Garlasco, l’accusa dei pm a Sempio: «Uccise Chiara Poggi dopo il rifiuto a un approccio sessuale»

La Procura di Pavia ha invitato Andrea Sempio per un interrogatorio il 6 maggio. Nell’atto l’unico indagato nella nuova inchiesta sull’omicidio di Chiara Poggi compare come l’unico autore del delitto, aggravato «dalle sevizie e dai futili motivi». Nessun cenno a ignoti non identificati o ad Alberto Stasi, all’epoca fidanzato della vittima, condannato in via definitiva a 16 anni di carcere.

Il movente: il rifiuto della vittima a un approccio sessuale

Dell’invito per la presentazione di persona sottoposta ad indagini si ricavano i due elementi nuovi a carico di Sempio: il movente e la dinamica dell’omicidio. L’indagato, secondo la Procura, avrebbe ucciso «a seguito del rifiuto del suo approccio sessuale», avvenuto nella villetta di Garlasco dopo la partenza per la montagna del resto della famiglia Poggi (Sempio era amico di Marco, fratello di Chiara). Da qui l’aggravante dei futili motivi, «riconducibili all’odio per la vittima» per quel “no”. Per quanto riguarda le sevizie, il presunto assassino avrebbe infierito oltre quanto stabilito dalle vecchie sentenze.

Garlasco, l’accusa dei pm a Sempio: «Uccise Chiara Poggi dopo il rifiuto a un approccio sessuale»
Combo con Andrea Sempio, Chiara Poggi e Alberto Stasi (Ansa).

La nuova ricostruzione del delitto: cosa sarebbe successo

Questa la ricostruzione: «Dopo una iniziale colluttazione» Sempio «colpiva reiteratamente» Chiara Poggi «con un corpo contundente dapprima in regione frontale sinistra e in regione zigomatica destra, facendola cadere a terra. A seguito di ciò, la trascinava al fine di condurla verso la porta di accesso alla cantina» della villetta e, dopo che la vittima aveva provato a «reagire mettendosi carponi, la colpiva nuovamente con almeno 3-4 colpi in regione parieto-temporale sinistra, in regione parietale posteriore, lungo la linea mediana ed in regione parietale sinistra paramediana, facendole perdere i sensi». A seguito di ciò, «spingeva il corpo della vittima facendolo scivolare lungo le scale che conducono in cantina ove, nonostante la stessa fosse già incosciente, la colpiva con almeno 4-5 colpi in regione parieto-occipitale sinistra cagionando alla stessa gravi lesioni cranio encefaliche dalle quali derivava il decesso».

Per Stasi l’aggravante delle sevizie era stata esclusa

Per Stasi era stata invece esclusa l’aggravante delle sevizie: la sentenza nei suoi confronti è passata in giudicato e per ribaltarla sarebbe necessario un processo di revisione. Le due aggravanti determinerebbero nell’ergastolo la pena massima in caso di processo ed eventuale condanna. Sempio è atteso il 6 maggio alle 10 nell’ufficio del procuratore aggiunto Stefano Civardi per l’interrogatorio. Il 20 maggio 2025 non si era presentato sfruttando un vizio formale della notifica.

L’ex direttore dell’Fbi James Comey si è costituito in Virginia

L’ex direttore dell’Fbi James Comey, nei confronti del quale è stato emesso un mandato di arresto per aver «minacciato di morte» Donald Trump, si è costituito alle forze dell’ordine in Virginia. Il funzionario, che è stato rapidamente rilasciato su cauzione, era stato nominato da Barack Obama a capo dell’Fbi e confermato dal tycoon durante il suo primo mandato. Le accuse si riferiscono a una foto da lui postata su Instagram in cui si vede
una serie di conchiglie a formare i numeri «86 47», accompagnata dalla scritta «una curiosa formazione di conchiglie durante la mia passeggiata in spiaggia». Un gesto che è stato interpretato come una minaccia contro il tycoon, dato che il numero 86 indica l’atto di eliminare o
sbarazzarsi definitivamente di qualcuno mentre il 47
farebbe riferimento al 47esimo presidente
degli Stati Uniti (Donald Trump, appunto). «Non finirà qui. Tuttavia, per quanto mi riguarda, nulla è
cambiato. Sono ancora innocente. Non ho ancora paura. E continuo a credere nell’indipendenza della magistratura federale», aveva detto l’ex capo del Bureau prima di costituirsi.

