Com’è andato il Forum Multistakeholder di Poste Italiane a Roma

Più di 400 partecipanti alla terza edizione del Forum Multistakeholder. L’ad Del Fante: «Essere sostenibili per Poste Italiane significa condurre il business seguendo regole, percorsi e principi condivisi con tutti i suoi stakeholder».

Poste Italiane ha riunito il 19 novembre a Roma il terzo Forum Multistakeholder per condividere i valori di responsabilità sociale e la strategia di sostenibilità 2020 con tutti i soggetti coinvolti nell’attività dell’azienda. Con questo obiettivo, Poste Italiane ha invitato per una giornata non-stop di confronto e di dialogo più di 400 fra rappresentanti delle comunità territoriali, del mondo finanziario e delle società di rating, delle associazioni di categoria e delle organizzazioni sindacali, del terzo settore, del mondo delle imprese e delle professioni e dei dipendenti.

I SEI PILASTRI DELLA SOSTENIBILITÀ PER POSTE

Il Forum ha offerto un’occasione di riflessione a tutto campo con il concorso di tutte le “voci” della società, del mondo istituzionale e finanziario italiani, per condividere idee e progetti nelle aree individuate dai sei “pilastri” della sostenibilità (integrità e trasparenza, valorizzazione delle persone, sostegno al territorio, customer experience, decarbonizzazione e finanza sostenibile) che ispirano l’operato di pitch, anche in vista della preparazione del prossimo Bilancio integrato.

COSA CONTIENE IL PIANO D’IMPRESA DELIVER 2022

Il Piano d’impresa Deliver 2022 ha infatti definito una strategia di Gruppo che integra obiettivi finanziari e operativi con una chiara visione delle tematiche ambientali, sociali e di governance (ESG), offrendo così un riferimento operativo e culturale in materia di investimento responsabile. Il Forum, svolto a Roma presso l’Auditorium della Tecnica, ha visto la partecipazione di tutte le categorie di stakeholder con l’obiettivo di raccogliere un ampio numero di contributi, di condividere il maggior numero di esperienze e realizzare una sintesi operativa in grado di svolgere un ruolo di indirizzo e guida per l’attività futura.

DEL FANTE: «SOSTENIBILITÀ NON PIÙ SOLO “PARTE NOBILE” DEL MESTIERE»

Aprendo i lavori, l’Amministratore Delegato di Poste Italiane, Matteo Del Fante, ha illustrato il ruolo svolto dalla sostenibilità nella strategia del Gruppo. «Per Poste Italiane», ha detto l’Ad, «essere sostenibili significa agire in modo responsabile. Non intendiamo più considerare la sostenibilità come un capitolo separato all’interno del Piano industriale, ma renderla una sua parte integrante ed indissolubile. Vogliamo quindi superare il concetto di sostenibilità come “parte nobile” dell’agire per l’azienda: secondo noi essere sostenibili può soltanto significare condurre il business seguendo regole, percorsi e principi condivisi con gli stakeholder, soprattutto per un’azienda, come Poste Italiane, che è per sua natura e caratteristiche al servizio dei cittadini, delle imprese e della pubblica amministrazione. In definitiva, la sostenibilità è il Piano industriale, i temi ESG sono parte integrante degli obiettivi del Piano Deliver 2022, con particolare focus verso i principi definiti dalle Nazioni Unite per l’Agenda 2030, meglio noti come Sustainable Development Goals».

«SOSTENIBILITÀ PER LA CRESCITA FINANZIARIA»

«Se non mettiamo accanto alla performance finanziaria un percorso sostenibile sarà difficile poter replicare una crescita finanziaria significativa in futuro», ha aggiunto l’ad. «Due anni fa», ha aggiunto, «se ci avessero detto che saremmo entrati nel Dow Jones sostenibility index globale ed europeo forse non ci avremmo scommesso». Il valore del titolo in Borsa è passato dai 6,97 euro di inizio anno (02 gennaio 2019) agli 11,10 euro di oggi. Dalla nomina del nuovo management, nel 2017, il titolo è salito del 60%.

