Avigliano, il manto del (vecchio) campo sportivo sarà regalato ai cittadini

AGI -  Il manto in erba sintetica del campo sportivo di Avigliano, in provincia di Potenza, il primo del genere realizzato in Basilicata nel 2001, non sarà smaltito in discarica, ma regalato ai cittadini che ne hanno fatto domanda.

Dopo oltre vent’anni e diverse proroghe, infatti, il manto sarà sostituito a primavera. Ma, prima dell’avvio dei lavori, i 7mila metri quadrati di verde sintetico saranno divisi e consegnati ai circa 70 aviglianesi che hanno risposto all’avviso comunale pubblicato 15 giorni fa e già chiuso.

In questo modo ogni cittadino potrà portare a casa e riutilizzare un pezzo di campo sportivo e il comune di Avigliano potrà risparmiare i 200 mila euro che avrebbe dovuto corrispondere per coprire i costi di smaltimento.

La soluzione innovativa per Avigliano

Una soluzione pronta a fare scuola tra le amministrazioni locali alle prese con lavori da effettuare e conti da far quadrare. La nostra idea potrebbe essere emulata da tutti quelli che nel corso del tempo si troveranno a dover sostituire l’erbetta del campo sportivo.

Il manto sintetico ha una sorta di scadenza deve essere cambiato ogni venti anni. Il nostro fu sostituito per la prima volta nel 2001, è stato il primo campo della Basilicata ad avere una copertura sintetica. Nel tempo ci sono state concesse delle proroghe rispetto all’omologazione, ma ora sarà necessario avviare i lavori entro la primavera", spiega all’AGI il sindaco Giuseppe Mecca.

Il sindaco di Avigliano, "un pezzo di storia per i cittadini" 

"Questa soluzione che abbiamo inventato, grazie alla collaborazione dell’ufficio tecnico comunale – aggiunge il primo cittadino - ci ha permesso di fare la felicità dei nostri concittadini che facendone domanda, potranno ottenere 100 metri quadrati ciascuno e utilizzarlo nelle case di campagna, o nei giardini, e portare a casa un pezzo del campo comunale, un pezzo di storia. Il bando aperto due settimane fa è stato chiuso".

Partecipazione collettiva 

Una storia di partecipazione attiva che ha visto protagonisti gli stessi cittadini di Avigliano che in pochissimi giorni hanno aderito in massa all’avviso pubblicato su internet dall’amministrazione comunale.

"Abbiamo fatto subito la domanda sul portale del Comune per ottenere la nostra parte di erbetta sintetica da sistemare a primavera in giardino o nella nostra casa al mare", raccontano alcuni cittadini.

Per altri è "come portare un pezzo di storia a casa, dove far giocare i figli". Per alcuni, invece, che hanno giocato in passato da calciatori su quel manto in erba sintetica "è un cimelio da custodire gelosamente".

Avigliano, poco più di 10mila abitanti, ,ha ottenuto nel dicembre 1991  il titolo araldico di città. E’ noto per il suo centro storico arroccato, il Palazzo Ducale, l'artigianato della "balestra" (coltello tradizionale) e la tradizione culinaria tra cui i piatti a base di baccalà. 

Nucleare, perché la Cina non vuole partecipare a negoziati con Usa e Russia

Prima di negoziare, va stabilito un rapporto tra pari. O, meglio, una potenza di fuoco simile. In estrema sintesi è questa la posizione che la Cina ha assunto sulle armi nucleari, dopo la fine dell’accordo New START tra Stati Uniti e Russia. Una posizione che ricorda quella presa già sul cambiamento climatico. Tradotto: Pechino si dice disposta a ridurre le emissioni, ma seguendo i suoi tempi e non le pressioni dell’Occidente. Questo perché ritiene di avere il diritto di completare il proprio processo di sviluppo e industrializzazione prima di adeguarsi agli standard richiesti da altri attori (in primis l’Europa, dopo la ritirata climatica degli Usa di Donald Trump). Lo stesso ragionamento viene applicato sull’arsenale nucleare, in fase di fortissimo ampliamento ma comunque ancora lontano dai livelli di Washington e Mosca.

