Il metodo Mara Venier, dalla finta pensione all’avviso di sfratto per i papabili successori

In Rai tutto cambia perché nulla cambi, ma Mara Venier ha elevato il gattopardismo a sistema di governo assoluto. Non chiamatela zia degli italiani: nello studio Frizzi di via Nomentana comanda una monarca che gestisce il servizio pubblico come un tinello privato, con una marcatura precisa del territorio. Lo dimostrano i fatti: questa 50esima edizione di Domenica In, nelle intenzioni della tivù di Stato doveva simulare uno svecchiamento collegiale, con gli innesti del disturbatore Teo Mammucari, del meloniano Tommaso Cerno (collezionatore di flop seriali anche sulla dirimpettaia RaiDue) e del wedding planner Enzo Miccio, ma si è rivelata l’ennesima operazione di bonifica televisiva per proteggere un trono che non ammette condomini. Lo sa bene Gabriele Corsi, evaporato dai palinsesti prima ancora di iniziare l’estate per presunte frizioni con la titolare del salotto: un antipasto di una fame che non accetta eredi, ma solo comparse di sfondo.

Il caso Mammucari e la protezione del territorio emotivo

Per decifrare il codice di questo dominio bisogna guardare alla cronaca di questi giorni, lì dove lo scivolone diventa il pretesto per blindare il contratto. Tutto parte dall’ultima diretta, quando Mammucari (limitato a figurante già dalla seconda puntata) rompe il cerimoniale definendo «imbarazzante» la pellicola dell’ospite Peppe Iodice e chiedendo di cacciarlo dopo tre minuti. La reazione della conduttrice non è quella di una padrona di casa diplomatica, ma di una proprietaria dell’immobile che asfalta l’inquilino molesto con un «pirla» sparato in televisione. È la protezione del territorio emotivo, lo stesso che rivendica a fine puntata quando si commuove per un collaboratore storico e fulmina ancora l’ex Iena, colpevole di aver rovinato con un’uscita la liturgia del pianto e dei saluti.

Il messaggio per i naviganti è brutale: lo studio è un santuario e solo lei decide quando si ride e, soprattutto, quando si piange. E se ufficialmente la veneziana ha smentito l’ultimatum «o me o lui», la realtà è nei fatti: «Dove ci sono io non può entrare lui (Mammucari, ndr) coi miei ospiti». Punto. Chiuso. Sipario.

Qualcuno ha scambiato quel silenzio per un addio, ma…

È il “metodo Mara”: trasformare ogni crisi, ogni scivolone (chi dimentica quel comunicato pro-Israele letto con la mano tremante?) in una prova di forza. Pochi giorni dopo lo scontro, sua Maestà della Laguna ha calato la maschera in un’intervista a Fanpage, e di fronte alla domanda sul futuro, ha risposto: «Ogni anno dico che me ne vado, quest’anno non ho detto niente. Hai già capito, no?». Il collega, forse abbagliato dal riflesso delle paillettes, ha scambiato quel silenzio per un addio. Ma in quel non-detto c’è l’avviso di sfratto per chiunque pensasse di succederle.

Gioco facile con un’azienda orfana di alternative

È il congedo dalla finta pensione, la pietra tombale sulla pantomima dei ritiri iniziata nel 2021. Una liturgia fatta di lacrime, video appelli e dediche d’amore usati come scudo contro le critiche e come esca per farsi pregare da un’azienda orfana di alternative. Stavolta ha smesso di piangere per iniziare a contare i danni e blindare il 18esimo mandato, di cui già otto consecutivi, senza lasciare spazio a eredi (se mai ce ne fossero).

Dalla pastarella mangiata con Meloni al ricordo (tardivo?) di Enrica Bonaccorti

L’abisso con il passato però è totale. Se nel 1993 la sua domenica era quella corale di Luca Giurato, Gian Piero Galeazzi e di un cast che riportava il servizio pubblico ai fasti dell’audience battendo le private, oggi è un’industria meccanica del riciclo e della nostalgia, per la solita cerchia di amici. Una gestione che divora tutto, tra una pastarella mangiata con Giorgia Meloni collegata a distanza tra le polemiche o il ricordo di Enrica Bonaccorti, gestito tra commozioni tardive che hanno scatenato la furia degli utenti su X. Un’ingordigia che sta macchiando una carriera risorta nel 2018 grazie alla cura di Maria De Filippi, la burattinaia dei palinsesti che l’aveva recuperata dal tramonto certo del 2017.

Lo share dello Speciale Sanremo è una droga che tiene in vita il sistema

Ma oggi il totem del 40,5 per cento di share dello Speciale Sanremo è una droga numerica che tiene in vita il sistema. La Rai non può farne a meno, e lei lo sa. Lo sa così bene che ha smesso persino di recitare la parte della pensionanda. «Hai già capito, no?». Sì, Mara, abbiamo capito tutti. La “zia degli italiani” resta inchiodata alla poltrona. Il salotto di casa è diventata una prigione dorata per un’azienda che ha paura dell’innovazione e preferisce l’usato garantito al rischio del domani.

Gli occhi degli altri e la crisi della borghesia, tra desideri sterili e fantasmi

Nel 1970 l’Italia fu scossa da un caso di cronaca nera che metteva in luce cosa si nascondesse sotto la superficie levigata del bel Paese, ossia il delitto Casati Stampa. Protagonisti, il marchese Camillo Casati e sua moglie, Anna Fallarino. Una volta ottenuto dalla Sacra Rota l’annullamento dei precedenti matrimoni, la coppia si dedicava a singolari procedure di piacere: il marchese amava filmare la consorte durante rapporti sessuali con altri uomini, dal marchese stesso selezionati e retribuiti.

Gli occhi degli altri e la crisi della borghesia, tra desideri sterili e fantasmi
Gli occhi degli altri e la crisi della borghesia, tra desideri sterili e fantasmi
Gli occhi degli altri e la crisi della borghesia, tra desideri sterili e fantasmi
Gli occhi degli altri e la crisi della borghesia, tra desideri sterili e fantasmi
Gli occhi degli altri e la crisi della borghesia, tra desideri sterili e fantasmi

Una dark comedy anomala per il cinema italiano

Un film, adesso, in piena libertà, ne ripercorre l’evento e il senso. Il titolo è rivelatore, Gli occhi degli altri, diretto da Andrea De Sica, che lo ha scritto assieme a Gianni Romoli, abituale collaboratore di Ferzan Ozpetek, e Silvana Tamma. Lo stesso De Sica racconta di aver visitato la villa nell’isola di Zannone, arcipelago ponziano, un tempo residenza privata del marchese Casati, e aver percepito lo spirito oscuro e inquietante impresso nelle mura e negli spazi. Ne vien fuori un film del tutto anomalo nel prevedibile orizzonte contemporaneo del cinema italiano, una dark comedy, che tuttavia i nostri registi hanno inteso qualche volta sperimentare: si pensi a La stanza del vescovo e Anima nera, drammi ai limiti del noir, entrambi diretti da Dino Risi, tratti dai romanzi di Piero Chiara e Giovanni Arpino, oppure a Il sorriso del grande tentatore, un soggetto originale, singolare thriller metafisico, tentato da Damiano Damiani, che si avvalse dell’interpretazione di Glenda Jackson. Tutti film degli Anni 70, e forse non a caso. 

