Proteste e torture: alta tensione tra Cina, Usa e Uk su Hong Kong

Il Senato statunitense ha approvato un pacchetto di norme in favore dell'ex colonia. Intanto un ex dipendente del consolato britannico dell'ex colonia denuncia di essere stato torturato.

Altissima tensione tra Cina e Usa su Hong Kong. Il senato americano ha infatti approvato all’unanimità un pacchetto di norme a sostegno dei manifestanti pro-democrazia dell’ex colonia britannica. Pechino «condanna con forza e si oppone con determinazione» alla mossa Usa, che definisce un’interferenza negli affari interni della Cina».

IL DIPENDENTE DEL CONSOLATO BRITANNICO DENUNCIA TORTURE

Intanto Simon Cheng, ex dipendente del consolato Gb a Hong Kong scomparso ad agosto per giorni durante un viaggio a Shenzhen, ha denunciato di essere stato torturato e accusato dalle autorità cinesi di alimentare le proteste pro-democrazia nell’ex colonia. Cheng, 29 anni, ha spiegato ai media stranieri di essere stato bendato e picchiato nella detenzione dalla polizia cinese, ritenendo che identica sorte sia capitata ad altri di Hong Kong. Per la vicenda, il ministro degli Esteri britannico Dominic Raab ha convocato l’ambasciatore cinese Liu Xiaoming.

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Trump potrebbe testimoniare nell’inchiesta sull’impeachment

Il presidente tentato dalla possibilità di uno show. Ma i suoi avvocati temono possa tirarsi la zappa sui piedi.

Donald Trump apre all’ipotesi di testimoniare nell’indagine di impeachment, mentre il suo castello difensivo continua a crollare sotto il colpo delle testimonianze e sfoga la sua ira anche con il segretario di Stato Mike Pompeo, uno dei suoi più stretti alleati, colpevole ai suoi occhi di non aver fatto abbastanza per bloccare le deposizioni dei diplomatici. «La nostra pazza speaker della Camera, la nervosa Nancy Pelosi, che è pietrificata dalla sua sinistra radicale…ha suggerito domenica che io testimoni nella caccia alle streghe del falso impeachment. Ha detto che potrei farlo anche per iscritto», ha twittato il presidente.

«Benché non abbia fatto nulla di male e non mi piaccia dare credibilità a questa bufala di processo ingiusto, mi piace l’idea e la esaminerò fortemente», ha aggiunto. Difficile valutare le vere intenzioni del tycoon. Un suo interrogatorio sarebbe un vero show ma comporterebbe molti rischi. Innanzitutto darebbe legittimità ad una indagine che ha sempre definito illegale, vietando ai dirigenti della sua amministrazione di cooperare. In secondo luogo Trump, abituato ad uscire dal copione, potrebbe cadere involontariamente in ammissioni o contraddizioni che aggraverebbero la sua posizione. Per questo i suoi avvocati gli avevano sconsigliato di farsi interrogare dal procuratore speciale Robert Mueller nell’indagine sul Russiagate, indirizzandolo invece su risposte scritte.

LE ACCUSE DELLA CAMERA DEI DEPUTATI

Potrebbe essere un’opzione anche in questo caso, ma non esente da pericoli. Come dimostra la causa intentata dalla Camera per acquisire il materiale del gran giurì sul Russiagate coperto da omissis, sostenendo che Trump potrebbe aver mentito «quando nelle sue risposte scritte alle domande del procuratore speciale ha negato di essere a conoscenza di qualsiasi comunicazione tra la sua campagna e Wikileaks». Per sostenere la loro tesi, i legali della House citano un passaggio del rapporto Mueller in cui l’ex capo della campagna di Trump, Paul Manafort, ricorda che il presidente gli chiese di essere tenuto «aggiornato» sulle rivelazioni da parte di Wikileaks delle email del partito democratico. Rivelazioni di cui pare fosse a conoscenza Roger Stone, consigliere informale della campagna del tycon, dichiarato colpevole proprio nei giorni scorsi.

