Le alluvioni viste dallo spazio: ferite rosse nella pianura padana

Le immagini del corso del Po realizzate dal satellite europeo Sentinel 1 mostrano il nostro territorio squarciato.

Come ferite sulla pelle dell’Italia, così appaiono le alluvioni degli ultimi giorni rirpese dallo spazio: uno squarcio color rosso sangue che taglia in due la Pianura Padana. Le immagini sono del satellite Sentinel-1 di Copernicus, il programma per l’Osservazione della Terra gestito da Agenzia spaziale europea (Esa) e Commissione Europea.

DUE SCATTI IN UNO CHE VEDONO ATTRAVERSO NUBI E BUIO

L’immagine multi temporale combina due scatti separati, acquisiti il 13 e il 25 novembre: le aree inondate sono rappresentate in rosso, il fiume Po in nero, e le aree urbane in bianco. Milano sembra salva, nella parte alta dell’immagine, mentre i territori dell’alessandrino e del pavese risultano fortemente colpiti. La distinzione tra i corpi idrici dei fiumi e le zone inondate è resa possibile dal radar di Sentinel-1, capace di ‘vedere’ attraverso le nuvole, la pioggia e al buio.

UN SERVIZIO DI MAPPATURA PER LE EMERGENZE

Le immagini acquisite prima e dopo l’inondazione offrono informazioni immediate sull’entità del disastro e danno supporto per la valutazione dei danni materiali e ambientali. Il servizio di mappatura per le emergenze di Copernicus (Copernicus Emergency Mapping Service) era già stato attivato all’inizio del mese per aiutare a fronteggiare le inondazioni nel Nord-Est, dove l’acqua alta a Venezia aveva raggiunto livelli record causando la peggior inondazione degli ultimi 50 anni.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Scoperta una molecola che blocca l’Alzheimer

L'anticorpo A13 "ringiovanisce" il cervello bloccando la malattia nella prima fase. La scoperta di uno studio italiano effettuato sui topi.

Scoperta dai ricercatori della fondazione Ebri Rita Levi-Montalcini una molecola che “ringiovanisce” il cervello bloccando l’Alzheimer nella prima fase: è l’anticorpo A13, che ringiovanisce appunto il cervello favorendo la nascita di nuovi neuroni e contrastando così i difetti che accompagnano le fasi precoci della malattia. Lo studio, italiano, è stato effettuato su topi che, così trattati, hanno ripreso a produrre neuroni a un livello quasi normale. Una strategia, secondo i ricercatori, che apre nuove possibilità di diagnosi e cura. Lo studio interamente italiano è coordinato da Antonino Cattaneo, Giovanni Meli e Raffaella Scardigli, presso la Fondazione Ebri (European Brain Research Institute) Rita Levi-Montalcini, in collaborazione con il CNR, la Scuola Normale Superiore e il Dipartimento di Biologia dell’Università di Roma Tre. E’ stato pubblicato sulla rivista Cell Death and Differentiation.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Scoperta una molecola che blocca l’Alzheimer

L'anticorpo A13 "ringiovanisce" il cervello bloccando la malattia nella prima fase. La scoperta di uno studio italiano effettuato sui topi.

Scoperta dai ricercatori della fondazione Ebri Rita Levi-Montalcini una molecola che “ringiovanisce” il cervello bloccando l’Alzheimer nella prima fase: è l’anticorpo A13, che ringiovanisce appunto il cervello favorendo la nascita di nuovi neuroni e contrastando così i difetti che accompagnano le fasi precoci della malattia. Lo studio, italiano, è stato effettuato su topi che, così trattati, hanno ripreso a produrre neuroni a un livello quasi normale. Una strategia, secondo i ricercatori, che apre nuove possibilità di diagnosi e cura. Lo studio interamente italiano è coordinato da Antonino Cattaneo, Giovanni Meli e Raffaella Scardigli, presso la Fondazione Ebri (European Brain Research Institute) Rita Levi-Montalcini, in collaborazione con il CNR, la Scuola Normale Superiore e il Dipartimento di Biologia dell’Università di Roma Tre. E’ stato pubblicato sulla rivista Cell Death and Differentiation.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Il creatore della Rete ha lanciato il Contratto per salvare il web

Tim Berners-Lee ha presentato il suo manifesto per «rendere Internet più sicuro e utile per tutti». Il documento rivolto a governi, aziende e cittadini.