Nucleare, perché la Cina non vuole partecipare a negoziati con Usa e Russia
Xi Jinping alla parata militare del 3 settembre 2025 a Pechino (Ansa).

L’arsenale atomico di Pechino non è comparabile a quelli russi e americani

Pechino osserva la scadenza del trattato tra Stati Uniti e Russia con una postura apparentemente ambigua: da un lato esprime «rammarico» per la fine di un accordo ritenuto importante per la stabilità strategica globale, dall’altro ribadisce che non ha alcuna intenzione di sedersi al tavolo di nuovi negoziati trilaterali come invece chiesto da Trump. Questa apparente contraddizione riflette una visione coerente del ruolo che la Cina ritiene di occupare oggi e, soprattutto, del ruolo che intende occupare domani. Il cuore dell’argomentazione cinese è semplice e viene ripetuto con costanza da anni: gli arsenali nucleari non sono comparabili. Stati Uniti e Russia possiedono insieme circa il 90 per cento delle testate nucleari mondiali e continuano a misurarsi su numeri che superano di gran lunga quelli cinesi. Per Pechino, essere chiamata a partecipare a negoziati di riduzione o di congelamento degli arsenali significherebbe cristallizzare una disuguaglianza storica. In altre parole, accettare regole scritte da altri, in un momento in cui il proprio potenziale militare non ha ancora raggiunto una soglia ritenuta adeguata allo status di grande potenza.

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Missili nucleari strategici intercontinentali a propellente liquido DF-5C (Ansa).

La corsa militare cinese va oltre il «deterrente minimo»

Negli ultimi anni, questa posizione si è intrecciata con un dato di fatto sempre più evidente: la Cina sta ampliando il suo arsenale nucleare a una velocità senza precedenti. Le stime più accreditate parlano di oltre 100 nuove testate aggiunte ogni anno, di un’espansione massiccia delle infrastrutture missilistiche e di un rafforzamento simultaneo di tutte le componenti della triade nucleare, peraltro esposta in bella mostra durante la grande parata militare dello scorso 3 settembre a Pechino: missili terrestri, sottomarini lanciamissili e bombardieri strategici. Secondo l’ultimo rapporto annuale dello Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI), la Cina ha oggi circa 700 testate, con la prospettiva di superare le 1500 entro il 2035. Non si tratta più del «deterrente minimo» che per decenni ha caratterizzato la dottrina nucleare cinese: è un salto di scala che riflette una percezione radicalmente mutata dell’ambiente internazionale.

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Un momento della parata a Pechino (Ansa).

La guerra in Ucraina ha accelerato il cambio di passo

La guerra in Ucraina ha avuto un ruolo cruciale in questo cambio di passo. A Pechino, il conflitto è stato letto come la dimostrazione che la deterrenza nucleare resta l’ultimo garante della sopravvivenza di uno Stato di fronte alla pressione di potenze rivali. La lezione è chiara: in un mondo instabile, segnato dal ritorno della competizione tra grandi potenze, essere troppo indietro sul piano militare equivale a esporsi a rischi strategici inaccettabili. Da qui una giustificazione sulla già esistente accelerazione del riarmo, vista come necessaria a tutelare le «legittime preoccupazioni di sicurezza» della Repubblica Popolare. È proprio questo concetto di legittimità che spiega il rifiuto cinese di negoziare sul New START o su un eventuale sostituto. Pechino si considera una grande potenza a pieno titolo, ma ritiene che il riconoscimento formale di questo status passi anche attraverso il completamento del proprio arsenale nucleare. Solo una volta colmato, almeno in parte, il divario con Washington e Mosca, la Cina si dirà pronta a trattare da pari a pari. Prima di allora, qualsiasi negoziato verrebbe percepito come una concessione unilaterale, se non addirittura come un tentativo di contenimento mascherato.