La villa simbolo di una borghesia ripiegata su se stessa

La vicenda oggi narrata da De Sica si dipana lungo tutti gli Anni 60, fino ad arrivare al tragico epilogo, il 30 agosto 1970, qui spostato al 31 dicembre, per esigenze di scrittura e messa in scena. Vera protagonista, la villa sull’isola, il laboratorio degli esperimenti erotici del marchese, luogo deputato alla rappresentazione di una borghesia italiana perdutamente ripiegata su se stessa, servizievole nei confronti di una nobiltà ormai fantasma, all’interno di una dinamica ossessiva secondo cui il denaro può tutto. Gli occhi degli altri, e non potrebbe essere altrimenti, è anche un film sul cinema. Il marchese Casati imbraccia la cinepresa come il fucile, e “spara” pellicola addosso alla moglie e i suoi amanti, allo stesso modo in cui prende a schioppettate la selvaggina dell’isola, in uno dei tanti riferimenti filmici presenti, ossia la caccia nel bosco dei borghesi annoiati ne La regola del gioco di Jean Renoir prima, e in Gosford Park di Robert Altman poi. Come è noto, “to shoot” significa sia filmare che sparare.

Gli occhi degli altri e la crisi della borghesia, tra desideri sterili e fantasmi
Gli occhi degli altri e la crisi della borghesia, tra desideri sterili e fantasmi
Gli occhi degli altri e la crisi della borghesia, tra desideri sterili e fantasmi
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Gli occhi degli altri e la crisi della borghesia, tra desideri sterili e fantasmi

Il corpo femminile come incubo del maschio italiano

Villa Casati sull’isola deserta, così, diventa come l’Overlook Hotel tra la neve, in Shining di Stanley Kubrick: un luogo chiuso e isolato dal mondo, in cui il protagonista, nelle vesti di inetto, mette in scena i propri fantasmi erotici e esistenziali. Un labirinto, e come tale viene filmato da De Sica, il quale incastra inquadrature decentrate, dove i personaggi risultano come spostati, posti a latere, incapsulati in corridoi, stanze o passaggi, che raffigurano i meandri oscuri e irregolari della psiche degli stessi protagonisti. La cinepresa e il proiettore, nelle mani del marchese, saltano fuori all’improvviso per dare luce e ombra ai fantasmi, primo fra tutti il corpo femminile, incubo inamovibile del maschio italiano. Il marchese ne è infatti il prototipo: incapace di dare senso alla sensualità della moglie, che inizialmente lo asseconda nei suoi labirintici e sterili desideri, egli si concentra su se stesso e le proprie infruttuose nevrosi.

I ruoli sono chiari: se il maschio nutre l’ossessione di vedere realizzati i propri fantasmi, pena la de-realizzazione di se stesso come persona, la donna abita consapevolmente i confini che si aprono tra il reale e l’immaginario, tra le cose e la mente. Il trauma è tutto lì. Attraverso la rappresentazione filmica degli amplessi della moglie con sconosciuti, il marchese tenta di esorcizzare la propria omosessualità repressa, ossia usa la moglie per raggiungere e toccare, con gli occhi, quel corpo maschile che non ha il coraggio di riconoscere quale oggetto di desiderio. La donna, invece no. Se fa sesso con sconosciuti, è perché desidera davvero soddisfare il desiderio del marito, ossia fare coppia. Come accade in Eyes Wide Shut, ancora di Kubrick, il maschio rimane alla estenuata ricerca della conferma della propria capacità sessuale, mentre la donna sa vivere senza distinzione alcuna la sfera del desiderio, sia nella realtà che nell’immaginazione. 

La cinepresa feticcio e lo spazio del desiderio reale

Ecco il senso dell’immagine cinematografica, che De Sica eleva a ulteriore protagonista del film: il maschio impugna la cinepresa come un feticcio sessuale, mentre la donna abita lo schermo quale spazio di condivisione. Insomma, a specchio, lui strumentalizza lei per soddisfare il proprio bisogno, allucinato, di un corpo maschile, mentre lei si concede agli sconosciuti per dare corpo, vivo e pulsante, al desiderio del marito nei propri confronti. In breve, lui filma lei perché non può possedere l’Altro, mentre lei accetta di essere posseduta dall’Altro, perché ama sinceramente fare l’amore con lui. Lei, visibile e in campo, è in grado di estendere la relazione anche nel fuori campo, ossia lo spazio del desiderio reale; lui, nascosto nel fuori campo, resta schiavo di ciò che guarda accadere in campo, che lo soddisfa al momento ma lo de-realizza nel tempo. Nella cultura borghese italiana, e non solo, la relazione maschio-femmina risulta così impossibile: la donna sa attraversare lo spazio tra visibile e invisibile, campo e fuori campo, mentre il maschio può stare o di qua, o di là, e basta. I maschi, o guardano, o vedono. Le donne, guardano e vedono. A un certo punto del racconto, lo specchio andrà in frantumi, e la donna non sarà più disponibile a una relazione che all’improvviso scopre nella sua verità, asimmetrica e prevaricante

Gli occhi degli altri è una riflessione sul linguaggio del cinema

Gli occhi degli altri, di Andrea De Sica, così, è davvero un film che si distacca dalla produzione corrente del cinema italiano. In un colpo solo, mette in scena la crisi dell’infantile e nevrotica borghesia italiana, mentre riflette sul linguaggio del cinema quale territorio in cui la crisi trova il suo spazio di raffigurazione e verità. Tutto ciò è stato possibile, infine, grazie al talento e professionalità degli interpreti. Filippo Timi veste i panni del marchese attraverso il minimo della teatralità esteriore, come un demiurgo immobile e patriarca, inchiodato alla propria nevrosi.

Gli occhi degli altri e la crisi della borghesia, tra desideri sterili e fantasmi
Filippo Timi, Andrea De Sica, Jasmine Trinca alla Festa del cinema di Roma (Ansa).