LA DIFESA DI TRUMP FA ACQUA

Il presidente inoltre continua a sostenere che nella sua telefonata del 25 luglio, al centro dell’indagine di impeachment, non esercitò alcuna pressione sul presidente ucraino Volodymyr Zelenski per far indagare il suo rivale politico Joe Biden e suo figlio Hunter. Ma ora l’Ap ha svelato che l’ambasciata Usa Kiev fu informata già il 7 maggio di un incontro in cui un preoccupato Zelensky chiese consiglio su come gestire le pressioni di Trump e dei suoi collaboratori. Rivelazione che conferma le versioni dei testi sentiti finora, cui questa settimana se ne aggiungeranno altri otto: quello più atteso, mercoledì, è l’ambasciatore Usa alla Ue Gordon Sondland, cinghia di trasmissioni delle pressioni di Trump. Intanto il tycoon è ai ferri corti con Pompeo, cui ha rimproverato di aver assunto al dipartimento di Stato ‘Never Trumpers‘ e di non aver impedito le loro deposizioni. Pompeo si tiene aperta una via di fuga pensando di candidarsi al Senato nel suo Kansas.

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Smacco a Trump in Louisiana: rieletto governatore dem

Gli elettori hanno dato nuovamente fiducia all'uscente John Edwards. Un chiaro segnale per The Donald e i Repubblicani a meno di un anno dalle presidenziali.

La Louisiana ha preferito i democratici ai repubblicani scegliendo di confermare John Edwards come governatore dello Stato. Il Edwards ha battuto la concorrenza del candidato repubblicano Eddie Rispone confermandosi inoltre come unica guida dem alla guida di uno Stato del profondo Sud americano.

SCHIAFFO A DONALD TRUMP

Sicuramente la rielezione di John Edwards alla guida della Louisiana è un duro schiaffo a Donald Trump. Il tycoon si era infatti speso molto per sostenere la candidatura di Rispone. Tanto che nei dieci giorni prima delle elezioni aveva tenuto due comizi elettorali nello Stato. Una sconfitta che mette in dubbio anche una possibile rielezione di Trump come presidente il 3 novembre 2020 quando gli americani saranno chiamati a scegliere se confermare o chiamare qualcun altro a guidare il Paese. L’elezione del governatore in Louisiana era infatti considerato dai media statunitensi un test chiave in vista delle presidenziali.

IN LOUISIANA VITTORIA DEM DI MISURA

Va tuttavia detto che Edwards ha battuto Rispone di misura. Questo non sminuisce il fatto che, nonostante la scesa in campo dello stesso Trump, i Repubblicani hanno subito un duro colpo psicologico. Molti, infatti, ritenevano che Edwards non ce l’avrebbe fatta a strappare il secondo mandato. Anche i sondaggi davano Rispone avanti al candidato dem. Secondo i media Usa l’errore dei Repubblicani sarebbe da rintracciare nella campagna elettorale fatta da Rispone e interamente basata su Trump. Tanto da affidare a The Donald tutte le sue fortune politiche. Un errore fatale visto il diminuito consenso nei confronti del presidente degli ultimi periodi.

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«Intimidisce la teste dell’Ucrainagate»: bufera su Trump

Il presidente ha attaccato su Twitter l'ex ambasciatrice Usa a Kiev proprio mentre lei stava testimoniando alla commissione per l'impeachment.

Un venerdì nero per Donald Trump. Una delle peggiori giornate da quando è arrivato alla Casa Bianca, tradito soprattutto dalla sua arma finora più potente ed efficace: Twitter. Il suo attacco all’ex ambasciatrice Usa a Kiev Marie Yovanovitch («Ha fatto male ovunque è andata») è stato postato mentre la diplomatica stava testimoniando in diretta tv, provocando una bufera che rischia di diventare per il tycoon un vero e proprio boomerang.

