Iran, la guerra per cambiare il regime rischia di produrre qualcosa di peggio

Il giorno dopo l’inizio dei raid sul suolo iraniano, come rivelato dal New York Times, emissari del ministero dell’Intelligence di Teheran avevano cercato un contatto indiretto con la CIA, passando attraverso i servizi di un Paese terzo. Un segnale di disponibilità a discutere una via d’uscita dal conflitto. Apertura poi ritrattata il 5 marzo. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha infatti chiarito a NBC News che l’Iran non ha chiesto un cessate il fuoco: «Non vediamo alcun motivo per cui dovremmo impegnarci di nuovo con coloro che lo hanno fatto, che non sono onesti nei negoziati, e non lo fanno e non entrano nei negoziati in buona fede». La posizione americana era già stata chiarita su Truth Social. Donald Trump aveva scritto che ormai era «troppo tardi» per trattare. E ha aggiunto una frase che dice più di qualsiasi briefing dell’intelligence: «La maggior parte delle persone che avevamo in mente sono morte». Non è retorica. È una descrizione letterale.

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Il post di Donald Trump su Truth Social.

La CIA stessa ha fornito a Israele l’intelligence ad alta fedeltà sulla posizione della Guida Suprema Ali Khamenei, ucciso in un raid insieme ad altri vertici del regime. Tel Aviv ha esortato Washington a proseguire con una campagna progettata per indebolire drasticamente le capacità militari dell’Iran. Tutto chiaro. Ma se elimini gli interlocutori, con chi negozi?

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Ali Khamenei (Ansa).

Il rischio dell’annientamento dei vertici

Le guerre di decapitazione – che comportano cioè l’azzeramento dei vertici di un regime – hanno sempre lo stesso problema. Più distruggi la catena di comando (ora tra i possibili successori dell’Ayatollah c’è il figlio 56enne Mojtaba Khamenei) più il potere si ridistribuisce verso il basso, verso chi ha le armi, non verso chi ha l’autorità politica per firmare e far rispettare un accordo. «Vogliamo ripulire tutto», ha ribadito Trump in un’intervista all’Nbc. Aggiungendo di avere in mente nomi per un «buon leader». «Non vogliamo qualcuno che porti avanti la ricostruzione per 10 anni. Abbiamo persone che penso farebbero un buon lavoro». Il tycoon ha quindi paragonato lo scenario iraniano al Venezuela, suggerendo un modello in cui la pressione militare produce un esito politico controllabile. Tanto che ha bocciato l’ipotesi della nomina di Khamenei jr: «Stanno sprecando il loro tempo. Il figlio di Khamenei è un peso piuma. Devo essere coinvolto nella nomina, come nel caso di Delcy (Rodriguez, ndr) in Venezuela», ha dichiarato ad Axios. Ignorando che in Iran non c’è un solo uomo da sostituire, ma un intero apparato. La Repubblica islamica ha infatti catene di comando parallele, istituzioni ideologiche radicate e un apparato di sicurezza progettato per sopravvivere all’azzeramento della leadership ridistribuendo l’autorità verso il basso.

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Mojtaba Khamenei, figlio della Guida suprema uccisa il 28 febbraio (Ansa).

