I 90 anni di Occhetto, l’apparizione di Cragnotti e altre pillole

Ci sarà anche Elly Schlein a festeggiare i 90 anni di Achille Occhetto. A Roma la prossima settimana l’ultimo segretario del Partito comunista italiano sarà al centro di un seminario il 3 marzo, giorno del suo compleanno, ideato da Ugo Sposetti con l’associazione Enrico Berlinguer, supportato dai gruppi parlamentari del Partito democratico. Nella sala della Camera di Commercio a piazza di Pietra sono attesi Corrado Augias, Pier Ferdinando Casini, Luciana Castellina, Gad Lerner, Claudio Martelli, Francesco Rutelli e tanti altri…

I 90 anni di Occhetto, l’apparizione di Cragnotti e altre pillole
I 90 anni di Occhetto, l’apparizione di Cragnotti e altre pillole
I 90 anni di Occhetto, l’apparizione di Cragnotti e altre pillole
I 90 anni di Occhetto, l’apparizione di Cragnotti e altre pillole
I 90 anni di Occhetto, l’apparizione di Cragnotti e altre pillole
I 90 anni di Occhetto, l’apparizione di Cragnotti e altre pillole
I 90 anni di Occhetto, l’apparizione di Cragnotti e altre pillole
I 90 anni di Occhetto, l’apparizione di Cragnotti e altre pillole
I 90 anni di Occhetto, l’apparizione di Cragnotti e altre pillole
I 90 anni di Occhetto, l’apparizione di Cragnotti e altre pillole
I 90 anni di Occhetto, l’apparizione di Cragnotti e altre pillole
I 90 anni di Occhetto, l’apparizione di Cragnotti e altre pillole
I 90 anni di Occhetto, l’apparizione di Cragnotti e altre pillole

Rossi non ha Fifa di portare sfortuna…

Sarà perché quest’anno il Festival di Sanremo non sembra piacere particolarmente al pubblico, fatto sta che il vertice della Rai è corso ai ripari aggiudicandosi i diritti per il Mondiale di calcio 2026. Si tratta di 35 partite da trasmettere in chiaro, comprese semifinali e finale. La previsione è di mandare in onda 32 incontri su Rai1, con highlights diffusi in ogni notiziario e contenitore sportivo, compresi i canali social ufficiali. L’amministratore delegato Giampaolo Rossi ha fatto la sua dichiarazione: «Quando il grande sport chiama, Rai risponde. E lo fa senza compromessi, offrendo ai telespettatori una copertura eccezionale dell’evento. Parliamo della Coppa del Mondo Fifa 2026 che è un evento acquisito dalla Rai in esclusiva in chiaro per 35 incontri che comprendono la partita di apertura». Ma poi Rossi ha detto una frase che, per i superstiziosi, è stata terrificante, annunciando che verranno trasmesse «tutte le partite della Nazionale italiana alla quale auguriamo di qualificarsi». Ma come? Ci sono ancora i playoff da giocare, e per scaramanzia non si dice…

I 90 anni di Occhetto, l’apparizione di Cragnotti e altre pillole
Il ct della Nazionale Gennaro Gattuso (Ansa).

Donnarumma fa festa (i pendolari un po’ meno)

A Roma gran finale per la mostra dedicata alle Ferrovie dello Stato, al Vittoriano e a Palazzo Venezia. Il numero uno del gruppo ferroviario Stefano Antonio Donnarumma ha organizzato un “finissage” riservatissimo solo per vip, con tanto di conclusione a cena, a casa sua. Poi i treni non arrivano in orario (e c’è pure uno sciopero di 24 ore tra venerdì 27 e sabato 28 febbraio!), ma quella è sempre una colpa da addossare al ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Matteo Salvini.

I 90 anni di Occhetto, l’apparizione di Cragnotti e altre pillole
L’ad di Ferrovie Stefano Donnarumma (foto Imagoeconomica).

L’Inps contro l’intelligenza artificiale che licenzia

Sta facendo molto rumore la sentenza del tribunale di Roma, sezione lavoro, che ha dichiarato sostituibile il lavoro umano con l’intelligenza artificiale. C’è un legittimo licenziamento, quindi, se al posto di un essere umano si “assume” l’IA. L’Inps sta correndo ai ripari, con un gruppo dedicato al tema della sostituzione uomo-robot. Ma cosa si può fare concretamente per evitare danni enormi alle casse dell’istituto? Un’idea che sta girando è quella di far pagare comunque dei contributi previdenziali figurativi all’azienda che caccia un lavoratore rimpiazzandolo con l’IA. La destinazione di queste somme andrebbe a un fondo sociale per sostenere chi viene licenziato. Il tema dovrà interessare anche la ministra del Lavoro Marina Elvira Calderone.

