Femminicidio a Bergamo: donna uccisa a coltellate dal marito

AGI - Una donna di 41 anni è stata uccisa in casa a coltellate a Bergamo, in via Pescaria. Per il delitto è stato arrestato il marito convivente che si trova all'ospedale Papa Giovanni XXIII per alcune ferite superficiali. Non è chiaro se l'uomo abbia tentato di togliersi la vita.

Gli accertamenti sul femminicidio 

Dai primi accertamenti della Squadra Mobile e della Procura di Bergamo non risultano precedenti segnalazioni o interventi delle forze dell’ordine relativi a liti o episodi di violenza tra i coniugi.

La dinamica del femminicidio 

I due sarebbero stati in via di separazione. Gli agenti sono state chiamati dalla figlia dell’uomo, avuta da una precedente relazione. Quando i sanitari del 118 sono arrivati nell’appartamento la donna era già morta e hanno riscontrato sul corpo i segni di diverse coltellate in punti vitali. 

Modifiche alla cartella di Domenico, 2 medici indagati anche per falso

AGI - L'orario dell'arrivo del cuore da Bolzano per il trapianto al piccolo Domenico Caliendo, eseguito poi il 23 dicembre scorso con l'organo già danneggiato, è al centro di una nuova contestazione della procura di Napoli a due dei sette medici già indagati per omicidio colposo. A Guido Oppido, il cardiochirurgo che ha eseguito l'intervento, e alla seconda operatrice in sala, il pm Giuseppe Tittaferrante e l'aggiunto Antonio Ricci contestano anche il reato di falso, per discrepanze tra quanto segnato nella cartella medica del bimbo di due anni, morto dopo il trapianto di un cuore danneggiato all'ospedale Monaldi di Napoli il 23 dicembre scorso, e quanto emerso dagli accertamenti degli inquirenti. Per entrambi è stata chiesta anche al gip una misura interdittiva e verranno ascoltati a fine mese.

Dettagli splatter dalle testimonianze

Dalle testimonianze acquisite della procura di Napoli, "sono emersi dettagli scioccanti, dettagli 'splatter'. Ora dobbiamo studiare i documenti ma quello che è successo in sala operatoria a Napoli, è qualcosa quasi, purtroppo, di cinematografico", ha commentato l'avvocato Francesco Petruzzi, riferendosi alla documentazione acquisita per conto della famiglia di Domenico. Il legale della famiglia del bambino deceduto il 21 febbraio, fa riferimento a dichiarazioni relative all'attesa in sala operatoria dopo aver espiantato il cuore malato di Domenico, prima che arrivasse il box con l'organo del donatore in sala operatoria.

La lite in sala operatoria

Secondo la testimonianza, uno dei tecnici di sala viene chiamato a colloquio dal cardiochirurgo che ha seguito il trapianto, il quale chiede contezza, "con tono minaccioso" del fatto che il clampaggio è avvenuto alle 14.18 se alle 14.22 chi stava portando in ospedale il cuore del donatore era a telefono con un altro medico dell'equipe. Il tecnico avrebbe detto esplicitamente al cardiochirurgo che aveva espiantato il cuore del bambino malato, quando "il cuore era fuori dall'ospedale". In risposta il cardiochirurgo avrebbe dato un calcio a un termosifone offendendo verbalmente il tecnico, davanti a sanitari dell'equipe.

L'arrivo del cuore del donatore

Il contenitore in cui è stato trasportato il cuore donato al piccolo Domenico Caliendo, "chiuso, arrivò qualche minuto prima delle 14.30", secondo la ricostruzione di una testimone, ascoltata dai pm di Napoli per sommarie informazioni, nell'ambito dell'indagine sulla morte del bambino di due anni dopo il trapianto di un cuore danneggiato durante il trasporto da Bolzano.

Tempistiche del clampaggio e dell'arrivo dell'organo

Dopo il momento del 'clampaggio', la chiusura cioè delle principali arterie conseguente l'asportazione del cuore malato del bimbo, che sarebbe avvenuto alle 14.18, da quanto emerge da stralci delle testimonianze visionati dall'AGI, si evince che "qualche minuto prima delle 14.30" il cuore del donatore di Bolzano è arrivato in sala operatoria all'interno del contenitore ancora chiuso e che mentre veniva ultimata "la cardiectomia il contenitore non era ancora aperto".

