Il Board of Peace è un organismo internazionale creato su iniziativa degli Stati Uniti per supervisionare cessate il fuoco, stabilizzazione e ricostruzione della Striscia di Gaza. Guidato da Donald Trump, che ne è presidente con poteri di nomina, invito e revoca dei membri, ne fanno parte al momento una ventina di Stati fondatori tra cui Israele, Turchia, Qatar, Giordania, Arabia Saudita, lndonesia Emirati Arabi e Argentina. Le uniche nazioni europee che vi aderiscono sono l’Ungheria e la Bulgaria (in attesa però della ratifica parlamentare). L’Italia partecipa in qualità di osservatore, con il ministro degli Esteri Antonio Tajani che parteciperà alla prima riunione del Board a Washington.
Antonio Tajani (Ansa).
Gli organismi, i fondi e la presenza militare
Da presidente dell’organismo, Trump ha poteri quasi assoluti: solo lui può invitare un membro, ha diritto di veto su tutte le decisioni e può «creare, modificare o dissolvere gli organismi subordinati» – ovvero il Comitato esecutivo, di cui fanno parte tra gli altri il segretario di Stato Marco Rubio, l’ex premier britannico Tony Blair e il consigliere Jared Kushner, un più allargato Comitato esecutivo per Gaza e il Comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza guidato da Ali Sha’at, che è stato ministro dell’Autorità a Ramallah. Con una squadra di tecnocrati palestinesi, quest’ultimo dovrà gestire i 363 chilometri quadrati in questa fase di transizione. Per quanto riguarda le cifre, Trump ha annunciato che gli invitati hanno già promesso «cinque miliardi di dollari». 1,25 miliardi a testa dovrebbero arrivare da Emirati, Qatar, Kuwait e gli Stati Uniti garantirebbero altrettanto. Per l’Unione europea e la Banca mondiale, per ricostruire il territorio devastato da due anni di guerra, ne serviranno almeno 50 miliardi. Quanto alla presenza militare, il tycoon prevede di schierare soldati internazionali per stabilizzare Gaza. Per ora solo l’Indonesia è pronta a inviare 8 mila militari. Le truppe israeliane restano dispiegate in oltre metà della Striscia.
AGI - Il gip di Roma ha archiviato l'inchiesta che vedeva indagati l'ex capitano della Roma Francesco Totti, l'attuale compagna, Noemi Bocchi accusati di abbandono di minori e la babysitter a cui veniva contestato di avere detto falsamente di essere stata presente in casa per offrire un alibi alla coppia. Lo apprende l'AGI.
Il fascicolo era stato avviato dopo una denuncia presentata da Ilary Blasi, ex moglie di Totti, in cui la donna sosteneva che l'ex numero 10 giallorosso avrebbe lasciato sola la figlia per alcune ore nel corso di una serata, nel maggio del 2023.
La denuncia e la richiesta di archiviazione
Secondo quanto denunciato dalla conduttrice televisiva, la figlia più piccola avrebbe dovuto trascorrere la serata con il papà che però si sarebbe allontanato di casa. Per Totti, Bocchi e la babysitter la stessa procura aveva sollecitato l'archiviazione.
È stata respinta, cosi' la richiesta di opposizione che era stata presentata dall'ex moglie del calciatore, Ilary Blasi. Era il 26 maggio del 2023 quando la donna chiamava al telefono la figlia minore, mentre si trovava a Francoforte e quest'ultima le riferiva di trovarsi da sola in casa, presso l'abitazione del padre e della compagna, insieme agli altri due figli minori di Bocchi.
Tuttavia, dopo la denuncia presentata e il contestuale arrivo delle forze dell'ordine, si era poi scoperto che i bambini erano stati affidati alla signora Mandita Cocos, indicata come persona di fiducia dall'ex capitano giallorosso, ma che in quel momento dormiva. La stessa Cocos, ascoltata in seguito dagli inquirenti, aveva precisato di essere la moglie del portiere dello stabile e di occuparsi saltuariamente dei figli di Ilary Blasi e di Totti.