I 90 anni di Occhetto, l’apparizione di Cragnotti e altre pillole
Elivira Calderone (Imagoeconomica).

Sergio Cragnotti al bar dello sport

Proprio quando la contestazione all’attuale presidente della Lazio Claudio Lotito è arrivata al punto più alto (persino da Palazzo Chigi), tanto che nella Capitale sono apparsi i manifesti dei tifosi che invitano a non votare più Forza Italia fino a quando Lotito sarà in parlamento a rappresentare il partito fondato da Silvio Berlusconi, ecco che a Roma si rivede un ex presidente biancoceleste, amatissimo dalla Curva Nord: Sergio Cragnotti, classe 1940. Per la tifoseria rappresenta il presidente più vincente della storia della Lazio, grazie a un palmares davvero memorabile, avendo conquistato uno scudetto, per due volte la Coppa Italia, e poi due Supercoppe italiane, una Coppa delle Coppe e una Supercoppa europea. Amatissimo, tanto da far dimenticare ai laziali tutte le volte che il finanziere ha avuto disavventure e problemi. Cragnotti era seduto a un bar, già ribattezzato “dello sport”, della romana piazza Barberini: sempre a telefonare, con un cellulare che deve essere bollente come quello di Lotito…

I 90 anni di Occhetto, l’apparizione di Cragnotti e altre pillole
I 90 anni di Occhetto, l’apparizione di Cragnotti e altre pillole
I 90 anni di Occhetto, l’apparizione di Cragnotti e altre pillole
I 90 anni di Occhetto, l’apparizione di Cragnotti e altre pillole
I 90 anni di Occhetto, l’apparizione di Cragnotti e altre pillole
I 90 anni di Occhetto, l’apparizione di Cragnotti e altre pillole
I 90 anni di Occhetto, l’apparizione di Cragnotti e altre pillole

Il caso dell’ospitata a Sanremo di Vincenzo Schettini, annullata e poi confermata

Sembrava fosse saltata l’ospitata al Festival di Sanremo di Vincenzo Schettini, docente volto del progetto social La fisica che ci piace, finito al centro delle polemiche per alcune affermazioni fatte durante il podcast di Gianluca Gazzoli e anche per presunti metodi controversi usati con gli studenti. Poi la smentita di Claudio Fasulo, vicedirettore dell’Intrattenimento Prime Time: il professore, noto per il suo approccio informale e innovativo alla didattica, salirà sul palco dell’Ariston.

Cosa aveva detto da Gazzoli

Ospite di Gazzoli a Passa dal BSMT, il prof influencer Schettini aveva detto: «L’insegnamento cambierà molto. La scuola si fruirà anche online, fuori dalle quattro mura, molti docenti andranno in part-time e proporranno contenuti online, anche a pagamento». Poi aveva aggiunto: «Perché un buon prodotto deve essere in vendita in un supermercato e la buona cultura no?».

Il caso dell’ospitata a Sanremo di Vincenzo Schettini, annullata e poi confermata
Vincenzo Schettini (Imagoeconomica).

I racconti degli ex studenti

A questo si è aggiunta un’altra controversia, ben più pesante. Sono infatti saltate fuori testimonianze di alcuni ex studenti di Schettini, che lo hanno accusato di usare metodi discutibili durante le sue lezioni, che sarebbero state usate spesso per registrare contenuti per il canale YouTube del professore. Con tanto di studenti utilizzati come assistenti tecnici per reggere smartphone e luci. Non solo: c’è anche chi ha parlato di presunti scambi tra voti alti e like sui suoi video online, con l’intento di aumentare le visualizzazioni. Secondo quanto riferito in forma anonima da un ex studente a MowMag, «per ottenere un incremento del voto, bisognava partecipare attivamente commentando durante la live». Ovviamente in modo positivo: i like, stando a quanto riferito, si traducevano in bonus da presentare – tramite Pdf – al momento dell’interrogazione.

La replica del prof influencer

Schettini da parte sua ha respinto ogni accusa, parlando sui social di una rappresentazione distorta della sua professionalità: «Nel cammino ho affiancato le lezioni in classe alle lezioni online, credendo fermamente che lo studio online possa essere uno strumento importante per far acquisire metodo a casa. E in questi anni ne ho avuto la riprova».

