Per Fca 4,5 miliardi di dollari di nuovi investimenti in Usa

Lo prevede l'accordo preliminare sul contratto trovato col sindacato dei metalmeccanici negli States. Nel piano anche 7.900 posti di lavoro.

Nuova crescita per Fiat Chrysler Fca negli Stati Uniti. Fca e il United Auto Workers, il potente sindacato dei metalmeccanici americani, hanno raggiunto un accordo preliminare per il rinnovo del contratto di lavoro. L’intesa, riporta la stampa americana, prevede 4,5 miliardi di dollari di nuovi investimenti e 7.900 posti di lavoro.

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Perché scandali e impeachment non frenano la corsa di Trump verso il 2020

Il gradimento del tycoon non cala. Gli indecisi potrebbero rivotarlo. E questo perché l'economia continua a crescere e la disoccupazione non è mai stata così bassa. Per batterlo serve un vero scatto d'orgoglio.

I sondaggi degli ultimi giorni parlano chiaro: malgrado sia stato confermato il quid pro quo nell’Ucrainagate – l’ambasciatore Usa in Ue Gordon Sondland ha ammesso: «Dissi che avremmo potuto non dare gli aiuti militari» – la popolarità di Donald Trump non è calata significativamente.

E nonostante il bombardamento di scoop e di Breaking news che lo riguardano, la percentuale di americani favorevoli all’impeachment è rimasta stabile. Infine, le persone ancora indecise su chi votare non sono del tutto convinte che sia sbagliato votare per Trump nel 2020.

Tirando le somme viene da pensare che la strada dell’impeachment non sia poi così efficace per liberarsi del tycoon. Il motivo di tutto questo mi sfuggiva, e sono andata a leggere cosa ne pensano i talking heads.

I CRITERI CON CUI VIENE GIUDICATO UN PRESIDENTE

Ho trovato particolarmente interessanti le opinioni di Ross Douthat, editorialista del New York Times. Nel suo articolo How Trump Survives spiega come gli americani valutino un leader in base ai successi dell’economia nazionale e alla stabilità mondiale e molto meno per scandali. Douthat avalla la sua teoria ricordando gli altri due tentativi di impeachment nella storia americana: quello a Richard Nixon, uscito dalla scena politica devastato, e quello a Bill Clinton che invece è tuttora considerato da molti uno dei più importanti presidenti americani. Vero, le accuse rivolte ai due erano molto diverse – Nixon fu travolto dal Watergate, mentre Clinton mentì sotto giuramento – ma a fare la differenza furono altri fattori. Mentre durante il secondo mandato di Nixon gli Stati Uniti erano in piena crisi di petrolio, le borse perdevano valore e iniziava un periodo di recessione, l’amministrazione di Clinton era riuscita a garantire un clima di enorme sicurezza economica e mondiale. 

LA GOLDEN AGE DI TRUMP

Malgrado mi pesi ammetterlo, l’America di Donald Trump, almeno sulla carta, sta attraversano un periodo d’oro. Certo, non è tutta farina del suo sacco: il suo predecessore Barack Obama gli ha lasciato un Paese in buono stato. Ma comunque sia, l’economia va a gonfie vele e la disoccupazione non è mai stata così bassa. In poche parole, quando si sta bene fa paura cambiare le carte in tavola, anche se sono carte sporche. Le notizie sempre più allarmanti riguardo i giochi di Trump sia a Washington sia all’estero sarebbero molto più dannose per il tycoon se nel Paese si respirasse una insicurezza economica e sociale.

LEGGI ANCHE: Bloomberg, il miliardario giusto al momento sbagliato

Certamente molti americani sono basiti di fronte al fatto che il presidente abbia chiesto all’Ucraina aiuti per la sua campagna elettorale in cambio dei fondi che il Congresso aveva stanziato per limitare i danni della guerra in Crimea. È ovvio che i comportamenti scorretti di Trump nei confronti degli immigrati, delle donne, dei disabili sono da denunciare e fanno discutere. Ma gli indecisi, i cosiddetti swing voter si preoccupano più di mantenere un lavoro stabile che garantisca loro una vita agiata e dignitosa.