Jasmine Trinca, finalmente, varca la soglia che dall’attore conduce al divo, attraverso il coraggio, artistico, di recitare con il corpo, nel corpo, per il corpo. Come il suo personaggio richiede, Jasmine cattura il desiderio e lo rilancia: prodiga di sguardi in macchina, ella chiama in causa, senza compromessi, la funzione, estetica e sociale, dello spettatore. Lei ci guarda e noi siamo da lei guardati, in una interrogazione produttiva, in chiave dialettica, del senso del guardare col corpo e vedere con gli occhi. Ciò che il cinema è, o dovrebbe essere, al di là dei mille gusti possibili e tutti i pregiudizi di moda.

Le restrizioni di Trump decidono pure la formazione: è ancora calcio o politica?

Pareva una normale partita di una competizione internazionale per club. Invece il match fra la squadra giamaicana dei Mount Pleasant e i Los Angeles Galaxy, giocato nella notte italiana fra giovedì 19 e venerdì 20 marzo, è stata un segno potente di quanto la follia isolazionista trumpiana stia già colpendo il calcio globale.

Risultato condizionato da fattori extra sportivi

Valevole come ritorno degli ottavi di finale della Concacaf Champions Cup, il match partiva già ampiamente condizionato dal risultato dell’andata: 3-0 per i Galaxy, un punteggio che si è dilatato nel finale dato che ancora all’88’ era fermo sull’1-0. L’esito del primo match era già dunque una seria ipoteca sulla qualificazione, che ha preso definitivamente la strada di Los Angeles con un altro 3-0 nella gara di ritorno. Ma al di là dei meriti sul campo, se si guarda a ciò che è successo una settimana fa non si può ignorare quanto il risultato sia stato condizionato da fattori extra sportivi: e cioè le restrizioni volute dal presidente statunitense Donald Trump in materia di visti d’ingresso negli Usa.

Una serie di misure altamente selettive ha infatti colpito alcuni Paesi più di altri. Fin qui il mondo dello sport ne era stato abbastanza al riparo. Ma la gara del 12 marzo ci dice che l’impatto di queste misure potrebbe essere pesante e falsare le competizioni. E tutto ciò, con lo scenario di un’edizione del Mondiale 2026 che inizia fra meno di tre mesi sul suolo Usa, deve dare parecchio da riflettere.

Le restrizioni all’ingresso hanno bloccato 10 calciatori

Gli stenti che i dirigenti del Mount Pleasant hanno dovuto affrontare, nella preparazione della partita d’andata, sono passati pressoché sotto silenzio in Europa. La stampa internazionale ne ha dato notizia a partire dal 10 marzo, due giorni prima della gara. La squadra giamaicana era alla sua prima partecipazione in Concacaf Champions Cup, conquistata dopo avere vinto la scorsa edizione della Concacaf Caribbean Cup. Per un club giovane, fondato soltanto nel 2016, si tratta di uno straordinario traguardo. Che però è stato compromesso dalle restrizioni all’ingresso negli Usa che 10 suoi calciatori si sono visti opporre.

Le restrizioni di Trump decidono pure la formazione: è ancora calcio o politica?
Jakob Glesnes, giocatore dei Los Angeles Galaxy, impegnato in Concacaf Champions Cup (foto Ansa).

In particolare, il divieto si è abbattuto su sette calciatori di nazionalità haitiana, cioè una fra quelle maggiormente prese di mira dall’amministrazione Trump. Una condizione estrema, che ha costretto il management del club ad attingere pienamente alle squadre giovanili per riuscire a viaggiare verso gli Usa con una pattuglia minima di 18 calciatori.

Una pericolosa condizione di fragilità per un torneo internazionale

Resta il vulnus arrecato al club stesso, ma anche alla competizione e alla sua credibilità. Perché un conto è avere una squadra decimata da squalifiche o infortuni, altra storia è vederla sabotare dalle scelte politiche di un governo nazionale che distribuisce patenti da buoni o cattivi ai cittadini di altra nazionalità. Per una competizione sportiva internazionale si tratta di una pericolosa condizione di fragilità. Tanto più che tutto ciò è accaduto nei giorni della rinuncia al Mondiale da parte dell’Iran, con lo stesso Trump pronto a ribadire che i calciatori iraniani facevano bene a evitare di presentarsi.

Le restrizioni di Trump decidono pure la formazione: è ancora calcio o politica?
Donald Trump con la Coppa del mondo (Ansa).

Ma se il caso iraniano ha richiamato l’attenzione dei media internazionali, quello giamaicano è stato pressoché snobbato. Ciò che non può non aver rafforzato il senso di frustrazione di Paul Christie, direttore sportivo del Mount Pleasant. Alla vigilia della partita d’andata, Christie aveva dichiarato: «Non vogliamo limitarci a scendere in campo. Noi vogliamo competere in modo adeguato. Ma non ci è stata data la possibilità di andare in campo al nostro meglio».

La Conmebol ha persino incolpato il club giamaicano

E qui sta il punto: stiamo ancora parlando di sport come un campo capace di esercitare autonomia dalla politica, o come di una sua appendice? L’interrogativo rimane saldo se si guarda alla posizione assunta sulla vicenda dalla confederazione di Nord America, Centro America e Caraibi (Concacaf): che sostanzialmente ha incolpato il club giamaicano, accusandolo di non essersi mosso per tempo nella gestione delle procedure per ottenere i visti. Dunque, dopo il danno pure la beffa.

Le restrizioni di Trump decidono pure la formazione: è ancora calcio o politica?
Il presidente della Fifa Gianni Infantino (foto Ansa).

Sullo sfondo rimane il rapporto privilegiato (e iper-servile) del presidente della Fifa, Gianni Infantino, con Donald Trump. Un legame che sta ammazzando la credibilità del calcio mondiale. Ma lui la vede come alta politica. Rispetto a ciò, cosa volete che siano i problemi di un piccolo club giamaicano?

Acea celebra l’acqua: una maratona quotidiana tra sostenibilità e innovazione

È come riempire una piscina olimpionica ogni due minuti. È la quantità di acqua potabile che Acea distribuisce ogni giorno attraverso le proprie reti – 1,64 miliardi di litri, pari a oltre 19 mila litri al secondo. Un flusso continuo che ogni giorno garantisce acqua di qualità a 11 milioni di cittadini, sostenendo la vita quotidiana delle città e dei territori in otto regioni italiane. Acea, primo operatore idrico in Italia e secondo in Europa, è pronta a celebrare domenica 22 marzo la Giornata mondiale dell’acqua, che quest’anno sarà in concomitanza della Acea run Rome the marathon, di cui l’azienda è title sponsor e che conta oltre 36 mila partecipanti, per sensibilizzare l’opinione pubblica e affrontare il tema dei cambiamenti climatici che sempre più hanno un forte impatto sulla crisi idrica globale.