Inoltre, Cocos aveva dichiarato che i bambini stavano dormendo e che lei si trovava in quel momento al piano di sopra a stirare. Tuttavia, le ulteriori indagini comprendenti l'uso dell'analisi dei tabulati telefonici nei confronti dei protagonisti della vicenda, non permettevano di appurare reati e così il pubblico ministero ne chiedeva l'archiviazione, con la motivazione che "la figlia minore di Totti era dotata di un telefono cellulare e avrebbe potuto chiamare in qualsiasi momento il padre", inoltre, Cocos - si legge nelle carte - "ben poteva intervenire in caso di bisogno". Così, l'ex capitano della Roma e la sua attuale compagna, Noemi Bocchi, difesi dall'avvocato Gianluca Tognozzi, sono stati archiviati dall'accusa prevista dall'articolo 591 del codice penale.
Sono salite a 11 le persone fermate per la morte del militante di estrema destra Quentin Deranque, che ha perso la vita a Lione dopo una brutale aggressione da parte di un gruppo di attivisti di sinistra. Un omicidio a sfondo politico, quello del 23enne, che ha scosso il Paese e che sta alimentando le tensioni in vista delle elezioni comunali di marzo e delle Presidenziali del 2027, in cui il Rassemblement National sembra avere le migliori possibilità di vittoria mai avute finora. Ecco cosa sappiamo sulle indagini e quali sono al momento le ripercussioni sulla politica francese.
Lo striscione: “Antifa assassini. Giustizia per Quentin” (Ansa).
L’aggressione mortale a Lione
Deranque è stato aggredito il 12 febbraio da un gruppo di persone, riportando un grave trauma cranico-encefalico: ricoverato all’ospedale Édouard-Herriot, è morto poi due giorni dopo. L’aggressione, anche con spranghe, è avvenuta a margine della conferenza a Sciences Po Lyon di Rima Hassan, europarlamentare di La France Insoumise. Quentin è stato gettato a terra e picchiato da almeno sei persone, che indossavano il passamontagna. Nei filmati si vedono tre persone a terra, violentemente percosse: due, a differenza di Quentin, sono però riuscite a scappare.
Chi era Quentin Deranque
Deranque, studente di Data Science all’Università di Lione II, era abituale frequentatore della chiesa tradizionalista di Saint-Georges, nel quartiere di Vieux Lyon, dove la messa viene celebrata in latino. Gli amici hanno raccontato che si era convertito «qualche anno fa». L’avvocato della famiglia ha spiegato che il giovane «aveva sempre difeso le sue convinzioni in modo non violento», sostenendo «l’attivismo pacifico». Il 23enne faceva parte del collettivo femminista di estrema destra Némésis, che aveva esposto striscioni di protesta contro la conferenza di Hassan, ma non ci sono conferme sul fatto che fosse nel suo “servizio d’ordine”, come è stato riportato inizialmente.
Protesta contro la Jeune Garde (Ansa).
Il coinvolgimento de La France Insoumise
Deranque sarebbe stato aggredito da esponenti del movimento di estrema sinistra Jeune Garde, gruppo antifa disciolto d’autorità a giugno del 2025. Tra essi ci sarebbe anche Jacques-Elie Favrot, che è – o meglio era – assistente di Raphaël Arnault, deputato del partito di sinistra La France Insoumise, guidato da Jean-Luc Mélenchon. La portavoce del governo francese, Maud Bregeon, ha chiesto al partito di sospendere il politico dal suo gruppo parlamentare all’Assemblea Nazionale. Manuel Bompard, coordinatore nazionale di LFI, ha però escluso in maniera categoria l’estromissione temporanea. Favrot è stato arrestato il 17 febbraio dalla polizia: Arnault ha reso noto su X di aver avviato «le procedure per la risoluzione del suo contratto» e che ha già «cessato tutte le sue attività parlamentari». LFI ha poi respinto le accuse provenienti dalla destra e dal campo presidenziale di alimentare un clima di violenza. «Il nostro movimento non la tollererà mai», ha dichiarato la deputata Alma Dufour.
Après s’être accroché à la vie, Quentin a rendu son dernier souffle. À sa famille et à ses proches éprouvés par cette terrible épreuve, j’adresse mes pensées émues et ma profonde compassion. À la douleur insondable de la perte d’un enfant ne doit pas succéder l’insupportable…
Marine Le Pen, leader del Rassemblement National, ha condannato i «barbari responsabili di questo linciaggio». Jordan Bardella, presidente del partito di estrema destra, ha addossato a Melenchon la «responsabilità morale e politica» di quanto accaduto, sostenendo che il leader de La France Insoumise «ha aperto le porte dell’Assemblea Nazionale a sospetti assassini».