L’ex direttore dell’Fbi James Comey si è costituito in Virginia
Il post Instagram.

Dottrina sociale e intelligenza artificiale: a Sorrento il dialogo tra Chiesa ed economia

AGI - Cattolici a confronto in Campania sul rapporto tra lavoro, innovazione tecnologica e intelligenza artificiale, alla luce della dottrina sociale cristiana e delle nuove sfide globali. Giovedì 7 maggio alle 18, alla Terrazza delle Sirene di Sorrento, è in programma l’incontro “Il lavoro al tempo dell’AI: da Leone XIII a Leone XIV”, promosso da Ucid Sorrento‑Castellammare.

È attesa la partecipazione del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega al Sud, Luigi Sbarra, tra i protagonisti del dibattito insieme a rappresentanti del mondo ecclesiale, istituzionale ed economico.

Ad aprire i lavori saranno i saluti di Rosaria Amuro, presidente Ucid Sorrento‑Castellammare, e di Paolo Porrino, presidente nazionale Ucid. L’introduzione sarà affidata ad Antonino Apreda, presidente Ucid Napoli‑Ischia‑Pozzuoli.

Interverranno, tra gli altri, Benedetto Delle Site, presidente Giovani Ucid, Vincenzo Ruggiero, arbitro bancario e finanziario del Collegio della Banca d’Italia di Napoli, e lo stesso Luigi Sbarra. A moderare sarà Roberto Dante Cogliandro, dell’Associazione Italiana Notai Cattolici.

Nel corso della serata è prevista anche la consegna dei “Talenti” della Pontificia Fonderia Marinelli, coniati in occasione della Visita Apostolica di Papa Leone XIV a Pompei. I riconoscimenti saranno destinati a Papa Leone XIV, al cardinale Angelo Bagnasco, a monsignor Francesco Alfano, a Paolo Porrino, a Benedetto Delle Site, a Luigi Sbarra e ad Anna Rita Patriarca.

L’iniziativa punta a promuovere un confronto sul rapporto tra innovazione tecnologica, dignità del lavoro e sviluppo del Mezzogiorno, alla luce dei principi di persona, etica, lavoro e futuro.

Israele intercetta la Global Sumud Flotilla al largo di Creta: decine di navi sequestrate

La Global Sumud Flotilla, diretta verso la Striscia di Gaza per portare aiuti umanitari, è stata intercettata nella notte dalle motovedette israeliane a ovest di Creta in acque internazionali. La Marina di Tel Aviv afferma di aver sequestrato circa 50 imbarcazioni con a bordo 400 attivisti. Ma i dati sono discordanti: secondo quanto riferito a RaiNews24 dalla portavoce Maria Elena Delia (e poi dal Ministero degli Esteri israeliano), sarebbero state bloccate 22 imbarcazioni.

«Circa 175 attivisti, provenienti da oltre 20 navi della “flottiglia dei preservativi”, stanno ora raggiungendo pacificamente Israele». Lo ha scritto su X il ministero degli Esteri di Tel Aviv condividendo un video su X, in cui si vedono anche alcuni attivisti che «si divertono a bordo di navi israeliane». In un’altra clip vengono mostrati preservativi e «droghe» rinvenuti su un’imbarcazione.

Le imbarcazioni italiane erano partite domenica da Augusta

«Prima sono arrivate due navi militari che si sono presentate come navi della Marina israeliana e hanno chiesto agli attivisti di fermarsi e tornare indietro. Dopo aver chiesto a tutti di mettersi a prua e in ginocchio alcuni militari sono saliti a bordo con le armi d’assalto, come si vede anche da alcuni video, dopo di che da quelle barche non abbiamo avuto più comunicazioni», spiega Delia. Secondo Freedom Flotilla Italia, l’azione si configura come «un intervento armato in acque internazionali ai danni di un’imbarcazione civile», e pertanto è «un episodio di estrema gravità che rappresenta una violazione del diritto internazionale». Tra i natanti coinvolti diverse battono bandiera italiana: erano partite dal porto di Augusta, in Sicilia, ed erano al quarto giorno di navigazione. La Farnesina ha chiesto informazioni a Tel Aviv.