«L’INTIMIDAZIONE DI UN TESTIMONE È UN REATO»

«L’intimidazione di un testimone, e per di più in tempo reale, è un reato. Ed è una minaccia rivolta a tutti coloro che vogliono farsi avanti», ha tuonato di fronte alle telecamere Adam Schiff, il presidente della commissione Intelligence della Camera che coordina le indagini sul possibile impeachment, assicurando che il comportamento del presidente sarà preso «in serissima considerazione» quando si dovranno riempire gli articoli per la messa in stato di accusa. Ma ci sono altre due tegole cadute nelle ultime ore sulla testa del tycoon, che sente sempre di più il fiato sul collo. La prima è la notizia che il suo avvocato personale, Rudy Giuliani, è indagato a New York nell’ambito dell’Ucrainagate, con le possibili accuse che vanno dalla violazione delle regole sui finanziamenti elettorali all’azione illegale di lobby in Paesi stranieri, passando per il reato di cospirazione e per quello di corruzione di funzionari, anche stranieri.

LA CONDANNA DELL’EX RESPONSABILE DELLA CAMPAGNA ELETTORALE

La seconda mazzata in poche ore per Trump è la dichiarazione di colpevolezza di Roger Stone, ex responsabile della sua campagna elettorale e amico di vecchia data, in uno dei filoni dell’inchiesta sul Russiagate. Anche in questo caso le accuse sono pesantissime: ostruzione della giustizia nell’ambito delle indagini sulle interferenze russe nel voto del 2016 e aver mentito al Congresso sui contatti con WikiLeaks per ottenere, sempre nel 2016, materiale compromettente contro i rivali di Trump. Insomma, il cerchio si stringe sempre più attorno al presidente Ma ciò che nelle ultime ore lo ha fatto maggiormente infuriare sono proprio le parole in diretta tv dell’ex ambasciatrice americana a Kiev, che ha raccontato come si sia sentita minacciata da Trump che, parlando con il leader ucraino Voldymyr Zelensky nella famigerata telefonata del 24 luglio scorso, la descrisse come una “bad news”, assicurando che presto sarebbe stata cacciata.

L’AMBASCIATRICE: «NON DAVO LORO QUELLO CHE VOLEVANO»

«Nel leggere la trascrizione della telefonata ero scioccata, sconcertata, devastata. Fu terribile sentire che il presidente degli Stati Uniti aveva perso la fiducia in me. E non mi fu data alcuna spiegazione sul perché venivo mandata via», ha spiegato la diplomatica in una delle fasi più drammatiche della testimonianza. Ricordando anche la campagna diffamatoria messa in piedi contro di lei da Giuliani e i suoi soci: «Capirono che era facile rimuovere un’ambasciatrice che non dava loro quello che volevano per interessi che ritengo loschi». È proprio durante questo passaggio che Trump ha sparato i due tweet che ora rischiano di comprometterlo. Lo sdegno intanto è bipartisan.

INTERVENTO A GAMBA TESA SENZA PRECEDENTI

Mai si era vista una cosa simile, un presidente che interviene per denigrare e diffamare un alto funzionario dello Stato mentre sta deponendo in Congresso. Un’uscita che potrebbe costare molto cara, sottolinea anche la Fox. Mentre passano in secondo piano le mosse orchestrate nelle ultime ore della Casa Bianca: il ricorso alla Corte Suprema per impedire che le dichiarazioni dei redditi degli ultimi otto anni del tycoon, quelle personali e delle sue aziende, vengano consegnate ai procuratori di Manhattan; la pubblicazione della trascrizione della prima telefonata con Zelensky. In quest’ultima, dello scorso aprile, non emergono pressioni da parte del tycoon che invece, nel complimentarsi per la vittoria elettorale di Zelensky, ricorda quando era proprietario di Miss Universo: «Eravate sempre ben rappresentati…», scherza, provocando la risata di Zelensky.

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Altro colpo per Trump: indagato il suo avvocato Giuliani

L'ex sindaco di New York è finito al centro di un'inchiesta su operazioni finanziarie sospette. E, come nel caso dell'impeachment, i fari sono puntati sull'Ucraina.