L’UNICA SPERANZA È UNO SCATTO D’ORGOGLIO

Ross Douthat scrive: «Nel nostro sistema, bisogna che accadano dei disastri per potersi liberare di un presidente prima della fine del suo mandato, anche se è un presidente corrotto». Ha ragione il caro signor Douthat, ma spero comunque che quando sarà il momento di votare, i democratici e gli indipendenti si mettano una bella mano sulla coscienza e si preoccupino anche del livello imbarazzante di decenza in cui è caduto un Paese così potente come l’America. 

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Bloomberg, il miliardario giusto al momento sbagliato

Il sindaco che fece risorgere New York dopo l'11 settembre, prova a sfidare Trump. Ma i tempi sono cambiati. I valori dell'élite sono meno dominanti. E il magnate potrebbe riuscire solo nell'impresa di spaccare ancora di più i dem.

Una battaglia tra miliardari è quello che per l’oramai corposa sinistra dem americana proprio non ci vuole alle Presidenziali del 2020. Michael Bloomberg ha soldi, tanti. Oltre 50 miliardi di dollari in più del patrimonio stimato di Donald Trump (3 miliardi), dice Forbes. Con una propaganda che solo l’ex sindaco di New York si può permettere, e l’attestato degli enormi successi da esibire per gli States, Bloomberg conta di spianare il tycoon che dal 2017 mette a soqquadro la Casa Bianca. Con la sua potenza di fuoco è convinto di essere l’unico a poterlo battere: certo non Joe Biden 77enne come lui, che da ex vice di Barack Obama non avrebbe la spinta della novità. Men che meno l’ala radicale può attrarre la maggioranza di capitalisti tra i democratici, perciò Bloomberg è corso in loro soccorso candidandosi. Ma i capitalisti sono davvero ancora la maggioranza tra i dem?

L’ANATEMA DI SANDERS

Bernie Sanders sentenzia «disgustato» che «i multimiliardari non andranno lontano in queste elezioni». Che in una settimana Bloomberg abbia iniettato 34 milioni di dollari in video, manifesti e altre pubblicità a tappeto inorridisce il senatore indipendente del Vermont. Trenta milioni (il doppio delle risorse finora accumulate da Biden) Sanders li ha raccolti in un anno, attraverso le piccole donazioni di circa 4 milioni di elettori sparsi negli States che, è sicuro, non lo tradiranno. «Questa è la democrazia, i miliardari non hanno il diritto di comprarsi le elezioni», sostiene il vecchio socialista che da affiliato dem ha radunato e tirato su una schiera di agguerrite liberal al Congresso. Tra loro, la senatrice Elizabeth Warren, ironia della sorte un’ex repubblicana come Bloomberg, è la candidata più agguerrita, e più apprezzata, tra i dem per la Casa Bianca.

Donald Trump saluta Michael Bloomberg all’anniversario delle stragi dell’11 settembre. GETTY.

WARREN SCAVALCA TUTTI

Anti-trumpiana di ferro, da quando ha svoltato radicalmente dal libero mercato propone welfare e istruzione pubblica per tutti e tasse per le multinazionali come la Bloomberg. E a sorpresa è una trascinatrice: la sua campagna, si dice, è quella che va meglio; nei sondaggi a ottobre è balzata davanti a Biden (25%) per gradimento. «Le elezioni non sono in vendita, né per i miliardari né per gli ad delle corporation», ha sbottato Warren a un comizio dopo aver saputo della discesa di Bloomberg. Chiaro che né Warren, né Biden – tantomeno Bloomberg fermo per ora a un magro 3% – con questi numeri possono vincere le prossime Presidenziali, ma l’ostacolo maggiore per il Paperone di New York arriva dalla selva di competitor interni e detrattori tra i dem. Non da Trump che di questo passo trarrà solo vantaggio dalle divisioni degli avversari.