Canile lager con 26 barboncini toy sequestrato nel Napoletano (video)

AGI - Un canile lager per barboncini toy, molto pubblicizzato su TikTok. È la scoperta dei carabinieri nel Napoletano, che hanno trovati 26 cani in un 'canile' costruito abusivamente sul solaio di un palazzo di Villaricca, dentro al quale era stato ricavato un complesso in muratura di gabbie recintate dotate in alcuni casi anche di lampade riscaldanti per i cuccioli neonati.

I barboncini nel canile venduti sui social per oltre mille euro 

Un dedalo di ambienti costruito senza l’ombra di un’autorizzazione, per l’allevamento ma anche come vetrina per i numerosi clienti catturati sui social. Perché l’uomo che è stato ritenuto il titolare del canile, pubblicizza la rivendita su TikTok, abbinando il prezzo ai video dei musetti dei barboncini. Somme che oscillano tra i 1000 e i 1200 euro.

Il video dei carabinieri 

"Il canile malsano"

Quello che non emerge online è l’ambiente malsano in cui questi cagnolini sono costretti a vivere in attesa di un nuovo padrone, tra i liquami e gli escrementi. In ambienti promiscui e ristretti.

Il sequestro del canile 

militari della stazione di Villaricca, col prezioso contributo di personale dell’Asl Napoli 2 di Marano, hanno sequestrato la struttura e denunciato l'allevatore. I cani saranno affidati all’Asl.

L’uomo denunciato è fratello di una donna di 35 anni che i carabinieri avevano denunciato lo scorso 25 luglio per chirurgia estetica abusiva. Anche lei pubblicizzava la propria attività su TikTok.

 

Ancona proclamata Capitale italiana della Cultura 2028

AGI - Sarà Ancona la Capitale italiana della Cultura 2028. Lo ha annunciato il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, nel corso della cerimonia ufficiale, in corso nella Sala Spadolini del ministero di via del Collegio Romano, alla presenza della giuria di selezione, presieduta da Davide Maria Desario, e dei rappresentanti delle dieci citta' candidate al titolo.

Il 'dossier' Ancona scelto all'unanimità 

Ancona è stata quindi designata Capitale della Cultura 2028 dopo Pordenone nel 2027 e l'Aquila nel 2026. Il suo dossier propositivo è stato giudicato "eccellente" ed è stato scelto all'unanimità su quelli delle altre 9 città finaliste, dopo una selezione partita da 23 candidature al titolo. 

"Ancona. Questo adesso" 

Il dossier vincitore, illustrato il 26 febbraio scorso alla giuria attraverso una performance di un'ora e completata da una copia in Braille del documento, ha come titolo 'Ancona. Questo adesso', tratto da un brano del poeta anconetano Francesco Scarabicchi.

Per Ancona un contributo di un milione di euro 

Al progetto hanno lavorato, tra gli altri, il premio Oscar Dante Ferretti e il musicista Dardust. Ancona riceverà il contributo di un milione di euro, per attuare il programma culturale presentato nel dossier di candidatura. Si tratta del secondo titolo di Capitale italiana della Cultura conquistato dalle Marche e arriverà 4 anni dopo Pesaro 2024. 

Acquaroli, con Ancona conferma il potenziale delle Marche

Il titolo per Ancona di Capitale italiana della Cultura 2028, che torna nelle Marche per la seconda volta dopo Pesaro 2024, “testimonia l’enorme potenziale della nostra regione e la grandezza di un patrimonio che vuole farsi scoprire dall’Italia e dal mondo intero”. Lo ha detto il presidente della Regione Marche, Francesco Acquaroli, parlando di un risultato che “premia un percorso condiviso tra istituzioni, territorio e comunità”.

“La Regione Marche – ha sottolineato il governatore - ha sostenuto con convinzione la candidatura di Ancona, che ha saputo valorizzare la propria identità e l’eredità della sua storia millenaria, traducendole in una visione contemporanea e proiettata al futuro”. Acquaroli ha ringraziato “tutti coloro che hanno collaborato a questa proposta condivisa, autentica e radicata nel territorio, a partire dal sindaco Daniele Silvetti”.