L’avvocato personale di Donald Trump, Rudolph Giuliani, figura centrale nella vicenda dell’Ucrainagate, è indagato dalla giustizia federale nell’ambito di un’inchiesta su alcune sue operazioni finanziarie. Il sospetto è quello di possibili violazioni delle regole sui finanziamenti elettorali e di azioni illegali di lobby all’estero. Lo riporta l’agenzia Bloomberg citando alcuni funzionari dell’amministrazione Usa. Uno di loro ipotizza da parte della procura federale di Manhattan anche le accuse per corruzione di funzionari stranieri e cospirazione.

LA LENTE SULLE ATTIVITÀ DI GIULIANI IN UCRAINA

A indagare su Giuliani è l’ufficio del procuratore federale di Manhattan una volta da lui guidato, prima di diventare sindaco di New York. Le indagini – riporta sempre l’agenzia Bloomberg – si starebbero concentrando proprio sulle sue attività in Ucraina. Attività per le quali erano già finiti nel mirino degli inquirenti due soci di Giuliani arrestati alcune settimane fa, Lev Parnas e Igor Fruman, accusati di aver fatto illegalmente confluire centinaia di migliaia di dollari verso funzionari statunitensi e comitati politici che sostenevano Trump. Se i capi di accusa ipotizzati per Giuliani dovessero materializzarsi rappresenterebbero una vera tegola per il presidente Trump, soprattutto se venisse provato che l’ex sindaco di New York ha agito dietro le direttive del tycoon.

La politica estera degli Usa era minata dagli sforzi irregolari guidati da Giuliani

Bill Taylor, ex ambasciatore Usa a Kiev

Giuliani è stata una delle figure più chiacchierate della prima giornata di testimonianze pubbliche nell’ambito del procedimento che potrebbe portare all’impeachment di Trump. Uno dei testimoni, l’ex ambasciatore Usa a Kiev Bill Taylor, ha detto che Giuliani mise in piedi un canale politico «irregolare» che minò le relazioni con Kiev mentre cercava di aiutare il presidente Usa politicamente. Fare pressioni sul presidente ucraino Volodymir Zelensky per indagare il figlio del candidato presidenziale dem Joe Biden «mostra che la politica estera degli Usa era minata dagli sforzi irregolari guidati da Giuliani», ha detto Taylor.

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Cosa sappiamo sulla sparatoria nel liceo di Santa Clarita in California

Almeno sei feriti in uno scontro a fuoco. La polizia è intervenuta immediatamente.

Sparatoria in un liceo di Santa Clarita, in California. La polizia è immediatamente intervenuta e ci sarebbero almeno sei feriti, di cui due gravi. La situazione alla Saugus High School di Santa Clarita, nella contea di Los Angeles, sarebbe ancora in evoluzione. Gli agenti sarebbero impegnati in una caccia all’uomo, una persona vestita di nero che avrebbe aperto il fuoco. Tutte le scuole della zona sono in ‘lockdown’.

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Chi sono i protagonisti del processo per l’impeachment di Trump

L'inquisitore Schiff. La talpa con un passato alla Cia. I testimoni Taylor e Kent (ma non solo). I convitati di pietra Giuliani e Bolton. Uno sguardo ai personaggi principali della vicenda che tiene gli Usa incollati alla tivù.

Ha preso via il grande show dell’impeachment di Donald Trump. Dopo settimane di audizioni a porte chiuse, il 13 novembre si sono tenute le prime testimonianze pubbliche nell’ambito del’indagine sul presidente statunitense. L’obiettivo è appurare se ci sia stato o meno un do ut des da parte di Trump legando gli aiuti militari all’Ucraina all’avvio da parte di Kiev di un’indagine per corruzione sui Biden e di un’altra sulle presunte interferenze ucraine sulle elezioni presidenziali Usa del 2016 a favore di Hillary Clinton. La fase delle testimonianze pubbliche culminerà nella decisione di mettere o meno in stato di accusa il presidente ed eventualmente, dopo il voto a maggioranza semplice della Camera, rinviarlo al giudizio (a maggioranza qualificata) del Senato. Ecco i principali personaggi della vicenda che sta tenendo una nazione intera incollata alla tivù.