UN PAPERONE DEMOCRATICO

L’establishment dei dem non è ancora pronto a candidati radicali. Bloomberg è un vincente di idee centriste deciso a scuotere e infiammare l’area dei Clinton: per la corsa alla Casa Bianca si stima metterà in campo fino a 100 milioni di dollari, soprattutto dalle primarie di marzo in grandi Stati come la California. Con l’esperienza negli affari e nell’amministrazione il magnate promette di salvare gli States dai quattro anni di amministrazione Trump. In fondo soldi e successo hanno sempre fatto presa negli Usa, sono il grande sogno del popolo americano che dai politici esige anche rigore. E infatti Bloomberg – ex democratico passato ai repubblicani, diventato indipendente e infine tornato tra i dem – giura che da presidente degli Usa non intascherà un dollaro. E investe milioni nelle campagne per l’ambiente e contro la diffusione delle armi.

Presidenziali Usa Bloomberg democratici Trump
Bloomberg è impegnato e finanzia le battaglie sul clima. GETTY.

L’EPOPEA DI BLOOMBERG

Suona strano ma il capo supremo, proprietario e fondatore del colosso della finanza e dei media con 19 mila dipendenti (2700 giornalisti) nel mondo odia anche le gerarchie. La sua scrivania ai piani alti della Bloomberg, si racconta, è ancora in mezzo a quelle di semplici impiegati. Un democratico, multimiliardario grazie all’inventiva e a una robusta preparazione: ingegnere elettronico, specializzato anche ad Harvard in Economia aziendale, a Bloomberg non si possono certo negare competenze e capacità anche eccezionali che Trump solo millanta: l’idea di una rete di terminali informatici per aggiornare Wall Street e il mondo della finanza in tempo quasi reale fu pionieristica negli Anni 80. E nell’era di Internet quei video-terminali sono ancora irrinunciabili per gli operatori di Borsa e rappresentano l’ossatura del sistema dei media creato da Bloomberg. Per la corsa a primo cittadino di New York questo appeal funzionò.

L’AMERICA È CAMBIATA

Nella Grande mela Bloomberg scese in campo dopo la tragedia dell’11 settembre, la ereditò dallo sceriffo Rudolph Giuliani e restò sindaco fino al 2013, «facendola risorgere dalle ceneri», afferma. I tempi però sono mutati: l’America sta cambiando pelle. Gli ideali e i valori sono sempre meno quelli dell’élite, ora meno dominante; e sempre più quelli delle moltitudini di latinos, neri, immigrati in crescita demografica. Dalla Manhattan ripulita da Giuliani e popolata da ricchi da Bloomberg – l’enclave dell’elettorato radical chic di Hillary Clinton – è sgorgata l’ondata di rivalsa popolare che nel 2014 ha eletto sindaco l’italo-americano, ex filosandinista, Bill De Blasio. Nel cuore tradito di New York ha pulsato Occupy Wall Street, e si è diffusa la rivista chomskiana Jacobin. Lì tanti guardano a Warren, ma Bloomberg, ex sindaco, non sembra accorgersene.

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Negli Usa aumentano le voci su una candidatura di Michelle Obama

Stavolta è stato Tucker Carlson, uno dei più noti opinionisti politici di Fox News, a rilanciare la suggestione. «Barack non ha ancora dato il suo sostegno a Biden perché questa possibilità è concreta».

Il sogno di vedere Michelle Obama alla Casa Bianca viene rilanciato su Fox News, dove l’anchorman Tucker Carlson, uno dei più noti opinionisti politici, ha detto che Barack Obama non ha ancora ufficialmente dato il suo sostegno a Joe Biden perché c’è la possibilità che l’ex first lady scenda in campo.

«IL DISINTERESSA PER LA CANDIDATURA POTREBBE NON ESSERE REALE»

«Non scommettete contro Michelle Obama», ha detto Carlson. «La scorsa settimana ha rilasciato l’ennesima dichiarazione in cui dice di non essere interessata a diventare presidente. Questo è ciò che sostiene, ma ci sono segnali evidenti che può non trattarsi della verità».

UN INDIZIO DALLA PROMOZIONE DEL NUOVO LIBRO?

Per il giornalista poi probabilmente non è un caso che il nuovo libro di Michelle Obama sia uscito proprio ora e vedrà l’ex first lady impegnata in un lungo tour per promuoverlo. Così come potrebbero non essere un caso i recenti attacchi contro Biden di colui che è stato uno dei più stretti consiglieri di Barack Obama, David Axelrod.