Sono 11 le persone arrestate
Dopo i primi accertamenti la Procura di Lione ha annunciato l’ampliamento dell’indagine, che è ora per omicidio volontario e non più per percosse mortali aggravate. Come detto sono al momento 11 le persone fermate. Il procuratore di Lione Thierry Dran ha annunciato l’arresto di nove sospetti il 17 febbraio. Altri due sono stati fermati la mattina di mercoledì 18 febbraio. Si tratta di una coppia: un uomo, sospettato di essere direttamente legato alle violenze, e la sua compagna, accusata di averlo aiutato a sottrarsi alla giustizia. Per quanto riguarda il già citato Favrot, non è chiaro se facesse parte del gruppo di assalitori incappucciati che hanno aggredito Deranque.
La Fispes, Federazione italiana sport paralimpici e sperimentali, e Unicredit rafforzano una collaborazione consolidata nel tempo, annunciando il rinnovo della partnership per tutto il biennio 2026-2027, con l’obiettivo di sostenere e valorizzare l’attività federale e i protagonisti dell’atletica paralimpica italiana. Una sinergia che nasce da una condivisione profonda di valori quali inclusione, resilienza, rispetto e crescita che nel corso degli anni ha visto le due realtà insieme nella promozione dello sport paralimpico come strumento di sviluppo umano, sociale e sportivo. Nell’ambito dell’accordo, Unicredit assume la qualifica di official sponsor federale Fispes e di sponsor di Maglia della nazionale italiana di atletica paralimpica, accompagnando gli atleti azzurri in tutte le principali competizioni nazionali e internazionali. Un impegno concreto volto a supportare i campioni Fispes nel raggiungimento dei massimi risultati agonistici, favorendo la crescita delle eccellenze già affermate e delle nuove promesse del panorama paralimpico italiano.
L’avvio della nuova fase ai Campionati di Ancona
La partnership mira a sostenere l’intero ecosistema federale come eventi, progetti e attività sportive, confermando una visione condivisa che riconosce nello sport un potente veicolo di inclusione e di pari opportunità. Un percorso iniziato nel 2021 e oggi rilanciato con rinnovata convinzione. Il debutto ufficiale di questa nuova fase della collaborazione avverrà in occasione di uno degli appuntamenti più rilevanti del calendario della federazione, ovvero i Campionati italiani indoor e invernali di lanci in programma ad Ancona il 20 e 21 febbraio 2026. Con questo accordo, le due realtà confermano il proprio impegno nel costruire un futuro in cui lo sport paralimpico continui a crescere, ispirare e generare valore, dentro e fuori i campi di gara.
Salvatore: «Continuiamo un percorso fatto di fiducia, obiettivi e attenzione al mondo paralimpico»
Queste le dichiarazioni di Mariano Salvatore, presidente Fispes: «Accogliamo con grande soddisfazione il rinnovo dell’accordo con Unicredit. Per noi non si tratta semplicemente di proseguire una collaborazione, ma di dare continuità a un percorso costruito nel tempo, fatto di fiducia reciproca, obiettivi condivisi e attenzione concreta verso il mondo paralimpico. Si è lavorato fianco a fianco, unendo energie e competenze, con la consapevolezza che lo sport sia molto più di una competizione: è crescita personale, inclusione e opportunità. Unicredit ha dimostrato di credere davvero nello sport, a tutti i livelli, sostenendo sia l’agonismo che l’attività di base. Questo significa poter programmare con stabilità, valorizzare i nostri campioni e, allo stesso tempo, accompagnare le nuove generazioni nel loro percorso sportivo e umano. Significa anche sostenere l’intero movimento, ovvero gli eventi, i progetti, le attività sul territorio e tutto ciò che contribuisce a creare valore per le persone e per la società. Desidero rivolgere un sentito ringraziamento a Unicredit per la fiducia e la sensibilità che continua a dimostrare nei confronti della nostra Federazione. Insieme vogliamo continuare a far crescere l’atletica e il rugby paralimpico italiano. I nostri atleti, con la loro determinazione e il loro impegno quotidiano, sono un esempio autentico di forza e dedizione. Essere al loro fianco, sostenerli e accompagnarli nel raggiungimento dei loro obiettivi è per noi una responsabilità importante, ma anche motivo di grande orgoglio».