ADAM SCHIFF, IL GRANDE INQUISITORE

Trump lo chiama Schifty Schiff, il losco Schiff. Avvocato californiano, il 59enne Adam Schiff è il presidente della commissione Intelligence della Camera che coordina le indagini dei democratici. È stato lui a convincere sulla necessità di agire per la messa in stato di accusa del tycoon anche la riluttante speaker della Camera Nancy Pelosi e vuole chiudere la partita in tempi brevi, portando Trump a processo in Senato, dove la maggioranza è però repubblicana. In apertura di seduta Schiff ha illustrato gli scopi dell’indagine evocando un abuso di potere da parte di Trump e una condotta da impeachment. In commissione, la controparte repubblicana di Schiff è Devin Nunes. Entrambi hanno la possibilità di porre domande – o farle porre dai legali – ai vari testimoni.

LA TALPA, ANALISTA DELLA CIA ORA SOTTO PROTEZIONE

Analista della Cia in servizio presso la Casa Bianca, la “talpa” ha raccolto le informazioni e denunciato la telefonata del luglio scorso tra Trump e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Voci sulla sua identità rimbalzano da settimane, ma non c’è stata finora alcuna conferma (ragion per cui Lettera43.it non pubblica i nomi circolati, ndr). Il whistleblower che ha dato il la all’Ucrainagate vive sotto protezione. I repubblicani vorrebbero farlo testimoniare pubblicamente. I democratici, però, si oppongono.

I TESTIMONI: DALL’AMBASCIATORE A KIEV AL VICESEGRETARIO AGLI AFFARI EUROPEI

Bill Taylor, ambasciatore Usa a Kiev, e George Kent, vicesegretario di Stato agli Affari europei, sono stati i primi ad apparire pubblicamente alla Camera. Il 15 novembre è la volta dell’ex ambasciatrice a Kiev Marie Yovanovitch, cacciata da Trump perché ritenuta poco leale. C’è grande attesa per l’audizione di Gordon Sondland, ambasciatore Usa presso l’Unione europea. Il 13 novembre Taylor ha rivelato che nei giorni scorsi un membro del suo staff gli ha raccontato di aver sentito una telefonata fra Trump e Sondland mentre era con quest’ultimo in un ristorante a Kiev il 26 luglio, il giorno dopo la telefonata del tycoon a Zelensky.

Sondland gli confermò che «tutto» ciò che voleva Kiev dipendeva dall’annuncio di Zelensky dell’apertura delle indagini su Biden

Bill Taylor, ambasciatore Usa a Kiev

«Trump chiese delle indagini e Sondland rispose che gli ucraini erano pronti ad andare avanti», ha riferito Taylor. Quando il suo collaboratore chiese a Sondland cosa pensasse Trump dell’Ucraina, si sentì rispondere che «al presidente interessano più le indagini sui Biden». Taylor ha aggiunto che Sondland gli confermò che «tutto» ciò che voleva Kiev dipendeva dall’annuncio di Zelensky dell’apertura delle indagini. Legame che a lui appariva «folle». Tra gli altri testimoni che sfileranno nei prossimi giorni figurano Tim Morrison, primo consigliere del presidente per la Russia e l’Europa, Jennifer Williams, assistente del vicepresidente Mike Pence, Alexander Vindman, dirigente del consiglio per la sicurezza nazionale, Kurt Volker, ex inviato speciale in Ucraina, Laura Cooper, sottosegretaria alla Difesa per gli Affari europei, David Hale, sottosegretario di Stato agli Affari politici, e Fiona Hill, ex responsabile del consiglio per la sicurezza nazionale.