Gli attivisti: «Rapimento di civili nel Mediterraneo, è pirateria»

L’inviato israeliano presso le Nazioni unite, Danny Danon, ha scritto su X che «è stata intercettata un’altra flottiglia provocatoria». Così gli attivisti: «Escalation pericolosa e senza precedenti il rapimento di civili nel mezzo del Mediterraneo, a oltre 960 chilometri da Gaza, sotto gli occhi del mondo intero. Si tratta di pirateria. I governi devono agire ora per proteggere la Flotilla e ritenere Israele responsabile di queste flagranti violazioni del diritto».

Ferma condanna da parte della Turchia. Il ministero degli Esteri di Ankara, in un comunicato, ha scritto che l’azione della Marina di Tel Aviv «costituisce un atto di pirateria», aggiungendo che Israele col suo intervento «ha violato anche i principi umanitari e il diritto internazionale».

Trump valuta di ridurre la presenza di truppe Usa in Germania dopo lo scontro con Merz

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha minacciato di ridurre la presenza militare americana in Germania, nell’ambito della polemica con il cancelliere tedesco Friedrich Merz sulla guerra tra Usa e Iran. Nei giorni scorsi, quest’ultimo aveva affermato che Washington è stata «umiliata» dalla leadership iraniana, criticando la mancanza di strategia nel conflitto. «Gli Stati Uniti stanno studiando e rivedendo la possibile riduzione delle truppe in Germania, con una decisione che sarà presa prossimamente», ha scritto Trump in un post social. Gli Usa hanno diverse importanti strutture militari nel Paese, tra cui il quartier generale dello United States European Command e dello United States Africa Command, la base aerea di Ramstein e il Landstuhl Regional Medical Center.

Zaia dice no a Salvini: sfuma il ruolo da vice e si riapre la partita nella Lega

È finito con un ‘no’ il tempo di “Waity Luca“. Matteo Salvini si è deciso a chiedere a Luca Zaia di fare il suo vice. Quest’ultimo lo ha ringraziato ma ha preferito non accettare l’ingresso nella segreteria della Lega. Tempo un quarto d’ora – scenografia gli stand del Vinitaly – e si è chiuso un nodo che alimentava tensioni interne da tempo.

Zaia dice no a Salvini: sfuma il ruolo da vice e si riapre la partita nella Lega
Luca Zaia e Matteo Salvini (Imagoeconomica).

Il pressing dei territori e il temporeggiamento del capo

Il capo della Lega ha impiegato mesi a fare il passo, poco meno di William d’Inghilterra con Kate Middleton (soprannominata, appunto, “Waity Katie” in attesa del matrimonio). La spinta a sostegno dell’ingresso di Zaia nella segreteria era arrivata a fine novembre dai territori, in parallelo al boom di preferenze registrato alle Regionali venete, con la raccolta firme avviata in qualche provincia lombarda e piemontese. Poi c’era stata la richiesta esplicita da parte di big come gli ex colleghi governatori, Attilio Fontana e Massimiliano Fedriga. La svolta si sarebbe sposata bene con il progetto dell’ex presidente veneto di creare una formazione nordista all’interno della Lega, di cui lui sarebbe stato il leader naturale, sul modello tedesco della Csu che rappresenta la Cdu in Baviera. A maggior ragione dopo l’uscita di Roberto Vannacci dal partito. Fino al 3 febbraio l’ex generale aveva ricoperto il ruolo di vice segretario, dopo di che era aumentato il pressing per una ‘promozione’ di Zaia. Salvini ha sempre preso tempo. «Vedremo. Zaia è una risorsa, può fare tutto», liquidava i cronisti.

Zaia dice no a Salvini: sfuma il ruolo da vice e si riapre la partita nella Lega
Attilio Fontana e Massimiliano Fedriga (Imagoeconomica).