Taricani: «Sport veicolo di crescita e opportunità per tutti»
Gli ha fatto eco Remo Taricani, deputy head of Italy di Unicredit: «Siamo orgogliosi di rinnovare la nostra partnership con Fispes, una collaborazione che esprime in modo autentico i valori in cui crediamo: inclusione, resilienza e valorizzazione del talento. Il sostegno all’atletica paralimpica italiana rappresenta per Unicredit un impegno concreto verso una società più equa, in cui lo sport diventa veicolo di crescita e opportunità per tutti. Accompagneremo gli atleti azzurri in questo nuovo biennio con entusiasmo e responsabilità, certi che le loro storie continueranno a illuminare il Paese».
Negli Stati Uniti il voto dei fedeli cristiani giocherà un ruolo decisivo anche alle midterm. Ma questa volta per i Repubblicani e Donald Trump, tornato alla Casa Bianca anche grazie al sostegno degli elettori evangelici, ci potrebbe essere qualche sorpresa. Se infatti da tempo gli elettori protestanti (e molti cattolici) sono orientati verso il Gop, visto come ultimo baluardo in difesa della famiglia e dei valori tradizionali, le politiche di Trump – a partire dalla stretta sull’immigrazione illegale – rischiano di allontanarli dall’Elefantino, offrendo inaspettate opportunità ai candidati democratici. Senza contare che contro The Donald gioca anche il gelo diplomatico che proprio su immigrazione e politica estera è sceso tra Washington e il Vaticano, proprio con il primo pontefice statunitense. Con buona pace del Signore, che secondo la vulgata MAGA, avrebbe salvato l’attuale presidente dall’attentato di Butler.
Sarag Trone Garriott (Instagram).
Crescono i candidati dem appartenenti alla Chiesa
Rispetto al passato è inoltre insolitamente alto il numero di uomini di Chiesa candidati per il Partito democratico. Più di una decina di leader religiosi protestanti correranno infatti per cariche federali e statali, molti di più rispetto alle precedenti tornate, ha fatto notare alla Reuters Doug Pagitt, pastore a capo del gruppo politico cristiano progressista Vote Common Good. Tra loro c’è per esempio Sarah Trone Garriott, senatrice dell’Iowa e pastora luterana, che non ha sempre messo la fede al centro delle sue campagne elettorali. O il pastore presbiteriano Matt Schultz, candidato alla Camera per l’Alaska, e il seminarista presbiteriano James Talarico, astro nascente dem deputato del Texas – dove sta dando del filo da torcere ai repubblicani – che è in corsa per un seggio al Senato. Senza dimenticare il candidato governatore dell’Iowa, Rob Sand, luterano praticante, il quale ricorda che uno dei motivi principali per cui ha sposato la causa democratica è che «la fede cristiana è tutta incentrata sulla tutela del più debole».
Rob Sand (Instagram).
Un leader religioso bianco non viene eletto al Congresso dal 1975
A differenza di molti altri leader religiosi che si sono candidati per l’Asinello, tra cui il senatore per la Georgia Raphael Warnock, i candidati delle prossime midterm non provengono dalla comunità afroamericana che storicamente fa parte della base democratica. La speranza è che ci sia un’inversione di tendenza: l’ultimo uomo di Chiesa bianco a ottenere un seggio al Congresso fu il deputato Bob Edgar, che restò a Capitol Hill dal 1975 al 1987. Da allora più nessuno c’è riuscito.
Raphael Warnock (Ansa).
Negli anni l’elettorato democratico è diventato sempre più laico
Alle Presidenziali del 2024, Trump ha ottenuto l’83 per cento dei voti degli elettori evangelicibianchi: il numero più alto mai registrato. Inoltre ha portato a casa il sostegno della maggioranza sia dei protestantitradizionali sia dei cattolici. Di contro, la base democratica è diventata sempre più laica. Il 40 per cento degli elettori dell’Asinello, secondo un sondaggio condotto dal Pew Research Center tra il 2023 e il 2024, si è identificato come non affiliato a nessuna religione: più del doppio rispetto al 2007. Ma per vincere le elezioni, ormai è chiaro, bisogna anche puntare sulla fede. «Gesù ha accolto lo straniero, ha nutrito gli affamati, si è schierato dalla parte dei vulnerabili, si è preso cura dei poveri, e questa è la nostra vocazione come cristiani. Ora invece vediamo comunità terrorizzate e persone trattate con grande crudeltà», ha detto Trone Garriott riferendosi ai fatti di Minneapolis.