Nucleare, perché la Cina non vuole partecipare a negoziati con Usa e Russia
Xi Jinping e Vladimir Putin (Ansa).

Le accuse Usa su presunti test nucleari

In questo contesto, proprio nei giorni scorsi è arrivata un’accusa dal sottosegretario di Stato americano per il controllo degli armamenti e la sicurezza internazionale, Thomas DiNanno. Il funzionario ha affermato che Washington sarebbe a conoscenza di un test nucleare cinese condotto il 22 giugno 2020. Secondo la ricostruzione statunitense, l’esercito cinese avrebbe svolto segretamente il test usando la tecnica del cosiddetto “decoupling”, un metodo che consente di ridurre drasticamente le vibrazioni sismiche generate da un’esplosione nucleare sotterranea. In pratica, la testata viene fatta detonare all’interno di una cavità scavata appositamente, circondata da uno strato d’aria capace di assorbire parte dell’onda d’urto, rendendo il test più difficile da rilevare dai sistemi di monitoraggio internazionali. DiNanno ha dichiarato che si tratterebbe di una violazione degli impegni assunti nel 1996 con il Comprehensive Nuclear-Test-Ban Treaty (il trattato che vieta i test nucleari), sebbene quell’intesa non sia mai stata ratificata né da Pechino né da Washington. La Cina nega di aver svolto un test nucleare e continua a ribadire la propria dottrina del «non primo utilizzo» per provare a rassicurare la comunità internazionale. Un modo per issare uno scudo retorico contro le pressioni occidentali.

Nucleare, perché la Cina non vuole partecipare a negoziati con Usa e Russia
Thomas DiNanno.

L’obiettivo dichiarato è difendersi non dominare

Pechino in altre parole non nega di voler rafforzare il proprio arsenale, ma sostiene di farlo esclusivamente per difendersi e non per competere o dominare. È una linea sottile, ma centrale nella narrazione del Partito comunista. L’attuale riarmo nucleare e convenzionale rappresenta dunque il completamento di un percorso di ascesa iniziato sul piano economico e consolidato su quello diplomatico. Dopo aver raggiunto la seconda posizione tra le economie mondiali e aver costruito una fitta rete di influenza attraverso la Belt and Road Initiative (Nuova Via della Seta), Pechino punta a trasformare la propria potenza economica in potenza militare globale.

Sente uno sparo e scappa, ladro si ferisce scavalcando e muore. Salvini: “Difesa legittima”

AGI - E' morto molto probabilmente dissanguato il ladro che stava scappando, dopo un tentativo di furto in un'abitazione nell'Aretino nella serata di ieri a Policiano nell'Aretino. Secondo le prime informazioni, tre malviventi hanno messo a segno un colpo in una prima abitazione della zona, poi si sono diretti verso un'altra villetta.

Ma questa volta è scattato l'allarme e il proprietario, accortosi dei ladri, ha sparato due colpi di arma da fuoco in aria a scopo intimidatorio. I tre a quel punto sono scappati e durante la fuga uno dei tre si è ferito gravemente alla vena femorale, verosimilmente con un paletto di ferro conficcato sul terreno. L'uomo è poi morto dissanguato. Gli altri due complici sono scappati.

Salvini: "Difesa è sempre legittima"

"Spiace, ma la difesa è sempre legittima". Lo scrive su X il leader della Lega e vicepremier Matteo Salvini, postando la notizia della vicenda. 

 

Il neurologo: “Nell’era degli algoritmi, l’amore resta l’unica ‘follia’”

AGI - In un tempo che misura tutto, lo spazio, le prestazioni, le relazioni, abbiamo imparato a governare quasi ogni aspetto della nostra esistenza. Ottimizziamo le scelte, filtriamo le emozioni, gestiamo le connessioni. Swipe. Match. Blocco. Tutto reversibile. Tutto sostituibile. Tranne l'amore. L'unica "follia" che ci rende davvero umani.