LEGGI ANCHE: Sanremo in calo, nervi tesi in Rai: guai per la raccolta pubblicitaria

Legge elettorale, voto anticipato e non solo: il piano pigliatutto di Meloni

All-in. Il piano politico della destra è (provare a) prendersi tutto. E capitalizzare in questo 2026 l’attuale consenso politico (occhio però, perché in realtà i sondaggi registrano qualche segnale di rallentamento). Nell’ingordo progetto di Giorgia Meloni finirebbero così il referendum sulla giustizia, la legge elettorale, le elezioni anticipate, la Rai e pure le nomine delle partecipate. Senza lasciare nemmeno le briciole alle opposizioni. Ma andiamo con ordine.

La legge elettorale: Stabilicum o nuovo Porcellum?

La maggioranza ha trovato l’accordo sulla riforma del sistema di voto e vorrebbe chiudere prima del 22-23 marzo, quando gli italiani sono chiamati a esprimersi sulla separazione delle carriere dei magistrati. Il testo è già stato depositato in parlamento: prevede un sistema proporzionale con premio di maggioranza di 70 seggi alla Camera e 35 al Senato per la coalizione che raggiunga almeno il 40 per cento dei consensi. Via i collegi uninominali, niente preferenze (almeno per ora). Del Rosatellum resta la soglia di sbarramento del 3 per cento. A destra lo chiamano Stabilicum, per la sinistra è solo il nuovo Porcellum, un’altra «legge truffa» fatta apposta per mettere il bastone fra le ruote al campo largo.

Voto a ottobre 2026, soprattutto se il referendum…

Perché aggiungere proprio ora così tanta carne al fuoco? Dietro questa mossa si nasconderebbe la volontà di Meloni di andare a elezioni in fretta, a ottobre 2026, anticipando quindi di un anno la naturale scadenza della legislatura. La strategia nella testa della premier è chiara: capitalizzare la vittoria in caso di trionfo dei al referendum sulla giustizia, oppure evitare di essere logorati dalle polemiche se dovesse prevalere il fronte del No, dato in risalita.

Legge elettorale, voto anticipato e non solo: il piano pigliatutto di Meloni
Cartellone per il “no” al referendum (Imagoeconomica).

Occhio all’influenza negativa delle elezioni di metà mandato negli Usa

C’è anche un ragionamento che vola Oltreoceano e si aggancia ai destini delle midterm americane di novembre: visto che i sondaggi di oggi dicono che Donald Trump potrebbe uscire fortemente indebolito, con il rischio di perdere la maggioranza alla Camera e forse anche al Senato, la preoccupazione dei meloniani è di restare a loro volta impaludati. Uno stallo istituzionale negli Stati Uniti potrebbe avere riverberi pure in Italia, mettendo in difficoltà i filo-trumpiani.

Legge elettorale, voto anticipato e non solo: il piano pigliatutto di Meloni
Giorgia Meloni e Donald Trump (Imagoeconomica).

Le mani sulla Rai con la scusa dell’European Media Freedom Act

Ecco perché le elezioni a ottobre sarebbero la soluzione migliore per l’attuale maggioranza, che nel frattempo, ad aprile, andrebbe a blindare le nomine delle partecipate. Poi entro luglio, con la scusa dell’European Media Freedom Act, il governo punta a stringere ancora di più la presa sulla Rai, facendo insediare un nuovo consiglio di amministrazione che durerebbe fino al 2031, in un risiko che prevede il passo indietro dell’attuale amministratore delegato Giampaolo Rossi per premiare, chissà, il direttore del Tg1 Gian Marco Chiocci. Così anche il controllo sulla tivù di Stato sarebbe rinforzato.

Legge elettorale, voto anticipato e non solo: il piano pigliatutto di Meloni
Giampaolo Rossi (Imagoeconomica).

Guardia di Finanza, si punta a un uomo di fiducia

Cosa resta? A maggio scadono i vertici della Guardia di Finanza, e pure qui l’obiettivo è nominare un “uomo di fiducia” al posto dell’attuale numero uno Andrea De Gennaro. L’intesa sul nome giusto non è ancora stata raggiunta, anche se si parla del generale Bruno Buratti e dei comandanti Umberto Sirico e Francesco Greco. Ma occhio agli outsider.