Il creatore del web, Tim BernersLee, ha lanciato ufficialmente il suo piano per aggiustare Internet. Lo riporta l’Agi. La Word Wide Web Fondation, una società no profit creata dallo scienziato inglese, ha già ottenuto il sostengo dei giganti tecnologici come Facebook, Google e Microsoft. È lo stesso Berners-Lee ad annunciare il progetto su Twitter: «Se noi non riusciamo a difendere la libertà del web aperto, rischiamo una distopia digitale di disuguaglianza radicale e abuso dei diritti. Dobbiamo agire ora».

Nel tweet Berners-Lee condivide il link a un sito, contractfortheweb.org, dove sono elencati i nove principi del suo Contratto per il web. Tre riguardano i governi: assicurare che ognuno possa connettersi alla rete; fare in modo che tutta la rete internet sia sempre accessibile; rispettare i diritti fondamentali della privacy e dei dati personali.

I PUNTI PER LE AZIENDE E I CITTADINI

Tre riguardano le aziende: avere sempre prezzi accessibili per i servizi di connessione; rispettare e proteggere la privacy e i dati delle persone per creare fiducia a chi accede alla rete; sviluppare tecnologie che valorizzino il meglio dell’umanità, arginandone i lati peggiori. Tre riguardano invece i cittadini: essere creatori e collaboratori del web; costruire community forti e rispettare la civiltà del discorso pubblico e la dignità umana; lottare per la rete.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Cos’è l’animazione sospesa, la nuova frontiera della chirurgia

Consiste nel rallentare i parametri vitali del paziente e sostituire il sangue con una soluzione salina fredda. Le cose da sapere sulla tecnica sperimentata con successo negli Usa.

Abbassare la temperatura corporea del paziente, rallentandone le funzioni vitali, per dare ai chirurghi il tempo di intervenire: non è fantascienza, ma una tecnica innovativa sperimentata al Centro medico dell’università del Maryland, chiamata “animazione sospesa”. A dare la notizia è stato il settimanale di divulgazione scientifica inglese New Scientist.

LEGGI ANCHE: La scienza potrebbe invertire il processo di invecchiamento biologico

UNA PRATICA UTILIZZATA SOLTANTO NEI CASI GRAVI

Nell’animazione sospesa il sangue del paziente viene sostituito, a cuore fermo, da una soluzione salina fredda. Questa blocca l’attività cellulare del corpo, evitando i danni ai tessuti derivanti dalla scarsa ossigenazione. Viene utilizzata soltanto nei casi molto gravi, come nei traumi da arma da fuoco, quando il soggetto versa già in condizioni di parziale dissanguamento. Durante la procedura, il respiro e il battito cardiaco sono ancora rilevabili, ma soltanto con apposite strumentazioni di misura.

I PRIMI ESPERIMENTI SU CANI E TOPI

Il primo esperimento riuscito di animazione sospesa è stato condotto su un gruppo di topi nel laboratorio del biochimico americano Mark Roth. Gli animali sono stati introdotti in una camera contenente 80 ppm (parti per milione) di acido solfidrico per un periodo di sei ore, fino ad abbassare la loro temperatura intorno ai 13 gradi. Un altro tentativo è stato condotto nel 2005, questa volta da un gruppo di scienziati dell’Università di Pittsburgh. Gli animali in questione, dei cani, sono stati rianimati dopo tre ore di morte clinica, ma alcuni di loro hanno riscontrato notevoli danni al sistema nervoso. La sperimentazione sull’uomo è invece recentissima ed è stata messa in pratica, per la prima volta, al Centro medico dell’università del Maryland.