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Il caso del Navy Seal che divide gli Stati Uniti

Edward Gallagher è accusato di crimini di guerra. Il segretario della Marina era pronto a espellerlo. Ma è stato messo all'angolo dal Pentagono, schieratosi (con Trump) a fianco del militare.

Il capo del Pentagono Mark Esper ha chiesto le dimissioni del segretario della Marina Richard Spencer per come ha gestito con la Casa Bianca il caso del Navy Seal accusato di crimini di guerra. Al centro della questione c’è il procedimento disciplinare che potrebbe far perdere lo status di Navy Seal a Edward Gallagher, condannato da una corte marziale per aver posato con il cadavere di un militante dell’Isis, anche se è stato assolto dall’accusa di averlo ucciso e di aver sparato deliberatamente su civili disarmati. Dopo la condanna è stato degradato e gli è stato decurtato lo stipendio. Rischiava anche di essere espulso dalla prestigiosa unità delle forze speciali ma ora il capo del Pentagono ha cancellato la commissione disciplinare che doveva esaminare la vicenda il 2 dicembre e ha autorizzato Gallagher ad andare in pensione come Navy Seal conservando il suo grado.

TRUMP DALLA PARTE DEL NAVY SEAL

Trump si è sempre schierato dalla parte di Gallagher. Nei giorni scorsi aveva ammonito su Twitter i vertici militari a non cacciarlo. Una mossa che aveva irritato il segretario della Marina, secondo cui «il processo conta per il buon ordine e la disciplina». Far finta di nulla, insomma, rischia di dare un messaggio sbagliato a tutti gli altri militari, legittimando azioni come quella di Gallagher. Per questo Spencer sembrava aver minacciato le dimissioni nel caso Trump avesse bloccato il procedimento, salvo poi negarle, forse dopo aver subito pressioni.

Buon ordine e disciplina sono anche obbedire agli ordini del presidente degli Stati Uniti

Richard Spencer, segretario della Marina

«Un tweet del presidente non è un ordine ma se arriva un ordine formale obbedisco», si era corretto. «Buon ordine e disciplina sono anche obbedire agli ordini del presidente degli Stati Uniti», aveva aggiunto, completando il dietrofront. Sembrava tutto risolto, tanto che la Casa Bianca aveva comunicato alla Marina che non sarebbe intervenuta per bloccare il procedimento disciplinare. Ma evidentemente al commander in chief non è andato giù l’iniziale ammutinamento di Spencer e ora ha chiesto la sua testa.

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La stretta di Google contro le fake news negli spot elettorali

Mountain View ha vietato a politici e candidati di prendere di mira categorie di utenti sulla base della loro affiliazione. Anche Fb corre ai ripari.

Stretta di Google sugli spot elettorali. Nel tentativo di fermare il dilagare della fake news in vista degli appuntamenti elettorali in Gran Bretagna prima e negli Stati Uniti poi, Mountain View vieta a politici e candidati di prendere di mira intere categorie di utenti ed elettori sulla base della loro affiliazione politica. Ma anche di mirare gli spot sulla base degli interessi degli utenti captati dal loro navigare online. Resta invece ancora possibile mirare le proprie pubblicità sulla base del genere e dell’età. La mossa di Google punta a stemperare le critiche contro la Silicon Valley, accusata da più parti di non aver fermato le interferenze russe sulle elezioni americane del 2016. Critiche che hanno riguardato soprattutto Twitter e Facebook.

TWITTER ANTICIPA TUTTI

La società che cinguetta è corsa di recente ai ripari, decidendo di vietare del tutto gli spot elettorali sulla sua piattaforma. Una mossa che ha spiazzato e aumentato la pressione sul social di Mark Zuckerberg. Facebook ha finora resistito a ogni modifica ma sembrerebbe pronta a tornare sui suoi passi. Secondo indiscrezioni, il colosso sta infatti valutando modifiche e lo sta facendo in contatto con gli inserzionisti democratici e repubblicani. La campagna di Donald Trump è una delle più attive su Facebook: da quando è esploso lo scandalo dell’Ucraina il 18 settembre ha lanciato sulla piattaforma circa 5.500 spot, il 40% dei quali con almeno un riferimento all’impeachment.