I CONVITATI DI PIETRA: IL RUOLO DI GIULIANI E LA VARIABILE BOLTON

Sullo sfondo delle audizioni, una serie di personaggi chiave nella vicenda. Innanzitutto Rudy Giuliani, l’ex sindaco di New York che oggi è avvocato personale di Trump e, stando alle prime testimonianze, braccio operativo del presidente nell’Ucrainagate. Secondo Taylor, Giuliani mise in piedi un canale politico «irregolare» che minò le relazioni con Kiev mentre cercava di aiutare Trump politicamente. Tutto ruota attorno all’ex sindaco della Grande Mela, avendo direttamente guidato gli sforzi per spingere Kiev a indagare sui rivali di Trump. In primis Joe Biden, nel mirino per gli affari in Ucraina del figlio Hunter: i repubblicani vorrebbero chiamare i due a testimoniare. Grande attenzione anche sull’ex consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca John Bolton, silurato da Trump. Bolton potrebbe imprimere una svolta con la sua testimonianza, chiesta a gran voce dai dem ma finora bloccata dalla Casa Bianca.

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Perché Joe Biden ora è il candidato giusto per sconfiggere Trump

Per sconfiggere Trump serve una figura solida, con buone relazioni internazionali. L'ex vicepresidente non avrà il carisma di Sanders o la parlantina di Warren ma con realismo e moderazione può "guarire" gli Usa. Non è ancora arrivato il momento per le proposte socialiste.

L’altra notte ho sognato che Donald Trump vinceva per la seconda volta le elezioni Usa. Mi sono svegliata di soprassalto e sono stata tutto il giorno di pessimo umore. Mi spaventano molto i candidati democratici alla presidenza, perché la maggior parte di loro presenta delle lacune difficili da ignorare.

LA VALIGIA DEI SOGNI DI WARREN E SANDERS

Elizabeth Warren, per esempio, che ammiro molto come persona, è esperta di finanza, ma non ha alcuna esperienza in politica estera. Lei e Bernie Sanders, che rappresentano un’America che sarebbe fin troppo bella per essere vera, propongono un sistema di assistenza sanitaria pubblica giusta a parole ma praticamente impossibile da realizzare. L’idea di base, che non fa una piega, è fare in modo che tutti gli americani siano coperti. Il problema non è solo che vogliono imporre questo sistema anche a chi ha una polizza privata ed è contento così, ma che il loro piano costerebbe 35 trilioni di dollari, fondi che il governo federale non ha a disposizione.

LEGGI ANCHE: L’effetto Bloomberg sulle elezioni Usa

Sì, lo so: aumenterebbero le tasse ai più ricchi, ma neanche questo basta. Allora aumenterebbero quelle anche alla classe media, praticamente un suicidio elettorale. Per non parlare del fatto che una proposta tanto rivoluzionaria non riuscirebbe mai a passare al Congresso, anche se la maggioranza fosse democratica. Non solo. Anche ammesso che passasse, sarebbe a regime in 10 anni. Da cittadina americana (mi fa ancora impressione ammetterlo, ma da 10 anni ho anch’io un passaporto Usa), mi piacerebbe, per esempio, continuare a pagare attraverso il lavoro di mio marito la nostra assicurazione privata che funziona perfettamente. Per chi, e sono in tanti, non se la può permettere, ci dovrebbe ovviamente essere un’opzione pubblica altrettanto valida. 

BIDEN INSISTE SULL’OBAMACARE

Joe Biden, ex vicepresidente durante l’amministrazione Obama, capisce molto bene questo problema, e sta andando su tutte le piazze possibili d’America (soprattutto quelle dello Stato dello Iowa, cruciale per vincere le elezioni), a ricordare al popolo americano che l’ObamaCare, il programma sanitario pubblico smantellato quasi subito da Trump, funzionava molto bene. «Dobbiamo essere in grado di riuscire a ottenere quello che proponiamo», ribadisce Biden.