Il sindaco di Ancona, dossier competitivo e originale 

“Sono molto emozionato, nonostante svolga il ruolo di amministratore pubblico da diversi anni. Questo titolo è un obiettivo molto importante per la comunità, per la città e per l’intera regione”. Così il sindaco di AnconaDaniele Silvetti, commentando a caldo il riconoscimento della città quale Capitale italiana della Cultura 2028.

“È stato fatto un lavoro importante – ha aggiunto – per comporre un dossier competitivo e originale, capace di far capire i diversi aspetti del nostro tessuto socio-culturale”. Un progetto che, per il primo cittadino, aveva come primo obiettivo “rendere armonioso il rapporto tra archeologiaarchitettura e ambiente, visto che abbiamo un parco che arriva fino alla città”. “Abbiamo fatto un buon lavoro, lo dico da sindaco tra i sindaci delle altre città finaliste”, ha concluso Silvetti.

 

 

 

Incendio alla Biennale di Venezia, coinvolto il Padiglione Serbia

AGI - Poco prima delle 10 un incendio si è sviluppato nel tetto del Padiglione Serbia della Biennale di Venezia, ai Giardini. Sul posto sono subito intervenuti i vigili del fuoco che hanno domato le fiamme, alimentate anche dalle forti raffiche di vento che stanno interessando oggi la laguna.

Secondo quanto riferito all'AGI dalla Biennale l'incendio sarebbe stato subito domato e non avrebbe procurato danni gravi alla struttura. Dalle prime informazioni sembra che le fiamme abbiano interessato solo la parte esterna del tetto del Padiglione e non abbiano in alcun modo danneggiato gli arredi o la parte interna dello stesso.

 

 

Camminare nella storia, gli studenti di Roma nei campi di Birkenau e Auschwitz

AGI - Un pugno nello stomaco. Si è concluso il Viaggio della Memoria a Birkenau e Auschwitz per i 132 liceali di Roma che hanno in qualche modo “toccato” le sofferenze e l’orrore dello sterminio nazista. Con rispetto, il silenzio è calato subito tra i giovani, abituati al rumore e agli scherzi della vita quotidiana. Davanti ai binari di Birkenau che sembrano non finire mai, nessuna parola. Ma la consapevolezza del dolore, “dell’abisso e della bestialità”, come ha affermato il sindaco di Roma Capitale Roberto Gualtieri sottolineando l’importanza del viaggio che ogni anno viene organizzato per rendere vivo il ricordo di una pagina storica buia. Gualtieri ha deposto una corona di fiori davanti al muro delle fucilazioni di Auschwitz ringraziando le testimonianze dei sopravvissuti che tramandano la memoria (Sami Modiano e le sorelle Tatiana e Andra Bucci).

Arrivati sulla Judernrampe, il luogo dove arrivavano i convogli dei deportati ad Auschwitz e avveniva la selezione dei nazisti, i ragazzi sono rimasti attoniti davanti al racconto della perfetta macchina della morte nazista.

L'impatto emotivo a Birkenau

Il vento freddo di Birkenau attraversava i cappotti, ma in nessuno di loro è calata l’attenzione o la voglia di conoscere. Con gli occhi sbarrati e lo stomaco sottosopra non hanno mai abbassato lo sguardo davanti a quelle baracche, ai resti dei crematori e al filo spinato. A guidare i ricordi della memoria lo storico Marcello Pezzetti. Ai ragazzi ha parlato della vita del campo di concentramento e delle procedure dello sterminio. Storie non di numeri ma di volti, famiglie e vite spezzate senza un perché.

Una ragazza si è fermata, ha chiuso gli occhi per un istante. “Non è giusto”, ha sussurrato. E in quelle parole c’era tutto: lo sgomento, la rabbia, la costernazione.

