È morto a 53 anni l’attore Eric Dane, celebre per il ruolo di Mark Sloan nella serie Grey’s Anatomy. Ad aprile 2025 aveva rivelato di avere la Sla, malattia neurodegenerativa progressiva che causa la morte dei motoneuroni e la paralisi dei muscoli volontari. Il decesso è stato confermato dalla portavoce Melissa Bank: «Ha trascorso gli ultimi giorni circondato dagli amici più cari, dalla sua amorevole moglie e dalle sue due splendide figlie, Billie e Georgia, che sono state il centro del suo mondo». Dopo la diagnosi, Dane era diventato testimonial per promuovere raccolte fondi per la ricerca.
Da Grey’s Anatomy a Euphoria
Nato a San Francisco nel 1972, aveva preso parte alla fortunata serie Med dalla terza alla nona stagione, indossando nuovamente i panni del dottor Sloan per un’apparizione nel 2021 nel corso della 17esima stagione. Aveva partecipato anche a una serie di film di successo tra cui X-Men – Conflitto finale, Io e Marley e Burlesque. In uno degli ultimi ruoli aveva interpretato il padre di Nate Jacobs – l’attore Jacob Elordi – nella serie Euphoria. A novembre 2025, in un episodio di Brilliant Minds, era diventato un vigile del fuoco colpito dalla Sla.
L’inchiesta nei confronti del poliziotto Carmelo Cinturrino, che a Rogoredo ha ucciso lo spacciatore Abderrahim Mansouri, il quale gli avrebbe puntato contro una pistola a salve, sta facendo emergere un quadro molto diverso dalla legittima difesa, rafforzando invece l’ipotesi di omicidio volontario. Insomma, la posizione dell’assistente capo della squadra investigativa del commissariato di Mecenate si sta aggravando. Ecco cosa sappiamo.
La versione dell’agente che ha sparato
Cinturrino e i quattro colleghi che erano con lui a Rogoredo hanno raccontato che Mansouri li aveva minacciati con una pistola (poi rivelatasi falsa). E che il pusher non si era fermato dopo un primo avvertimento, avvicinandosi a loro, sempre con l’arma puntata. A quel punto l’agente avrebbe sparato per difendersi, uccidendo lo spacciatore con un colpo da circa 20 metri di distanza, diretto alla testa.
Cosa non torna nel suo racconto
Mansouri è stato raggiunto da un proiettile alla tempia, da una distanza considerevole, quando sarebbe stato molto più facile (e logico) puntare alla figura. Durante l’interrogatorio, Cinturrino ha inoltre detto che Mansouri era di fronte a lui: ma dall’autopsia è emerso che il pusher aveva il volto girato lievemente verso sinistra. Da qui appunto il foro d’entrata alla tempia destra. Gli avvocati dei familiari di Mansouri, sostengono che stesse fuggendo quando è stato ucciso e che non avesse con sé alcuna pistola finta.
Quattro agenti sono indagati per favoreggiamento
Oltre a Cinturrino indagato per omicidio volontario, ci sono quattro agenti sotto inchiesta per favoreggiamento e omissione di soccorso. Secondo le imputazioni, che derivavano dalle loro prime audizioni e da elementi raccolti nelle indagini (tra cui le analisi di telecamere e telefoni), avrebbero aiutato Cinturrino a «eludere le investigazioni». In particolare, avrebbero omesso la presenza di testimoni sul luogo del delitto e avrebbero mentito sui loro movimenti. Inoltre non avrebbero allertato subito i soccorsi.
Si sta rafforzando l’ipotesi di una messinscena
Insomma, il sospetto è che Mansouri non stesse davvero girando con una replica di una Beretta 92 con il tappo rosso, poi puntata contro gli agenti. Ma che qualcun altro l’abbia messa accanto al pusher ormai agonizzante, chiamando i soccorsi più di 20 minuti dopo lo sparo. Giusto il tempo di preparare la messinscena. Rilevanti saranno gli esiti delle analisi genetiche sull’arma finta: Cinturrino si è sottoposto al tampone salivare.
Sarebbero emerse precedenti tensioni tra i due
Mansouri faceva parte della famiglia che da oltre due decenni gestisce lo smercio di droga nella zona al confine tra Milano e San Donato Milanese. E aveva diversi precedenti penali, anche per resistenza a pubblico ufficiale. Cinturrino ha raccontato di aver raggiunto a Rogoredo (si trovava al Corvetto) «i colleghi che stavano facendo un arresto» e, una volta giunto sul posto, di aver riconosciuto Mansouri. Dagli ultimi verbali, scrive l’Ansa, è emersa una gestione opaca di alcune operazioni precedenti da parte di Cinturrino e anche alcune tensioni tra il poliziotto e lo spacciatore rimasto ucciso.
L’ex principe Andrea, arrestato all’alba di giovedì 19 febbraio, è stato rilasciato dopo 12 ore ed è tornato nella sua tenuta di Sandringham. È tipico delle persone arrestate per reati finanziari essere rilasciate dopo poco tempo, quindi non sorprende che lo sia stato anche lui, che rimane sotto inchiesta. Essere rilasciato sotto inchiesta significa che non è su cauzione, quindi non è soggetto a determinate condizioni. Tuttavia, può essere nuovamente arrestato o gli può essere chiesto di sottoporsi a ulteriori colloqui. Ora occorre attendere per vedere se il Crown prosecution service e la polizia ritengano che ci siano prove sufficienti per incriminarlo per un reato. In questo caso, si tratterebbe di cattiva condotta nell’esercizio della funzione pubblica.
