la prima volta in computer grafica e interagiscono con attori in carne e ossa (protagonista è Justice Smith, figlio di Will Smith) in modo non dissimile dalla tecnica usata nel 1988 per realizzare Chi ha incastrato Roger Rabbit. L’arrivo su smartphone di Pokémon Go ha dato nuovo slancio al fenomeno permettendo la cattura dei mostriciattoli nel mondo reale. E ora il debutto dei due ultimi titoli, Pokémon Spada e Pokémon Scudo, destinati secondo gli analisti a infrangere ogni record precedente.

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Come funziona Facebook Pay, il nuovo servizio per i pagamenti digitali

Mark Zuckerberg entra ufficialmente nel mondo dei pagamenti digitali con Facebook Pay, il nuovo servizio destinato agli utenti che usano..

Mark Zuckerberg entra ufficialmente nel mondo dei pagamenti digitali con Facebook Pay, il nuovo servizio destinato agli utenti che usano Facebook, Messenger, Instagram e WhatsApp e che promette «un’esperienza di pagamento comoda, sicura e coerente» tra tutte le applicazioni.

Facebook Pay debutterà questa settimana negli Stati Uniti, per poi diffondersi in altri Paesi. Potrà essere utilizzato per fare acquisti, effettuare donazioni o trasferire denaro.

La società spiega che Facebook Pay «si basa su infrastrutture finanziarie e su partnership già esistenti ed è separato dal portafoglio Calibra, che si appoggerà al network Libra», la moneta elettronica che Facebook si prepara a introdurre. Pay supporterà la maggior parte delle principali carte di credito e carte di debito e anche PayPal.

Ma come funziona Facebook Pay? Per utilizzarlo bisognerà aggiungere un metodo di pagamento tra le impostazioni dell’applicazione, oppure sceglierlo nel momento in cui si decide di fare una delle operazioni consentite.

Deborah Liu, vice presidente Marketplace and Commerce di Facebook, assicura che le coordinate delle carte e dei conti correnti bancarii verranno archiviati e crittografati in modo sicuro: «Gli utenti già usano i pagamenti sulle nostre app per fare acquisti, donazioni oppure mandare denaro. Facebook Pay renderà più semplici queste transazioni, continuando a mantenere le informazioni di pagamento sicure e protette».

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Gerd Leonhard: «Vi spiego perché l’uomo ringrazierà i robot»

In 20 anni cambierà tutto. Anche tanti media, di carta e online, spariranno. Con molto meno lavoro ma molti più profitti. Pure per lo Stato. La sfida nell’etica e nella redistribuzione. Il futurologo a L43.

Un mondo senza auto a carburante e call center. Dove lavorare da indipendenti per tre ore al giorno, mantenuti da un reddito minimo di base, garantito dagli introiti statali di energie potenzialmente illimitate e dai costi di produzione massicciamente abbattuti. Un mondo dove andare poi a svagarsi in locali magari con l’insegna no smartphone accanto a no smoke. O accendendo radio e tivù on demand. Navigando con la voce su una Rete molto più veloce e snella di siti web, grazie al 5G e all’intelligenza artificiale (Ai) che sbrigherà tutte le ricerche dati e i compiti di routine. Quel mondo, secondo le previsioni del futurologo tedesco Gerd Leonhard, pensatore e da anni studioso dell’impatto delle tecnologie digitali, non sarà la società mostruosa dei film sul futuro di Hollywood. Ma potrebbe diventarlo se l’etica umana non riuscirà a dominarla.

