José Maria Balcázar, chi è il nuovo presidente ad interim del Perù

Nella notte tra mercoledì 18 e giovedì 19 febbraio 2026, il Congresso del Perù ha eletto José Maria Balcázar come nuovo presidente dopo che José Jerí era stato rimosso dall’incarico per un caso di presunta corruzione. Ex giudice vicino alla sinistra, Balcázar è il nono presidente a ricevere l’incarico in 10 anni. Il suo mandato sarà tuttavia molto breve. Dovrà infatti guidare il governo fino alle prossime elezioni presidenziali che si terranno il 12 aprile e dovrà lasciare l’incarico il 28 luglio, giorno in cui si festeggia l’indipendenza del Paese e in cui, per tradizione, si insedia il nuovo governo.

Si è assunto la sfida di «garantire una transizione elettorale pacifica»

José Maria Balcázar, chi è il nuovo presidente ad interim del Perù
José Maria Balcázar (Ansa).

Balcázar è stato eletto dai parlamentari al secondo scrutinio. Nel primo aveva ottenuto 46 voti, tre in più della candidata di centrodestra che inizialmente era data per favorita, l’ex presidente del parlamento Maria del Carmen Alva. Nel secondo è riuscito a ottenerne 60, la maggioranza relativa dei votanti (i membri del parlamento sono 130, ma al momento dell’ultima votazione erano diventati 113 perché il partito di sinistra Juntos por el Perú aveva deciso di boicottare il voto). Nel suo primo messaggio dopo aver ricevuto la fascia presidenziale, ha stabilito come priorità per i suoi mesi di governo «garantire al popolo peruviano una transizione elettorale pacifica e trasparente» e «affrontare il problema dell’insicurezza dei cittadini».

Dalla vicinanza a Cerrón alla denuncia per scambio di favori

José Maria Balcázar, chi è il nuovo presidente ad interim del Perù
José Maria Balcázar (Ansa).

José María Balcázar Zelada, ex magistrato e attuale deputato di Lambayeque, ha 83 anni. In passato è stato giudice della Corte Suprema ed è anche stato oggetto di indagini per presunto traffico di influenze. I media peruviani lo presentano come un uomo vicino a Vladimir Cerrón, fondatore del partito di sinistra Perù Libre, condannato per corruzione e attualmente latitante. Questa sua vicinanza lo fa considerare un rappresentante della sinistra peruviana più conservatrice dal punto di vista sociale. Politico finora poco conosciuto, è ricordato per la sua opposizione alla legge contro i matrimoni infantili in Perù e per i commenti controversi che fece all’epoca. Attualmente deve affrontare una denuncia costituzionale per aver presumibilmente scambiato favori con l’ex procuratore generale Patricia Benavides, con la quale, secondo l’accusa, avrebbe organizzato votazioni parlamentari in cambio dell’archiviazione dei suoi casi penali a Lambayeque.

Board of Peace, la Casa Bianca risponde al no del Vaticano

Il gelo tra Casa Bianca e Santa Sede non accenna a sciogliersi, anzi. Motivo del contendere è stavolta la mancata partecipazione del Vaticano al Board of Peace. Uno “no” all’iniziativa di Donald Trump definito «spiacevole» in un briefing con la stampa da Karoline Leavitt, portavoce della White House. «La pace non dovrebbe essere di parte, politica o controversa», ha dichiarato, ribadendo che l’obiettivo del Board of Peace è quello di coordinare la ricostruzione della Striscia di Gaza dopo «spargimenti di sangue e povertà».

Board of Peace, la Casa Bianca risponde al no del Vaticano
Donald Trump (Ansa).