MEGLIO APPOGGIARE UN CANDIDATO SOLIDO

Insomma, il vecchio Joe mi convince sempre di più, e non solo su questo punto. Come sottolinea un articolo sul Washington Post, l’ex vicepresidente ha mantenuto ottimi rapporti con presidenti di tutto il mondo, con cui ha lavorato per otto lunghi anni: l’accordo di Parigi sul clima e quello con l’Iran sul nucleare, per dirne due, lo hanno visto tra i protagonisti. Ha anche ottimi rapporti con molti repubblicani, con cui ha lavorato per fare passare leggi appoggiate soprattutto dai democratici: il diritto alla cittadinanza per i figli degli immigrati illegali, per esempio, e il diritto degli omosessuali di potersi sposare. Certo, non è un candidato seducente: non ha il carisma di Bernie o la parlantina convincente di Warren. Ma in quest’America così divisa dopo tre orribili anni di Trump, forse è necessario appoggiare un candidato solido, preparato e capace di guarire tutte le ferite inferte da questa amministrazione, sia interne sia oltre confine. Forse una figura così polarizzante come quella di Bernie non è la risposta giusta. Non ancora. Poi, quando gli Stati Uniti ritorneranno a essere un po’ più forti, quando riacquisteranno un centro di gravità permanente, per dirla alla Battiato, allora sarà bello provare a virare più a sinistra e far capire che un po’ di socialismo non fa male. Non sono convinta che questo sia il momento storico giusto.

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Perché Joe Biden ora è il candidato giusto per sconfiggere Trump

Per sconfiggere Trump serve una figura solida, con buone relazioni internazionali. L'ex vicepresidente non avrà il carisma di Sanders o la parlantina di Warren ma con realismo e moderazione può "guarire" gli Usa. Non è ancora arrivato il momento per le proposte socialiste.

L’altra notte ho sognato che Donald Trump vinceva per la seconda volta le elezioni Usa. Mi sono svegliata di soprassalto e sono stata tutto il giorno di pessimo umore. Mi spaventano molto i candidati democratici alla presidenza, perché la maggior parte di loro presenta delle lacune difficili da ignorare.

LA VALIGIA DEI SOGNI DI WARREN E SANDERS

Elizabeth Warren, per esempio, che ammiro molto come persona, è esperta di finanza, ma non ha alcuna esperienza in politica estera. Lei e Bernie Sanders, che rappresentano un’America che sarebbe fin troppo bella per essere vera, propongono un sistema di assistenza sanitaria pubblica giusta a parole ma praticamente impossibile da realizzare. L’idea di base, che non fa una piega, è fare in modo che tutti gli americani siano coperti. Il problema non è solo che vogliono imporre questo sistema anche a chi ha una polizza privata ed è contento così, ma che il loro piano costerebbe 35 trilioni di dollari, fondi che il governo federale non ha a disposizione.

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Sì, lo so: aumenterebbero le tasse ai più ricchi, ma neanche questo basta. Allora aumenterebbero quelle anche alla classe media, praticamente un suicidio elettorale. Per non parlare del fatto che una proposta tanto rivoluzionaria non riuscirebbe mai a passare al Congresso, anche se la maggioranza fosse democratica. Non solo. Anche ammesso che passasse, sarebbe a regime in 10 anni. Da cittadina americana (mi fa ancora impressione ammetterlo, ma da 10 anni ho anch’io un passaporto Usa), mi piacerebbe, per esempio, continuare a pagare attraverso il lavoro di mio marito la nostra assicurazione privata che funziona perfettamente. Per chi, e sono in tanti, non se la può permettere, ci dovrebbe ovviamente essere un’opzione pubblica altrettanto valida. 

BIDEN INSISTE SULL’OBAMACARE

Joe Biden, ex vicepresidente durante l’amministrazione Obama, capisce molto bene questo problema, e sta andando su tutte le piazze possibili d’America (soprattutto quelle dello Stato dello Iowa, cruciale per vincere le elezioni), a ricordare al popolo americano che l’ObamaCare, il programma sanitario pubblico smantellato quasi subito da Trump, funzionava molto bene. «Dobbiamo essere in grado di riuscire a ottenere quello che proponiamo», ribadisce Biden.