LEGGI ANCHE: Mappatura del genoma: così la scienza prova a vincere la sfida

A METÀ TRA LA SCIENZA E LA FANTASCIENZA

A partire dal XX secolo, l’animazione sospesa è diventato un tòpos della letteratura di fantascienza, utilizzato come artificio narrativo per giustificare la sopravvivenza dei personaggi per lunghi intervalli di tempo. Tuttavia, recentemente, l’idea è stata presa sul serio con l’obiettivo di condurre viaggi interstellari, della durata di centinaia o anche di migliaia di anni.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Perché i nuovi casi di peste in Cina non sono il preludio di una pandemia

Tre contagi registrati in Cina hanno riaperto al questione di una possibile epidemia globale. Ma i dati dell'Oms degli ultimi anni suggeriscono che il morbo è sotto controllo. Tra il 2010 e 2017 solo 3 mila contagi con 500 morti. Focolai attivi, ma contenuti, in Madagascar, Congo e Perù.

È presto per parlare di pandemia. Ma i recenti contagi in Asia hanno riaperto la questione legata alla pericolosità della peste. Il 17 novembre le autorità sanitarie cinesi hanno accertato un caso di peste bubbonica nella Mongolia interna. La profilassi è scattata con effetto immediato e 28 persone sono state poste in quarantena per verificare un eventuale contagio. L’uomo, un operaio di 55 anni di una cava della contea di Xilin, ha raccontato di aver scuoiato, cucinato e mangiato il 5 novembre un coniglio selvatico, probabilmente il motivo del contagio. Questo episodio si è aggiunto ad altri due casi di peste polmonare registrati a Pechino nelle ultime settimane. Bisogna quindi preoccuparsi?

DA DOVE ORIGINA LA PESTE

Storicamente, soprattutto per gli europei, la peste richiama alla memoria la “morte nera” che a partire dal 1348 ha devastato il continente uccidendo tra i 25 e 50 milioni di persone. La peste può presentarsi in due forme: bubbonica e polmonare. La prima è la più comune e si contrare per il morso o il contatto con animali infetti. La grande epidemia del 14esimo iniziò infatti con l’arrivo di topi infetti dalla Crimea. Se la peste non viene curata in fretta può intaccare i polmoni trasformandosi in una forma più acuta e contagiosa.

I CONTAGI E I TASSI DI MORTALITÀ

Ancora oggi la peste resta una malattia quasi letale. Quella bubbonica ha un tasso di mortalità compreso tra il 30 e 60% se non viene trattata velocemente. Quella polmonare è ancora più grave se non diagnosticata in tempi brevi. Rispetto al 1348, e alle successive ondate come quella del 1630 raccontata nei Promessi Sposi, oggi le cure sono più efficaci. Se individuata in tempo può essere debellata con antibiotici che sono in grado di ripristinare completamente la salute di un ammalato.

L’ULTIMA GRANDE PANDEMIA TERMINATA NEL 1960

Ufficialmente la peste non è mai stata debellata completamente. L’ultima grande epidemia registrata durò circa un secolo con fasi alterne. Si sviluppò in Cina nella provincia di Yunnan per poi colpire soprattutto il Celeste impero e le regioni indiane tra il 1866 e il 1960. La fase più acuta, a cavallo del secolo, venne spinta anche dalle rotte dell’oppio che partivano da Sud-Est asiatico e avevano proprio nello Yunnan uno snodo fondamentale. Alla fine l’epidemia provocò oltre 12 milioni di morti.

I contagi in Madagascar nel 2017
(Fonte: Oms)

LA SITUAZIONE ATTUALE: GLI UTLIMI CONTAGI

Gli ultimi dati dell’Oms rilevati tra il 2010 e 2017 hanno individuato 3.248 casi, dei quali sono 584 si sono rivelati mortali. I Paesi coi focolai più significativi di peste al momento sono Madagascar (2.348 casi e 202 morti nel 2017), Perù e Repubblica democratica del Congo. Quest’ultima, già alle prese con un’epidemia di Ebola, tra il 1900 e 2012 ha confermato 1.006 casi con quattro morti nel 2015. In realtà anche i Paesi occidentali registrano una decina di casi l’anno, come gli Stati Uniti. Secondo il Centers for Disease Control and Prevention ogni anno vengono registrati poco meno di una ventina di contagi. In questo caso gli Stati più colpiti sono stati quelli di Sud-Ovest: New Mexico, Arizona, Colorado, California, Oregon e Nevada.