L’INCONTRO TRUMP-ZUCKERBERG

Zuckerberg ha avuto di recente modo di incontrare privatamente il presidente americano: lo scorso ottobre è andato a cena alla Casa Bianca su invito dello stesso Trump. I contenuti dell’incontro non sono stati resi noti, ma non è escluso che i due si siano soffermati sugli spot elettorali su Facebook, tema caro ai democratici e soprattutto alla candidata Elizabeth Warren che, nella sua piattaforma, ha anche lo smembramento di Facebook e di altri big tecnologici divenuti troppo potenti e una minaccia della democrazia.

L’ALLARME DI AMNESTY INTERNATIONAL

Convinta della pericolosità di Facebook e Google è anche Amnesty International: la loro sorveglianza onnipresente è una minaccia sistemica per i diritti umani, denuncia l’associazione augurandosi un cambio radicale del loro modello di business. Le critiche di Amnesty vanno così ad alimentare il dibattito intorno ai social, che nei prossimi appuntamenti elettorali vedono un esame da dover superare a ogni costo.

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Seguire l’impeachment di Trump è come guardare Breaking Bad

In audizioni come quella di Sondland spuntano frasi, informazioni, dettagli inaspettati che tengono incollati alla tivù. E che dimostrano come Trump in fondo abbia a cuore solo i suoi interessi personali.

Lo ammetto, mercoledì, quando l’ambasciatore americano presso l’Ue Gordon Sondland è stato interrogato dal Congresso nell’ambito del procedimento per limpeachment di Donald Trump, non sono riuscita a fare altro che ascoltare quello che aveva da dire. È un po’ come guardare Breaking Bad: ogni mezz’ora spunta una frase, un’informazione, un dettaglio inaspettati che mi tengono incollata alla televisione.

LA PRIORITÀ DI TRUMP? VINCERE NEL 2020

Una cosa è certa: il presidente è pronto a tutto pur di mantenere il potere. Un potere, tra l’altro, che non è in grado di gestire. Quando l’ambasciatore ha detto senza mezzi termini che tutti – compresi il vicepresidente Mike Pence, Mike Pompeo e John Bolton – erano al corrente del cosiddetto Ucrainagate, non potevo credere alle mie orecchie. Le sue dichiarazioni hanno confermato che a Trump non interessa nulla del popolo ucraino, dell’invasione russa in Crimea, degli sforzi che il governo di Kiev sta facendo per combattere la corruzione. A lui interessano solamente i suoi interessi personali: vincere le elezioni del 2020 buttando fango su Joe Biden e sul Partito democratico. Stando a quanto detto da Sondland, il tycoon avrebbe dettato condizioni precise al presidente Volodymyr Zelensky durante la famosa telefonata. Gli avrebbe fornito denaro in cambio di un favore: iniziare delle indagini su Biden e sulle presunta interferenza di Kiev nelle elezioni del 2016. I soldi e la visita dell’allora neoeletto presidente ucraino alla Casa Bianca sono stati bloccati e usati come merce di scambio.

REPUBBLICANI SENZA VERGOGNA

Ciò che mi ha più sconcertato ascoltando l’audizione è il modo in cui i repubblicani seduti in aula cercassero senza vergogna di rigirare le informazioni ricevute da Sondland e di ritrarre il presidente come una persona particolarmente interessata a combattere la corruzione in Ucraina. «Il presidente Trump ha deciso di bloccare l’aiuto economico all’Ucraina perché voleva assicurarsi che il nuovo presidente non fosse corrotto!», è il refrain che ripetono fino alla nausea senza tra l’altro avere prove che sostengano in alcun modo questa teoria. «Corruzione» è il termine che fa sobbalzare chi, come me, segue le azioni del presidente dall’inizio del suo mandato: ha pagato pornostar perché non lo mettessero nei guai; ha ripetutamente elogiato i capi di Stato più corrotti e violenti del mondo; ha tentato di zittire il capo del Fbi sul Russiagate e infine lo ha licenziato e umiliato; lo stesso ha fatto con l’ambasciatrice americana a Kiev. Lo sanno tutti, anche chi è devoto al presidente, che non è una persona trasparente, che ha più scheletri nell’armadio di qualsiasi altro suo predecessore. I repubblicani invece sembrano voler dividere ulteriormente questa nazione, sostenendo senza scrupoli teorie cospirazioniste ormai screditate da tutti e appoggiando senza un minimo di moralità azioni al limite della legalità (per usare un eufemismo). Malgrado tutto questo circo, rimango convinta che il presidente vincerà le elezioni del 2020, momento in cui chiederò asilo politico in Nuova Zelanda.