Il passaggio ad Auschwitz

La visita è proseguita ad Auschwitz. L’ingresso sotto la scritta “Arbeit macht frei” (Il lavoro rende liberi) segna un passaggio che nessuno dei ragazzi dimenticherà. Se Birkenau li aveva colpiti per l’immensità dello sterminio, Auschwitz li costringe a confrontarsi con la dimensione più concreta e tangibile della sofferenza.

La violenza quotidiana e le vite spezzate

I corridoi stretti, le celle, i muri segnati dal tempo raccontano una violenza quotidiana, sistematica. Camminando tra i blocchi di mattoni, tutti uguali eppure ognuno carico di storie, si percepisce la presenza di milioni di vite spezzate. Non sono numeri. Erano persone: bambini che non hanno più rivisto e abbracciato i loro genitori, madri che hanno stretto le mani dei figli fino all’ultimo momento, uomini che hanno cercato di conservare un briciolo di dignità in mezzo alla disumanità più totale.

Poi le sale del museo. Le scarpe, le valigie, gli occhiali, i capelli. Oggetti semplici, quotidiani, che improvvisamente diventano testimonianze potentissime. Ogni paio di scarpe racconta una vita interrotta, ogni valigia, un viaggio che doveva portare altrove.

La tragedia oltre i numeri

La tragedia non è un numero a sei zeri (6 milioni furono gli ebrei sterminati e con loro anche zingari, rom e prigionieri politici), ma la somma di milioni di singole colazioni interrotte, di abbracci spezzati, di sogni interrotti.

Nessuno parla molto. Qualcuno respira profondamente, come se avesse bisogno di ricordare a sé stesso cosa significhi essere libero.

Il senso del viaggio

È in quel momento che il senso del viaggio si compie davvero: quei ragazzi non sono più soltanto studenti in gita, ma testimoni. Testimoni di una storia che non hanno vissuto, ma che ora dovrebbero sentire propria. Una storia da custodire e difendere.

 

 

Attentato alla sinagoga di Roma, identificati dopo 43 anni gli altri componenti del commando

AGI - Dopo oltre quarant'anni sono stati identificati i responsabili dell'attentato del 9 ottobre 1982 davanti alla Sinagoga di Roma compiuto da un commando armato di bombe a mano e mitra in cui rimase ucciso Stefano Gaj Taché, di appena due anni, e furono feriti 40 fedeli di religione ebraica. La procura di Roma, al termine di complesse attività, ha emesso l'avviso di conclusione indagini nei confronti di cinque persone per le quali si ipotizza la corresponsabilità nell'attentato con finalità terroristiche.  

Il 415 bis riguarda Abou Zayed Walid Abdulrahman, 68enne, detenuto in Francia e a giudizio per la strage del 2 agosto del 1982 di Rue des Rosiers a Parigi; Abed Adra Mahmoud Khader, 71enne cittadino palestinese residente in Cisgiordania; Al Abassi Souheir Mohammad Hassan Khalil, 74enne di origine palestinese residente in Giordania, Hamada Nizar Tawfiq Mussa, 65enne di origine palestinese residente in Giordania; Abu Arkoub Omar Mahid Abdel Rahman, 66enne di origine palestinese, residente in Giordania. "Si ipotizza che abbiano agito in concorso anche con Alhamieda Rashid Mahmoud alias Fouad Hijazy, Maher Said Al Awad Yousif alias Arabe El Arabi Tawfik Gamal ora deceduti", si legge nella nota della procura di Roma.

Le indagini e gli accertamenti

"Nel corso delle indagini sono stati sviluppati accertamenti ad ampio spettro, anche con mirate attività tecniche e acquisizione di testimonianze e documentazione, in correlazione con la rilettura, l'analisi e il raffronto con gli atti istruttori e dibattimentali dell'epoca, le fonti diplomatiche e giornalistiche, i documenti di archivi privati e pubblici, sia relativi all'attentato in questione che degli altri compiuti a Roma in quegli anni e riconducibili alla stessa organizzazione", si legge ancora nella nota dei pm.