Il filosofo Caffo licenziato dalla Naba dopo la condanna

La Naba, Nuova accademia delle belle arti di Milano, ha licenziato il filosofo Leonardo Caffo dopo la condanna per maltrattamenti nei confronti della ex compagna. L’uomo, che all’università insegnava Estetica, in realtà ha chiuso i suoi conti con la giustizia a dicembre 2025, accettando di seguire un percorso di recupero comportamentale in cambio del dimezzamento della pena da quattro a due anni di reclusione. Ha infatti stipulato un concordato con la procura tale che prevedeva anche la rinuncia dei motivi di Appello, la sospensione condizionale della pena e la non menzione, ovvero il non inserimento nella fedina penale. Sembrava che la vicenda si fosse definitivamente chiusa, ma il 26 febbraio l’ateneo ha deciso di licenziarlo. Lo riporta il Corriere della sera.

Farà ricorso contro un «provvedimento sproporzionato e contrario all’articolo 27 della Costituzione»

Una doccia fredda che il 37enne siciliano ha accolto con «stupore ed amarezza», parlando di «provvedimento sproporzionato e contrario ai principi dell’articolo 27 della Costituzione che impone che la pena sia rieducativa e non vendicativa». «Una sanzione ulteriore per fatti già definiti in sede penale che distrugge chi ha sbagliato invece di favorire il suo reinserimento» nella società. E ancora: «Ho chiesto scusa come e dove ho potuto e mi sono impegnato a cambiare e migliorare ma, nonostante la presenza di una fedina penale pulita, si preferisce la gogna mediatica e la punizione perpetua alla possibilità che una persona continui a contribuire alla società». Caffo ha anche annunciato che farà ricorso contro il licenziamento. «Come può un’istituzione universitaria prestigiosa non comprendere il valore delle differenze, del perdono, della capacità di non punire doppiamente qualcuno?» si è chiesto. Contattata, la Naba non rilasciato dichiarazioni «nel rispetto della riservatezza delle persone coinvolte».

Cosa sta succedendo tra Pakistan e Afghanistan

Ormai è «guerra aperta» tra il Pakistan e l’Afghanistan. Lo ha annunciato espressamente su X Khawaja Asif, ministro della Difesa pakistano, denunciando che il governo talebano tornato al potere nel 2021 ha trasformato l’Afghanistan in una «colonia dell’India», radunando nel Paese «terroristi da tutto il mondo» e «privando il suo popolo dei diritti fondamentali». Ecco cosa sta succedendo tra Afghanistan e Pakistan.

I due Paesi erano da tempo ai ferri corti

Gli scontri lungo il confine tra i due Paesi, da tempo ai ferri corti, erano ripresi con forza a ottobre, con bombardamenti e attacchi che avevano causato decine di morti su entrambi i lati. Il cessate il fuoco mediato da Qatar e Turchia aveva fermato temporaneamente le violenze, ma i colloqui successivi a Istanbul si sono interrotti senza un’intesa e a novembre ci sono stati altri bombardamenti. Da allora i valichi di frontiera sono rimasti prevalentemente chiusi. Al centro dello stallo resta la richiesta pakistana che Kabul limiti la presenza del Tehrik-i-Taliban Pakistan (Ttp), movimento armato che riunisce diverse fazioni talebane ostili a Islamabad. Il Pakistan nel 2021 aveva accolto con favore il ritorno al potere dei talebani, ma poi le cose sono decisamente cambiate.

Cosa sta succedendo tra Pakistan e Afghanistan
Ambulanze in Afghanistan vicino al confine col Pakistan (Ansa).

I raid pakistani contro i siti di Ttp e Isis-K

Islamabad, insomma, ritiene che Kabul di stia agire contro i gruppi militanti che compiono attacchi in Pakistan. E, in generale, i due Paesi da tempo si accusano a vicenda di alimentare il terrorismo e violare i confini. La recente escalation è nata da una serie di attacchi aerei pakistani contro siti del Ttp, ma anche dello Stato Islamico del Khorasan nell’Afghanistan orientale: il 6 febbraio 40 persone erano morte in un attentato suicida in una moschea sciita a Islamabad, rivendicato proprio da questo ramo dell’Isis.

La risposta delle forze talebane dell’Afghanistan

In risposta, l’Afghanistan ha lanciato un’operazione di terra contro il Pakistan nelle sue province di confine. Il portavoce dei talebani, Zabihullah Mujahid, ha affermato che le forze di Kabul hanno catturato 17 avamposti pakistani lungo la zona di confine, tra cui il quartier generale di Anzar Sar nel distretto di Alisher-Terezi, «uccidendo decine di soldati».