I numeri di Acea

Con 65 mila km di rete idrica potabile e oltre 1.400 impianti di depurazione, Acea si impegna quotidianamente per garantire a tutti la disponibilità e l’accesso ad acqua pulita e impegnando 890,8 milioni di euro di investimenti. Sono 600 milioni i metri cubi di acqua potabile distribuiti ogni anno e 770 milioni i metri cubi di acqua trattati dai depuratori, grazie a oltre 1.500 controlli analitici sulla qualità. In linea con i valori della sostenibilità e del riuso, da anni Acea investe in infrastrutture idriche innovative ed efficienti, promuove l’adozione di pratiche di utilizzo responsabile dell’acqua ed è sempre vicino ai territori in cui opera per garantire la tutela e la conservazione delle risorse idriche naturali. Infatti, come si legge nel bilancio dei risultati 2025 appena approvato, ben 4,4 milioni di metri cubi di acqua è riciclata e riutilizzata registrando un aumento del 29 per cento rispetto al 2024 e coprendo il 90 per cento dei fabbisogni per usi industriali.

Acea celebra l’acqua: una maratona quotidiana tra sostenibilità e innovazione
Sede Acea (Acea).

La presenza dell’azienda all’estero

Non solo Italia. L’azienda è presente anche a livello internazionale, in particolare in America Latina – con una presenza consolidata in Peru, Honduras e Repubblica Dominicana, dove i servizi idrici integrati servono oltre 10 milioni di persone. Acea, unico operatore idrico italiano che partecipa alla cabina di regia del Piano Mattei, si è aggiudicata la gara in Congo per il progetto idrico Saep Djoué II, che punta a garantire acqua potabile a oltre un milione di cittadini a Brazzaville. L’azienda è poi impegnata in iniziative in Tunisia, Angola, Mozambico, Mauritania, Marocco e Kenya, coprendo l’intera catena del valore dell’acqua (approvvigionamento, trattamento e riuso delle acque reflue, desalinizzazione e fognature). Ha anche rafforzato il proprio ruolo internazionale partecipando per il terzo anno consecutivo al World economic forum annual meeting di Davos. Nel contesto europeo, Acea ha contribuito alla definizione della Water resilience strategy della Commissione europea e ha proposto una “regia unica” per la gestione dell’acqua.

La formazione a scuole, cittadini e dipendenti

Con oltre 226 mila ore di formazione nel 2025, Acea promuove una strategia articolata di formazione e sensibilizzazione rivolta a scuole, imprese e cittadini, con particolare attenzione ai giovani, anche attraverso iniziative con il ministero dell’Istruzione e del merito come Acea Scuola educazione idrica, rivolto agli studenti delle scuole primarie e secondarie di primo grado di tutta Italia, e con percorsi avanzati come il master in Water management sviluppato con la 24 Ore Business School e Intesa Sanpaolo. Infine, attraverso l’Academy, Acea investe nello sviluppo delle competenze dei propri dipendenti per affrontare le sfide della transizione idrica e sostenibile.

Requiem per i “femminili”: la crisi dei settimanali di moda e gossip

L’addio di Alfonso Signorini alla Mondadori, e l’uscita in sala, il 29 aprile, del secondo capitolo del film Il Diavolo veste Prada, hanno riacceso i riflettori su un mondo editoriale, quello dei settimanali di gossip e delle riviste cosiddette femminili, dove in realtà la luce si è spenta già da molto tempo.

Patinati e settimanali a corto di lettori e investimenti

Il Diavolo veste Prada arrivò infatti al cinema nel 2006, e una ventina di anni fa poteva avere ancora senso il mito della rivista Runway e della potentissima direttrice Miranda Priestly (interpretata da Meryl Streep e chiaramente ispirata ad Anna Wintour) da cui dipendeva il successo o il disastro di uno stilista. Vent’anni dopo ci si ritrova con un settore del fashion in profonda crisi – il valore dell’intera filiera è passato dai circa 104 miliardi del 2023 ai 90 del 2024 per attestarsi intorno agli 80 nel 2025 – e una stampa di settore, spazzata via dal digitale, ormai incapace sia di intercettare gli investimenti pubblicitari di una volta, sia tantomeno di essere influente come un tempo. E basta dare un’occhiata ai numeri delle copie vendute per avere una idea chiara dello scenario. Il mensile femminile italiano più autorevole, ovvero il Vogue che fu per decenni di Franca Sozzani (direttrice dal 1988 al 2016), adesso vende in edicola 28 mila copie al mese. Un po’ di più Amica, a quota 48 mila. Harper’s Bazaar non riesce neppure a mettere insieme 12 numeri all’anno per essere definito mensile, e si ferma a 16 mila copie a numero. Tra i settimanali femminili, invece, ormai spicca solo Io Donna, allegato al Corriere della sera, con le sue 113 mila copie medie. E poi, il vuoto: D di Repubblica è a 47 mila, F (Cairo editore) a 45 mila, e Donna Moderna (del gruppo di Maurizio Belpietro) si ferma a 32 mila. Altre tre testate, un tempo molto prestigiose, non riescono a uscire tutte le settimane e quindi non si possono definire settimanali: Vanity Fair vende in edicola 52 mila copie a numero, Elle 47 mila, Grazia 41 mila.

Requiem per i “femminili”: la crisi dei settimanali di moda e gossip
Meryl Streep e Anne Hathaway sul set del Diavolo veste Prada (Ansa).

Pure il pettegolezzo su carta non tira più

Non che le cose vadano molto meglio nel gossip. Un settore che, con l’uscita di scena di Signorini (qualche settimana fa si è dimesso dall’incarico di direttore editoriale di Chi), mette la parola fine a un’epoca durata circa un quarto di secolo. Il rotocalco mondadoriano adesso galleggia a quota 47 mila copie vendute in edicola. E, tra i settimanali che si occupano di pettegolezzo, è il fanalino di coda. Diva e donna arriva a 58 mila copie, Gente a 69 mila, Nuovo a 102 mila, Oggi a 106 mila e Dipiù, il leader di Cairo editore, veleggia a 195 mila copie vendute ogni settimana.

Requiem per i “femminili”: la crisi dei settimanali di moda e gossip
Alfonso Signorini (Ansa).