La Polizia continua a raccogliere prove al Royal Lodge
La Bbc ha riferito che nella mattinata di venerdì 20 febbraio diversi veicoli senza contrassegni sono arrivati al Royal Lodge, l’ex residenza nel Berkshire dove Andrea viveva fino a poco tempo fa, mentre la polizia continua a lavorare nella residenza reale. Almeno due mezzi erano guidati da agenti di polizia in uniforme. Agli investigatori l’arduo compito di archiviare e registrare le prove, assegnare loro numeri di serie e creare un inventario degli oggetti sequestrati che probabilmente continuerà per ore e forse giorni.
Non può non scendere in campo per il referendum, Giorgia Meloni. È la sua riforma, è il suo governo, è la sua consultazione. Il No cresce anche perché la presidente del Consiglio – la cui popolarità è intatta nonostante gli assist di Carlo Nordio all’opposizione – non ha fin qui fatto campagna elettorale per il Sì. Anche se giovedì sera ha concesso un’intervista a SkyTg24 che pareva il trailer di un marzo impegnativo dal punto di vista pubblico. Da Sergio Mattarella sono arrivate «parole giuste e doverose», ha detto Meloni, perché «è molto importante che questa campagna referendaria rimanga sul merito». Il 22 e il 23 marzo «si vota sulla giustizia, non sul governo», ha ricordato, precisando che le elezioni politiche saranno fra un anno, sarà quello il momento per eventualmente mandarla a casa. «Vedo un tentativo di trascinare la campagna referendaria in una sorta di lotta nel fango, mi pare che sia più un tentativo di quelli che hanno difficoltà ad attaccare una riforma che in passato, in vario modo, hanno sostenuto e proposto».
In un'intervista esclusiva al direttore di Sky tg24 Fabio Vitale (@vitale_f), la premier affronta a 360° i temi dell'attualità italiana e internazionale, dalla riforma della Giustizia alla polemica con Macron sulla morte dell'attivista di estrema destra Quentin Deranque pic.twitter.com/bQySiPZ4Cq
Lo spettro di Matteo Renzi del 2016 aleggia un po’ per tutti, si sa, quando c’è da cambiare la Costituzione o anche quando c’è da rischiare l’osso del collo per un provvedimento giudicato epocale, fondamentale, esiziale. Renzi, c’è da dire, 10 anni fa si giocò la faccia e la poltrona; fu lui il primo a personalizzare il referendum costituzionale che gli costò le dimissioni.
Matteo Renzi (Imagoeconomica).
Meloni, memore di quel che hanno fatto i suoi predecessori, si è tenuta bene alla larga da promettere che andrebbe a casa in caso di sconfitta. C’è chi glielo ha già preventivamente chiesto, come lo stesso Renzi. Non Elly Schlein, che giovedì sera a Dritto e rovescio su Rete4 ha spiegato perché secondo lei Meloni non si dovrebbe dimettere: «Ha i numeri per arrivare alle prossime elezioni e noi li batteremo alle prossime elezioni. Noi stiamo costruendo una coalizione non contro Meloni, ma su quello che vogliamo fare insieme». Sarà.
Elly Schlein (Imagoeconomica).
I riformisti per il Sì sperano in Giorgia
Fra i sostenitori del Sì, anche fra quelli di centrosinistra, c’è chi spera che ora la presidente del Consiglio – sulla quale pende tuttavia il severo giudizio del Capo dello Stato, dopo la sortita nordiana – si faccia sentire, spenda la propria popolarità per fermare la crescita del No, che sta dando molte speranze ai vari Gratteri, teorici e pratici della propaganda televisiva, convinti che i confronti pubblici vadano evitati ma non le intemerate catodiche. C’è poco da fare: i riformisti per il Sì hanno bisogno della leader di Fratelli d’Italia per bloccare l’avanzata.
Carlo Nordio e, sullo schermo, Nicola Gratteri (Imagoeconomica).
Dopo Salvini, ora la premier deve frenare Nordio
Al referendum manca poco più di un mese; il No ha dimostrato di saper mobilitare l’elettorato in una campagna elettorale in cui ormai il merito della riforma s’è perduto. Un po’ per responsabilità di tutti, ma anche per via di quei magistrati che hanno trasformato la contesa in una lotta per la democrazia, che verrebbe stravolta – dicono – dalla torsione costituzionale imposta da Meloni. Certo, Nordio con quelle parole improvvide sul metodo «para-mafioso» delle correnti del Csm ha regalato aiuto all’opposizione che può tornare a gridare un po’ dappertutto che questa riforma nasce per punire magistrati e avversari.
Carlo Nordio (Imagoeconomica).
Fin qui la leader di Fratelli d’Italia si è dovuta preoccupare delle intemerate di un altro ministro, Matteo Salvini, la cui nemesi ciarliera, G.i.p Vannacci, lo sta mettendo nei guai. Ora però c’è da disattivare Nordio, anche lui loquace, fin troppo, ma poco efficace nella mobilitazione dell’elettorato. A meno che non sia quello degli avversari, beninteso, galvanizzato dalla possibilità di battere il duo Meloni-Nordio, Melordio, alle urne.