I casi di peste in Usa tra il 1970 e il 2017
(Fonte: Centers for Disease Control and Prevention)

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Dall’India è in arrivo la prima “pillola” anticoncezionale maschile

Secondo l'Hindustan Times negli ultimi trials il farmaco ha avuto il 97,3% di risultati positivi e senza effetti collaterali. Si tratta di un prodotto da iniettare già inviato all'Agenzia del farmaco indiana per l'approvazione.

Potrebbe cambiare le nostre abitudini sessuali e avere effetti sociali non da poco: dall’India con tutta probabilità arriverà la pillola maschile. L‘Istituto indiano per la ricerca medica (Indian Council of Medical Research, ICMR) ha infatti completato con successo l’ultima fase dei trials clinici sul primo contraccettivo destinato al maschio, un prodotto iniettabile, che è stato inviato recentemente, per l’approvazione, all‘Agenzia del farmaco indiana, la Drug controller general of India, Dcgi. La notizia è stata anticipata da alcuni ricercatori coinvolti nel progetto, secondo i quali, scrive il quotidiano Hindustan Times, il farmaco avrebbe efficacia per almeno tredici anni.

GLI EFFETTI DURANO 13 ANNI

Pensato come sostituto alla vasectomia chirurgica, il contraccettivo ha una durata di ben tredici, dopodiché perde la sua potenza, spiega il quotidiano di New Delhi. Ricerche simili sono in corso anche negli Stati Uniti dove però sono ancora in fase di sviluppo e in Gran Bretagna dove una pillola maschile ha dato come effetti collaterali acne e cattivo umore e ne è stato bloccato lo studio. Quella dell‘Icmr, istituto biomedico finanziato dal governo di New Delhi, è la ricerca più avanzata a livello globale.

IL 97,3% DI RISULTATI POSITIVI

La terza fase del trial, appena conclusa, è stata condotta su 303 candidati, con il 97,3 di risultati positivi, e senza che siano stati riportati effetti collaterali. «Il farmaco è pronto e può essere definito il primo contraccettivo maschile del mondo», ha detto il dottor Rs Sharma, ricercatore senior dell’Icmr, che ha condotto la supervisione dei trial. L’Icmr è la più qualificata agenzia governativa indiana per la ricerca biomedica, sotto l’egida del ministero della Salute.

ALTRI SETTE MESI PRIMA DELLA FABBRICAZIONE

«Direi che ci vorranno ancora dai sei ai sette mesi prima che tutte le autorizzazioni vengano concesse prima che il prodotto possa essere fabbricato», ha dichiarato all’Hindustan Times VG Sonami, capo dell’agenzia del farmaco indiana. 

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Allarme per la possibile presenza di lattice nel vaccino anti-influenza

I soggetti allergici potrebbero essere esposti al rischio di reazioni. L'Agenzia italiana del farmaco: «Consultate il vostro medico curante».

L’Agenzia italiana del farmaco lancia l’allarme: non si può escludere la presenza di lattice in diverse componenti delle siringhe pre-riempite o degli applicatori nasali di alcuni vaccini anti-influenzali autorizzati per la stagione 2019-2020.

LEGGI ANCHE: Italia prima in Europa per morti da antibiotico-resistenza

Si tratta di un’informazione di estrema importanza per i soggetti allergici al lattice che necessitano della copertura vaccinale, i quali potrebbero essere esposti al rischio di reazioni. Questi pazienti sono quindi invitati a consultare il proprio medico curante prima di scegliere quale vaccino utilizzare.

I vaccini che secondo l’Aifa potrebbero contenere tracce di lattice – non nel farmaco in sé, bensì nelle componenti esterne o a causa di un contatto accidentale durante il processo produttivo – sono i seguenti:

  • Influvac S tetra, per il quale «non si può escludere la possibilità che, durante il processo produttivo, il vaccino sia venuto a contatto con strumenti che contengono lattice»;
  • Agrippal S1, Fluad, Influpozzi subunità, Innoflu e Flucelvax tetra, per i quali «non si può escludere che i cappucci copri ago e i cappucci protettivi delle siringhe non contengano lattice».