DON’T STOP PRAYING!! Will you pray for President Trump, his Cabinet Members and Administration? Prayer brings the will of God to pass in the earth! Matthew 6:10pic.twitter.com/zewIAvZCeI
Sebbene in passato importanti esponenti del partito democratico abbiano parlato della loro fede (come il cattolico Joe Biden), ciò che distingue questi candidati – religiosi o meno – è il modo esplicito in cui collegano il loro credo alle questioni politiche, cercando di far capire che essere credente non obbliga a votare repubblicano. Una strategia che però potrebbe rivelarsi un boomerang: strizzando troppo l’occhio a chi ha votato in passato per l’Elefantino, c’è infatti il rischio di perdere consenso tra gli elettori democratici (e laici). Una possibilità che però non preoccupa Schultz, in corsa in Alaska contro il repubblicano in carica Nick Begich. «Le persone», ha spiegato il democratico, «hanno una visione della fede più sofisticata di quanto spesso crediamo».
Il diritto all’aborto sarà centrale nella campagna elettorale
In ottica midterm, secondo gli esperti, giocherà un ruolo importante il diritto all’aborto, che dal 2022 in base a una sentenza della Corte Suprema non vale più a livello nazionale. Schultz, a favore della possibilità di scelta, ha affermato che le Sacre scritture non specificano con precisione l’inizio della vita umana, aggiungendo poi che in realtà sono gli stessi repubblicani a opporsi a misure che ridurrebbero effettivamente gli aborti come una migliore assistenza sanitaria, l’accesso ai contraccettivi e l’ampliamento dell’assistenza all’infanzia. «Sono pro-choice, nonostante la mia fede cristiana, ma proprio grazie a essa», ha tenuto a precisare.
Il Comitato paralimpico internazionale ha stabilito che sei atleti russi e quattro bielorussi potranno partecipare alle Paralimpiadi invernali di Milano-Cortina (che si svolgeranno dal 6 al 15 marzo) usando la bandiera, la divisa e l’inno dei loro Paesi, e non più come neutrali. Revocato dunque il divieto imposto dopo l’invasione dell’Ucraina: una mossa, quella del International Paralympic Committee, che ha fatto infuriare Kyiv. «La decisione degli organizzatori delle Paralimpiadi di consentire agli assassini e ai loro complici di competere ai Giochi Paralimpici sotto le bandiere nazionali è deludente e scandalosa», ha scritto su X Matviy Bidny, ministro dello Sport ucraino. Anche Valeriy Sushkevych, presidente del Comitato paralimpico ucraino, ha criticato duramente la decisione.
Il Comitato paralimpico internazionale ha assegnato sei posti alla Russia e quattro alla Bielorussia
A Parigi 2024 c’era stata la parziale riammissione senza simboli, dopo l’iniziale divieto di gareggiare: russi e bielorussi avevano potuto partecipare come atleti individuali e neutrali. E anche alle Olimpiadi di Milano-Cortina, sempre con gli stessi criteri, stanno gareggiando 13 atleti russi e sette bielorussi. L’International Paralympic Committee ha assegnato sei posti alla Russia: due nello sci alpino (uno maschile, uno femminile), due nello sci di fondo (uno maschile, uno femminile) e due nello snowboard (entrambi maschili). Alla Bielorussia sono stati invece assegnati quattro posti, tutti nello sci di fondo (uno maschile e tre femminili).