La mancata rivoluzione digitale. Fino a Corona (procure permettendo)

Curiosamente questo comparto, che, per taglio delle news si presterebbe molto al mondo del web e dei social, non è mai stato capace di esprimere declinazioni di successo in Rete (al contrario di quanto accaduto, ad esempio, negli Stati Uniti). Ci provò, pioniera, Silvana Giacobini, a inizio del millennio con Il mondo di Silvana, quando era direttrice di Chi. Ma il suo sito-blog non decollò. Un po’ di traffico venne intercettato da Dagospia, che poi, però si dedicò di più ai poteri e meno al gossip. Mentre le testate regine del pettegolezzo, a partire da Chi, non riuscirono mai a valorizzarsi nelle versioni digitali. Pure l’ultimo grande rilancio di Oggi sul web nel 2022, con Carlo Verdelli direttore e Marco Pratellesi vicedirettore, non ha funzionato. Tra il 2025 e il 2026 ci ha provato su YouTube Fabrizio Corona con Falsissimo, i cui destini, nonostante le views da capogiro, sono legati alle cause per diffamazione intentategli da Mediaset.

Requiem per i “femminili”: la crisi dei settimanali di moda e gossip
Fabrizio Corona (foto Ansa).

La pandemia di Covid ci ha davvero insegnato qualcosa?

Oscurata dalle guerre in corso, la Giornata nazionale in memoria delle vittime del Covid-19, celebrata mercoledì 18 marzo, non ha avuto l’eco che meritava. Rimozione di un ricordo molto doloroso o incapacità di fare seriamente i conti con un fenomeno epocale?

Il Covid ha portato a un velocissimo salto d’epoca

La domanda resta aperta. Mi limiterò ad evidenziare alcuni aspetti della prima pandemia globale della storia recente, che ci ha visto cambiare profondamente come persone, comunità e modi di vita. Abbiamo vissuto un prima e un dopo attraversati da un velocissimo “salto d’epoca”. Anzitutto tecnologico. A partire dai tempi record impiegati per ottenere vaccini efficaci e disponibili su larga scala e, più in generale, facendo fare in poco tempo all’intera società salti in avanti di anni. Ma pure, per quanto possa apparire paradossale, balzi indietro ancor più sensazionali. Visto che al primo manifestarsi della pandemia sono riapparsi i fantasmi e le paure delle antiche pestilenze. 

La pandemia di Covid ci ha davvero insegnato qualcosa?
La pandemia di Covid ci ha davvero insegnato qualcosa?
La pandemia di Covid ci ha davvero insegnato qualcosa?
La pandemia di Covid ci ha davvero insegnato qualcosa?
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La pandemia di Covid ci ha davvero insegnato qualcosa?
La pandemia di Covid ci ha davvero insegnato qualcosa?
La pandemia di Covid ci ha davvero insegnato qualcosa?
La pandemia di Covid ci ha davvero insegnato qualcosa?

La crisi economica e il boom del debito globale

Gli italiani che lavoravano da remoto erano poco meno di 700 mila a gennaio 2020: a maggio 2021 sono diventati più di 8 milioni. In tre mesi, in occasione del primo lockdown, i pagamenti elettronici sono aumentati del 68 per cento, con un incremento percentuale di 11 punti: lo stesso registrato dal 2011 al 2019. Ma nel 2020 secondo l’Ocse, si è perso anche quel che si era guadagnato in più di un decennio, dalla crisi del 2008. Nel contempo, per effetto delle ingenti risorse pubbliche richieste per fronteggiare la pandemia, il debito globale rispetto al Pil è salito al 355 per cento nel 2021. L’anno peggiore, secondo gli economisti, dalla fine della II Guerra mondiale. Però il migliore di sempre per Big Pharma che con i vaccini ha realizzato il più grande business della sua storia. 

L’essere phygital è ormai una condizione abituale

Sono entrati nel vocabolario, ma anche nelle nostre esistenze quotidiane, termini come smart working e l’e-learning. Essere phygital (fisico+digitale) ossia ibridi, presenti e distanti, vicini ma lontani, indipendentemente dall’essere live o sullo screen, è diventato, come stiamo vedendo ora, una condizione abituale di vita e non solo di studio o lavoro. Anche se sono tutt’oggi forti le resistenze e talvolta la voglia di ritornare alla situazione pre pandemia. Il virus, con il suo carattere mutante e virale, è stato anche un segno dei tempi: perfetto per rappresentare l’assoluta emergenza e rilevanza dei social media, dove la viralità è appunto un fattore decisivo, e più in generale una situazione di travolgente mutamento. Con il lockdown molte attività tradizionali (bar e ristoranti in primo luogo) sono collassate, mentre i social ma soprattutto i servizi di messaggistica sono volati registrando incrementi sensazionali. Così come è decollato il mercato del food delivery (con le degenerazioni a cui stiamo assistendo, tra nuove forme di caporalato e sfruttamento).

La pandemia di Covid ci ha davvero insegnato qualcosa?
Hub vaccinale a Torino (Ansa).

Il Covid ci ha lasciato un mondo spaventato e diviso

Ma l’altra faccia, umana e sanitaria, del Covid-19 ci ha consegnato un mondo e una società più che mai divisi, spaventati e colpiti. Nel corpo e negli affetti. Con una ambivalenza tra il peggio e il meglio rappresentata da una lato dalla politica e dai leader no-vax, ovvero i negatori della mortalità del virus, con in prima fila gli autocrati, da Trump a Bolsonaro, da Orban a Erdogan; dall’altro dalla capacità di reazione attiva, concreta e perfino ottimistica del personale sanitario, delle associazioni di volontariato e dei gruppi di cittadinanza attiva. In mezzo a questi due schieramenti le immagini e le cronache della fase più alta della pandemia, il 2020-2021: ospedali presi d’assedio, file di camion militari carichi di bare dirette ai luoghi di cremazione, famiglie devastate dal dolore di non poter assistere i propri cari e dare loro l’ultimo saluto.

La pandemia di Covid ci ha davvero insegnato qualcosa?
(foto di Guido Hofmann via Unsplash).

Abbiamo imparato qualcosa da quella tragedia?

Quel che resta è il titolo del docu-film di Gianpaolo Bigoli e Mariachiara Illica Magrini, visibile su RaiPlay, che racconta i giorni terribili del primo lockdown a partire dall’impegno di un gruppo di cittadini di Parma che decide di raccogliere gli effetti personali abbandonati in ospedale dalle vittime del Covid per restituirli alle famiglie che non hanno nemmeno potuto celebrare i funerali. Seguendo il viaggio degli oggetti, il film racconta una comunità che cerca di rimanere unita. Di ritrovare il filo di un comune destino in una situazione di drammatica emergenza. Ma detto che il documentario è commovente, possiamo chiederci cosa resta oggi di quella tragedia? È stata una lezione che ci ha insegnato qualcosa, resi migliori e capaci di fronteggiare con minor danno una prossima pandemia, oppure no? Tragicamente – ma è un’ipotesi provvisoria – a mantenersi vivi sono stati il sentimento no-vax e le teorie di complotti orchestrati da Big Pharma e dalle élite globaliste. Al contrario si sono perse quasi le tracce sia dell’urgente bisogno di potenziare la sanità pubblica, soprattutto quella territoriale e della necessità di organismi sovranazionali efficaci capaci di fronteggiare eventuali nuove pandemie. Dopo gli Usa di Trump ora è l’Argentina di Millei a ritirarsi dall’OMS ed è prevedibile che altri capi di governo sovranisti vorranno seguire l’esempio. Col risultato altrettanto prevedibile di rischi epidemici crescenti. Come peraltro sta accadendo negli Usa, dove focolai di morbillo si registrano un po’ ovunque.