Gli attacchi aerei sulle principali città afghane

La controreplica di Islamabad non si è fatta attendere: nella notte tra il 26 e il 27 febbraio il Pakistan ha avviato l’operazione militare su vasta scala denominata “Ghazab-lil-Haq”: colpiti con raid aerei vari obiettivi in Afghanistan, non solo lungo il confine, tra cui la capitale Kabul e la grande città meridionale di Kandahar, dove risiede il leader supremo talebano Hibatullah Akhundzada. Colpita anche la provincia di Paktia. Il ministro dell’interno pachistano Mohsin Naqvi ha definito i raid una «risposta adeguata» all’offensiva afghana del giorno precedente. Attaullah Tarar, a capo del dicastero dell’Informazione, ha dichiarato che gli attacchi hanno ucciso 133 combattenti talebani e ferito più di 200 miliziani. Kabul insiste invece sul fatto che i raid hanno ucciso dozzine di civili, tra cui donne e bambini. «La nostra pazienza ha raggiunto il limite», ha scritto Asif su X. «Le nostre forze hanno la piena capacità di schiacciare qualsiasi ambizione aggressiva dei talebani», ha detto il primo ministro Shehbaz Sharif.

Cosa sta succedendo tra Pakistan e Afghanistan
Militare pakistano al confine con l’Afghanistan (Ansa).

Gli appelli al dialogo e alla de-escalation

Diversi gli appelli al dialogo. L’Iran, tramite il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, si è proposto come mediatore, invitando i due Paesi a «risolvere le loro divergenze attraverso il buon vicinato e il dialogo». La Cina ha esortato Pakistan e Afghanistan a «raggiungere un cessate il fuoco il prima possibile ed evitare ulteriori spargimenti di sangue». Maria Zakharova, portavoce del ministero degli Esteri russo, ha detto: «Facciamo appello ai nostri amici Afghanistan e Pakistan perché si astengano da uno scontro pericoloso e ritornino al tavolo negoziale per risolvere tutti i dissidi con mezzi politici e diplomatici». Un richiamo alla de-escalation è arrivato anche dalle Nazioni Unite, tramite il segretario generale Antonio Guterres e il capo dei diritti umani Volker Türk. Mentre i combattimenti proseguono senza sosta, la situazione umanitaria lungo il confine sta precipitando, con decine di migliaia di sfollati. «Abbiamo ripetutamente sottolineato una soluzione pacifica e vogliamo ancora che il problema venga risolto attraverso il dialogo», ha dichiarato in conferenza stampa il portavoce del governo talebano.

Al Monaldi altri due casi di trapianti falliti. L’inchiesta si allarga

AGI - Carenze, lacune, errori su errori: l'ospedale Monaldi di Napoli, dopo la morte del piccolo Domenico Caliendo, passato al setaccio alla ricerca delle cause che dovrebbero spiegare un caso assurdo di trapianto fallito. E c'è un esposto, che si aggiunge all'inchiesta già aperta.

Intanto per la morte del piccolo Domenico l'Azienda Ospedaliera dei Colli, di cui fa parte l'ospedale Monaldi, "acquisiti gli atti dei procedimenti disciplinari, ha assunto i provvedimenti di sospensione dal servizio di due dirigenti medici coinvolti nella grave e dolorosa vicenda del piccolo Domenico". Lo si legge in una nota relativa al caso del bambino morto dopo un trapianto di un cuore danneggiato. "Prosegue per gli altri sanitari coinvolti l'iter disciplinare secondo la normativa vigente- recita ancora la nota - l'azienda intende precisare di essersi immediatamente attivata per fare chiarezza su quanto accaduto, in trasparenza e nel rigoroso rispetto della legge".

E la procura di Napoli sta facendo anche accertamenti su altri due casi di trapianto precedenti a quello eseguito il 23 dicembre scorso. Non si tratta ancora di indagini, ma di una attenta valutazione su quello che emerge sull'attività svolta dal centro trapianti del nosocomio.

Il nuovo esposto riguarda criticità riscontrate già in occasione di un trapianto dall'esito infausto che risale a due anni fa. La denuncia è stata presentata da Federconsumatori Campania APS.  “Abbiamo fallito. Dopo il caso di Pamela, ci eravamo ripromessi di mettere al sicuro i futuri piccoli pazienti e difendere il loro diritto alla salute. Le carte oggi ci confermano che avevamo ragione. Abbiamo fatto tutto il nostro dovere di associazione di tutela … ma non è bastato. Domenico ci dice che abbiamo fallito lo stesso”.