Il no di Zaia e i veri obiettivi dell’ex Doge

Ora la novità è la proposta, arrivata finalmente due settimane fa. «Vieni a fare il mio vice al posto di Alberto Stefani», gli avrebbe chiesto Salvini, tra un calice e l’altro. Ma l’idea non ha incontrato il favore di Zaia, che si è subito tirato indietro. «Prendere il posto del nuovo governatore veneto: no. Non mi sembra il caso Matteo», è stata l’obiezione, senza tentennamenti. La verità – sussurrano in via Bellerio – è che Zaia vorrebbe un ruolo di rilievo, al pari del vero dominus leghista, Claudio Durigon, incaricato della gestione del partito al Centro e al Sud. Anche se ormai al pari di Durigon non riesce a stare nessuno nella Lega, si riconosce. L’ex sindacalista di Latina, iniziato alla politica da Francesco Storace, ha sostanzialmente preso in mano la gestione del partito: decide nomine e incarichi, organizza eventi, è tra i principali consiglieri di Salvini, insieme al senatore Andrea Paganella. Zaia voleva fare il Durigon del Nord, non prendere il posto di Stefani, giovane veneto, che si è distinto per l’inoperosità come vice. Non è chiaro se il ‘niet’ del veneto avrà delle conseguenze. Qualcuno nella Lega racconta di un Salvini irritato dal diniego. Altri credono che comunque ci sarà la possibilità di rinsaldare il Nord con la candidatura alle Politiche del tridente Zaia-Fontana-Fedriga (anche se questi ultimi dovrebbero anticipare la fine del mandato).

Zaia dice no a Salvini: sfuma il ruolo da vice e si riapre la partita nella Lega
Claudio Duringon (Imagoeconomica).

Salvini è rimasto solo con Meloni a volere cambiare la legge elettorale

Tanto Salvini si dice convinto di vincere nel 2027: lo ha ripetuto anche ai parlamentari nella riunione a porte chiuse. Ed è proprio per questo – ha detto – che vuole tenere fede all’impegno di cambiare la legge elettorale, andando avanti con l’ampio premio di maggioranza previsto dallo Stabilicum (la proposta di legge presentata dalla maggioranza). Forza Italia è contraria, e lo sono in molti anche nel suo partito. Salvini è rimasto solo con Giorgia Meloni e FdI a voler mettere mano al sistema di voto.

Zaia dice no a Salvini: sfuma il ruolo da vice e si riapre la partita nella Lega
Matteo Salvini (Imagoeconomica).

Tutti i benefici di stare 10 minuti sdraiati

AGI - Un semplice programma di esercizi quotidiani di appena 10 minuti, svolto completamente da sdraiati, può migliorare in modo significativo equilibrio, flessibilità e agilità già dopo due settimane. E' quanto emerge da uno studio clinico pubblicato su PLOS One e condotto da ricercatori giapponesi. Il programma è stato progettato per coordinare stabilità del tronco e movimento degli arti inferiori, elementi fondamentali per il controllo posturale.

Lo studio

I partecipanti - giovani adulti sani - hanno eseguito ogni giorno una breve sequenza di esercizi in posizione supina (sdraiata), considerata biomeccanicamente più sicura e stabile. I risultati mostrano miglioramenti significativi nella flessibilità (misurata con la flessione del tronco da seduti), nell'agilità (test del "side-step") e nell'equilibrio statico, senza però aumenti rilevanti nella forza muscolare o nella potenza esplosiva . Secondo lo studio, i benefici osservati non derivano da un aumento della massa muscolare, ma da adattamenti del sistema nervoso che migliorano coordinazione e controllo motorio.

Il corpo diventa più forte

In altre parole, il corpo diventa più efficiente nei movimenti piuttosto che più "forte". Il protocollo include esercizi per:attivare i muscoli addominali, coordinare tronco e arti inferiori, migliorare il controllo dei movimenti delle gambe e dei piedi. Questi movimenti, eseguiti in posizione sdraiata, riducono il carico gravitazionale e l'attivazione dei muscoli "antigravitari", facilitando un apprendimento motorio più preciso e controllato.

Gli autori sottolineano che, nonostante la breve durata, il programma ha prodotto effetti misurabili su più aspetti della funzione fisica, suggerendo possibili applicazioni nella prevenzione delle cadute e nella riabilitazione precoce. Tuttavia, lo studio è stato condotto su giovani sani, quindi serviranno ulteriori ricerche per confermare i benefici in anziani o persone con problemi motori.