La pandemia di Covid ci ha davvero insegnato qualcosa?
Javier Milei e Donald Trump (Ansa).

#uniticelafaremo è stato solo un miraggio

Agli inizi della pandemia sembrava che l’Italia migliore si fosse ritrovata. Che nell’emergenza avesse riscoperto i valori dismessi da anni della solidarietà, della comunanza, della fiducia e dell’ottimismo, nonostante la situazione fosse preoccupante. Era il momento degli striscioni alle finestre, dell’inno di Mameli cantato dai balconi, dei concerti condominiali, accompagnati e accomunati dagli speranzosi #iorestoacasa, #uniticelafaremo, #tuttoandràbene. Ma è durato sin che l’emergenza è stata alta, perché non appena si è cominciato a intravvedere uno spiraglio di normalità la contesa, la polemica e lo scontro quotidiani sono ripresi. Come prima e più di prima, con la politica e i politici a dare il cattivo esempio. A enfatizzare e cavalcare i punti di contrasto, le divisioni, le situazioni di crisi e di oggettiva difficoltà. Insomma siamo ritornati a essere un Paese malmesso e sconnesso. Report e sondaggi nazionali e internazionali di questi anni ci consegnano l’immagine e la realtà di un Paese che ha più poco da spartire con l’Italia della Dolce vita o dei «valzer e caffè» cantata da De Gregori. E molto invece con un Paese che si scopre sempre più solo, per effetto di crescente singolitudine e vedovanza che riguarda giovani e vecchi. E che ora a un malessere sociale alimentato dall’ossessione securitaria, aggiunge il timore di una guerra lontana ma in veloce avvicinamento. E come è già avvenuto con il Covid e altre più recenti tragedie ambientali (dalle alluvioni in Romagna alla devastante frana di Niscemi) sappiamo e abbiamo sperimentato che viviamo un tempo nel quale una volta lanciato l’allarme ci vuole niente perché l’incendio divampi o l’acqua esondi. 

Incidenti stradali: a Roma muore un 17enne, a Milano due ventenni

AGI - Incidente stradale all'alba a Milano dove nello schianto tra un taxi e una moto sono morti una ragazza e un ragazzo di 20 e 23 anni. Sempre nella notte a Roma un 17enne è deceduto dopo che la microcar che guidava si è scontrata con una vettura. 

Incidente stradale a Milano: morti due giovani 

Incidente stradale all'alba a Milano. Nello schianto tra una moto e un taxi questa mattina alle 4 sono morti due giovani. Una ragazza di 20 anni e un ragazzo di 23 anni sono morti dopo che la motocicletta a bordo della quale viaggiavano si è scontrata in viale Mugello con un taxi  guidata da un uomo di 61 anni, rimasto ferito in modo non grave.

La dinamica 

Sul posto, oltre ai soccorritori del 118 e i vigili del fuoco, anche gli agenti della Polizia locale per ricostruire la dinamica e le responsabilità dell'incidente stradale.

I due giovani morti sul colpo dopo un violento urto con un taxi erano in sella a una moto Kawasaki.
Dalla prima ricostruzione della polizia locale il guidatore della moto sarebbe passato con il rosso in viale Campania mentre da corso XXII marzo arrivava un taxi. Il tassista di 61 anni non è riuscito a evitare l’impatto.

Incidente stradale a Roma, deceduto un 17enne 

Le pattuglie della polizia locale di Roma Capitale sono intervenute all’altezza del chilometro 12.600 di via Cristoforo Colombo, nella carreggiata centrale con direzione Ostia, dove poco prima delle ore 2 di stanotte si è verificato un grave incidente stradale tra una Toyota Yaris e una microcar Ligier.

Deceduto sul posto il conducente della Ligier, un ragazzo italiano di 17 anni, mentre il passeggero è stato condotto in ospedale per le cure mediche del caso. Ferito l’uomo alla guida dell’autovettura, un 53enne italiano, trasportato presso l’ospedale San Camillo, dove è stato sottoposto anche agli accertamenti di rito.

Dopo l'incidente sono stati sequestrati i due veicoli 

Entrambi i veicoli coinvolti sono stati sequestrati dagli agenti del IX Gruppo Eur, tuttora impegnati a ricostruire l’esatta dinamica di quanto accaduto.

La trappola degli Emirati: quando l’«hub neutro» del Golfo scopre di non esserlo più

C’è un momento preciso in cui una narrazione costruita per decenni comincia a sgretolarsi. Per gli Emirati Arabi Uniti, quel momento è adesso, e si misura in droni, impianti di gas in fiamme, spread bancari e liquidità d’emergenza. Il 16 marzo, un attacco con droni ha innescato un incendio nello Shah gas field ad Abu Dhabi, il primo attacco diretto a un giacimento produttivo emiratino dall’inizio della guerra. L’impianto fornisce circa il 20 per cento dell’approvvigionamento interno di gas degli UAE e il 5 per cento del solfato granulato mondiale. Il giorno dopo, lo stesso copione: un incendio nella zona industriale petrolifera di Fujairah, una petroliera colpita a 23 miglia nautiche a est del porto, la raffineria di Ruwais fermata come misura precauzionale dopo un precedente attacco con droni. 