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Perché la testimonianza di Sondland sull’Ucrainagate mette nei guai Trump

L'ambasciatore Usa in Europa, sentito dalla Camera, ha raccontato di aver lavorato su ordine del presidente per fare pressioni su Kiev. Il tycoon avrebbe cercato un quid pro quo con Zelenskyj: indagini su Biden in cambio degli aiuti.

«Tutti erano al corrente, non c’era nessun segreto». C’è un nuovo capitolo dell’Ucrainagate che rischia di mettere ancora più in difficoltà il presidente americano Donald Trump. Le parole sono di Gordon Sondland, ambasciatore Usa presso la Ue, che il 20 novembre è stato sentito in audizione alla Camera nel procedimento per impeachment contro il tycoon. Un’audizione molto attesa anche perché la Casa Bianca aveva tentato di bloccarla.

Sondland, ha ammesso di aver lavorato con Rudolph Giuliani, l’avvocato personale del presidente, su ordine dello stesso Trump, per fare pressioni sull’Ucraina. Trump avrebbe ordinato di perseguire attraverso Giuliani il ‘quid pro quo‘, legando la visita del presidente ucraino Volodymyr Zelenskyj alla Casa Bianca e agli aiuti militari a Kiev all’avvio delle indagini sui suoi rivali politici, Joe Biden in testa.

«Giuliani», ha raccontato Sondland, «chiese che l’Ucraina facesse una dichiarazione pubblica annunciando delle indagini» sia sulle elezioni presidenziali americane del 2016 sia sulla Burisma, la società in cui aveva lavorato il figlio dell’ex vicepresidente Biden. «Giuliani stava esprimendo un desiderio del presidente e noi sapevamo che queste indagini erano importanti per il presidente», ha aggiunto il diplomatico.

COINVOLTO ANCHE L’EX PRESIDENTE PENCE

Nella sua deposizione Sondland ha chiamato in causa tutti i vertici dell’amministrazione, sostenendo che «tutti sapevano» del blocco degli aiuti militari a Kiev in cambio delle indagini sui Biden, compreso il vicepresidente Mike Pence, cui aveva espresso le sue preoccupazioni il primo settembre a Varsavia prima di un incontro con il presidente ucraino.

LEGGI ANCHE: Contro Trump anche un funzionario della Casa Bianca

LE OMBRE SI ALLUNGANO SU POMPEO

Ma l’ambasciatore ha raccontato anche qualcos’altro dicendo che inviò al segretario di Stato Mike Pompeo, al segretario all’energia Rick Perry e al capo dello staff della Casa Bianca Mick Mulvaney per informarli di aver parlato con Zelensky e che questi intendeva avviare delle «indagini trasparenti». La mail era del 19 luglio, una settimana prima della telefonata tra Trump e Zelensky. Secondo il New York Times Sondland avrebbe discusso con Pompeo della possibilità di fare pressioni su Zelensky perché durante l’incontro nello Studio Ovale promettesse le indagini volute da Trump, per rompere così la situazione di stallo tra i due Paesi con gli aiuti militari a Kiev che erano stati congelati. Non solo. Pompeo avrebbe dato la sua approvazione al piano.

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Perché la testimonianza di Sondland sull’Ucrainagate mette nei guai Trump

L'ambasciatore Usa in Europa, sentito dalla Camera, ha raccontato di aver lavorato su ordine del presidente per fare pressioni su Kiev. Il tycoon avrebbe cercato un quid pro quo con Zelenskyj: indagini su Biden in cambio degli aiuti.