In queste parole commosse di Carlo Spirito, avvocato della Federconsumatori Campania APS, c’è il sunto di quanto ricostruito dall’associazione su quanto sarebbe accaduto in questi anni all’ospedale Monaldi di Napoli riguardo i percorsi di trapiantologia, una ricostruzione che è stata resa nelle scorse ore alla stampa durante una conferenza a Napoli.

L'esposto in Procura sulle carenze del Monaldi

Nell’occasione, la Federconsumatori Campania ha presentato ai media l’esposto presentato alla Procura della Repubblica di Napoli in cui si evidenziano le “gravi criticità circa la messa a norma e in sicurezza del centro trapianti” che avrebbero interessato l’intero percorso di trapiantologia pediatrica (e non solo) al centro della bufera dopo la tragica morte di Domenico Caliendo e il caso del ‘cuore bruciato’.

Mancanze di vigilanza e autorizzazioni

L’esposto documenta quelle che per l’associazione dei consumatori sarebbero gravi mancanze di vigilanza, controllo e rigore procedurale da parte delle istituzioni sanitarie competenti alle verifiche, a partire dalla Direzione generale della sanità campana, rimarcando come “sin dall’inizio non si sia tenuto conto delle evidenti non conformità operative, strutturali ed organizzative, certificando con il rinnovo dell'autorizzazione la prosecuzione dell’attività trapiantologica senza il previo compimento dei necessari adeguamenti strutturali e procedurali”. Esso segue a puntuale contestazione pendente anche innanzi alla Giustizia amministrativa.

L'ispezione del Centro nazionale trapianti

Si parte da un fatto: un’ispezione, avvenuta a cavallo dei tragici fatti che hanno portato alla morte della piccola Pamela Dimitrova nel 2024, all’incirca la stessa età di Domenico. Spiega il presidente Giovanni Berritto: “Tale ispezione, del Centro Nazionale Trapianti, nasce da nostro impulso. C’è un verbale ispettivo a noi reso noto solo questo febbraio 2026, ma che ci risulta essere in possesso tanto della Direzione Generale Sanità Campana che dell’Azienda Ospedaliera dei Colli da tempo. Addirittura, ci sarebbe un cronoprogramma concordato con il CNT che prevedeva la realizzazione del reparto dedicato ai trapianti entro il marzo del 2025, deadline chiaramente disattesa”.

Radici lontane della vicenda

Una storia che, secondo gli avvocati che si occupano della vicenda (oltre a Spirito presenti alla conferenza era presente anche l’avvocato Davide Di Luccio, incaricato della presentazione dell’esposto), ha quindi radici lontane.

Le gravi criticità riscontrate

Ma di quali criticità parliamo? “Partiamo dall’assenza di un reale reparto di trapiantologia pediatrica, come richiesto dal verbale del CNT, mentre invece si è continuato ad operare pediatrici ‘ospitati’ in aree della chirurgia per gli adulti non nate per l'assistenza pediatrica. C’è da spiegare il perché dell’assenza di una terapia sub-intensiva per i pazienti in uscita da terapia intensiva dopo il trapianto. C’è ancora da chiarire come mai si è proceduto all’attività di trapiantologia pediatrica nello stesso momento in cui il reparto di cardiochirurgia pediatrica era in rifacimento”. E ancora, tra le criticità messe in risalto: “Come è possibile che non ci sia stata da parte della Regione una valutazione dei volumi di attività dei reparti, al punto tale da non avvedersi che dal 2019 al 2024 l'unità operativa a cui è stata affidata la trapiantologia pediatrica risultasse aver effettuato un solo intervento?”. E così a ritroso fino al 2002, data in cui risulterebbe la richiesta di autorizzazione alle attività ospedaliere al Comune di Napoli della struttura, mai approvata e periodicamente prorogata senza le verifiche previste e che “quindi non poteva essere individuata come ‘centro trapianto’ in assenza di accreditamento SSN regolare e rinnovato”.

La richiesta di chiarezza

“Quello che possiamo dire oggi, in attesa che sia fatta piena chiarezza, – sottolinea energicamente Berritto a margine della conferenza – è che non si può derubricare a fatalità la morte di Domenico dopo quello che abbiamo ricostruito con fatica in questi anni”.