Parolin aveva parlato di «perplessità» da parte della Santa Sede

«Ci sono punti che lasciano perplessi, punti critici che avrebbero bisogno di trovare delle spiegazioni», aveva detto il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, motivando la mancata partecipazione del Vaticano al Board of Peace. Aveva poi aggiungendo che a livello globale le situazioni di crisi andrebbero «discusse e risolte a livello dell’Onu». E non dunque, con il consiglio ideato da Trump. Nella lettura americana, il Board è invece legittimo, perché già partecipato da decine di Paesi. Era stato proprio Parolin, che già nel recente passato aveva chiesto a più riprese ai leader mondiali di rispettare il diritto internazionale e di non rinunciare al multilateralismo, a rivelare il 21 gennaio che il Vaticano era stato invitato a partecipare.

Board of Peace, la Casa Bianca risponde al no del Vaticano
Il cardinale Piero Parolin (Ansa).

L’Italia invece partecipa al Board of Peace come Paese osservatore

Perplessità in merito erano state espresse anche dal cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca di Gerusalemme dei Latini, che aveva parlato di «operazione colonialista». Mentre la maggior parte dell’Europa ha detto no – come il Vaticano – a Trump, l’Italia ha invece deciso di partecipare alla prima riunione a Washington come «Paese osservatore» e in nome dell’obiettivo più alto della pace, ha spiegato Antonio Tajani in Parlamento.

Gli attriti tra Vaticano e Stati Uniti preoccupano i repubblicani

Gli attriti crescenti tra Vaticano e Stati Uniti sono motivo di preoccupazione per i repubblicani in vista delle elezioni di midterm, in cui la religione potrebbe giocare un ruolo importante. La Santa Sede ha infatti assunto posizioni molto critiche nei confronti della politica estera Usa (papa Leone XIV si è espresso sulla crisi con Cuba), su quella migratoria e sui tagli agli aiuti internazionali, al settore sanitario e ai servizi sociali. Il voto cattolico favorì in modo determinante Trump nella corsa elettorale del 2024: adesso le frizioni col Vaticano potrebbero costare consensi ai candidati del suo Gop.

Incendio al Le Constellation: vertice a Berna tra inquirenti italiani e svizzeri

AGI - È il giorno del primo contatto tra gli inquirenti svizzeri e quelli italiani impegnati nelle indagini sull'incendio al 'Le Constellation' dove nella notte di Capodanno sono morte 41 persone. In concreto, la Procura di Roma dovrebbe poter accedere alle prove e al materiale investigativo raccolto da quella vallese e si discuterà della creazione di una squadra investigativa comune.

Nell'Ufficio Federale di Giustizia di Berna, è iniziato alle 10 il vertice al quale sono presenti dalla parte elvetica la procuratrice generale del Canton Vallese, Béatrice Pilloud e la pm Victoria Roth mentre per l'Italia partecipano il procuratore capo di Roma, Francesco Lo Voi, l'aggiunto Giovanni Conso, il pm Stefano Opilio, il primo dirigente della Polizia, Salvatore Gava e il tenente colonnello dei carabinieri Stefano Carella.

La Procura italiana, in attesa della trasmissione degli atti che avverrà dopo questo incontro, indaga ancora a carico di ignoti per i reati di omicidio, lesioni, incendio e disastro colposo mentre quella vallesana ha individuato delle possibili responsabilità a carico di Jacques Moretti e Jessica Moretti, gestori del bar, di Ken Jacquemoud, ex responsabile della sicurezza del Comune di Crans-Montana, e del suo successore Cristophe Balet. Siamo quindi al primo passo concreto dopo il sì di Berna alla richiesta di assistenza giudiziaria inviata da Roma.

La formazione del pool comune italo-svizzero

Con la loro presenza i rappresentanti dell'Ufficio Federale della Giustizia svolgeranno un ruolo di 'cerniera' tra le parti. Importante dal punto di vista italiano la formazione di un pool comune che sarà guidato da un magistrato di ciascuna nazione al quale spetterà il coordinamento degli investigatori ed esperti nella sicurezza. Gli atti svolti saranno utilizzabili nei procedimenti italiani e svizzeri. La costituzione di una squadra italo-elvetica è legata anche al rientro in Italia dell'ambasciatore Gian Lorenzo Cornado dopo le tensioni politiche tra i due Paesi nelle settimane scorse.