Le linee-guida della Commissione europea prevedono già l’inserimento di un’avvertenza nel foglietto illustrativo, nel caso in cui il lattice sia presente nei vaccini in qualsiasi quantità. In caso di assenza di lattice, invece, non è richiesto l’inserimento di specifiche dichiarazioni. L’Aifa ha comunque ritenuto opportuno contattare tutte le aziende autorizzate a operare in Italia chiedendo di certificare, laddove non specificato, la presenza di lattice anche nelle componenti dei confezionamenti primari.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Italia prima in Europa per morti da antibiotico-resistenza

Su 33 mila decessi che avvengono ogni anno, oltre 10 mila si verificano nel nostro Paese. Le raccomandazioni dell'Istituto superiore di sanità per un uso più consapevole.

Su 33 mila decessi che avvengono ogni anno in Europa per infezioni causate da batteri resistenti agli antibiotici, oltre 10 mila si verificano in Italia. Il nostro Paese è primo in questa triste classifica, secondo i dati appena pubblicati dall’Istituto superiore di sanità in occasione della Settimana mondiale per l’uso consapevole degli antibiotici, dal 18 al 24 novembre.

LEGGI ANCHE: Allarme per la possibile presenza di lattice nel vaccino anti-influenza

L’antibiotico-resistenza è un fenomeno che rende i batteri insensibili all’azione degli antibiotici, danneggiando non solo la persona che li assume in quel momento, poiché li rende inefficaci, ma anche tutti coloro che in futuro saranno contagiati dai quei batteri divenuti resistenti agli antibiotici.

L’Istituto superiore di sanità rileva che in Italia, nel 2018, le percentuali di resistenza alle principali classi di antibiotici per gli otto patogeni sotto sorveglianza (Staphylococcus aureus, Streptococcus pneumoniae, Enterococcus faecalis, Enterococcus faecium, Escherichia coli, Klebsiella pneumoniae, Pseudomonas aeruginosa e Acinetobacter species) si mantengono «più alte rispetto alla media europea, pur nell’ambito di un trend in calo rispetto agli anni precedenti». Inoltre, gli oltre 2 mila casi diagnosticati nel 2018 di infezioni nel sangue causate da batteri produttori di carbapenemasi (CPE), ovvero di enzimi che distruggono i carbapenemi (una classe di antibiotici ad ampio spettro), evidenziano la larga diffusione del fenomeno nel nostro Paese.

LIVELLI DI RESISTENZA ANCORA TROPPO ALTI

Annalisa Pantosti, responsabile del Programma di sorveglianza nazionale dell’antibiotico-resistenza, sottolinea quindi che in Italia «i livelli di antibiotico-resistenza e di multi-resistenza delle specie batteriche sotto sorveglianza sono ancora molto alti, nonostante gli sforzi notevoli messi in campo finora».

I CONSIGLI PER UN USO APPROPRIATO DEGLI ANTIBIOTICI

In questo contesto, la promozione di un uso appropriato degli antibiotici e di interventi per il controllo delle infezioni nelle strutture di assistenza sanitaria diventa fondamentale. Come riportato sul sito web dell’Istituto superiore di sanità,

Gli antibiotici sono medicinali utilizzati per curare o prevenire le infezioni causate da batteri. Sono in grado di uccidere i batteri stessi e/o di prevenire la loro moltiplicazione e diffusione all’interno dell’organismo e la trasmissione ad altre persone.

Gli antibiotici non sono efficaci contro le infezioni virali quali il raffreddore, l’influenza e alcuni tipi di tosse e mal di gola (leggi la Bufala).

In caso di infezioni non gravi causate da batteri, non è necessario ricorrere subito agli antibiotici poiché il nostro sistema immunitario è, nella maggior parte dei casi, in grado di risolverle autonomamente.

È fondamentale che gli antibiotici siano prescritti dal medico e che siano rispettate le dosi, le modalità e la durata della terapia da lui indicate al fine di ottenere i massimi benefici dalla terapia e prevenire lo sviluppo dell’antibiotico-resistenza.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Diminuiscono del 20% le diagnosi di Aids in Italia

Dopo anni di stallo, nel 2018 sono calati decisamente i nuovi casi registrati. La riduzione dovuta all'efficacia delle terapie antiretrovirali.