«Tutti erano al corrente, non c’era nessun segreto». C’è un nuovo capitolo dell’Ucrainagate che rischia di mettere ancora più in difficoltà il presidente americano Donald Trump. Le parole sono di Gordon Sondland, ambasciatore Usa presso la Ue, che il 20 novembre è stato sentito in audizione alla Camera nel procedimento per impeachment contro il tycoon. Un’audizione molto attesa anche perché la Casa Bianca aveva tentato di bloccarla.

Sondland, ha ammesso di aver lavorato con Rudolph Giuliani, l’avvocato personale del presidente, su ordine dello stesso Trump, per fare pressioni sull’Ucraina. Trump avrebbe ordinato di perseguire attraverso Giuliani il ‘quid pro quo‘, legando la visita del presidente ucraino Volodymyr Zelenskyj alla Casa Bianca e agli aiuti militari a Kiev all’avvio delle indagini sui suoi rivali politici, Joe Biden in testa.

«Giuliani», ha raccontato Sondland, «chiese che l’Ucraina facesse una dichiarazione pubblica annunciando delle indagini» sia sulle elezioni presidenziali americane del 2016 sia sulla Burisma, la società in cui aveva lavorato il figlio dell’ex vicepresidente Biden. «Giuliani stava esprimendo un desiderio del presidente e noi sapevamo che queste indagini erano importanti per il presidente», ha aggiunto il diplomatico.

COINVOLTO ANCHE L’EX PRESIDENTE PENCE

Nella sua deposizione Sondland ha chiamato in causa tutti i vertici dell’amministrazione, sostenendo che «tutti sapevano» del blocco degli aiuti militari a Kiev in cambio delle indagini sui Biden, compreso il vicepresidente Mike Pence, cui aveva espresso le sue preoccupazioni il primo settembre a Varsavia prima di un incontro con il presidente ucraino.

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LE OMBRE SI ALLUNGANO SU POMPEO

Ma l’ambasciatore ha raccontato anche qualcos’altro dicendo che inviò al segretario di Stato Mike Pompeo, al segretario all’energia Rick Perry e al capo dello staff della Casa Bianca Mick Mulvaney per informarli di aver parlato con Zelensky e che questi intendeva avviare delle «indagini trasparenti». La mail era del 19 luglio, una settimana prima della telefonata tra Trump e Zelensky. Secondo il New York Times Sondland avrebbe discusso con Pompeo della possibilità di fare pressioni su Zelensky perché durante l’incontro nello Studio Ovale promettesse le indagini volute da Trump, per rompere così la situazione di stallo tra i due Paesi con gli aiuti militari a Kiev che erano stati congelati. Non solo. Pompeo avrebbe dato la sua approvazione al piano.

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Proteste e torture: alta tensione tra Cina, Usa e Uk su Hong Kong

Il Senato statunitense ha approvato un pacchetto di norme in favore dell'ex colonia. Intanto un ex dipendente del consolato britannico dell'ex colonia denuncia di essere stato torturato.

Altissima tensione tra Cina e Usa su Hong Kong. Il senato americano ha infatti approvato all’unanimità un pacchetto di norme a sostegno dei manifestanti pro-democrazia dell’ex colonia britannica. Pechino «condanna con forza e si oppone con determinazione» alla mossa Usa, che definisce un’interferenza negli affari interni della Cina».

IL DIPENDENTE DEL CONSOLATO BRITANNICO DENUNCIA TORTURE

Intanto Simon Cheng, ex dipendente del consolato Gb a Hong Kong scomparso ad agosto per giorni durante un viaggio a Shenzhen, ha denunciato di essere stato torturato e accusato dalle autorità cinesi di alimentare le proteste pro-democrazia nell’ex colonia. Cheng, 29 anni, ha spiegato ai media stranieri di essere stato bendato e picchiato nella detenzione dalla polizia cinese, ritenendo che identica sorte sia capitata ad altri di Hong Kong. Per la vicenda, il ministro degli Esteri britannico Dominic Raab ha convocato l’ambasciatore cinese Liu Xiaoming.

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