La Banca centrale emiratina ostenta sicurezza ma vara pacchetti di emergenza

Il 18 marzo, la banca centrale emiratina ha convocato una riunione straordinaria del consiglio e approvato un pacchetto d’emergenza per l’intero sistema bancario. Le misure consentono agli istituti di credito di accedere fino al 30 per cento dei saldi delle riserve obbligatorie e di attingere a linee di liquidità a termine in dirham (AED) e dollari, mentre le ricadute della guerra con l’Iran si ripercuotono sui mercati regionali e intaccano il sentiment degli investitori. Il pacchetto è strutturato su cinque pilastri: accesso ampliato alle riserve, allentamento temporaneo dei ratio di liquidità e funding, rilascio del Countercyclical Capital Buffer e del Capital Conservation Buffer, flessibilità nella classificazione dei crediti deteriorati per i clienti colpiti dalle «circostanze straordinarie». Abu Dhabi ha reagito con la comunicazione rodata delle petromonarchie in stato d’emergenza: tutto sotto controllo, i fondamentali sono solidi, il sistema regge. Riserve valutarie superiori a un trilione di AED (270 miliardi di dollari), monetary base cover ratio al 119 per cento, settore bancario da 5,4 trilioni di AED, liquidità totale delle banche presso la banca centrale vicina ai 920 miliardi di AED. Numeri reali. Ma che non spiegano perché si sia dovuto rilasciare simultaneamente entrambi i capital buffer (le riserve di capitale) e ammorbidire le regole sugli NPL. Queste sono misure che si usano quando il sistema mostra crepe. Non si mobilita tutto questo arsenale regolatorio «per precauzione».

La scommessa di Mohammed bin Zayed: accreditarsi come hub neutro del Medio Oriente

I mercati hanno reagito in modo rivelatore: Dubai ha guadagnato fino al 3,4 per cento nella seduta successiva all’annuncio, prima di ripiegare a un più modesto +0,8 per cento, con Emirates NBD che aveva toccato un rally intraday di oltre il 9 per cento per poi chiudere quasi invariata. Un rimbalzo tecnico da panico assorbito, non da fiducia ritrovata. La differenza è sottile nei grafici, enorme nella sostanza. Il problema non è congiunturale. È strutturale. E radica in una scommessa geopolitica che Mohammed bin Zayed ha fatto negli ultimi cinque anni, una scommessa che la guerra sta presentando al tavolo per il pagamento. Gli UAE hanno costruito la propria fortuna sull’idea di essere l’hub neutro del Medio Oriente: la piattaforma dove i capitali del mondo arabo, dell’Asia e dell’Occidente si incontravano senza chiedersi troppo da dove venissero o a chi appartenessero. Dubai era il luogo dove un oligarca russo, un imprenditore iraniano, un fondo sovrano saudita e un family office israeliano potevano sedersi allo stesso tavolo, fare affari e rientrare nei propri Paesi. La neutralità era il prodotto. La fiducia era il capitale vero, quello non iscritto in bilancio.

La trappola degli Emirati: quando l’«hub neutro» del Golfo scopre di non esserlo più
Donald Trump con Mohamed bin Zayed Al Nahyan (Ansa).

La prima incrinatura è arrivata con gli Accordi di Abramo

Gli Accordi di Abramo del settembre 2020 hanno segnato la prima incrinatura visibile di quella costruzione. La normalizzazione dei rapporti con Israele ha aperto la strada a nuove partnership commerciali bilaterali e a un accordo di partenariato economico complessivo firmato nel 2023, il più grande tra Israele e qualunque Paese arabo, con l’obiettivo di portare il commercio bilaterale oltre i 10 miliardi di dollari in cinque anni. Il calcolo emiratino era razionale e, all’epoca, difendibile: sicurezza garantita dagli americani, accesso a tecnologia militare e civile israeliana, vantaggio competitivo rispetto ai vicini, un’assicurazione sulla vita pagata in cambio di legittimità geopolitica occidentale. Ma c’era un costo che Abu Dhabi aveva scelto di non contabilizzare: la percezione nel mondo arabo e islamico allargato. Già nel settembre 2025, dopo che l’aviazione israeliana aveva bombardato un edificio a Doha dove si erano riuniti leader di Hamas, MBZ aveva convocato una riunione d’emergenza per valutare le opzioni di risposta degli UAE, furioso per il fatto che Israele si fosse scatenato «con i suoi aerei» dove voleva. L’opzione di congelare gli Accordi di Abramo era arrivata sul tavolo, per poi essere accantonata. Un anno dopo, quella scelta di non rompere pesa come un macigno.

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Donald Trump alla cerimonia per la firma degli Accordi di Abramo con Benjamin Netanyahu e i ministri degli Esteri degli Emirati e del Bahrain, lo sceicco Abdullah bin Zayed bin Sultan Al Nahyan e Abdullatif bin Rashid Alzayani (Ansa).

La strategia iraniana: dimostrare che Dubai non è più un porto sicuro

Poi è arrivata la guerra aperta con l’Iran. E con la guerra è arrivato il conto. Teheran non ha bisogno di conquistare Dubai. Non deve nemmeno farla collassare. Le basta dimostrare, colpo dopo colpo, settimana dopo settimana, che Dubai non è più un porto sicuro. Con lo Shah gas plant fermo per la valutazione dei danni e la conseguente tensione sul mercato globale dei fertilizzanti – dato che il solfato di Shah viaggiava via ferrovia fino al terminal di Ruwais per l’export – il messaggio non è energetico, è politico: avete scelto da che parte stare, e ora ne pagate le conseguenze; i capitali lì depositati non dormono sonni tranquilli, l’hub ha smesso di essere neutro. Secondo Hussein Ibish, senior scholar all’Arab Gulf States Institute di Washington, la guerra ha convinto molti Paesi del Golfo che Israele è diventato «una fonte primaria di insicurezza e instabilità in Medio Oriente, almeno al pari di Teheran». Una valutazione che, pronunciata da un analista del Golfo, vale quanto un declassamento del rating.

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Esplosione nei pressi dell’aeroporto internazionale di Dubai, il 16 marzo 2026 (Ansa).

L’erosione della fiducia produce effetti irreversibili

Ed è esattamente questo il messaggio che sta circolando nelle sale dei grandi fondi e delle banche private internazionali. Non è un crollo, almeno non nei termini che si misurano sugli spreadsheet di domani mattina. È qualcosa di più sottile e più duraturo: l’erosione della parola. Quella di MBZ, che aveva garantito stabilità, neutralità, affidabilità a chiunque portasse capitali nel suo emirato. Quella di un sistema che si era venduto come impermeabile alle turbolenze regionali, come il luogo dove la geopolitica si fermava al confine e il business continuava indisturbato. La storia insegna che queste erosioni non producono effetti istantanei. Producono effetti irreversibili. Chi diversifica da Dubai oggi raramente torna. Chi apre un conto a Singapore o trasferisce la holding a Ginevra invece che al Dubai International Financial Centre non si risposta facilmente. Il capitale è viscoso in entrata, fluido in uscita, e la memoria degli investitori istituzionali è straordinariamente lunga quando si tratta di sicurezza patrimoniale.

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H.E. Khaled Mohamed Balama, governatore della Banca centrale degli Emirati (dal profilo Instagram).