L'amore accade. Non si programma, non si calibra, non si mette in pausa. Alterando il ritmo del corpo e la percezione del tempo, espone alla vulnerabilità e al rischio. E proprio per questo, nell'epoca dell'efficienza e dell'algoritmo, è diventato culturalmente scomodo.

Amore: un fatto biologico

Alla vigilia di San Valentino, la festa più simbolica e più commerciale del calendario sentimentale, la tentazione è ridurlo a un rituale rassicurante. Un cuore rosso, una cena, una promessa ben confezionata. Ma l'amore, se lo si guarda con gli strumenti della scienza, è tutt'altro che rassicurante. Non è solo un racconto culturale. È un fatto biologico. È scritto nel nostro cervello prima ancora che nelle nostre storie. Secondo il Prof. Piero Barbanti, Direttore dell'Unità per la Cura e la Ricerca su Cefalee e Dolore dell'IRCCS San Raffaele di Roma e Ordinario di Neurologia all'Università San Raffaele, l'errore comincia già dal singolare. "Non esiste "l'amore". Esistono gli amori: per il partner, per i figli, per gli amici, per gli altri, per la natura, per gli animali. Una geografia affettiva che attraversa il cervello e la storia evolutiva della specie". L'amore nasce come impulso primario, necessario alla sopravvivenza. È l'istinto a restare uniti. È l'irrinunciabilità dell'altro. Non è una sovrastruttura romantica: è un programma inscritto nel sistema nervoso.

La tempesta neurochimica dell'innamoramento

"Quando ci innamoriamo" spiega Barbanti, "nel cervello si scatena una vera e propria tempesta neurochimica. L'ipotalamo rilascia sostanze che spiegano anche il cosiddetto "mal d'amore": aumenta la dopamina, che genera euforia; cresce il nerve growth factor, associato al romanticismo; si innalza l'ossitocina, legata all'attaccamento; mentre la serotonina fluttua, contribuendo alla componente di pensiero ricorrente tipica dell'innamoramento. Per certi versi, i circuiti coinvolti somigliano a quelli delle dipendenze. Non è un caso che l'innamoramento abbia qualcosa di febbrile, di eccessivo, di leggermente irrazionale".

Coraggio e paura

Eppure l'amore non coincide con la sola passione. Dal punto di vista neuroscientifico, quello autentico, implica dedizione e coraggio. "Amare significa esporsi, essere disposti al sacrificio" sottolinea il neurologo, "questo processo si associa a una modulazione dell'attività dell'amigdala, l'area cerebrale legata alla paura. È un dato che aiuta a distinguere con chiarezza ciò che amore non è: gelosia patologica, stalking e violenza non hanno alcuna radice nel vero legame affettivo. L'amore vero non distrugge, non possiede, non annienta. Protegge".

Relazioni digitali: può nascere amore senza presenza?

In un'epoca di connessioni permanenti e relazioni mediate dagli schermi, si pone una domanda inevitabile: può nascere amore senza presenza? "Se la storia dimostra che un legame può sopravvivere alla distanza" sostiene Barbanti, "è difficile immaginare che possa nascere senza contatto, vicinanza, scambio reale. Il cervello umano riconosce l'amore attraverso la prossimità, la condivisione sensoriale, l'esperienza reciproca".

L'amore non è un rischio biologico, ma l'irriducibilità umana

Anche l'idea di un "amore sicuro" offerto dall'intelligenza artificiale, privo di conflitti, imprevedibilità e rischio, appare, secondo l'esperto, incompatibile con ciò che accade nel nostro sistema nervoso. "L'essere umano ama ciò che non può possedere totalmente, ciò che conserva una quota di mistero e alterità. Un profilo perfettamente programmato non può generare quell'elemento di imprevedibilità che il cervello riconosce come autentico legame. L'amore "non è un rischio biologico, al contrario, è il meccanismo che garantisce continuita', gratitudine, riconoscenza e coesione sociale". Forse, alla vigilia di San Valentino, la vera domanda non è dunque se l'amore esista ancora. La domanda è se siamo ancora disposti a correre il rischio di sentirlo. Ne vale la pena? "In un mondo che pretende controllo e prevede alternative per tutto" conclude il neurologo, "l'amore resta l'unica dimensione che continua a sottrarsi alla logica della sostituibilità". Ed è forse proprio questa irriducibilità a renderlo la nostra esperienza più profondamente umana. L'unica che non prevede un piano B.