Crackuggi, un videogame contro l’abuso del crack nei vicoli

AGI - Si chiama "Crackuggi- the game" e il nome è tutto un programma. Si tratta di un giochino pensato per smartphone – e non solo – pensato per accendere i riflettori sul problema dello spaccio e del consumo dilagante di crack nei vicoli – ovvero i caruggi – di Genova.

Ad idearlo l'artista genovese Melkio – al secolo Luca Melchionda – che ha scelto la via ludica per sottolineare la necessità di intervenire su un problema sempre più grave per la città.

L'obiettivo del gioco

L'obiettivo è "salvare i vicoli", esplorandone il fitto labirinto nei panni di un fantomatico cavaliere. Trascinando con il dito il personaggio, bisogna portare a termine due missioni: accendere tutte le vetrine, spente a causa del degrado portato dalla droga, e guidare chi è in difficoltà, quindi i consumatori e dipendenti da crack, ai punti di assistenza, perché – spiega Melkio nel gioco – "da soli non riescono ad aiutarsi".

Il messaggio finale

Una volta salvate tutte le persone e riaccese tutte le vetrine, il gioco si conclude con un lungo messaggio: "Bravo, ha concluso uno dei primi passi per salvare i vicoli" e aggiunge "i problemi complessi non si risolvono facilmente", ma quando si prova a sollevare un'urgenza – sottolinea l'artista – "la risposta è la solita paralisi: ti dicono che c'è sempre un problema più grande a monte, da risolvere prima, ma è una trappola logica.

Un problema presente da affrontare

A forza di creare il problema precedente – osserva Melkionon si affronta mai quello presente". L'artista invita a compiere un passo alla volta, "solido, fatto bene".

Valore del centro storico

Ecco che "vetrine, botteghe e attività di un centro storico non ancora gentrificato, sono un valore turistico e umano che molti non riescono neppure a immaginare", ma per difenderle, evidenzia ancora l'ideatore del gioco Crackuggi, "serve un'azione corale, gestita con una visione imprenditoriale del turismo, non una semplice accoglienza passiva".

Il tema delle droghe pesanti

Il dramma del consumo di droghe pesanti come il crack, aggiunge ancora Melkio, non si risolve "spostando il problema qualche vicolo più in là con le ronde: si affronta con pratiche sociali, con la cura e con un presidio umano costante".

Un invito alla responsabilità collettiva

L'artista ovviamente sottolinea di non avere "la soluzione per tutto", ma solo "qualche consiglio dettato dall'urgenza e dall'amore per questa città". E magari veder apparire "game over" alla piaga che spegne vite e insegne nel centro storico patrimonio Unesco.

“Chiara colpita 12 volte in modo efferato da Sempio dopo aver rifiutato un approccio sessu…

AGI - Andrea Sempio avrebbe ucciso Chiara Poggi nella villetta di Garlasco "con l'aggravante di aver commesso il fatto per motivi abietti, riconducibili all'odio per la vittima a seguito del rifiuto del suo approccio sessuale". Lo scrivono i pm di Pavia nel nuovo capo di imputazione per l'amico di Marco Poggi, fratello della vittima, convocato per il 6 maggio in procura per rendere l'interrogatorio. E' la seconda volta che i pm, diretti da Fabio Napoleone, 'chiamano' Sempio. La prima volta, il 20 maggio 2025, il 38enne consigliato dai suoi avvocati aveva legittimamente deciso di non presentarsi. 

Chi indaga ritiene che Sempio abbia agito da solo e non più in concorso con ignoti o con Alberto Stasi. Anche questa novità è contenuta nell’invito a comparire redatto dai magistrati della procura di Pavia per l’amico del fratello della 26enne uccisa a Garlasco il 13 agosto 2007.

La modifica del capo di imputazione verosimilmente è legato anche alla trasmissione alla procura generale di Milano di un’informativa utile a presentare un’eventuale istanza di revisione per l’allora fidanzato di Chiara, unico condannato in via definitiva a 16 anni di reclusione per il delitto. 