MEGLIO APPOGGIARE UN CANDIDATO SOLIDO

Insomma, il vecchio Joe mi convince sempre di più, e non solo su questo punto. Come sottolinea un articolo sul Washington Post, l’ex vicepresidente ha mantenuto ottimi rapporti con presidenti di tutto il mondo, con cui ha lavorato per otto lunghi anni: l’accordo di Parigi sul clima e quello con l’Iran sul nucleare, per dirne due, lo hanno visto tra i protagonisti. Ha anche ottimi rapporti con molti repubblicani, con cui ha lavorato per fare passare leggi appoggiate soprattutto dai democratici: il diritto alla cittadinanza per i figli degli immigrati illegali, per esempio, e il diritto degli omosessuali di potersi sposare. Certo, non è un candidato seducente: non ha il carisma di Bernie o la parlantina convincente di Warren. Ma in quest’America così divisa dopo tre orribili anni di Trump, forse è necessario appoggiare un candidato solido, preparato e capace di guarire tutte le ferite inferte da questa amministrazione, sia interne sia oltre confine. Forse una figura così polarizzante come quella di Bernie non è la risposta giusta. Non ancora. Poi, quando gli Stati Uniti ritorneranno a essere un po’ più forti, quando riacquisteranno un centro di gravità permanente, per dirla alla Battiato, allora sarà bello provare a virare più a sinistra e far capire che un po’ di socialismo non fa male. Non sono convinta che questo sia il momento storico giusto.

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L’effetto Bloomberg sulle elezioni Usa 2020

Il magnate, che piace a Wall Street ed elettorato moderato, è pronto a candidarsi. Un terremoto per gli altri sfidanti dem. A partire da Biden.

Michael Bloomberg è pronto a sfidare Donald Trump. Secondo quanto riportato dal New York Times, il magnate dovrebbe presentare già nelle prossime ore la documentazione per candidarsi. E dovrebbe farlo nello Stato dell’Alabama, accedendo poi alle primarie. Anche se Bloomberg non ha ancora deciso al 100% se scendere in campo o meno, il deposito dei documenti gli consente di lasciarsi la porta aperta per lanciare il guanto di sfida a Trump, l’altro miliardario di New York, attualmente inquilino della Casa Bianca. Trump che ha così commentato l’ipotesi: «Little Michael non farà bene» ai dem, ha detto The Donald, dicendo che finirà col danneggiare Joe Biden.

BLOOMBERG SNOBBA I CANDIDATI DEMOCRATICI

A spingere Bloomberg a considerare seriamente la candidatura è il parterre dei democratici. A suo avviso – secondo indiscrezioni riportare dal New York Post – Biden è «debole», mentre Bernie Sanders ed Elizabeth Warren «non possono vincere». Alcuni stretti collaboratori di Bloomberg riferiscono che l’ex sindaco di New York è convinto che Trump sarà rieletto se Warren dovesse incassare la nomination democratica. Una discesa in campo di Bloomberg sarebbe un terremoto per la corsa dei democratici alla Casa Bianca, già segnata pesantemente dalle indagini per un possibile impeachment del presidente americano. Bloomberg a differenza degli altri dem in corsa non ha bisogno di raccogliere fondi: la sua fortuna gli consente di decidere anche all’ultimo momento se candidarsi senza doversi preoccupare di come finanziare la campagna.

L’EX SINDACO VEDE TRUMP COME «UNA MINACCIA SENZA PRECEDENTI»

Come pronosticato da Trump, a pagare il prezzo maggiore di un’eventuale candidatura di Bloomberg sarebbe Biden, il più moderato in corsa. Ma sarebbero tutti i candidati a risentirne, anche Warren: l’ex sindaco di New York è sicuramente visto più di buon occhio da Wall Street, dalla Silicon Valley e anche da molti elettori democratici contrari a una svolta eccessivamente a sinistra del partito. Bloomberg, afferma il suo consigliere Howard Wolfson, vede Trump come una «minaccia senza precedenti per il Paese» come dimostrano le sue donazioni alle elezioni di metà mandato. «Mike è sempre più preoccupato sul fatto che gli attuali candidati non sono ben posizionati» per battere Trump, aggiunge Wolfson. E proprio la platea di candidati non convincenti ha spinto Bloomberg a ripensare al passo in avanti, dopo che in marzo aveva annunciato di non voler scendere in campo.

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