L’allarme: l’IA sta falsando sondaggi e ricerche online

AGI - L’intelligenza artificiale è sempre più capace di simulare il comportamento umano e di rispondere a sondaggi online e rilevazioni politiche, mettendo seriamente a rischio l’affidabilità della ricerca basata su survey, uno strumento centrale nelle scienze sociali e nei processi democratici.

È quanto sostengono tre ricercatori dell’IMT School for Advanced Studies Lucca e dell’Università di Cambridge in un commento pubblicato sulla rivista Nature. Secondo gli autori, l’uso crescente di agenti di intelligenza artificiale in grado di compilare questionari con poca o nessuna supervisione umana rappresenta un cambiamento strutturale nel problema delle frodi nei sondaggi.

Gli studi

Studi citati nel commento indicano che una quota non trascurabile delle risposte, variabile dal 4 al 90% in alcune popolazioni, può essere falsa o fraudolenta. Anche percentuali molto più basse possono però avere effetti rilevanti: in presenza di effetti statistici piccoli, una contaminazione dei dati pari al 3–7% può invalidare le conclusioni di una ricerca. “I problemi sono cambiati di scala”, scrivono gli autori, sottolineando come gli strumenti tradizionali per distinguere tra risposte umane e non umane non siano più efficaci.

“Non possiamo più dire se chi risponde sia una persona o no, e il risultato è che tutti i dati sono potenzialmente contaminati”, spiega Folco Panizza, ricercatore dell’IMT School for Advanced Studies Lucca e tra gli autori del commento. Piattaforme ampiamente utilizzate per la raccolta di dati, come Amazon Mechanical Turk, Prolific e Lucid, consentono da anni di ottenere rapidamente grandi quantità di risposte a basso costo, ma sono oggi particolarmente vulnerabili alla manipolazione da parte di sistemi automatici.

Gli strumenti di controllo sono sempre meno efficaci

I tradizionali strumenti di controllo, come i CAPTCHA o le domande di attenzione inserite nei questionari, risultano sempre meno efficaci di fronte a modelli avanzati capaci di produrre risposte fluide, coerenti e contestualizzate, spesso migliori di quelle umane. Gli autori propongono quindi un cambio di strategia su più livelli. Da un lato suggeriscono di analizzare i cosiddetti “paradata”, come la velocità di digitazione, l’uso del copia-incolla e altri pattern comportamentali, per individuare risposte statisticamente improbabili per un essere umano. Dall’altro indicano la necessità di fare maggiore affidamento su panel di ricerca basati su campioni probabilistici e su partecipanti con identità verificate. 

La proposta più radicale consiste però nel ribaltare la logica della rilevazione delle frodi, progettando test che sfruttino i limiti del ragionamento umano piuttosto che le debolezze dell’intelligenza artificiale. “Le macchine sono molto brave a imitare il comportamento umano, ma molto meno a imitare gli errori che gli esseri umani fanno”, osserva Panizza. S

econdo gli autori, compiti come problemi di probabilità, stime rapide o test percettivi sotto pressione temporale potrebbero diventare strumenti utili, perché risposte “troppo perfette” potrebbero costituire esse stesse un segnale di allarme. Il commento conclude che nessuna soluzione singola sarà sufficiente, poiché i sistemi di intelligenza artificiale continuano ad adattarsi ai tentativi di rilevazione. Ricercatori, piattaforme e finanziatori sono quindi chiamati a ripensare con urgenza gli standard di integrità dei dati, combinando campioni di maggiore qualità, strumenti di controllo più sofisticati e maggiore trasparenza, per proteggere la credibilità della ricerca nelle scienze sociali.