COME FUNZIONANO I “SEI PILATRI”

Al termine della sessione di apertura, Giuseppe Lasco, Vice direttore generale e Responsabile Corporate Affairs di Poste Italiane, ha illustrato le caratteristiche del “modello Poste” in tema di sostenibilità, approfondendo i contenuti dei sei pilastri e i valori di concretezza e trasparenza a servizio degli stakeholder. «Il modello Poste», ha detto Lasco, «prende avvio da contenuti che guidano il nostro modo di essere impresa: integrità e trasparenza, valorizzazione delle persone, sostegno al territorio, customer experience, decarbonizzazione e finanza sostenibile sono i nostri pilastri che, ogni anno, condividiamo e aggiorniamo in funzione delle opinioni e delle priorità dei nostri stakeholder. Raggiungere una buona reputazione è conseguenza di una solida azione in materia di sostenibilità, e consolidarla nel tempo rende più forte l’azienda sul mercato, genera valore per gli azionisti, i clienti e i dipendenti e favorisce un rapporto trasparente e paritario con tutti coloro che vivono, lavorano, utilizzano i servizi di Poste Italiane ogni giorno».  

LA RESPONSABILITÀ SOCIALE AL ASSET FONDAMENTALE PER LA REPUTAZIONE

Tra gli intervenuti, il Segretario generale del Global Compact sulla responsabilità sociale, Daniela Bernacchi, ha richiamato l’importanza assunta dal valore della sostenibilità per le imprese, sottolineando come la responsabilità sociale sia diventata un asset fondamentale per la reputazione e il successo aziendale. Spunti di riflessione di notevole interesse sono stati offerti dalla tavola rotonda multidisciplinare che ha affrontato argomenti relativi a ciascuno dei sei pilastri di sostenibilità. Al dibattito hanno preso parte Marcello Grosso, Responsabile Governo dei Rischi di Gruppo di Poste, Silvia Candiani, Amministratore Delegato di Microsoft Italia, Chiara Mio, docente all’Università “Ca’ Foscari” di Venezia, Fabio Vaccarono, Direttore generale EMEA di Google, Stefano Ciafani, Presidente di Legambiente, e Amelia Tan, Head of Platform Strategy and Innovation EMEA Blackrock Sustainable Investing Team. Al termine della Tavola rotonda, il Forum è proseguito con i lavori dei Focus Group sui pilastri del Piano strategico ESG e con la sessione di networking sui temi di rilievo delle politiche aziendali di responsabilità sociale.

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I giudici frenano lo spegnimento dell’Ilva

L'altoforno 2 resta in funzione dopo la richiesta del tribunale di Milano. Mattarella incontra i sindacati e promette una soluzione. Ma il governo studia il piano B.

Continua la battaglia a tutto campo per fronteggiare l’addio di ArcelorMittal al polo siderurgico italiano. Ma, intanto, alla richiesta del giudice di Milano di non interrompere l’attività degli impianti, la società risponde con la sospensione delle procedure di spegnimento (anche se l’altoforno 2 al momento resta acceso) in attesa della prima udienza sul ricorso d’urgenza presentato dai commissari, fissata per il 27 novembre.

TENSIONE SIA TRA I LAVORATORI CHE NEL GOVERNO

La tensione era rimasta alta tra i lavoratori, indotto compreso, in presidio davanti ai cancelli dello stabilimento di Taranto, ma anche nel governo, che prepara un piano B e incassa la data di un nuovo incontro tra il premier Giuseppe Conte, i ministri dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli, e dell’Economia, Roberto Gualtieri, e il gruppo franco-indiano. Il vertice è fissato per venerdì 22 novembre alle 18.30. La notizia giunta in serata stempera, almeno per il momento, gli animi mentre la preoccupazione dei sindacati, arrivata al Quirinale e, raccolta dal capo dello Stato, fa sentire il suo peso.