Ternana Calcio, indagato l’ex super consulente Massimo Ferrero

AGI - Dopo i due esposti presentati dalla famiglia Rizzo, lprocura di Terni, in seguito all'inchiesta di AGI, ha aperto un maxi fascicolo di indagine. 

Al centro degli accertamenti, delegati alla Guardia di Finanza, una prima denuncia sugli atti dell'ex super consulente della società calcistica Massimo Ferrero (un passato come presidente della Sampdoria), e dell'ex amministratore unico Tiziana Pucci.

L'accusa di infedeltà patrimoniale

Nelle carte, secondo quanto trapela, si chiede ai magistrati umbri di indagare i due per "infedeltà patrimoniale in concorso". Tra Pucci e Ferrero, si ricorda, il legame è storico e inossidabile.

La seconda, infatti, è stata la storica segretaria dell'ex presidente dei blucerchiati e che, a Terni, si faceva chiamare 'vicepresidente'.

La famiglia Rizzo denuncia un raggiro 

I due si sono ritrovati poi nella breve avventura in Umbria. Un 'raggiro' vero e proprio subito dalla famiglia della patron Claudia Rizzo, 23 anni e un carattere da leader, si è trovata a fronteggiare insieme ai suoi cari assistiti dall'avvocato Manlio Morcella.

L'accusa a Ferrero e Pucci è pesante: si contesta, infatti, l'infedeltà patrimoniale, un reato commesso quando - amministratori o altre figure apicali - cagionano "intenzionalmente un danno patrimoniale alla società per procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto" ed è punito con la reclusione da 6 mesi a 3 anni.

Il primo esposto

Ferrero è contestato, tra l'altro, il fatto di aver cercato di chiudere una trattativa per lo scambio di due giovani calciatori Cristian Vaccaro della Ternana e Flavio Ciufferi del Trapani calcio. Secondo quanto si apprende, il saldo dei prezzi dava sì una plusvalenza alla società umbra di circa 70 mila euro, ma a fronte di una netta remissione sulle uscite riguardanti gli stipendi.

Mentre Vaccaro guadagnava, infatti, circa 20 mila euro lordi il calciatore del Trapani aveva uno stipendio di oltre 200 mila euro a crescere fino a 250 mila nella stagione 2026/27. Non solo.

L'autista storico di Ferrero 

Ferrero avrebbe fatto, inoltre, assumere tramite una società del gruppo il suo autista storico a cui sarebbero stati riconosciuti compensi per attività straordinaria. Lo stesso autista avrebbe, in più, tentato di trattenere per sé l'auto aziendale in uso alla Ternana che sarebbe stata restituita solo dopo numerose pressioni. A Pucci, invece, è tra l'altro contestata anche una fattura per un'attività di supporto alla chiusura della cessione.

Il secondo esposto

Non solo. In un secondo esposto, infatti, sarebbe ricostruito il quanto avvenuto nell'intero periodo tra giugno 2024 e settembre 2025, prima che il timone della società passasse nelle mani dei Rizzo.

Un susseguirsi di operazioni economiche che ora sono al vaglio dei magistrati e sul tavolo del procuratore capo di Terni, Antonio Laronga.

Il magistrato, arrivato in Umbria da poco, ha un curriculum di tutto rispetto: nato a Torremaggiore 59 anni fa, Laronga si occupa da 25 anni di criminalità organizzata e soprattutto della ‘quarta mafia’, a cui ha dedicato due libri.

Condannato all’ergastolo l’ex presidente sudcoreano Yoon

Il tribunale distrettuale di Seul ha condannato all’ergastolo l’ex presidente Yoon Suk-yeol: era finito a processo con l’accusa di insurrezione per aver tentato di proclamare la legge marziale il 3 dicembre 2024. I procuratori speciali avevano chiesto per Yoon la pena di morte, presente in Corea del Sud, ma bloccata da una moratoria dal 1997.

Condannato all’ergastolo l’ex presidente sudcoreano Yoon
Il processo a Yoon sulla tv sudocoreana (Ansa).