Un sistema compromesso e il diritto alla salute

“Siamo testimoni di un’azione istituzionale e burocratica che agirebbe in sfregio ai normali iter, facendosi beffa delle più elementari norme a tutela dei cittadini, e offrendo la tremenda impressione di un sistema che si sente superiore alle regole e le declina a suo piacimento. Un sistema che appare compromesso nell’insieme, e che mostra quanto la responsabilità sia condivisa su più livelli, sebbene con diversi livelli di gravità. Chiedere giustizia in questo caso vuol dire riparare questa stortura e restituire a tutti, specialmente ai più piccoli e vulnerabili di noi, il sacrosanto diritto alla salute”, conclude amaramente il presidente.

Crans Montana, la protesta dell’ambasciata italiana: «La Svizzera nega le indagini comuni»

Continua il braccio di ferro tra Roma e Berna sulla strage di Crans Montana. «Perché la Svizzera nega una squadra investigativa comune con l’Italia?», si legge in un tweet comparso sul profilo ufficiale dell’ambasciata italiana in Svizzera, in cui si lamenta la mancanza di collaborazione tra le autorità giudiziarie dei due Paesi. «Dal 2020 al 2025 vi sono state ben 15 squadre investigative comuni tra l’Italia e la Svizzera. Perché proprio quella sulla strage di Crans Montana è stata negata dall’Ufficio federale di giustizia alla procura della Repubblica di Roma?», continua il post. Che arriva quasi 10 giorni dopo l’incontro, avvenuto il 19 febbraio, tra una delegazione italiana guidata dal procuratore di Roma Francesco Lo Voi, l’ufficio federale di giustizia e la titolare dell’inchiesta Beatrice Pilloud. In questa occasione si era arrivati alla conclusione che sarebbero stati scambiati gli atti d’indagine ma non costituita una squadra comune.

L’Italia aveva richiamato l’ambasciatore

Insomma, non si placa l’irritazione delle autorità italiane per come la Svizzera sta svolgendo le indagini sulla strage, che era già stata dimostrata quando il governo Meloni aveva richiamato l’ambasciatore italiano Gian Lorenzo Cornado all’indomani della scarcerazione di Jacques Moretti, il proprietario del locale. Cornado non ha ancora fatto rientro nella sede di Berna.

Perché Francesca Albanese ha fatto causa a Trump

La famiglia di Francesca Albanese ha intentato causa contro Donald Trump e alcuni membri della sua amministrazione (la Procuratrice Generale degli Stati Uniti Pam Bondi, il Segretario del Tesoro Scott Bessent e il Segretario di Stato Marco Rubio) le sanzioni imposte alla relatrice speciale delle Nazioni Unite per i territori palestinesi per la sua presunta «guerra economica e politica» contro Usa e Israele.

Perché Francesca Albanese ha fatto causa a Trump
Donald Trump (Ansa).

La causa è stata intentata dal marito, Massimiliano Cali, e da uno dei due figli della coppia: le regole delle Nazioni Unite impediscono alla relatrice Onu di presentare la denuncia a proprio nome. Nel ricorso, i querelanti denunciano la perdita dell’accesso ai conti bancari, ai rapporti con diverse università, alla possibilità di viaggiare negli Stati Uniti e all’accesso a un appartamento di proprietà a Washington, evidenziando violazioni del Primo, Quarto e Quinto emendamento della Costituzione degli Stati Uniti d’America.

Nelle scorse settimane Francia e Germania avevano chiesto le dimissioni di Albanese a causa delle sue affermazioni su Israele «nemico comune dell’umanità», rilasciate in videocollegamento con un forum a Doha a cui stavano partecipando anche un dirigente di Hamas e il ministro degli Esteri iraniano. Parigi ha successivamente fatto dietrofront, limitandosi a un semplice richiamo per le «dichiarazioni ripetute ed estremamente problematiche» di Albanese.

Inchiesta Mps-Mediobanca: i tempi della Procura e quelli della Finanza

C’è un’immagine che rende bene la situazione. Nel melodramma italiano, quello vero, non quello inscenato nell’ultima scalata al tempio milanese della finanza, secondo i magistrati il suggeritore sta nella buca, invisibile al pubblico, pronto a sussurrare le battute ai cantanti sul palcoscenico. Se si traslasse all’opera lirica, nell’assalto a Mediobanca e quindi alle Generali da parte di MpsFrancesco Gaetano Caltagirone e Francesco Milleri sarebbero i tenori sul palcoscenico, novelli Radames cui peraltro augurare miglior sorte. Mentre Luigi Lovaglio, l’ad del Monte, reciterebbe la parte del suggeritore in buca: voce determinante, presenza negata. Ammesso, ma non lo crediamo proprio, che i cantanti immemori della parte avessero bisogno di suggerimenti. Quello evocato è il concetto giuridico che ha consentito alla Procura di Milano di mettere anche Lovaglio nel mirino della sua inchiesta: il concorso esterno in ipotesi di concerto. Locuzione che i penalisti peraltro conoscono bene. 