LA PREOCCUPAZIONE DEL QUIRINALE PER GLI SVILUPPI

Sergio Mattarella per lo più ascolta i problemi sul tappeto, ma afferma come l’ex Ilva sia un grande problema nazionale che va risolto con tutto l’impegno e la determinazione, non solo per le implicazioni importantissime sul piano occupazionale, osserva, ma anche per quanto riguarda il sistema industriale italiano. I sindacati appaiono sollevati dopo le notizia arrivate da Taranto e il leader della Cgil, Maurizio Landini, salito al Colle con i segretari di Cisl, Annamaria Furlan e Uil, Carmelo Barbagallo, afferma che si tratta di «un primo risultato importante ma adesso non c’è tempo da perdere». Furlan si augura che sia il primo passo per «salvare» la fabbrica.

IL TRIBUNALE DI MILANO FISSA LA PRIMA UDIENZA

«Abbiamo fatto un atto eccezionale, non è norma discutere di crisi aziendali con il presidente della Repubblica» – riconoscono le rappresentanze dei lavoratori – «ma il fatto che ci abbia immediatamente dato questo incontro credo significhi che anche il presidente condivida l’eccezionalità della situazione e la necessità di una soluzione in tempi rapidi». Sul versante giudiziario, dove si allargano le indagini anche sul fronte tributario e per false comunicazioni al mercato, arriva invece dal tribunale di Milano (una seconda inchiesta è aperta al tribunale di Taranto) la data della prima udienza sul ricorso d’urgenza dei commissari: il prossimo 27 novembre. E proprio nel fissare la data, il giudice aveva invitato ArcelorMittal «a non porre in essere ulteriori iniziative e condotte in ipotesi pregiudizievoli per la piena operatività e funzionalità degli impianti». In sostanza, a non fermarli. Invito accolto dalla multinazionale dell’acciaio che da parte sua «prende atto e saluta con favore l’odierna decisione del tribunale di non accogliere la richiesta di emettere un’ordinanza provvisoria senza prima aver sentito tutte le parti». Si apprende intanto che nel ricorso i commissari parlano dell’iniziativa «gravissima» e «unilaterale» con cui Am vuole sciogliere il contratto di affitto – e della «dolosa intenzione di forzare con violenza e minacce» un riassetto dell’obbligo contrattuale – che riguarda un impianto industriale di «interesse strategico» e che determinerebbe «danni sistemici incalcolabili». Danni in definitiva a carico dell’ «intera economia nazionale».

L’ESECUTIVO PENSA AL PIANO B

Intanto di fronte alla possibilità che ArcelorMittal non faccia passi indietro e non riveda la decisione di lasciare Taranto e gli altri siti del Paese, il governo pensa al piano B: in tal caso, per l’ex Ilva scatterà «l’amministrazione straordinaria, con un prestito ponte» da parte dello Stato in modo da riportare l’azienda sul mercato entro «uno-due anni», spiega il ministro per gli Affari regionali, Francesco Boccia. «Se necessario rifaremo senza alcun problema» l’amministrazione straordinaria che ha già «salvato l’Ilva dal crack dei Riva». Una «alternativa non c’è».

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Quanti soldi ha già portato a Venezia la gara della solidarietà

Dalla Russia 1 milione. L'università di Ca' Foscari ha raccolto 30 mila euro in tre giorni. Costa Crociere pronta a devolvere 100 mila euro. E altri 150 mila euro sono in arrivo grazie alla Siae. Il conto della pioggia di aiuti per la Serenissima dopo l'acqua alta.

Una “gara della solidarietà” che ha suscitato persino invidie e contrapposizioni NordSud, con Matera a fare da vittima della discriminazione. Dopo l’acqua alta, su Venezia sono piovuti aiuti in denaro. Merito del fascino della Serenissima che creato una sorta di mobilitazione internazionale tra privati, soggetti pubblici, associazioni e imprese, con raccolte fondi su conti bancari, piattaforme online, iniziative diplomatiche e culturali.

