E al terzo giorno la pazienza finì. Dopo tre giorni di paginate del Fatto quotidiano che hanno messo in dubbio la ritrovata onestà e la ritrovata purezza adamantina di Nicole Minetti, Sergio Mattarella ha chiesto al ministero della Giustizia di verificare chi avesse ragione: il quotidiano di Marco Travaglio che dipinge come recidiva l’ex igienista dentale cara al Cavaliere o la Procura di Milano per la quale l’ex consigliera regionale di Forza Italia è redenta. Di mezzo c’è la grazia concessa dal capo dello Stato a Minetti, su richiesta di Procura di Milano e del ministero della Giustizia. E soprattutto c’è un tourbillon di proteste social che hanno accolto la notizia (tenuta riservata dal Quirinale perché di mezzo c’è un minore, figlio adottivo della Minetti e del suo compagno, l’imprenditore Giuseppe Cipriani) della clemenza che cancella i tre anni e 11 mesi di pena per una delle protagoniste delle cosiddette cene eleganti. Una benevolenza che molti non avevano mandato giù, soprattutto a sinistra.

L’inedita richiesta di verifica del Colle al Guardasigilli
Fino alla shitstorm, il Presidente aveva tenuto duro: il minore adottato da Minetti è malato e davanti alla vicenda umana il muro del Colle era rimasto in piedi. Poi l’inchiesta del Fatto. Troppi i dubbi sulla condotta di Minetti, a maggior ragione visto che c’è in ballo il futuro di un bambino di nove anni. E allora ecco l’inedita richiesta di verifica al ministro Nordio, che a sua volta ha chiesto ulteriori verifiche alla Procura di Milano (che ha istruito la pratica) e via via giù per li rami all’ambasciata italiana in Uruguay, dove Minetti avrebbe interessi e dove avrebbe adottato il figlio.

Il Quirinale non ha un team investigativo e deve fidarsi delle carte
A molti è venuto in mente il film La grazia di Paolo Sorrentino, che racconta proprio della genesi di un atto di clemenza di un Presidente della Repubblica preso dalla fantasia. In quel caso il Presidente fa visita al condannato che chiede la grazia. In realtà l’iter non prevede nulla di tutto ciò: la grazia viene chiesta da un avvocato, su istanza del condannato o dei suoi familiari, il caso viene verificato in modo approfondito dalla Procura che gira il fascicolo al ministero e da qui il caso viene sottoposto al Quirinale. Che non ha un suo team investigativo e deve quindi fidarsi delle carte che gli vengono inviate. Ora però al Colle i sospetti si sono concretizzati in una richiesta di nuove verifiche.

Il precedente della grazia revocata a Mesina
Se avesse ragione il Fatto, la grazia potrebbe venir revocata, il precedente c’è e riguarda il brigante sardo Graziano Mesina, graziato da Carlo Azeglio Ciampi e poi tornato a delinquere. Ma la consolazione che un precedente c’è già non basterà a Mattarella a farsi passare i pensieri di questi giorni. Perché l’iter della grazia si basa sulla fiducia in quello che scrivono Procura e ministero. Una fiducia che potrebbe essere stata mal riposta e che da sinistra considerano sia stata eccessiva.