Contestate due aggravanti

A Sempio è stata contestata, oltre a quella dei motivi abietti e futili, anche l'aggravante della crudeltà. Insieme, qualora venissero riconosciute in un eventuale processo, possono portare a una condanna all'ergastolo.

"Chiara colpita 12 volte in modo efferato"

"Dopo una iniziale colluttazione" Andrea Sempio "colpiva reiteratamente" Chiara Poggi "con un corpo contundente dapprima in regione frontale sinistra e in regione zigomatica destra, facendola cadere a terra. A seguito di ciò, la trascinava al fine di condurla verso la porta di accesso alla cantina" della villetta di via Pascoli "e, dopo che" la ventiseienne "provava a reagire mettendosi carponi, la colpiva nuovamente con almeno 3-4 colpi in regione parieto-temporale sinistra, in regione parietale posteriore, lungo la linea mediana ed in regione parietale sinistra paramediana, facendole perdere i sensi. A seguito di ciò, spingeva il corpo della vittima facendolo scivolare lungo le scale che conducono in cantina ove, nonostante la stessa fosse già incosciente, la colpiva con almeno 4-5 colpi in regione parieto-occipitale sinistra cagionando alla stessa gravi lesioni cranio encefaliche dalle quali derivava il decesso". E' la nuova ricostruzione dell'omicidio contenuta nel capo di imputazione della procura di Pavia, titolare delle indagini della squadra Omicidi del nucleo investigativo dei carabinieri di Milano, a carico di Andrea Sempio. Per la presunta efferatezza nell'aggressione al 38enne viene contestata anche l'aggravante di aver agito con crudeltà tenuto conto dell'"entità delle ferite inferte alla vittima, di cui almeno 12 lesioni sul cranio e sul volto".

 

La difesa: "Sempio non si capacita"

Andrea Sempio "non riesce a capacitarsi di questo movente sessuale. Lui mi dice, ma se io non avevo rapporti con questa ragazza, rapporti nel senso di sociali, specifico dato il movente, non si capisce da dove deducano un movente sessuale, visto che lui non la frequentava, non la vedeva spesso, anzi, quando lui andava in casa, Chiara Poggi, era a lavorare". Lo ha detto la sua avvocata Angela Taccia che assiste insieme al collega Liborio Cataliotti difende il 38enne indagato dalla procura di Pavia con l'accusa di omicidio volontario aggravato di Chiara Poggi.
"Dobbiamo aspettare perchè finchè non abbiamo gli atti non possiamo capire la ratio di questa nuova imputazione, comunque elastica, comunque provvisoria" ha aggiunto. Sulla nuova ricostruzione della dinamica dell'aggressione che avrebbe subito la 26enne la legale precisa solo un aspetto: "L'unica cosa che apprendiamo è che a quanto pare l'assassino è uno, ma è d'altronde tutto il team difensivo della difesa che ha sempre sostenuto che l'assassino è uno". 

Emirati via dall’Opec: cosa significa e a chi conviene davvero

In 40 giorni gli Emirati Arabi Uniti hanno chiesto liquidità di salvataggio alle proprie banche, una linea di emergenza in dollari al Tesoro americano agitando la minaccia dello yuan, e ora abbandonano l’OPEC dopo sei decenni. Tre atti dello stesso copione: una potenza che non sa più dove sbattere la testa, mentre il fratello del presidente fa shopping a Londra e la propaganda di Abu Dhabi confeziona il tutto come «riallineamento strategico».

La ritirata degli Emirati in tre atti

C’è un modo elegante di raccontare la decisione annunciata via WAM, l’agenzia di Stato emiratina: «Evoluzione policy-driven allineata ai fondamentali di mercato di lungo periodo». Parole del ministro dell’Energia Suhail Al Mazrouei. È la grammatica con cui le petromonarchie del Golfo confezionano qualunque cosa, comprese le ritirate. E poi c’è il modo onesto: gli UAE escono dall’OPEC e dall’OPEC+ a partire dal primo maggio perché la guerra in Iran li ha devastati, perché i sauditi non li hanno protetti, perché Donald Trump li ha trascinati nel conflitto e ora li usa come ariete contro Riad, e perché Mohammed bin Zayed ha bisogno di optionality — qualunque optionality — su una scacchiera dove ha perso quasi tutte le caselle. 