I primi canali ufficiali sono stati il numero di sms solidale 45500 della Protezione civile nazionale, i cui proventi devono essere quantificati dopo la fase di emergenza. Offerte possibili su numerosi conti correnti, tra i quali in particolare quello del Comune di Venezia e quello aperto dal TgLa7 con il Corriere della sera. In città, l’università di Ca’ Foscari ha lanciato una campagna di raccolta fondi online sulla sua piattaforma di fundraising, che in meno di tre giorni ha fatto registrare quasi 30 mila euro; per l’isola di San Servolo, sede del Collegio internazionale, sono già arrivati 4.700 euro.

Anche la rete delle ambasciate italiane all’estero è stata attivata, su input del ministro degli Esteri Luigi Di Maio. Ed è giunto l’annuncio che in meno di 24 ore l’ambasciata italiana di Mosca ha già raccolto un milione di euro di promesse donazioni, come ha riferito l’ambasciatore Pasquale Terracciano.

Ulteriori aiuti sono attesi dal settore crocieristico, che in Venezia ha uno degli scali preminenti e controversi, vedi la diatriba sulle Grandi navi. Il presidente dell’authority portuale di Venezia, Pino Musolino, le aveva sollecitate in questo senso e il Gruppo Costa Crociere, attraverso la sua Fondazione, si è detto pronto a devolvere 100 mila euro al Comune per i primi interventi urgenti.

Un ulteriore filone riguarda gli Enti lirici, mobilitati in particolare per l’aiuto al Teatro la Fenice, a cui hanno destinato o destineranno incassi: lo ha fatto l’Arena di Verona, con il botteghino della prima dell’Elisir d’Amore al Filarmonico, lo faranno la Scala e il Maggio fiorentino, quest’ultimo con l’incasso del concerto del 30 novembre dell’Orchestra nazionale dei conservatori italiani.

Dalla Siae arrivano altri 150 mila euro e una raccolta fondi per le librerie e le biblioteche. Dallo sport si sono mosse le squadre venete del Cittadella e del Chievo, che hanno devoluto gli incassi delle loro ultime gare di campionato alla città.

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I sindacati portano il caso ArcelorMittal al Quirinale

I segretari generali di Cgil, Cisl e Uil saranno ricevuti da Mattarella in serata. Il ministro Boccia: «Commissariamento e prestito ponte, ecco il piano B del governo».

I tre segretari generali di Cgil, Cisl e Uil sono attesi la sera del 18 novembre alle 19.30 al Quirinale dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, per affrontare la questione dell’ex Ilva e in generale delle crisi industriali. Lo si apprende da fonti sindacali. Nel frattempo, il ministro per gli Affari regionali Francesco Boccia a chi gli chiedeva quale fosse il piano B del governo sull’ex Ilva ha risposto che, se ArcelorMittal non rivede la decisione di lasciare Taranto, per l’ex Ilva scatterà «l’amministrazione straordinaria, con un prestito ponte» da parte dello Stato in modo da riportare l’azienda sul mercato entro un paio d’anni.

BOCCIA: «DA MITTAL UN RICATTO INACCETTABILE»

«Mittal ha posto un ricatto occupazionale inaccettabile, che il governo ha già respinto», ha detto Boccia. «E dunque deve assumersi le proprie responsabilità e rispettare le leggi della Repubblica italiana». E se non lo facesse? «C’è l’amministrazione straordinaria che ha salvato l’Ilva dal crack dei Riva con un prestito ponte e con l’obiettivo di riportare entro uno-due anni, come previsto dalla legge, l’azienda sul mercato. Se fosse necessario lo rifaremo senza alcun problema. Alternativa non c’è». Solo una volta decisa l’amministrazione straordinaria «si deciderà se ci sono altre aziende dello Stato che possono entrare nella cordata. Io penso che abbia assolutamente fondamento la possibilità che entrino altre aziende, tra cui Cdp, ma è un tema che si porranno i commissari».

