Ci risiamo, è tornata la febbre della legge elettorale, cioè del tentativo spesso riuscito di cambiare le regole in corsa nella speranza di vincere e restare a Palazzo Chigi.
Tante modifiche, ma l’obiettivo della stabilità ancora non è stato raggiunto
Dopo 47 anni con lo stesso sistema (proporzionale puro, la cosiddetta legge truffa visse un anno e non fu mai usata) che ha garantito altrettanti anni di governo alla Dc, se passasse la riforma Meloni con il curioso nome di Stabilicum, dalla nascita della Seconda Repubblica a oggi sarebbe la quinta volta in 30 anni che si procede a una modifica, senza aver sempre centrato l’obiettivo sbandierato ogni volta: dare stabilità al Paese. Stabilità che, quando si è avuta – come negli ultimi tre anni e mezzo – è stata piuttosto frutto di una buona campagna elettorale e di scelte politiche ben precise, che siano poi più o meno condivise lo decideranno gli elettori al prossimo giro. Ma l’arte di cavillare sulla legge elettorale, nella speranza di moltiplicare i voti come fossero pani e pesci, finora ha piuttosto portato (insieme a una offerta politica con sempre maggiori lacune strutturali) a un calo dell’affluenza che dovrebbe, quella sì, preoccupare la politica tutta.

Di riforma in riforma siamo arrivati al Rosatellum
Mattarellum, la tentata svolta dopo Tangentopoli
La prima riforma, a ridosso di Tangentopoli, voleva portare appunto stabilità dopo decenni di governi brevi (sempre con la Dc al centro però) e far sparire le preferenze che erano degenerate nel clientelismo. Era il 1993 e sulla scia della nuova e tuttora usata legge per eleggere i sindaci, nacque il Mattarellum. Un mix di poco proporzionale e molto maggioritario che introduceva bipolarismo e collegi uninominali: portò prima al governo Berlusconi, poi a quello Prodi e nel 2001 di nuovo al Berlusconi 2.

Il Porcellum e la Consulta “legislatrice”
La nuova legge fu innanzitutto tradita da chi cambiava casacca e schieramento, poi venne abolita e rimpiazzata con quello che il suo ideatore, Roberto Calderoli, battezzò Porcellum. Era un ritorno al proporzionale ma con il premio di maggioranza e le liste dei candidati bloccate dai capi partito. La Corte costituzionale ne bocciò una parte, dando vita al mai usato Consultellum, introducendo così un precedente che è stato determinante negli anni a seguire e, di fatto, anche oggi: per la prima volta i giudici della Consulta intervennero su una legge elettorale, materia che finora era stata considerata intoccabile per garantire l’autonomia delle due Camere e, nel cassare una parte di regole, divennero di fatto essi stessi legislatori. Il Porcellum fu usato per tre legislature, dal 2005 al 2015 e il risultato furono una legislatura di due anni (governo Prodi 2), una di cinque con cambio di maggioranza e governo a metà strada (prima Berlusconi poi Monti) e una in cui il primo arrivato, Pierluigi Bersani, ammise di aver «non vinto», lasciando campo libero a tre cambi di governo e tre diverse maggioranze.

L’Italicum renziano rottamato senza essere mai usato
Matteo Renzi nel 2015 si inventò allora l’Italicum, dialogando con Silvio Berlusconi che però alla fine si sfilò dall’accordo. L’Italicum era un proporzionale con premio di maggioranza e sbarramento. Fu approvato con la fiducia, cosa mai successa, ma venne cassato dalla Corte costituzionale e quindi rottamata senza essere mai usata. Due anni dopo, a sanare le criticità indicate dalla Corte, fu approvato il Rosatellum, anch’esso un mix di proporzionale e maggioritario con cui si è votato nel 2018 (tre governi e tre maggioranze) e nel 2022 (un governo, una maggioranza).

Le polemiche sullo Stabilicum e il rischio di perdere un’altra occasione
La materia, come molti dicono, è assai noiosa, le regole sono difficili da capire e a volte nemmeno chi le scrive sa davvero cosa succederà al momento del voto. Ma sono importanti e di solito funzionano meglio quando sono condivise. Di certo, dopo l’abolizione del Mattarellum, l’aver lasciato ai partiti la decisione monocratica sui candidati non ha aiutato né la selezione della classe dirigente portata dai collegi uninominali, né l’attaccamento al territorio tradizionalmente legato alle preferenze. E, soprattutto, la storia delle leggi conferma che l’unica vera garanzia per vincere le elezioni e restare al governo è fare politica, auspicabilmente buona politica, scegliendo i temi giusti in campagna elettorale, dando vita a un’alleanza che duri cinque anni e indicando un programma che piaccia agli elettori, agli alleati e non sia sconfessato dall’azione di governo. In questi giorni sta ripartendo il cantiere della riforma elettorale, la polemica è già al calor bianco, in attesa che i partiti decidano come affrontare questo anno elettorale, la speranza è che non sia l’ennesima occasione sprecata.