Yoon nel corso del processo non ha mai mostrato pentimento

I pubblici ministeri sudcoreani avevano avanzato la richiesta di pena capitale nei confronti di Yoon in quanto «capofila dell’insurrezione con il chiaro obiettivo di rimanere al potere a lungo prendendo il controllo della magistratura e del parlamento», tramite l’invio di truppe dopo aver dichiarato la legge marziale. L’ordine fu revocato dopo sole tre ore, quando la maggioranza dei deputati, dopo aver forzato il blocco dei militari, entrò in parlamento e votò all’unanimità per annullarlo. Yoon ha sempre sostenuto la legittimità costituzionale della misura, affermando di voler «salvaguardare libertà e sovranità»: l’ergastolo, hanno spiegato i giudici, è dovuto anche al suo mancato pentimento.

Condannato all’ergastolo l’ex presidente sudcoreano Yoon
Sostenitori di Yoon Suk-yeol (Ansa).

L’ex ministro della Difesa è stato condannato a 30 anni di carcere

Il processo coinvolgeva complessivamente otto imputati ritenuti promotori della legge marziale, tra essi anche l’ex ministro della Difesa Kim Yong-hyun, condannato a 30 anni di carcere, l’ex primo ministro Han Duck-soo, al quale è stata inflitta una pena di 23 anni, e l’ex ministro dell’Interno Lee Sang-min, che ha ricevuto 7 anni di reclusione.

Era già stato condannato a cinque anni per ostruzione alla giustizia

In un precedente procedimento, terminato il 16 gennaio, Yoon era già stato condannato a cinque anni di carcere per aver tentato di ostacolare il proprio arresto dopo la sua messa in stato d’accusa, culminata nel 2025 con la sua destituzione dopo l’impeachment approvato dalla Corte costituzionale su iniziativa del Parlamento. Le successive elezioni anticipate sono state poi vinte da Lee Jae-myung.

Scelte le date delle elezioni comunali 2026: quando e dove si vota

Il ministro dell’interno Matteo Piantedosi ha informato il Consiglio dei ministri di aver individuato le date per lo svolgimento delle elezioni comunali 2026. Si voterà il 25 e il 26 maggio per il rinnovo del sindaco e del consiglio comunale di 626 comuni delle regioni a statuto ordinario. Tra questi ci sono 15 capoluoghi di provincia, ovvero Venezia, Reggio Calabria, Lecco, Mantova, Arezzo, Pistoia, Prato, Fermo, Macerata, Chieti, Avellino, Andria, Trani, Crotone, Salerno. Il successivo eventuale turno di ballottaggio avrà luogo il 7 e l’8 giugno.

Rubio, l’anti-Vance che punta al dopo Trump

Fino a qualche mese fa non sembravano esserci dubbi: J.D. Vance era l’unico astro repubblicano in grado di raccogliere il testimone di Donald Trump alle Presidenziali del 2028. Ma nelle ultime settimane un altro big dei Gop ha guadagnato terreno e – secondo molti – avrebbe già effettuato il sorpasso. Si tratta di Marco Rubio, segretario di Stato diventato portabandiera della Casa Bianca in questo secondo mandato trumpiano fortemente incentrato sulla politica estera. Capo della diplomazia americana, Rubio ha un atteggiamento più moderato rispetto allo spigoloso Vance, addirittura più estremo dell’attuale presidente.

Rubio, l’anti-Vance che punta al dopo Trump
JD Vance e Marco Rubio (Ansa).

L’ascesa di Rubio è stata sancita in Baviera?