Emirati via dall’Opec: cosa significa e a chi conviene davvero
Il presidente degli Emirati, Mohamed bin Zayed Al Nahyan (Ansa).

Primo atto: il pacchetto di emergenza della Banca centrale

Il primo atto è andato in scena il 18 marzo, quando la Banca centrale (CBUAE) ha convocato una riunione straordinaria approvando un pacchetto d’emergenza: accesso al 30 per cento delle riserve obbligatorie, rilascio simultaneo del Countercyclical e del Capital Conservation Buffer, allentamento dei ratio di liquidità, flessibilità sui crediti deteriorati. La CBUAE ha esibito come scudo riserve valutarie sopra il trilione di dirham e un cover ratio della monetary base al 119 per cento. Ma rilasciare contemporaneamente entrambi i buffer di capitale non è una misura precauzionale: è ciò che si fa quando il sistema mostra crepe. Era il giorno dopo gli attacchi a Fujairah e a 23 miglia nautiche dal porto, due giorni dopo il drone sullo Shah gas field di Abu Dhabi. 

Emirati via dall’Opec: cosa significa e a chi conviene davvero
Il porto di Fujairah (Ansa).

Secondo atto: l’aiuto degli Usa e l’attivazione dell’Exchange Stabilization Fund

Il secondo atto è andato in onda il 20 aprile, sul Wall Street Journal. Il governatore Khaled Mohamed Balama, durante gli Spring Meetings del FMI a Washington, ha avvicinato il segretario al Tesoro Scott Bessent e funzionari della Federal Reserve per chiedere l’apertura di una swap line valutaria in dollari, il meccanismo con cui due banche centrali si scambiano valuta e si impegnano a riconvertire alla scadenza. Richiesta «preliminare e precauzionale», dicono i diplomatici emiratini quando la situazione è già fuori controllo.

Emirati via dall’Opec: cosa significa e a chi conviene davvero
H.E. Khaled Mohamed Balama, governatore della Banca centrale degli Emirati (dal profilo Instagram).

Ma il dettaglio politicamente esplosivo è un altro: le fonti del WSJ riferiscono che Abu Dhabi ha argomentato che è stato Trump a coinvolgerli nel conflitto attaccando l’Iran, e che qualora i dollari dovessero scarseggiare, gli Emirati potrebbero essere costretti a usare lo yuan cinese per le transazioni petrolifere. Una minaccia esplicita, formulata da un Paese il cui dirham è ancorato al dollaro a 3,6725 dal 1997. L’equivalente finanziario di un tentativo di suicidio, recapitato come messaggio diplomatico a Washington. Il 22 aprile Trump ha risposto in diretta su CNBC Squawk Box: «Se avessero un problema, ci sarei per loro». Lo stesso giorno Bessent al Senato ha confermato che «molti» alleati del Golfo hanno chiesto swap lines e che lo strumento «benefit both the UAE and the US». Il 24 aprile, su X, Bessent ha alzato il tiro parlando esplicitamente di «creare nuovi centri di funding del dollaro nel Golfo e in Asia». La traduzione: il Tesoro Usa si prepara a salvare gli UAE attraverso l’Exchange Stabilization Fund — non la Fed — la stessa scatola con cui Bessent ha dato i 20 miliardi all’Argentina di Milei a ottobre 2025. Veicolo che bypassa Federal Reserve e Congresso, e che lega gli UAE a un guinzaglio di sei mesi rinnovabili, richiamabili dal Tesoro in qualsiasi momento. 