Le evidenze e i ruoli nell'attentato

"Il complesso delle evidenze ha consentito di confermare la collocazione dell'evento nella strategia dell'organizzazione di Abu Nidal, di far emergere le convergenze oggettive e soggettive tra gli attentati di Roma e Parigi e di individuare quindi gli appartenenti all'organizzazione che si ritiene abbiano contribuito al compimento dell'attentato alla Sinagoga di Roma, concorrendo con diversi ruoli e funzioni: decisione e supervisione, organizzazione e logistica, contributo operativo.

L'organizzazione terroristica Abu Nidal

Sono emersi dal lavoro di ricostruzione i tratti della storia e della collocazione dell'organizzazione terroristica, fondata nel 1974 da Sabri Khalil Abdul Hamid Al Banna alias Abu Nidal nel segno del radicale rifiuto di ogni tipo di dialogo con Israele, a seguito della decisione di Arafat di rinunciare a effettuare azioni violente fuori da Israele e dai Territori Occupati - si legge ancora -. Numerosi furono gli attacchi terroristici, ai danni di obiettivi ebraici e non solo, perpetrati in Europa, Italia compresa, e in Medio Oriente fra la seconda metà degli anni '70 e gli anni '80.

Contesto storico degli attentati

fatti di Parigi e Roma si inserivano in un contesto di fortissima tensione. Solo quattro mesi prima dell'azione omicidiaria condotta presso il Tempio Maggiore di Roma, precisamente il 4 e il 5 giugno 1982, vi era stato un raid aereo delle forze armate israeliane sui campi profughi palestinesi e altri obiettivi dell'OLP a Beirut e nel Sud-Libano, che aveva causato la morte di 45 persone e il ferimento di altre 150, mentre il successivo 6 giugno aveva inizio l'operazione nel sud del Libano nota come 'Operazione Pace per la Galilea'".

Comunità ebraica riconoscente agli inquirenti

La Comunità Ebraica di Roma "accoglie con amarezza" la notizia della chiusura delle indagini sull'attentato del 9 ottobre 1982 davanti al Tempio Maggiore. Dopo oltre quarant'anni, l'avviso di conclusione delle indagini nei confronti di cinque persone segna un passaggio importante nel percorso di accertamento della verità e di restituzione della giustizia. La Comunità "esprime riconoscenza agli inquirenti, alla magistratura e alle istituzioni che hanno lavorato in questi anni, anche in cooperazione internazionale, per riaprire e sviluppare le indagini. L'attentato colpì famiglie inermi, segnando una delle pagine più tristi e dolorose della storia della nostra Comunità e della Repubblica".

Lo sconcerto per il tempo trascorso

"Resta forte lo sconcerto per il tempo trascorso e per il muro di omertà, reticenze e ostacoli che ha rallentato per decenni la piena emersione della verità, prolungando il dolore delle famiglie e della nostra Comunità", dice il Presidente della Comunità Ebraica di Roma, Victor Fadlun.

"Per troppo tempo la verità è rimasta ostacolata da silenzi, protezioni e ambiguità che non possono essere accettati. Oggi si compie un passo avanti, ma resta il dovere di andare fino in fondo. Chiediamo che la ricerca della verità prosegua senza esitazioni e che tutti i responsabili vengano finalmente portati davanti a una corte di giustizia. È un diritto delle vittime e delle loro famiglie, ma è anche un dovere dello Stato".

Una ferita che riguarda l'intero Paese

L'attentato del 9 ottobre 1982 non è una pagina chiusa: è una ferita che riguarda l'intero Paese. La morte di Stefano Gaj Taché, come ricordato dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, "un nostro bambino, un bambino italiano", e il ferimento di decine di innocenti restano un monito che interpella ancora oggi le istituzioni e la società.

La giustizia come dignità e forza democratica

"Non ci fermeremo finché non sarà fatta piena luce su ogni responsabilità. La giustizia, anche dopo tanti anni, è l'unico modo per restituire dignità alle vittime e forza ai valori democratici su cui si fonda il nostro Paese", prosegue Fadlun.

Appello contro antisemitismo e terrorismo

La Comunità Ebraica di Roma continuerà a seguire con attenzione gli sviluppi giudiziari "nel ricordo di Stefano Gaj Taché e di tutte le vittime dell'odio e della violenza antisemita, con la determinazione a non lasciare che il tempo cancelli verità e responsabilità. E facciamo appello all'intera comunità nazionale - conclude il Presidente CER -, contro il rischio di abbassare la guardia e sottovalutare l'aumento degli episodi concreti di antisemitismo e gli indizi di attività terroristica".