Dopo diversi anni di stallo nel 2018 sono calate decisamente (-20%) le nuove diagnosi di infezione da Hiv, soprattutto grazie all’efficacia delle nuove terapie che portando quasi a zero la presenza del virus nel sangue di chi è in cura lo rende non infettivo. Alle luci sottolineate dal rapporto pubblicato oggi dall’Istituto Superiore di Sanità fanno da contrappunto alcune ombre evidenziate dagli esperti, prima tra tutte la percentuale in aumento di persone che scoprono la propria sieropositività con anni di ritardo. Nel 2018, scrivono gli esperti del Centro Operativo Aids, sono state segnalate 2.847 nuove diagnosi di infezione da Hiv pari a un’incidenza di 4,7 nuovi casi ogni 100 mila residenti che mette l’Italia lievemente al di sotto della media dei Paesi dell’Unione Europea (5,1 casi per 100 mila residenti).

L’EFFICACIA DELLE TERAPIE ANTIRETROVIRALI

L’incidenza delle nuove diagnosi di infezione da Hiv, sostanzialmente stabile negli ultimi anni, nel 2018 ha avuto un deciso calo del 20%, osservato in tutte le Regioni. La riduzione interessa tutte le modalità di trasmissione, sia eterosessuali che omosessuali ed è probabilmente da attribuire in modo principale all’efficacia delle terapie antiretrovirali ed alle nuove Linee Guida Terapeutiche che prevedono di iniziare la terapia precocemente dopo la diagnosi. «Purtroppo continua ad aumentare la quota di persone (57% nel 2018) che scoprono di essere sieropositive molti anni dopo essersi infettate», si legge nel rapporto del Centro Operativo Aids (Coa), «e vengono pertanto diagnosticate quando il loro sistema immunitario è già compromesso; questo è evidentemente l’effetto di una scarsa consapevolezza sulla diffusione ancora ampia di Hiv nel nostro Paese e del rischio che si corre di contrarre l’infezione attraverso rapporti sessuali non protetti».

LE MODALITÀ DI TRASMISSIONE

Le persone che hanno scoperto di essere sieropositive nel 2018 erano maschi nell’85,6% dei casi. L’età mediana era di 39 anni per i maschi e di 38 anni per le femmine. L’incidenza più alta è stata osservata tra le persone di 25-29 anni e 30-39. Per quanto riguarda le modalità di trasmissione nel 2018 la maggioranza delle nuove diagnosi era attribuibile a rapporti sessuali non protetti, che costituivano l’80,2% di tutte le segnalazioni (eterosessuali 41,2%; maschi che fanno sesso con maschi. 39,0%). I casi attribuibili a trasmissione eterosessuale erano costituiti per il 56,1% da maschi e per il 43,9% da femmine. Sempre nel 2018 il 29,7% delle persone con una nuova diagnosi di Hiv era di nazionalità straniera, e tra questi il 53,5% di casi era costituito da eterosessuali.

NEL 2018 I NUOVI CASI SONO STATI 661

Per quanto riguarda l’Aids, nel 2018 sono stati diagnosticati 661 nuovi casi. Dal 1982, anno della prima diagnosi di Aids in Italia, al 31 dicembre 2018 sono stati notificati 70.567 casi. A disposizione dei cittadini, ricorda l’Istituto, c’è il Telefono Verde Aids 800 861 061 da lunedì a venerdì dalle 13 alle 18. In occasione della Giornata Mondiale dell’Aids, domenica 1 dicembre, il servizio sarà attivo dalle 10 alle 18.

«MAI ABBASSARE LA GUARDIA»

Contro l’Hiv-Aids «non bisogna mai abbassare la guardia: è fondamentale promuoverne l’uso del preservativo in scuole e università. Anche se i nuovi casi di infezione nell’ultimo anno sono diminuiti in tutto il Paese, il fatto che l’incidenza più alta continui a essere registrata tra i giovani adulti, di età compresa tra i 25 e i 29 anni, ci deve preoccupare», ha detto il viceministro alla Salute, Pierpaolo Sileri, commentando i dati. Sileri per questo ricorda che «c’è già un protocollo d’intesa del 2015 tra il ministero della Salute e il Miur per l’educazione alla salute e alla sessualità in favore degli studenti e dei docenti». Sulla base di questa intesa, ha concluso, «è già pronta una proposta di linee di indirizzo».

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it