IL PRESIDIO DELLE AZIENDE DELL’INDOTTO

Il 18 novembre s’è tenuto il presidio delle aziende dell’indotto di ArcelorMittal davanti alla portineria C dello stabilimento siderurgico di Taranto. Presente anche il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, che ha spiegato: «Stiamo studiando un sistema che consenta alla Regione di pagare le fatture al posto di Mittal e poi subentreremmo come creditori dell’Ilva ma sconsiglio a Mittal di trasformare la Regione Puglia anche in un creditore della loro azienda perché a quel punto li perseguiteremo legalmente ovunque al mondo. Questo modo di fare è vergognoso».

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L’ultimo disperato tentativo del governo per strappare un accordo sull’Ilva

A inizio settimana nuovo vertice di Conte con i Mittal. Ma tra Pd e M5s le distanze sullo scudo restano abissali. E l'ipotesi di un piano B si fa strada. Mentre indagano i pm di Taranto e i lavoratori preparano lo sciopero "al contrario".

È un «fate presto» corale quello che giunge al governo da sindacati e imprenditori. Ora che lo spegnimento dell’ex Ilva di Taranto è una realtà scandita da un cronoprogramma cresce la richiesta al governo di trovare una soluzione. Anche i magistrati tarantini, dopo un ricorso dei commissari, indagano su ArcelorMittal. Ma tutti gli occhi sono puntati su Palazzo Chigi: a Giuseppe Conte è affidata la trattativa ai più alti livelli e un nuovo incontro del premier e del ministro Stefano Patuanelli con i Mittal dovrebbe esserci a inizio settimana.

ULTIMO TENTATIVO PRIMO DI UN PIANO B

Sarà l’ultimo tentativo, prima di lavorare a un piano B. Ma a complicare l’estrema trattativa ci sono le divisioni della maggioranza sulle soluzioni da proporre. Il Pd, con Andrea Marcucci, invoca un decreto che ripristini lo scudo penale. Luigi Di Maio frena: «Lo scudo è solo un pretesto». Il presidente del Consiglio, raccontano dal governo, lavora in queste ore attraverso ogni canale, anche diplomatico, per una soluzione che eviti lo spegnimento degli altiforni e la perdita di oltre 10 mila posti di lavoro. Il ministro Stefano Patuanelli tiene i contatti con i commissari e con i dirigenti italiani dell’azienda.

IL GOVERNO NON CEDE SUI 5 MILA ESUBERI

I Mittal potrebbero tornare a Palazzo Chigi a inizio settimana (ma manca ancora ogni ufficialità), poi mercoledì o giovedì il Consiglio dei ministri si riunirà con all’ordine del giorno proprio il dossier Taranto. Tra le armi di cui l’esecutivo dispone per trattare ci sarebbero ammortizzatori sociali per i lavoratori (ma di certo non i 5 mila esuberi chiesti da Mittal), sconti sull’affitto degli impianti, defiscalizzazione delle bonifiche, una soluzione per l’altoforno 2 su cui devono pronunciarsi i giudici, una partecipazione di Cdp. E lo scudo penale su eventuali inchieste per danno ambientale. Ma quando si tocca il tema arrivano le divisioni. Tanto che Michele Emiliano denuncia un allarme creato ad arte da Mittal per «mettere in crisi il governo». Di Maio è convinto che prima si debba «trascinare in tribunale» l’azienda e attendere il risultato del ricorso d’urgenza presentato dai commissari a Milano: lo scudo è solo un «pretesto», ininfluente, e di piani B per ora non si deve neanche parlare, sostiene.