 

Le sorelle Tatiana e Andra e la loro vita di bambine ad Auschwitz: “Ripetevamo ogni giorno…

AGI - In una sola notte, in una manciata di ore, può frantumarsi l’infanzia. Per Tatiana e Andra Bucci i ricordi, le emozioni, gli odori perfino, sono tutti ancora nitidi nella loro mente. E li raccontano ancora e ancora, per dare testimonianza, per far sì che l’orrore dell’Olocausto non si ripeta.

Le due sorelle, rispettivamente di 6 e 4 anni, erano già a letto. Era tardi quando la porta si aprì all’improvviso. La mamma le svegliò e le vestì in fretta, senza parlare. In casa c’era rumore: passi, voci. “C’erano i nazisti, c’erano i fascisti… e anche quello che aveva fatto la spia”, ricordano.

La supplica della nonna e l'arresto

Non era ebreo, ma lavorava in sinagoga e conosceva tutti. E aveva indicato i loro nomi. In mezzo a quel caos, un’immagine rimase impressa per sempre. La nonna Rosa era in ginocchio. Pregava. Supplicava. “Portate via me, ma lasciate i bambini”. La supplica non servì. In pochi minuti li portarono via tutti insieme: otto persone, strappate alla loro casa, alla loro vita.

Il primo campo di transito

Il primo fermo fu in un campo di transito. Una cella lunga e stretta, con un tavolaccio che fungeva da letto. Tatiana ricorda soprattutto la porta: “Aveva un buco chiuso: lo aprivano per pochi secondi e ci passavano il cibo. Non ricordo cosa ci davano da mangiare, ma quella fessura tonda è impressa nella mia mente”.

Il viaggio nel vagone merci

Poi il viaggio. Un vagone merci chiuso. Stipate nel silenzio e nella paura, Tatiana e Andra cercano nel vestito della loro mamma uno scampolo di sicurezza. Si aggrappano e restano così per tutto il tempo. “Eravamo strette a nostra mamma che non voleva farci star male, soffrire”. La donna le abbracciava strette, cercando di proteggerle. Nessuno sapeva la destinazione del viaggio, nessuno poteva immaginarlo.

Un messaggio disperato dal treno

Nei ricordi riemerge un piccolo secchio per i bisogni e le donne che cercavano di coprire i bambini con delle coperte. La mamma tentò un gesto disperato e riuscì però ad aprire la rete di una piccola finestra sul vagone. Scrisse un biglietto per la famiglia del marito: spiegava che erano state arrestate, ma non sapeva la destinazione. Lo lasciò cadere dal treno in corsa. Quel biglietto venne raccolto da un carabiniere sui binari dell’ultima stazione ferroviaria italiana. Arrivò miracolosamente a destinazione.

L'arrivo a Birkenau e la separazione

L’arrivo al campo di concentramento fu improvviso. Gli sportelloni pesanti del treno si aprirono di colpo. Racconta Andra: “Eravamo arrivate a Birkenau (uno dei tre campi di sterminio che formavano il complesso concentrazionario situato nelle vicinanze di Auschwitz, in Polonia, ndr). In mezzo al frastuono degli ordini e delle urla, le bambine restavano attaccate alla madre. Ma la separazione dal resto dei familiari arrivò subito: la nonna e la zia furono indirizzate nella fila di sinistra e, caricate insieme ad altri ebrei su un camion. Furono uccise la sera stessa.

La legge di Auschwitz e il Kinderblock

Tatiana, Andra e la loro mamma nella fila di destra. La legge di Auschwitz prevedeva l'uccisione immediata, all'arrivo, per le donne con i bambini e per chi avesse più di sessanta anni e meno di quindici. Loro tre restarono insieme un’altra notte per poi essere separate per sempre. Alle bimbe fu risparmiata la vita perché indirizzate nel Kinderblock, la baracca dei bambini usati come cavie umane per gli esperimenti medici condotti dal dottor Josef Mengele. Fu la loro prima fortuna, dissero più tardi.