Il capo dello Stato Sergio Mattarella ha presieduto il plenum del Consiglio superiore della magistratura per la prima volta in 11 anni. Una decisione che arriva dopo giorni di polemiche sul Csm, inclusa quella innescata dal ministro della giustizia Carlo Nordio che ha parlato delle correnti al suo interno come di un «sistema para-mafioso». «Sono consapevole che non è consueta la presenza del presidente della Repubblica per i lavori ordinari del Consiglio», ha detto il capo dello Stato aprendo la seduta. «Mi hanno indotto a questa decisione la necessità e il desiderio di sottolineare, ancora una volta, il valore del ruolo di rilievo costituzionale del Csm e il rispetto che occorre nutrire e manifestare particolarmente da parte di altre istituzioni nei confronti di questa istituzione», ha aggiunto. Dopo il voto all’unanimità della pratica della nona commissione relativa al progetto finanziato dalla UeJudialogue, Mattarella ha sospeso la seduta e ha lasciato la sede del Csm.
A causa della censura trumpiana, nel corso della puntata di lunedì 16 febbraio del The Late Show non è andata in onda l’intervista di Stephen Colbert al texano James Talarico, astro nascente dem candidato alle primarie del suo partito per il Senato degli Stati Uniti. Colbert e lo staff del programma, in aperto contrasto con la Cbs, hanno però comunque pubblicato l’intervista sul canale YouTube del The Late Show, facendo il pieno di visualizzazioni: quasi cinque milioni.
Le accuse di Colbert a FCC e Cbs
Durante il consueto monologo di inizio puntata, Colbert ha presentando la Late Present Band e la sua ospite Jennifer Garner. Poi l’ironica domanda: «Sapete chi non è uno dei miei ospiti stasera?». Talarico, appunto. Gli avvocati della nostra rete ci hanno detto che non potevamo averlo in trasmissione», ha spiegato il presentatore: alla base del veto le regole della Federal Communications Fee (FCC), che prevedono la stessa quantità di tempo di trasmissione concessa a ogni politico. Insomma, la par condicio. Ci sono però due piccoli particolari da considerare: la FCC è controllata dal Partito repubblicano e Talarico in passato ha aspramente criticato Donald Trump. «Diciamo la verità: l’attuale amministrazione vuole mettere a tacere chiunque dica qualcosa di negativo su Trump in tv, perché tutto ciò che Trump fa è guardare la tv ok? È come un bambino che passa troppo tempo davanti allo schermo. Diventa irritabile e poi si scarica nel pannolino», ha detto Colbert, scagliandosi anche contro la Cbs che ha chinato il capo alla richiesta della FCC. Trump ha più volte sollecitato Brendan Carr, presidente della Commissione federale per le comunicazioni, ad agire contro le emittenti statunitensi che fanno una copertura – a suo modo di vedere – faziosa.
Seminarista e astro nascente dem: chi è Talarico
Classe 1989, James Dell Talarico, è membro della Camera dei rappresentanti del Texas dal 2018. Ex insegnante e attualmente seminarista presbiteriano, al momento sta affrontando la deputata per il Texas Jasmine Crockett e l’uomo d’affari Ahmad Hassan nelle primarie democratiche che stabiliranno il candidato dall’Asinello a un seggio al Senato degli Stati Uniti in occasione delle elezioni di midterm di novembre. Le primarie dem si terranno il 3 marzo, ma già dal 17 febbraio è possibile il voto anticipato. Sul fronte repubblicano si stanno invece affrontando il senatore John Cornyn, il deputato Wesley Hunt e il procuratore generale del Texas Ken Paxton.
Ci sono fusioni che sembrano matrimoni dinastici e altre dove invece i parenti della sposa mugugnano sottotraccia perché lo standing dello sposo delude le loro aspettative. Quella tra Monte dei Paschi di Siena e Mediobanca appartiene alla seconda categoria. Il consiglio di amministrazione di Rocca Salimbeni ha deliberato all’unanimità la fusione e dunque il delisting di Piazzetta Cuccia. Fine di un’epoca: Mediobanca esce dalla Borsa dove stava ininterrottamente dal 1956, quando il termine salotto denotava senza incertezza semantica la crème dei capitalisti senza capitali (copyright Enrico Cuccia) e non un talk show televisivo. Segno dei tempi, dirà qualcuno, inutili sentimentalismi. Però non si può non avere un piccolo sussulto nel dare l’addio a una società protagonista, nel bene e nel male, di tre quarti di secolo della finanza italiana.
Rocca Salimbeni, sede di Monte dei Paschi di Siena (Imagoeconomica).