Terzo atto: Abu Dhabi via dall’OPEC e dall’OPEC+

Il 28 aprile scatta il terzo atto: l’uscita dall’OPEC e dall’OPEC+. Gli Emirati erano membri fondatori dal 1967, quattro anni prima dell’esistenza stessa della federazione. Sheikh Zayed bin Sultan Al Nahyan, padre di MBZ e architetto del Paese, portò Abu Dhabi nel cartello come strumento di sovranità araba sul petrolio. Sessant’anni dopo, suo figlio baratta quella membership per una swap line americana. Già si parla di «petrodollaro che muore». Tecnicamente però l’OPEC non impone in alcuno statuto la fatturazione del greggio in dollari. Il petrodollaro è un accordo bilaterale Stati Uniti-Arabia Saudita del 1974, non una clausola del cartello. L’Iran è dentro l’OPEC e accetta yuan, rubli, euro da anni. Quindi uscire dall’OPEC non “libera” gli UAE dal dollaro. Ciò che invece libera è la disciplina monetaria saudita, la coordinazione che all’interno dell’OPEC vincolava ogni mossa di diversificazione valutaria a Riad. Fuori dall’OPEC, gli Emirati possono stringere bilaterali in yuan con Pechino, tenere il dollaro con Washington, costruire optionality di fatturazione senza dover allineare con i sauditi. Si tratta dell’erosione della disciplina interna del petrodollaro, non di rottura legale.

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Il logo dell’OPEC (Ansa).

A chi conviene l’uscita degli UAE?

A chi conviene tutto questo? A Trump, prima di tutto. Da mesi accusa l’OPEC di «ripping off» l’America con prezzi gonfiati. L’uscita degli UAE è il primo trofeo concreto della sua pressione, e arriva mentre il Brent torna sopra i 112 dollari per la chiusura di fatto di Hormuz e la benzina americana pesa sulle midterm di novembre. A Pechino, che ottiene un piede nel Golfo senza dover convincere nessuno: gli emiratini glielo offrono spontaneamente, anche se — come vedremo — è un finto regalo. E paradossalmente anche a Riad, che si libera di un alleato sempre più scomodo, sempre più filo-americano e sempre più tossico. A chi non conviene è agli Emirati stessi. Perché restano materialmente devastati. La promessa di «pompare a 5 milioni di barili al giorno» con cui Abu Dhabi giustifica l’uscita è solo propaganda: le fonti indipendenti — EIA, Energy Intelligence, Rystad — stimano la capacità reale dell’Abu Dhabi National Oil Company (ADNOC) tra i 4,3 e i 4,5 milioni di barili, contro una produzione pre-guerra di 3,4. La spare capacity effettivamente attivabile è di 600-800 mila barili giornalieri, non i 1,5-2 milioni necessari per fare crollare i prezzi che Trump promette ai propri elettori. Senza contare che Habshan, Fujairah Oil Industry Zone, Ruwais, Khor Fakkan, Borouge e l’oleodotto ADCOP sono tutti stati colpiti. Le infrastrutture di processamento ed export sono in convalescenza, non a piena capacità.

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Il campo petrolifero di HabshanFujairah (Ansa).

La lancia Usa nel Golfo si è spuntata in 40 giorni

Gli Emirati restano con un PIL 2026 stimato dal FMI al 3,1 per cento — rivisto da 5,0 per cento di gennaio — che è ottimismo da brochure. Restano con i capitali in fuga, una swap line da 20-30 miliardi di dollari (la dimensione Argentina) che copre meno di un mese di burn rate sotto stress, e una Banca centrale che nasconde la fuga sotto pacchetti chiamati «di resilienza». La maschera è caduta: dopo essersi venduti al mondo per 20 anni come hub neutro, oggi sono il Paese che chiede liquidità in dollari a Washington minacciando di usare lo yuan, ed esce dall’OPEC nel mezzo di una crisi energetica storica, senza nemmeno consultare Riad. Mentre tutto questo accade, Tahnoon bin Zayed continua a fare shopping a Londra: 1,4 miliardi di sterline tramite IHC per un portafoglio di ristoranti di lusso. È l’immagine perfetta di una élite che non ha capito — o ha capito troppo bene — che il gioco è finito. La punta di lancia americana e israeliana nel Golfo si è spuntata in 40 giorni. E il beduino che voleva fare il padrone di casa del mondo arabo si ritrova a chiedere l’elemosina — prima alle proprie banche, poi al Tesoro americano, ora all’OPEC. Tre porte, tre richieste, tre atti. Il quarto atto sarà il prezzo da pagare. E quello arriverà dai sauditi.

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Tahnoon bin Zayed Al Nahyan, Abdullah bin Zayed Al Nahyan e Yousef Al Otaiba durante un incontro con Marco Rubio (Ansa).