LA RIVOLUZIONE PIÙ RAPIDA

L’autore di Technology vs. Humanity (2016) non minimizza sulle distopie di un avvenire pervaso da macchine in potenza superuomini. «Potremo fare delle bombe o dei miracoli, una responsabilità tremenda», spiega a Lettera43.it dall’Internet Festival di Pisa, «il mondo cambierà più nei prossimi 20 anni che non negli ultimi 300. Il decollo concomitante di più tecnologie – dal 5G, all’Internet delle cose (Idc), all’ingegneria genetica che modificherà il genoma – porterà al più grande e repentino cambio di paradigma della storia». Per Leonhard, con alle spalle oltre 1500 speech anche tra i big del tech, settori come il bancario verranno smantellati. La gran parte dei giornali sparirà, anche online, se non diverranno un brand con più offerta digitale. «Ma l’umanità creativa» assicura «vincerà i robot e li guiderà».

Internet tecnologie futuro intervista Gerd Leonhard
Il futurolo Gerd Leonhard.

DOMANDA. Che input riceve quando raccomanda per esempio agli staff di Google o di Microsoft a restare umani, di collaborare per creare insieme i Consigli etici digitali?
RISPOSTA.
Sono fiducioso, anche loro sono esseri umani che non vogliono diventare macchine. Il problema delle tecnologie più potenti dell’uomo è che non hanno discrimine tra bene e male. Anche il Dalai Lama ritiene l’etica più importante della religione. Predico con urgenza una rete di Consigli etici digitali a livello di città, Paesi, regioni e infine del mondo, perché il gioco non sfugga di mano. Al momento sono una 20ina. Solo con questo sistema capillare e gerarchico potremo accordarci su cosa sia etico o meno. Dilemma tanto difficile quanto cruciale.

Non ci siamo riusciti nell’analogico su questioni come l’eutanasia o la maternità surrogata.
Spesso si fraintende che l’etica sia dire sempre no. Invece è discernere caso per caso. Se per esempio con le tecnologie dell’ingegneria genetica posso prevenire l’insorgere del cancro, salvando anche solo una vita umana, ho il dovere di sforzarmi come scienziato. Ma non di creare un super soldato o un dio.

È ottimista anche sulle ricadute della perdita di centinaia di professioni: davvero, come sostiene, dopo la grande contrazione torneranno a circolare soldi, tanti, che verranno distribuiti?
Per forza, i progressi saranno inevitabili, enormi e non graduali. E saranno un grosso business: comunicare diventerà come l’aria o l’acqua. L’energia pulita, solare e nucleare, sostituirà il petrolio e sarà illimitata. A basso costo come la gran parte della merce: con l’intelligenza artificiale, i computer quantistici e in 3d, le superconnessioni in 5G, si potrà produrre di più e in massa, a un costo infinitamente inferiore. I governi devono ancora incassare i soldi dai benefit: la sfida più grande, con l’etica, sarà la redistribuzione.

Ma i governi lo capiranno? Anche i partiti sono in una fase di rottura.
Ogni politico dovrebbe superare il test del futuro con patentino. Tanti vivono ancora nel passato ma se, come credo, comprenderanno i margini di guadagno del cambiamento, gli Stati potranno offrire servizi di base a tutti e un reddito minimo garantito. Basterà lavorare 2 o 3 ore al giorno, con gli stessi compensi di oggi, per tutta una serie di impieghi. Adesso lavoriamo di più proprio a causa delle nuove tecnologie, ma presto sarà l’opposto. L’idea del lavoro dovrà essere ridefinita.

Quali impieghi crolleranno drasticamente?
Le macchine faranno tutto il banking. Come parte dello scientifico e del sanitario: i robot operano già, in modo più invasivo e più economico dei chirurghi, e con più precisione. Tra 10 anni tutte le operazioni semplici, di contabilità e di routine saranno svolte dall’intelligenza artificiale in modo più efficiente e corretto: le informazioni per servizi si potranno avere in automatico parlando con le app: 20 milioni di operatori dei call center sono in estinzione. Come i contabili sostituiti da grandi calcolatori.