La linea di Lovaglio ha prevalso su quella di Caltagirone
Alla fine la linea di Luigi Lovaglio, 70enne coriaceo banchiere temprato nelle filiali oltrecortina di Unicredit e provvisto di spigoloso carattere, ha prevalso su quella di Francesco Gaetano Caltagirone. Il primo deciso a chiudere il cerchio, anche a costo di sborsare i due e passa miliardi necessari per accompagnare Mediobanca fuori dal listino. Il secondo incline a lasciarla quotata, ufficialmente per preservarne un briciolo di autonomia, in realtà per evitare che il Monte si alleggerisse di una cifra che, in tempi di tassi ballerini e vigilanti sospettosi, non è esattamente una mancia.
Luigi Lovaglio, ad di Mps (Imagoeconomica).
Ha vinto invece la logica dell’incorporazione totale: niente doppie anime, niente ambiguità, una sola catena di comando. È così che Piazzetta Cuccia scompare dal tabellone di Piazza Affari come una vecchia insegna smontata nella notte.
Francesco Gaetano Caltagirone (foto Imagoeconomica).
Melzi d’Eril dovrà spiegare ai mercati che non si tratta di retrocessione
Dopo l’amorevole scambio di complimenti al termine dell’operazione che ha portato alla conquista di Milano, tra Lovaglio e Caltagirone era sceso il gelo. In finanza bisognerebbe diffidare dei convenevoli, spesso forieri di futuri contenziosi: finché serve si brinda, quando non serve più ci si guarda in cagnesco. L’Ingegnere non è entusiasta, eufemismo, e nemmeno i vertici di Mediobanca. L’amministratore delegato Alessandro Melzi d’Eril, che di Piazzetta Cuccia è un neofita, dovrà ora spiegare ai suoi uomini e ai mercati che non di retrocessione si tratta, ma di «integrazione strategica».
Alessandro Melzi d’Eril (foto Imagoeconomica).
Il presidente Vittorio Grilli, che ha lasciato JP Morgan, ossia la più grande banca al mondo, avrà contezza del fatto che guidare Mediobanca come filiale d’investimento del Monte non è esattamente la stessa cosa di prima? Lo stipendio sicuramente non soffre, ma il blasone sì.
Vittorio Grilli (Imagoeconomica).
Il delisting riporta Mediobanca dentro una logica più verticale
La questione però non è sentimentale, ma sistemica. Mediobanca è stata per decenni il luogo dove il capitalismo italico si parlava allo specchio: partecipazioni incrociate, patti di sindacato, moral suasion più o meno esplicite. Delistarla significa sottrarla al giudizio quotidiano del mercato e riportarla dentro una logica più verticale, più bancaria e meno da boutique e scrigno prezioso che custodisce il controllo delle Assicurazioni Generali.
Il logo di Generali (Imagoeconomica).
L’ennesima riscrittura di una storia che non manca mai di far discutere
Montepaschi, la banca più antica del mondo, sopravvissuta a granduchi, guerre, acquisizioni sciagurate e aumenti di capitale, oggi ingloba l’istituzione che ha dettato a una generazione di capitalisti e financo di politici le regole del gioco. È una nemesi o semplicemente il portato di un’evoluzione naturale di fronte a contesti che sono cambiati? Per ora è una scelta su cui servirà tempo per saggiare le conseguenze. Ma che per intanto comporta il voltare pagina e insieme l’ennesima riscrittura di una storia, quella di Mediobanca, che non manca mai di far discutere.
Secondo quanto scrive il Financial Times, Christine Lagarde avrebbe intenzione di lasciare il suo incarico da presidente della Bce prima della scadenza del mandato nel 2027. La decisione sarebbe legata alla volontà di dare al presidente francese Macron e al cancelliere tedesco Merz la possibilità di scegliere il suo successore, prima delle prossime elezioni presidenziali in Francia in programma ad aprile del 2027. Macron, che nei giorni scorsi ha già avuto a sorpresa la possibilità di nominare il successore del governatore della Banca di Francia, dopo che Francois Villeroy de Galhau ha dato le dimissioni in anticipo, secondo il Ft spinge da mesi per avere un ruolo nella scelta del prossimo presidente della Banca centrale europea.
La replica della Bce
Dopo la diffusione dell’indiscrezione, la Bce ha rilasciato una nota precisando che «la presidente Lagarde è totalmente concentrata sul suo mandato e non ha preso alcuna decisione riguardo alla conclusione del mandato».