IL PD TIRA DRITTO SULLO SCUDO

Dal Pd, invece, Nicola Zingaretti dà ragione agli operai quando chiedono al governo di «accelerare» il confronto con l’azienda. Non aspettare. «Non si accettano ricatti», dice Peppe Provenzano. Ma se l’azienda accetta di sedersi al tavolo e tratta per restare, dichiara Andrea Marcucci, l’esecutivo deve varare subito un decreto con uno scudo per tutte le aziende «in contesti di forte criticità ambientale, a partire dall’ex Ilva». Anche Iv, con Teresa Bellanova, invoca lo scudo. Ma il M5s spiega che ad ora non se ne parla e spera non si renda necessario, perché se è vero che Patuanelli e Conte sono pronti a spiegare ai gruppi pentastellati le ragioni per reintrodurre la tutela, al Senato rischierebbe di aprirsi una faglia con una pattuglia di pentastellati irremovibili (e decisivi per il governo). Ma, mentre partono iniziative individuali come quella dell’ex ministro Carlo Calenda per «parlare con i Mittal», lo scudo lo invocano tanto i sindacati, con Annamaria Furlan della Cisl, quanto Vincenzo Boccia per Confindustria («Servono soluzioni, non prove muscolari»).

IL LAVORATORI PRONTI ALLO SCIOPERO “AL CONTRARIO”

«Resisteremo alla chiusura degli impianti», annuncia Francesco Brigati della Fiom: lunedì si terrò un consiglio di fabbrica, si pensa a uno «sciopero al contrario» per tenere accesi gli altoforni. «Sarebbe barbarie», osserva Maurizio Landini della Cgil, se l’azienda vincesse. I commissari, intanto, a Taranto presentano una denuncia per «fatti e comportamenti lesivi dell’economia nazionale»: i magistrati indagano per distruzione dei mezzi di produzione. E il ministro Patuanelli li ringrazia. Sul fronte legale il governo è pronto a usare ogni arma. Nell’attesa di capire se ci siano davvero i margini per un’estrema trattativa, prima di lavorare a un piano B con una «nazionalizzazione» transitoria e la ricerca di nuovi azionisti.

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I lavoratori dell’Ilva pronti allo sciopero “al contrario” per salvare la fabbrica

Conto alla rovescia verso il 4 dicembre. Crescono le adesioni alla proposta d'insubordinazione lanciata dalla Uilm per non spegnere gli impianti. Mentre rischia di deflagrare la vertenza dell'indotto.

Il 4 dicembre è sempre più vicino e la soluzione sembra drammaticamente lontana, ma gli operai dell’ex Ilva non vogliono rendersi complici della morte della fabbrica. Due settimane per resistere, con il cronoprogramma di sospensione degli impianti consegnato da ArcelorMittal che ha fatto scattare il conto alla rovescia. E l’idea dell’insubordinazione annunciata il 15 novembre dal leader della Uilm Rocco Palombella per non spegnere gli impianti è stata rilanciata anche da Francesco Brigati, coordinatore delle Rsu Fiom dell’ex Ilva e componente della segreteria provinciale della Fiom, che ha parlato dell’ipotesi di «una sorta di sciopero al contrario». Anche se, ha precisato, «ogni decisione comunque andrà condivisa con le altre sigle e i lavoratori».

ATTESA PER IL CONSIGLIO DI FABBRICA

Le rappresentanze sindacali unitarie dei sindacati metalmeccanici hanno convocato per lunedì 18, alle ore 11, il consiglio di fabbrica dello stabilimento siderurgico ArcelorMittal di Taranto, allargato ai delegati sindacali delle imprese dell’indotto, per decidere eventuali iniziative di mobilitazione. Brigati ha detto che si stanno «prendendo in considerazione anche modalità che sarebbero diverse dalle forme solite, come manifestazioni classiche o scioperi». Il problema, ha fatto notare l’esponente della Fiom, è che «anche se gli altiforni restano in marcia, il governo deve chiedere di garantire le materie prime per consentire il proseguimento delle attività e della loro funzione. Senza materie prime la produzione si ferma».