Non che per diventare presidente Usa sia necessario l’apprezzamento dei leader europei, ma il plauso ricevuto da Rubio alla Conferenza di Monaco sta dando un certo slancio alla possibilità che sia lui l’erede di Trump. Se il discorso con cui il segretario di Stato ha evidenziato l’importanza della cooperazione internazionale – «Non abbiamo bisogno di abbandonare il sistema di cooperazione internazionale che abbiamo creato, né di smantellare le istituzioni globali del vecchio ordine che insieme abbiamo costruito», ha detto, «ma queste devono essere riformate» – ha ricevuto in Baviera una standing ovation, nello stesso luogo un anno fa furono invece accolte con freddezza le parole di Vance contro l’immigrazione di massa e la repressione della libertà di espressione nel Vecchio Continente. Dopo la Germania, Rubio ha poi proseguito il suo viaggio in Slovacchia e Ungheria, dove ha incontrato i rispettivi leader filo-Trump, Robert Fico e Viktor Orban. Tra i pochi a parlare della cattura di Nicolas Maduro, il segretario di Stato ha supervisionato l’operazione venezuelana a Mar-a-Lago e ha giocato un ruolo fondamentale nello stringere relazioni con la presidente ad interim, Delcy Rodríguez. E, sebbene sia il capo della diplomazia a stelle e strisce, ha assunto un ruolo di alto profilo nel promuovere il programma di Trump pure in ambito nazionale, tra cui il ridimensionamento del dipartimento di Stato e la chiusura dell’Usaid.

Rubio, l’anti-Vance che punta al dopo Trump
Marco Rubio (Ansa).

A proposito di obiettivi raggiunti, il sito del dipartimento di Stato, nel decantare le «vittorie diplomatiche» del primo anno del Trump-bis, elenca diversi successi che il tycoon considera fondamentali come lascito al Paese, tra cui lo stop all’immigrazione illegale di massa, la garanzia di pace nel mondo e un’Europa che pagherà di più per la difesa. Ma viene citata anche l’intitolazione a Trump dello U.S. Institute of Peace: Rubio insomma intende continuare a migliorare la sua immagine non solo a livello internazionale, ma anche nella cerchia di The Donald. Con l’obiettivo, chissà, di fargli dimenticare che nel 2016 furono persino rivali per la candidatura del Gop alle Presidenziali.

Rubio, l’anti-Vance che punta al dopo Trump
JD Vance (Ansa).

Vance, sotto pressione, inizia con le invasioni di campo

Vance, che non si fece scrupoli ad aggredire verbalmente Volodymyr Zelensky alla Casa Bianca e nemmeno a definire «parassiti» gli europei, e che di recente ha incolpato la sinistra per le uccisioni di Renee Good e Alex Pretti a Minneapolis, continua con il suo approccio estremo. Ma il vicepresidente Usa, sintonizzato sulla politica nazionalista e protezionista dell’America First tanto cara al capo della Casa Bianca, inizia a essere sotto pressione. Intervistato da Fox News, quando gli è stato chiesto se volesse candidarsi alla presidenza, si è smarcato dichiarando di essere concentrato sul suo attuale incarico. E sul possibile duello con Rubio ha affermato che «i media vogliono creare un conflitto che non esiste», spingendosi a definire l’attuale segretario di Stato come «l’amico più caro» all’interno dell’Amministrazione. «Marco sta facendo un ottimo lavoro. Io sto cercando di fare il miglior lavoro possibile. Il presidente sta facendo un ottimo lavoro. Continueremo a lavorare insieme», ha poi chiosato Vance. Ma il 2028 prima o poi arriverà. E la sensazione è che Vance stia tentando di ritagliarsi sempre più spazio. Negli ultimi giorni, ad esempio, è intervenuto sui colloqui con l’Iran: poche parole sulla mancata svolta a Ginevra, ma comunque un’invasione nel campo di Rubio.

Rubio, l’anti-Vance che punta al dopo Trump
Donald Trump (Ansa).

