Salvini è debole, Tajani pure. Ma nella Lega e in Forza Italia comandano ancora loro

«Estemporanea». Dopo i giorni del silenzio e della riflessione i dirigenti leghisti usano questo aggettivo per descrivere la raccolta firme avviata a Brescia a favore della nomina di Luca Zaia a referente del Nord per il partito. I pochi che ne parlano usano la stessa parola per ‘sgonfiare’ l’iniziativa nata dal basso. In un mondo, quello politico, dove il significante è significato, l’uso del medesimo termine porta a una inevitabile conclusione: è arrivato lo stop dall’alto e queste sono le parole da usare. E infatti pare che Matteo Salvini sotto sotto sia molto irritato per l’iniziativa non concordata.

Salvini è debole, Tajani pure. Ma  nella Lega e in Forza Italia comandano ancora loro
Matteo Salvini (Imagoeconomica).

Lo stop dall’alto all’iniziativa pro-Zaia

I telefoni e le chat leghiste ribollono, mentre i direttivi provinciali di Brescia e Bergamo rinunciano ad approvare e intestarsi la richiesta di ampliare la raccolta firme. «L’aria che sento non è di grande coinvolgimento», sostiene un alto dirigente lombardo parlando con L43. «Non so quante firme siano state raccolte ma non mi sembra ci sia stato un tam tam, né vedo moduli girare», aggiunge. La verità è che il capo non vuole. Salvini si è già pubblicamente dichiarato contrario alla trasformazione della Lega proposta da Zaia in un modello simile alla Csu-Cdu tedesca, dove un partito regionale rappresenta i cristianodemocratici in un Land traino come la Baviera. Punkt, direbbero in Germania. O meglio, Kaputt. E la raccolta firme, che, a macchia d’olio, era arrivata fino in Piemonte sembra morta lì. A Martinengo, nella Bergamasca, il punto di raccolta annunciato in pompa magna per il 7 dicembre è stato trasformato in “gazebo natalizio”. Al massimo si raccoglieranno le firme per la Carta della Lombardia, il documento lanciato dal segretario regionale Massimiliano Romeo a Pontida.

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Massimiliano Romeo (Imagoeconomica).

La Lega resta ancorata al modello leninista

Dei moduli per Zaia non se ne parla più. Lo stesso Doge, con i suoi modi iper-democristiani, ha tenuto a precisare di non essere la mente dietro l’iniziativa che comunque, a suo avviso, non è contro il segretario. L’unico a essersi esposto un po’ è, come spesso è accaduto negli ultimi mesi, Attilio Fontana. «È un’ipotesi che ha un grande significato, perché come è stato nominato un referente per il Sud, credo che altrettanto, e forse a maggior ragione, debba esserne nominato uno per il Nord», ha aperto il governatore lombardo. Il referente dovrebbe difendere «le istanze che noi stiamo portando avanti da sempre, i valori che da sempre la Lega persegue, quelli del territorio, dell’identità, della difesa e dell’evidenziazione dei problemi del Nord», ovvero «quei valori per cui la Lega è nata». Ma questo è il massimo che si ottiene in un partito i cui dirigenti non sembrano riuscire a liberarsi dalla forma mentis ‘leninista’ di fedeltà al capo e alle gerarchie che regna dalla Lega Nord di Umberto Bossi.

Salvini è debole, Tajani pure. Ma  nella Lega e in Forza Italia comandano ancora loro
Attilio Fontana e Luca Zaia (Ansa).

Il debole Salvini continua a vincere

E dire che i quattro governatori nordisti si erano trovati anche per l’ultima foto di gruppo con Zaia presidente. A pochi giorni dal voto Veneto un pranzo al grattacielo di Mestre era stato raccontato come il ‘patto del sushi’ tra Zaia, Fontana, Massimiliano Fedriga e Maurizio Fugatti. Ma niente da fare, ancora una volta i colonnelli leghisti gettano il sasso e tirano indietro la mano. E vince Salvini, pur nella sua debolezza per il progetto del Ponte sullo Stretto, la gestione del trasporto ferroviario sempre peggiore e la nuova villa alla Camilluccia (acquistata a un prezzo al metro quadro più in linea con quelli di Acilia) che sancisce la definitiva ‘romanizzazione’ dell’ex lumbard. In fondo, Salvini fa Salvini. E stravince in Veneto piazzando il suo fedelissimo grazie ai voti di Zaia. Fa bene in Calabria (9,4 per cento), tiene in Puglia (8 per cento) e in Campania (5,6 per cento). Insomma, mai così debole è stato nei consensi e nella gestione del partito, mai così forte appare nella tenuta.

Salvini è debole, Tajani pure. Ma  nella Lega e in Forza Italia comandano ancora loro
Attilio Fontana, Luca Zaia, Maurizio Fugatti e Massimiliano Fedriga (Imagoeconomica).

Anche Tajani barcolla ma (per ora) non molla

Se il ‘salvinismo’ in crisi sopravvive con destrezza, si può affermare lo stesso anche del ‘tajanesimo’. Nell’altra ala di palazzo Chigi, il vicepremier forzista Antonio Tajani guarda con serenità al futuro suo e del partito fondato da Silvio Berlusconi. Innervosito dalla frequenza dei retroscena di stampa sulle critiche dei figli del Cavaliere, come il leghista, anche il leader di FI continua a muoversi abilmente e ciò gli garantisce una buona stabilità (malgrado i saltelli sul palco con la «panza» stile «baccalà», per parafrasare Vincenzo De Luca). Dopo l’incontro tra Marina Berlusconi e Roberto Occhiuto, da San Lorenzo in Lucina si è subito fatto in modo che anche un altro vicesegretario governatore, il piemontese Alberto Cirio, chiedesse un colloquio con la presidente di Mondadori. Marina non si nega e lo ha ricevuto. E questo appare un segno di nervosismo da parte della segreteria che, a poche settimane dal successo calabro, teme l’attivismo di Occhiuto, pronto a lanciare la sua corrente In libertà (il 17 dicembre a Palazzo Grazioli).

Salvini è debole, Tajani pure. Ma  nella Lega e in Forza Italia comandano ancora loro
Roberto Occhiuto (Imagoeconomica).

Ma, malgrado le critiche su romanizzazione del partito, età media (avanzata) dei dirigenti e posizioni sui diritti, i Berlusconi (Marina e Pier Silvio) appaiono interessati a tutelarsi e a condizionare la politica, più che a farla. Ecco, più attenti a fermare l’ulteriore aumento dell’Irap a banche e assicurazioni che a scendere in campo in prima persona, anche con interventi diretti nel partito. E finché Tajani garantirà i loro interessi, i margini di un cambiamento di leadership sono stretti. Sarà contenta Giorgia Meloni, che si può concedere il ‘lusso’ politico di girare il mondo e apparire in faccende più alte affaccendata, mentre i suoi due vice non sono forse mai apparsi forse così deboli in reputation e apprezzamento interno ai rispettivi partiti ma allo stesso tempo così saldi e duraturi al comando, proiettando questa stabilità sul governo.

Salvini è debole, Tajani pure. Ma  nella Lega e in Forza Italia comandano ancora loro
Giorgia Meloni (Imagoeconomica).