IL SETTORE ELETTRICO GIÀ PRONTO ALL’INSUBORDINAZIONE

A favore dell’insubordinazione si sono già espressi i sindacati del settore elettrico, annunciando che «i lavoratori delle centrali non procederanno ad alcuna fermata degli impianti e di conseguenza rigettano al mittente la improvvida comunicazione aziendale». Le segreterie Filctem-Cgil, Flaei-Cisl Reti, Uiltec-Uil e Ugl-Chimici hanno spiegato che «anche il settore elettrico rischia di subire una notevole ripercussione occupazionale dalla parziale e/o totale chiusura degli impianti produttivi dello stabilimento Ilva. Sono 100 i dipendenti diretti, al netto dell’indotto, più nove lavoratori già in Cigs, allocati nelle due centrali elettriche (Cet 2 e Cet 3)». Rischia di deflagrare anche la vertenza dell’indotto. Le imprese che attendono il saldo delle fatture da parte di ArcelorMittal aspetteranno fino a lunedì. «Se questi soldi non arriveranno» – è il timore di Vincenzo Castronuovo della Fim Cisl – «è molto probabile che le aziende metteranno in libertà i dipendenti. Siamo già stati convocati da Confindustria Taranto per martedì prossimo. Bisogna fare di tutto per disinnescare quella che sta già diventando una vera bomba sociale».

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Bill Gates scavalca Bezos e torna il più ricco del mondo

Il fondatore di Microsoft si riprende lo scettro nella classifica stilata da Bloomberg con un patrimonio di 110 miliardi di dollari. Il numero uno di Amazon fermo a 108,7. Al terzo posto si piazza Bernard Arnault.

Bill Gates si riprende il titolo di paperone mondiale, strappandolo a Jeff Bezos. Secondo l’indice dei miliardari di Bloomberg, il fondatore di Microsoft vale 110 miliardi di dollari contro i 108,7 miliardi di Bezos. Al terzo posto Bernard Arnault con 102,7 miliardi. Nelle scorse settimane Gates aveva superato per un breve lasso di tempo Bezos che, comunque, si era poi ripreso lo scettro.

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Dbrs conferma il rating BBB all’Italia ma pesa l’incertezza politica

L'agenzia ha sottolineato i progressi delle nostre banche. Ritiene però che sia improbabile una durata del governo fino al 2023.

Rating confermato. L’agenzia Dbrs ha ribadito il giudizio BBB (high) dell’Italia con «trend stabile». Una decisione che «riflette i progressi delle banche italiane nel migliorare la qualità del credito e la moderata strategia di bilancio del governo per i mitigare i rischi alla sostenibilità del debito», ha affermato Dbrs in una nota.

DISINCENTIVI ALLA ROTTURA: POST MATTARELLA E LEGA IN SALITA

Il problema è che secondo la stessa agenzia di rating «è improbabile che l’attuale governo» resti in carica per «l’intero mandato fino al 2023, ma le elezioni del presidente della Repubblica nel 2022 e la forza della Lega nei sondaggi potrebbero rappresentare due importanti disincentivi» per i partiti al governo che vorrebbero mandare all’aria l’alleanza giallorossa. Dbrs ha aggiunto che «nonostante il nuovo governo, l’incertezza politica resta una preoccupazione e pesa sul rating».

INVESTITORI SUL CHI VA LÀ

Intanto il debito italiano è tornato a scendere per il secondo mese consecutivo, a fronte di un calo della liquidità nella cassa del Tesoro. Ma l’inflazione è ai minimi di tre anni e lo spread resta vicino ai massimi di tre mesi, pur rientrando dalla fiammata del 14 novembre: segno che l’approssimarsi di fine anno e i segnali d’instabilità politica tengono gli investitori sul chi va là.