Inchiesta Mps-Mediobanca: i tempi della Procura e quelli della Finanza
Luigi Lovaglio (Imagoeconomica).

La Procura e le tempistiche sospette dell’inchiesta

Ma la vera storia, qui, non è tanto il reato ipotizzato. È la tempistica. La Procura sapeva, o sospettava con sufficiente fondamento da aprire a suo tempo un fascicolo, dell’esistenza di questa presunta orchestrazione tra i protagonisti del blitz su Mediobanca ben prima che l’offerta venisse lanciata. Poi però è calato il silenzio. L’operazione è andata avanti indisturbata, Piazzetta Cuccia ha cambiato padroni e vertici, e solo quando i buoi erano abbondantemente fuggiti qualcuno si è ricordato che forse era tempo di chiudere il recinto. Non comunicando peraltro le conclusioni dell’inchiesta, si badi bene, ma la sola certezza dell’ipotesi di reato. Una differenza non da poco.

Inchiesta Mps-Mediobanca: i tempi della Procura e quelli della Finanza
Il procuratore Marcello Viola (Imagoeconomica).

A chi ha fatto comodo questa geometria temporale?

Ora, c’è da chiedersi a chi, anche involontariamente, ha fatto comodo questa geometria temporale. In prima battuta agli assalitori, messi sotto il faro della procura per la vendita da parte del Mef di un cospicuo pacchetto di azioni Mps ai nemici della Mediobanca gestione Nagel. I quali hanno così potuto concludere il lavoro senza che nessuna bomba mediatico-giudiziaria saltasse sotto i loro piedi. In seconda battuta, ovvero quella svelatasi giovedì con l’audizione di Viola e del sostituto Pellicano in Senato, ai detrattori dell’incorporazione. In testa Caltagirone, azionista pesante del Monte che non ha nessuna intenzione di vedere Mediobanca fuori dalla Borsa fagocitata in toto da Siena, e che con questa inchiesta ha un argomento in più per scongiurare l’evento. 

Inchiesta Mps-Mediobanca: i tempi della Procura e quelli della Finanza
Francesco Gaetano Caltagirone, Francesco Milleri e Luigi Lovaglio (Ansa).

In gioco c’è la testa di Lovaglio alla guida del Monte

Il problema è che su di essa si sta giocando anche la testa di Lovaglio. L’amministratore delegato del Monte, passato in un baleno per l’editore del Messaggero da vittorioso condottiero a reietto, presenta venerdì mattina il nuovo piano industriale in una situazione da manuale della complessità: azionisti in guerra tra loro, governo che (finora, ma ci sono i dispositivi da decrittare) non compare nell’inchiesta milanese ma non per questo è spettatore sereno, e una lista di aspiranti consiglieri costruita con nomi talmente pesanti da essere chiaramente identificati come possibili successori di Lovaglio. Dove ci sono profili che non stanno lì per caso, ma sono opzioni aperte, segnali in codice per chi deve capire o ha già capito. Nel frattempo la magistratura avvisa: l’inchiesta sarà lunga, c’è ancora molto da indagare, si lavora sui dispositivi, prefigurando nell’immaginario di fantasmagoriche paginate di intercettazioni, una sorta di Epstein files della finanza che trasformerebbero un caso giudiziario in un romanzo d’appendice. 

Banchiere ucraino morto a Milano, arrestato il figlio

Le forze dell’ordine hanno arrestato il figlio di Alexandru Adarich, il banchiere ucraino morto in via Nerino a Milano il 23 gennaio 2026 dopo essere precipitato da un B&B. Il 34enne, fermato dalla polizia in Spagna, è accusato di sequestro di persona aggravato dalla morte dell’uomo. Secondo le ricostruzioni dell’accusa, dopo aver convinto il padre a recarsi nel capoluogo meneghino per partecipare a un “meeting” di lavoro, avrebbe partecipato al sequestro del genitore, che serviva a costringerlo a trasferire 250 mila euro in criptovalute. Quel giorno, nell’appartamento di via Nerino, c’erano soltanto Adarich e il figlio. A quest’ultimo, per inquirenti e investigatori, «si ritene addebitabile la caduta dalla finestra» della vittima, «in quanto unica persona presente nella stanza al momento dei fatti».