Trump intanto non si pronuncia sul suo successore

Trump, che nel 2024 preferì avere al suo fianco come candidato vicepresidente Vance anziché Rubio, falco della politica estera finito poi a capo del dipartimento di Stato, dopo la Conferenza di Monaco ha elogiato entrambi. «J.D. e Marco sono fantastici, lo penso davvero», ha dichiarato, evitando di pronunciarsi sul suo possibile ‘erede’ politico: «Non devo preoccuparmene ora», ha tagliato corto. A maggio del 2025, il tycoon aveva messo sullo stesso piano Vance e Rubio. Lo scorso agosto, aveva suggerito l’ipotesi di un ticket repubblicano tra i due delfini alle elezioni del 2028, ma come vice. I sondaggi MAGA danno ancora Vance favorito alla successione, ma nella testa (e nel cuore) di The Donald chissà: forse Rubio sta conquistando l’endorsement presidenziale.

Il tribunale di Catania revoca il fermo della Sea Watch 5

AGI - Revocato il provvedimento di fermo della Sea Watch 5. A deciderlo il tribunale di Catania che ha deciso di stoppare il fermo di 15 giorni e la relativa multa.

Sea Watch, "presto torneremo nel Mediterraneo" 

"Presto torneremo nel Mediterraneo e saremo pronti a supportare le persone in transito", afferma la ONG tedesca. La decisione arriva quasi nelle stesse ore del dispositivo del tribunale di Palermo che ieri aveva stabilito che Sea-Watch sarà risarcita di 76 mila euro, più spese legali per circa 14 mila euro, per il blocco subito nel 2019 dopo il caso della comandante Carola Rackete.

Catania 'porto sicuro' 

La decisione fa riferimento al salvataggio di 18 persone lo scorso 25 gennaio e alla conseguente assegnazione di Catania quale porto sicuro. Nel barchino in difficoltà soccorso dalla Sea-Watch 5 c'erano anche due bambini piccoli.

L'intervento spiega la ONG, è avvenuto in acque internazionali, nella zona SAR libica, e la sanzione sarebbe stata disposta dalle autorità italiane poiché non avrebbe comunicato alle autorità libiche le posizioni di soccorso, "viste le continue violazioni dei diritti umani", spiega la ONG.

I cadaveri di 15 migranti sulle coste di Calabria e Sicilia

Almeno 15 cadaveri sono stati trovati sulle coste di Calabria e Sicilia negli ultimi giorni. Quindici persone che hanno tentato di attraversare il Mediterraneo. A riferirlo il cartello delle ong.

Sarebbe una delle conseguenze della furia del mare provocata dal Ciclone Harry nelle scorse settimane. Secondo le organizzazioni umanitarie sarebbero un migliaio i dispersi in mare. "Vite che si sono concluse ai confini dell'Europa. E queste sono solo quelle che vediamo", commenta Sea Watch

Risarcimento da 76mila euro a Sea-Watch. Meloni “Vergognoso”

AGI - Il Tribunale di Palermo ha condannato lo Stato italiano a risarcire la ONG Sea-Watch con una somma di 76mila euro. La sentenza si riferisce al blocco amministrativo imposto nel 2019 alla nave dell’organizzazione, allora guidata dalla comandante Carola Rackete, in seguito agli eventi che portarono all'ingresso forzato nel porto di Lampedusa. La decisione ha immediatamente riacceso lo scontro frontale tra il potere esecutivo e l’ordine giudiziario, con il Governo che contesta duramente la legittimità politica del provvedimento.

Per Sea-Watch, la pronuncia rappresenta una vittoria di principio oltre che economica. "Mentre il Governo annuncia il 'blocco navale' e attacca le ONG, il diritto ancora una volta dà ragione alla disobbedienza civile", ha dichiarato l’organizzazione in una nota ufficiale, rivendicando la correttezza del proprio operato a fronte delle sanzioni subite cinque anni fa.

La reazione della premier Meloni

Di segno diametralmente opposto la reazione della Presidenza del Consiglio. Attraverso un video diffuso sui canali social, la premier Giorgia Meloni ha espresso profondo sconcerto, collegando la sentenza ad altri recenti provvedimenti in materia migratoria. "Non più tardi di ieri ho commentato la surreale decisione della magistratura di condannare il Ministero degli Interni a risarcire con i soldi degli italiani un immigrato irregolare con 23 condanne alle spalle", ha esordito Meloni, definendo tale notizia "vergognosa, ma che sembra una sciocchezza rispetto a quello che è accaduto oggi".