L’allineamento con Washington e Tel Aviv non ha assicurato stabilità, anzi

La mossa della Banca centrale — tecnicamente corretta, probabilmente necessaria — ha il difetto di confermare ciò che voleva smentire. Il resilience package è la prova documentale che c’è qualcosa da cui difendersi. L’emissione di comunicati che proclamano solidità del sistema mentre si rilasciano contemporaneamente tutti i buffer disponibili è una contraddizione che gli analisti finanziari sanno leggere benissimo. MBZ ha scommesso che l’allineamento con Washington e Tel Aviv avrebbe comprato sicurezza duratura a fronte di qualche attrito con il mondo arabo. Quella scommessa prevedeva un Iran sconfitto rapidamente, un Medio Oriente riconfigurato attorno all’asse americano-israeliano-sunnita, e gli UAE come snodo indispensabile di quel nuovo ordine. Nessuno di questi scenari si è materializzato. L’Iran colpisce le infrastrutture emiratine con droni e non paga alcun prezzo diretto per farlo. Israele «si scatena con i suoi aerei dove vuole» — parole di MBZ stesso — e gli UAE incassano le ripercussioni senza potersi sfilare dall’alleanza per non perdere la copertura americana. Una trappola perfetta.

La trappola degli Emirati: quando l’«hub neutro» del Golfo scopre di non esserlo più
Sheikh Mohamed bin Zayed Al Nahyan e Donald Trump (Ansa).

Il castello narrativo di MBZ sta perdendo pezzi

C’è una parola in arabo che nel mondo del commercio e della finanza del Golfo pesa quanto una sentenza: wajh, che significa letteralmente “faccia”, ma traslata vale reputazione, credibilità, la parola che vale più di qualsiasi contratto scritto. MBZ ha costruito per 20 anni il wajh degli Emirati come garante affidabile, interlocutore equidistante, porto sicuro per i capitali di chiunque. Quella costruzione non collassa in una settimana. Ma si incrina. E le crepe, nel cemento come nella reputazione, tendono ad allargarsi da sole. Ci vorranno anni prima che il conto finale sia visibile. Ma chi si fida ancora della parola del beduino di Abu Dhabi sa già che quella parola ora ha un asterisco. E gli asterischi, nella finanza internazionale, costano caro.

L’eccidio delle Fosse Ardeatine, parte la ricerca per identificare le ultime 7 vittime

AGI - A 82 anni dall’eccidio delle Fosse Ardeatine, sette vittime risultano ancora prive di identità. L’Università di Firenze avvia una nuova fase di ricerca con l’obiettivo di completare il percorso identificativo attraverso il coinvolgimento dei familiari.

"Identificare tutte le vittime delle Fosse Ardeatine" 

Nel sacrario che contiene i corpi dei 335 civili e militari uccisi nella strage perpetrata a Roma nel 1944 dalle truppe di occupazione tedesche, 12 tombe fino a pochi anni fa portavano la scritta “Ignoto”.

Protagonista del tentativo – di alto valore storico, scientifico e civile – di ridare un nome alle vittime non identificate è da 16 anni l’antropologa forense Elena Pilli e il suo gruppo di ricerca dell’Università di Firenze.

Le ricerche sull'eccidio delle Fosse Ardeatine

Attraverso un approccio interdisciplinare che integra l’antropologia forense – attraverso l’estrazione e la caratterizzazione molecolare del DNA degradato – e la ricerca storico-documentale, in collaborazione con il RIS dei Carabinieri di Roma, l’Ufficio per la Tutela della Cultura e della Memoria della Difesa, il Museo Storico della Liberazione di Roma, la Comunità Ebraica di Roma, l’Ambasciata della Repubblica Federale di Germania, tutti i partner del progetto Virtual Biographical Archive (ViBiA) – archivio digitale biografico delle vittime della strage – e le rappresentanze delle famiglie delle vittime (ANFIM), dal 2010 a oggi sono state identificate, in momenti diversi, cinque delle dodici vittime inizialmente ignote.

La nuova fase del progetto 

Il progetto entra ora in una nuova fase operativa ed Elena Pilli, docente coinvolta come esperta anche in casi giudiziari mediaticamente rilevanti, lancia un appello per identificare le ultime sette vittime ancora ignote della strage.

L'appello ai familiari delle vittime delle Fosse Ardeatine 

“Per proseguire il percorso di memoria pubblica e giustizia storica che negli ultimi anni si è arricchito anche grazie al contributo della storica Alessia Glielmi e della documentarista Michela Micocci – afferma Pilli – riteniamo oggi necessario affiancare alla ricerca scientifica il contributo delle famiglie, sia fornendo informazioni utili alla ricostruzione delle linee genealogiche sia attraverso la donazione volontaria di un campione biologico. Se la guerra, con il suo carico di orrore, mira a distruggere e cancellare, l’impegno di restituire un nome, un’identità e una storia alle vittime ancora senza nome rappresenta una delle azioni più importanti per riaffermare le ragioni della vita, di ogni vita, che non può essere dimenticata”.

L'importanza del contributo dei parenti delle vittime 

Il contributo delle famiglie è essenziale per rendere possibile il confronto genetico e completare il processo identificativo. L’appello è rivolto a tutti i familiari delle vittime, ma anche a chi, sulla base di ricordi familiari o informazioni documentali, ritenga che un proprio congiunto possa essere stato tra le vittime dell’eccidio.

Forti scosse di terremoto in Sicilia, paura a Messina e Palermo

AGI - Due scosse di terremoto avvertite chiaramente a Messina e Palermo a pochi minuti di distanza con epicentro in entrambi i casi nel Mar Tirreno meridionale di fronte a Messina.

La scossa delle 2:46 di magnitudo 4.6 è avvenuta a una profondità di 29 km. Quella delle 2:49, di magnitudo 4.3, è avvenuta nella zona delle Isole Eolie (Messina) a una profondità di 11 km.

Le scosse successive

Dopo le forti scosse di terremoto con epicentro il Mar Tirreno meridionale tra Messina e Palermo, di magnitudo 4.6 e 4.3, prosegue lo sciame sismico: una scossa di 3.0 si è avvertita nel Mar Tirreno meridionale alle 2:53 a una profondità di 11 km. Altre nove invece alle Isole Eolie tra le 2:55 e le 3:32 di magnitudo 2.7 (profondità 17 km), 2.9 (27 km), 2.22.1, 2.1, 2.6, 2.0, 2.8 (10 km) e 2.7 (16 km).ù

Tanta paura ma nessun danno di rilievo

Lo sciame sismico prosegue ancora, sempre con epicentro le isole Eolie. A parte tanta paura per il terremoto che ha svegliato gli abitanti della costa settentrionale della Sicilia tra Palermo e Messina, non si registrano danni a cose o persone.