La marcia della morte e l'orrore quotidiano

Andra, ricorda nitidamente la fila interminabile di persone che aveva davanti appena scesa dal treno “che aveva gradini altissimi”. Gli uomini separati dalle donne. La madre teneva una bambina a destra e una a sinistra. Cominciarono a camminare. “Una camminata lunga che agli occhi di un bambino poteva sembrare bella, perché sulla strada c’erano degli alberi”. Ma quel cammino nascondeva la morte. Ma nel campo ogni mattina accadeva qualcosa che Tatiana non dimenticò mai. Dalla baracca portavano via i morti. Li prendevano per mani e piedi, li facevano oscillare e poi li lanciavano su una piramide di corpi. Erano bianchi. “Bianchissimi”. Quando durante la detenzione non vide più la madre, Tatiana pensò che fosse diventata così anche lei. Bianca come quei corpi. Pensò che fosse morta.

Ricordare i propri nomi

Tatiana e Andra ripetevano ogni giorno il loro nome. L’ultima raccomandazione della mamma: ricordarsi i propri nomi. Sempre e comunque, nonostante fossero solo numeri.

Il ritorno a casa e la fotografia

Passò più di un anno dalla liberazione prima che la verità tornasse alla luce. La madre riuscì a rintracciarle. Mandò una fotografia alla loro insegnante. Quando la videro, le bambine riconobbero subito quei volti: mamma e papà. Fu così che ricominciò la strada verso casa. L’insegnante le aiutò a ristabilire il contatto con i genitori. A causa della complicata burocrazia e della paura di eventuali errori, ci volle ancora del tempo prima che le bambine si ricongiungessero con i propri genitori. Dopo l’orrore dell’Olocausto, quella fotografia fu il primo segno che la vita, nonostante tutto, poteva ancora ricominciare.

Rogoredo, nuove accuse contro Cinturrino: “Premeditò l’omicidio di Mansouri”

AGI - Ci sono altri 2 nuovi indagati (al momento sono 7 in tutto) nell'inchiesta che ha portato all'arresto di Carmelo Cinturrino, accusato dell'omicidio volontario di Abderrahim Mansouri lo scorso 26 gennaio in via Impastato a Milano. Per Cinturrino inoltre si aggiungono altre ipotesi di reato. Le novità emergono dalla richiesta di incidente probatorio lunga 22 pagine firmata dal pm Giovanni Tarzia.

Le nuove accuse a Cinturrino

Minacce a Mansouri prima di ucciderlo, martellate su due uomini, spaccio di droga, richieste di denaro ai pusher. È lungo e caratterizzato da accuse gravissime, in particolare per un uomo che veste la divisa della Polizia di Stato, l'elenco di accuse che il procuratore Marcello Viola e il pm Giovanni Tarzia mettono in fila nel documento che dispone l'incidente probatorio. Un'attività necessaria, per gli inquirenti, al fine di 'fissare' la prova che altrimenti sarebbe a rischio visto il contesto delicato in cui si è formata, in particolare con l'ascolto di alcuni testimoni con delle fragilità.

"C'è fondato motivo di ritenere" che le persone indicate dai pm "non potranno essere esaminate nel corso del dibattimento, o comunque che la loro escussione in tale sede risulterà particolarmente difficoltosa, trattandosi di soggetti allo stato privi di stabile dimora sul territorio nazionale od attualmente sottoposti a regime detentivo, circostanze che rendono incerta la loro futura reperibilità. Alcuni, peraltro, proprio in ragione delle loro condizioni personali e giuridiche, risultano concretamente esposte al rischio di espulsione dal territorio dello Stato".

E ancora "si evidenzia che alcune tra le persone indicate sono affette da tossicodipendenza e, pertanto, versano in condizioni di salute particolarmente precarie, suscettibili di ulteriori aggravamenti nelle more dell'apertura della fase dibattimentale".