La ricostruzione dell'esecutivo e l'attacco al risarcimento

La premier ha ricostruito la vicenda dal punto di vista dell’esecutivo, ricordando lo speronamento della motovedetta della Guardia di Finanza avvenuto nel 2019 e criticando l'assoluzione di Rackete, avvenuta perché "secondo alcuni magistrati è consentito forzare un blocco di polizia in nome dell'immigrazione illegale di massa". Meloni ha poi attaccato direttamente il merito del risarcimento: "I giudici prendono un'altra decisione che lascia senza parole. Hanno condannato lo Stato italiano a risarcire con 76mila degli italiani la ONG proprietaria della nave capitanata dalla Rackete perché dopo lo speronamento ai danni dei nostri militari l'imbarcazione era stata, giustamente, trattenuta e posta dopo sequestro".

Il ruolo della magistratura e la linea della fermezza

Il cuore della polemica politica riguarda il ruolo della magistratura, accusata dal Governo di interferire con l'indirizzo politico sulla sicurezza nazionale. "La mia domanda è: il compito dei magistrati è quello di far rispettare la legge o quello di premiare chi si vanta di non rispettare la legge?", ha incalzato la presidente del Consiglio, ipotizzando l'esistenza di una "parte politicizzata della magistratura pronta a mettersi di traverso". Nonostante il duro colpo giudiziario, Meloni ha ribadito la linea della fermezza: "Siamo particolarmente ostinati e continueremo a fare del nostro meglio per rispettare la parola che abbiamo dato agli italiani e per far rispettare le regole e le leggi dello Stato italiano".

Il commento di Maurizio Gasparri

Sulla stessa linea si è attestato Maurizio Gasparri, presidente dei senatori di Forza Italia, che ha definito la sentenza "un paradosso inaccettabile". Secondo l'esponente azzurro, la decisione di Palermo finisce per "legittimare chi ha agito in contrasto con le scelte delle autorità nazionali in materia di immigrazione e sicurezza". Gasparri ha concluso parlando di "decisioni politicizzate e incomprensibili" il cui costo ricade interamente sulla collettività: "Si violano le regole, si sfidano le decisioni dello Stato e alla fine si viene persino premiati con un risarcimento".

Pusher morto a Milano, interrogatori per 4 poliziotti indagati

AGI - Saranno interrogati tutti domani in Questura a Milano, a partire dalle 9 e 30, i 4 agenti indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso nell'inchiesta sull'intervento antidroga terminato con la morte di Abderrahim Mansouri. Il procuratore Marcello Viola e il pm Giovanni Tarzia hanno individuato diverse incongruenze nelle loro testimonianze e riscontri su possibili ritardi nel chiamare i soccorsi per il 28enne di origine marocchina quando era "agonizzante" dopo essere stato colpito alla testa da un colpo esploso dalla pistola di Carmelo Cinturrino, l'agente indagato per omicidio volontario.

Gli agenti potranno scegliere di avvalersi della facoltà di non rispondere in attesa che si delineino con più chiarezza gli accertamenti della Procura che hanno portato alla loro iscrizione nel registro degli indagati oppure cercare di difendersi dalle contestazioni che hanno letto negli inviti a comparire ricevuti ieri.

Le contestazioni agli agenti

Il 26 gennaio in una zona vicina al 'bosco della droga' di Rogoredo, tre dei poliziotti ora indagati erano impegnati nell'arresto di un presunto pusher e un quarto sarebbe stato vicino a Cinturrino, secondo il racconto di quest'ultimo, quando ha sparato. Tra le altre cose, agli agenti viene contestato di avere omesso di "riferire della presenza sul luogo del delitto" di testimoni e di avere riferito "in modo non conforme al vero la successione dei propri movimenti, la posizione e la condotta degli altri soggetti presenti". In sostanza l'ipotesi è che i colleghi abbiano voluto 'proteggere Cinturrino'.