Lei prevede servizi pubblici più economici del 90% per i cittadini. Anche nell’informazione: libri e giornali di carta spariranno tra i media?
Toccare la carta dà piacere, nella mente si attivano circuiti diversi che quando navighiamo su Internet: sono convinto che l’80% dei libri resterà, leggeremo di più per il tempo libero. Con la gran parte dei giornali andrà diversamente: prima la stampa era un modello di business per la pubblicità, ma oggi non più. Non è affatto necessario comprare un giornale all’edicola per informarsi. Ci sono tante altre fonti.

Soprattutto sui siti Internet.
Distinguere tra carta e web è fuorviante. Tra 10 anni non ci saranno più neanche i siti web, tanto uomo  e macchina si comprenetreranno. Non servirà più digitare a mano per trovare informazioni sulle pagine online: roba di 20 anni fa. Sarà tutto disponibile a voce, on demand. E comunicheremo a distanza con audio, video, ologrammi…

Così anche il giornalismo morirà.
Affatto. Come altre professioni creative e umane sopravviverà, soprattutto nello storytelling. Il giornalismo non verrà soppiantato da macchine incapaci di comprendere e di intuire situazioni e relazioni, di indagare e di verificare dati, di creare video e immagini originali. I computer sono ottimi database e potranno anche simulare storie, ma in modo dozzinale: capire il mondo non è un dato di fatto. Certo di sicuro cambieranno i mezzi: vedremo le radio sparire dalle auto connesse a Internet. Tra i quotidiani reggeranno solo quelli molto buoni come il New York Times, l’Economist, il Guardian o der Spiegel in Germania, che da fogli di carta si stanno trasformando in brand digitali del lifestyle. Cioè in potenti società tecnologiche.

Internet tecnologie futuro intervista Gerd Leonhard
Il cervello artificiale di un umanoide. GETTY.

Due multinazionali digitali per eccellenza, Google e Facebook, cercano di fare informazione.
Ma siamo già a una crisi dei social media, per la spazzatura generata dagli algoritmi. Che di per sé sono insufficienti a fare informazione, devono incontrarsi con gli old media. Con questo abbaglio negli ultimi 10 anni sono stati persi molti soldi, molti media hanno chiuso e quel che abbiamo è un cattivo giornalismo. Ma con la redistribuzione assisteremo a un grande revival, soprattutto dei media pubblici. Anche su questo sono ottimista.

Cos’altro non diventerà mai macchina, nonostante corpi contaminati dai chip, estensioni di robot?
Ci sarà molta assistenza dell’Ai. Ma difficilmente guidare un’auto sarà totalmente automatizzato, a causa dell’imprevedibilità del traffico. Parte dei negozi resterà gestito da persone, per via delle relazioni umane indispensabili per la nostra natura. Pensiamo ai contatti in un café, al lavoro di uno chef… C’è principio paradossale nella scienza: tutto ciò che è semplice per un computer è difficile per l’uomo, e viceversa. Gli uomini hanno dei limiti logici che le macchine non hanno. In compenso riescono a comprendere e a sentire.  

Però le menti dei bambini potrebbero essere plasmate dalle tecnologie, diventando macchine: si vedono navigare negli smartphone prima di imparare a leggere e a scrivere.
È un’urgenza, come detto, proteggere la parte umana circondata da tecnologie potenti, accattivanti come le droghe. Ma c’è una strada già tracciata: i bambini per esempio non dovrebbero poter usare gli smartphone a scuola. E nei ristoranti sarebbe una bella regola il no smartphone – su base volontaria, non come obbligo per i ristoratori – oltre al no smoke.

Quali Paesi sono più avanti nella gestione responsabile delle nuove tecnologie?
Paesi nordici come Finlandia e Danimarca. In Finlandia si educano già i bambini a essere più umani in un mondo digitale: lo scontro con le nuove tecnologie si vince grazie alla cultura. Occorre capire che insegnare la meccanica ai giovani li renderà disoccupati: se diventeremo macchine saremo oscurati dai robot.


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