Tornando alle accuse, Cinturrino avrebbe minacciato "in numerose occasioni Mansouri" direttamente con la frase "o ti arresto o ti ammazzo" e per il tramite di P.P.V. con le frasi "Di' a Zack che se lo becco io lo uccido", "mi raccomando, ricorda a Zack che se lo prendo lo ammazzo" e "ricorda a Zack che lo ammazzo" e per il tramite di M. R. con le frasi "Di' a Zack che quando lo vedo lo ammazzo", nell'ambito di un servizio di contrasto al traffico di sostanze stupefacenti, nel bosco di Rogoredo. Tutto questo prima di provocare la morte del giovane marocchino esplodendo un colpo con la pistola di servizio Beretta.

Altre accuse e abusi di potere

Un omicidio che, dunque, sarebbe stato premeditato. Tra ottobre 2025 e gennaio 2026, l'assistente capo di Mecenate "con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso, nell'ambito di alcuni servizi di contrasto al traffico di sostanze stupefacenti, abusando dei propri poteri di agente di Polizia Giudiziaria, percuoteva con un martello ripetutamente sulla schiena, sul capo e su una gamba P.P.V. e A.L. L'accusa di spaccio si riferisce a una cessione a P.P.V. di cocaina. In un altro caso avrebbe costretto A.E., marocchino, durante una perquisizione a dargli 135 euro e un tunisino a versargliene 130. Non solo. Cinturrino avrebbe anche redatto dei verbali nei quali attestava di avere trovato hashish addosso a delle persone che invece non c'era effettuando degli arresti illegali.

Il pm vuole sentire 8 testimoni

Sono otto i testimoni la cui audizione con la formula dell'incidente probatorio viene ritenuta necessaria dalla Procura per le indagini su Carmelo Cinturrino e sul contesto attorno alle accuse per lui. Dalle loro testimonianze "potrebbero ricavarsi elementi fondamentali per sostenere l'accusa". Le nuove iscrizioni degli indagati e l'aggravamento della posizione di Cinturrino discendono proprio dalle loro dichiarazioni, arrivate al pm anche tramite le indagini difensive degli avvocati Marco Romagnoli e Debora Piazza che assistono i familiari di Mansouri, parti civili.

Tra i reati ipotizzati per Cinturrino ci sono anche sequestro di persona, estorsione, detenzione e spaccio di droga, concussione, percosse, arresto illegale, calunnia, falso, depistaggio e rapina. Un carico 'pesante' per Cinturrino i cui legali Marco Bianucci e Davide Giugno, martedì 17 marzo, discuteranno la richiesta di domiciliari davanti al Riesame. Tra i nuovi indagati figura un'agente indagata per falso per l'arresto di un tunisino sulla base di un verbale falso di Cinturrino che poi venne assolto in direttissima e un altro poliziotto che risponde di arresto illegale.

Sequestrati ‘svapo’ alla cannabis con Thc pari a 15 spinelli

AGI - I finanzieri della Guardia di Finanza di Sulmona, diretti dal capitano Cecilia Tangredi, attraverso una mirata e costante attività di monitoraggio del territorio, hanno individuato e sottoposto a sequestro, anche dopo una perquisizione domiciliare, 10 dispositivi di vaporizzazione elettronici contenenti un liquido ad altissima concentrazione (superiore al 70%) di THCprincipio attivo psicotropo della cannabisDenunciato un uomo per detenzione di sostanze stupefacenti o psicotrope, trovato in possesso delle suddette sigarette elettroniche.

Colori sgargianti e nomi accattivanti come 'pink drink' o 'high octane' impressi nelle confezioni degli inalatori che in realtà nascondevano un quantitativo di principio attivo che, una volta assunto, risulterebbe equivalente, per effetti potenziali, a circa 15 spinelli.

 

Identificazione del prodotto e supporto tecnico

L'identificazione della natura e della composizione del prodotto sequestrato è stata possibile grazie al supporto tecnico-scientifico di Arpa Abruzzo.

 

Pericolosità e non conformità dei dispositivi

Secondo quanto emerso dagli accertamenti, la pericolosità del dispositivo è riconducibile principalmente alla capacità di rilasciare nell'immediatezza un'elevata quantità di sostanza psicoattiva. Inoltre, gli inalatori avevano un circuito elettrico giudicato non conforme ai requisiti di sicurezza.