I Pasdaran, lo Stato dentro lo Stato

Si può immaginare il potere iraniano come un sistema a doppia elica. Da un lato c’è la struttura politica formale: presidente, parlamento, leadership religiosa. È la facciata istituzionale, quella con cui l’Occidente ha sempre cercato di negoziare. Dall’altro c’è un apparato parallelo che è il vero scheletro del Paese: i Guardiani della Rivoluzione, i Pasdaran. Non sono soltanto un corpo militare. Sono contemporaneamente esercito, servizio segreto, conglomerato industriale e sistema finanziario. Lo dimostra il fatto che stiano spingendo per la successione forzata del figlio di Khamenei. Le stime occidentali gli attribuiscono il controllo di una quota dell’economia iraniana che va da un terzo a quasi due terzi del Pil. Telecomunicazioni, energia, costruzioni, import-export, cantieristica, finanza. Il loro budget militare, stimato tra 6 e 9 miliardi di dollari, rappresenta circa il 40 per cento della spesa militare ufficiale del Paese. Ecco il punto che cambia tutto. L’Iran di oggi non è quello del 1979. La maggioranza dei giovani iraniani è secolarizzata, distante dall’ideologia religiosa della rivoluzione, connessa al mondo. Chiedono solo la normalità. Ma il sistema costruito dai Pasdaran non si regge sull’ideologia. Si regge sull’organizzazione. Controlla reti di sicurezza, catene logistiche, posti di lavoro, infrastrutture. È un sistema clientelare armato. Cosa succede quando una guerra distrugge la leadership politica — i mullah, i diplomatici, gli interlocutori — ma lascia intatto quest’apparato? Succede che il baricentro del potere si sposta. Non verso una transizione democratica. I giovani iraniani la vorrebbero, ma non hanno gli strumenti per imporla. Il potere si sposta verso chi controlla reti, infrastrutture e uomini armati. Verso i Pasdaran, appunto. L’esito più probabile, se la traiettoria attuale continua, non è un Iran libero. È un Iran più militarizzato, più nazionalista e più imprevedibile. Un regime dove la componente ideologica religiosa cede il passo a un nazionalismo militare che potrebbe rivelarsi ancora più difficile da contenere.

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Maxi manifesti contro Stati Uniti e Israele a Teheran (Ansa).

La vulnerabilità delle monarchie del Golfo e la strategia di Teheran

Dall’altro lato dello Stretto c’è un’altra fragilità che la narrazione ufficiale nasconde con cura. Le monarchie del Golfo possiedono arsenali tecnologicamente avanzatissimi. L’immagine pubblica è quella di potenze invulnerabili. La realtà operativa è diversa. Per ogni dollaro speso dall’Iran in droni, gli Emirati ne hanno spesi tra 20 e 28 per abbatterli. In un solo fine settimana, i costi di intercettazione hanno superato i due miliardi di dollari.

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Immagini satellitari di un attacco in Bahrain (Ansa).

La guerra nello Yemen lo aveva già dimostrato: superiorità tecnologica schiacciante, risultati sul campo modesti. Oggi quella lezione si ripresenta su scala più ampia, con un avversario più sofisticato. La strategia iraniana sfrutta esattamente questa vulnerabilità. Teheran non deve vincere una guerra convenzionale. Deve rendere il conflitto economicamente insostenibile per gli alleati regionali di Washington. Gli Houthi dallo Yemen hanno ripreso le minacce nel Mar Rosso, aprendo un secondo fronte. Non è conquista. È coercizione multilivello: se il prezzo della solidarietà con Washington diventa troppo alto, saranno le monarchie stesse a chiedere che l’escalation si fermi.

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Elicotteri a Doha, Qatar (Ansa).

Le tre variabili da tenere d’occhio

Lo scenario che si sta consolidando non è una guerra lampo né un cessate il fuoco imminente. È qualcosa di più insidioso: un conflitto a bassa intensità e lunga durata, senza un obiettivo politico finale definito. Le variabili da monitorare sono tre. Il canale negoziale Iran-Usa. L’apertura iraniana verso la CIA è stata ritrattata, ma Trump l’ha respinta e Israele preme per continuare. Finché la campagna di decapitazione elimina gli interlocutori potenziali, la finestra diplomatica resta chiusa. E con essa qualsiasi prospettiva di de-escalation controllata. La tenuta delle monarchie del Golfo. I costi di difesa sono nell’ordine dei miliardi a settimana. La strategia iraniana punta a trasformare la solidarietà con Washington da scelta strategica a peso insostenibile. Il giorno in cui Riad o Abu Dhabi decideranno che il prezzo è troppo alto, l’intera architettura della coalizione cambierà. Il futuro del potere in Iran. Se la leadership politica continua a essere eliminata e i Pasdaran consolidano il controllo, l’Occidente si troverà di fronte un interlocutore più opaco, più militarizzato e meno interessato a negoziare. Un Iran dei generali, non dei diplomatici. Le guerre senza strategia non producono ordine. Producono il vuoto. E il vuoto, in Medio Oriente, non resta mai vuoto a lungo.

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