LAGARDE NON POTRÀ FARE MOLTO

In più la Banca centrale europea (Bce) di Christine Lagarde non potrà andare molto oltre quanto già fatto dal suo predecessore Mario Draghi. Da qui in poi, la palla passa ai governi. E Berlino, schivata la recessione, ha già fatto sapere che non lancerà uno stimolo di bilancio in grado di fare da “game-changer”.

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La Juwelo ha lasciato a casa 48 lavoratori durante un buffet

Specializzata in televendite di gioielli, adesso l'azienda dispone soltanto di 10 dipendenti. Il sindacato preannuncia sciopero. La ricostruzione di cos'è successo.

Li hanno convocati alle 10 del mattino in un ristorante di fronte all’ufficio per avvertirli che sarebbero stati tutti lasciati a casa. È successo a 48 lavoratori (tra dipendenti, liberi professionisti e soci di una cooperativa) della sede romana di Juwelo, una società del gruppo tedesco Elumeo che si occupa di televendite di gioielli. Una fonte interna all’azienda ha rivelato a Open: «Ci siamo ritrovati quasi tutti all’interno di questo locale con davanti a noi solo il capo tedesco, Wolfgang Boye, che ci ha detto di non aver più la disponibilità economica per pagare i nostri stipendi, che il bilancio non era buono e che stavano provando a trovare delle soluzioni».

L’AZIENDA PARLAVA DI «AUTUNNO SCOPPIETTANTE»

Ai dipendenti la comunicazione è arrivata sia tramite sms sia tramite email la mattina di lunedì 11 novembre. Una volta constatato che i badge erano stati disabilitati e le serrature cambiate, i lavoratori si sono diretti verso il ristorante. Ad attenderli c’era un rinfresco con tanto di cornetti, ma, saputa la notizia, nessuno aveva più voglia di mangiare: «Non avevamo il sentore che le cose andassero male. Ci dicevano “autunno scoppiettante, va tutto bene”. E poi che fanno? Ci lasciano a casa?», ha continuato a raccontare la fonte di Open, «siamo disperati, non so quando prenderemo lo stipendio di novembre e cosa ne sarà del nostro futuro».

SONO RIMASTE SOLTANTO 10 PERSONE

Adesso in azienda sono rimaste a lavorare soltanto 10 persone. Quattro producer, un operatore di call center, un magazziniere e tre presentatori freelance costretti, ha puntualizzato la fonte, «a farsi carico del lavoro di tutti quelli messi alla porta, lavorando in condizioni inaccettabili e al limite della legalità». Gli altri 48 per ora sono rimasti a casa retribuiti.

IL SINDACATO PRONTO A UNO SCIOPERO

Alessio Pasqualitti della Slc Cgl ha commentato: «Siamo andati subito sul posto e abbiamo chiamato la polizia denunciando l’azienda per il mancato accesso dei dipendenti ai locali. Intanto a noi non è arrivato nulla, nessuna comunicazione di apertura di licenziamento collettivo per riduzione personale o cessazione attività. Oggi, infatti, faremo un’assemblea e probabilmente opteremo per uno sciopero».

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Cosa (non) cambia nei requisiti per la pensione di vecchiaia

La speranza di vita non cresce e l'età pensionabile resta fissata a 67 anni per il 2021. La comunicazione del ministero dell'Economia.

La speranza di vita non cresce e i requisiti per l’accesso alla pensione di vecchiaia non aumentano e restano fissati per il 2021 a 67 anni. Lo si legge nel decreto del ministero dell’Economia appena pubblicato sulla Gazzetta Ufficialia. «Dal primo gennaio 2021 i requisiti di accesso ai trattamenti pensionistici non sono ulteriormente incrementati». L’aumento della speranza di vita a 65 anni infatti, è di 0,021 decimi di anno. «Trasformato in 12esimi di anno»- si legge – «equivale a una variazione di 0,025 che, a sua volta arrotondato in mesi, corrisponde a una variazione pari a 0».

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