Le restrizioni di Trump decidono pure la formazione: è ancora calcio o politica?

Pareva una normale partita di una competizione internazionale per club. Invece il match fra la squadra giamaicana dei Mount Pleasant e i Los Angeles Galaxy, giocato nella notte italiana fra giovedì 19 e venerdì 20 marzo, è stata un segno potente di quanto la follia isolazionista trumpiana stia già colpendo il calcio globale.

Risultato condizionato da fattori extra sportivi

Valevole come ritorno degli ottavi di finale della Concacaf Champions Cup, il match partiva già ampiamente condizionato dal risultato dell’andata: 3-0 per i Galaxy, un punteggio che si è dilatato nel finale dato che ancora all’88’ era fermo sull’1-0. L’esito del primo match era già dunque una seria ipoteca sulla qualificazione, che ha preso definitivamente la strada di Los Angeles con un altro 3-0 nella gara di ritorno. Ma al di là dei meriti sul campo, se si guarda a ciò che è successo una settimana fa non si può ignorare quanto il risultato sia stato condizionato da fattori extra sportivi: e cioè le restrizioni volute dal presidente statunitense Donald Trump in materia di visti d’ingresso negli Usa.

Una serie di misure altamente selettive ha infatti colpito alcuni Paesi più di altri. Fin qui il mondo dello sport ne era stato abbastanza al riparo. Ma la gara del 12 marzo ci dice che l’impatto di queste misure potrebbe essere pesante e falsare le competizioni. E tutto ciò, con lo scenario di un’edizione del Mondiale 2026 che inizia fra meno di tre mesi sul suolo Usa, deve dare parecchio da riflettere.

Le restrizioni all’ingresso hanno bloccato 10 calciatori

Gli stenti che i dirigenti del Mount Pleasant hanno dovuto affrontare, nella preparazione della partita d’andata, sono passati pressoché sotto silenzio in Europa. La stampa internazionale ne ha dato notizia a partire dal 10 marzo, due giorni prima della gara. La squadra giamaicana era alla sua prima partecipazione in Concacaf Champions Cup, conquistata dopo avere vinto la scorsa edizione della Concacaf Caribbean Cup. Per un club giovane, fondato soltanto nel 2016, si tratta di uno straordinario traguardo. Che però è stato compromesso dalle restrizioni all’ingresso negli Usa che 10 suoi calciatori si sono visti opporre.

Le restrizioni di Trump decidono pure la formazione: è ancora calcio o politica?
Jakob Glesnes, giocatore dei Los Angeles Galaxy, impegnato in Concacaf Champions Cup (foto Ansa).

In particolare, il divieto si è abbattuto su sette calciatori di nazionalità haitiana, cioè una fra quelle maggiormente prese di mira dall’amministrazione Trump. Una condizione estrema, che ha costretto il management del club ad attingere pienamente alle squadre giovanili per riuscire a viaggiare verso gli Usa con una pattuglia minima di 18 calciatori.

Una pericolosa condizione di fragilità per un torneo internazionale

Resta il vulnus arrecato al club stesso, ma anche alla competizione e alla sua credibilità. Perché un conto è avere una squadra decimata da squalifiche o infortuni, altra storia è vederla sabotare dalle scelte politiche di un governo nazionale che distribuisce patenti da buoni o cattivi ai cittadini di altra nazionalità. Per una competizione sportiva internazionale si tratta di una pericolosa condizione di fragilità. Tanto più che tutto ciò è accaduto nei giorni della rinuncia al Mondiale da parte dell’Iran, con lo stesso Trump pronto a ribadire che i calciatori iraniani facevano bene a evitare di presentarsi.

Le restrizioni di Trump decidono pure la formazione: è ancora calcio o politica?
Donald Trump con la Coppa del mondo (Ansa).

Ma se il caso iraniano ha richiamato l’attenzione dei media internazionali, quello giamaicano è stato pressoché snobbato. Ciò che non può non aver rafforzato il senso di frustrazione di Paul Christie, direttore sportivo del Mount Pleasant. Alla vigilia della partita d’andata, Christie aveva dichiarato: «Non vogliamo limitarci a scendere in campo. Noi vogliamo competere in modo adeguato. Ma non ci è stata data la possibilità di andare in campo al nostro meglio».

La Conmebol ha persino incolpato il club giamaicano

E qui sta il punto: stiamo ancora parlando di sport come un campo capace di esercitare autonomia dalla politica, o come di una sua appendice? L’interrogativo rimane saldo se si guarda alla posizione assunta sulla vicenda dalla confederazione di Nord America, Centro America e Caraibi (Concacaf): che sostanzialmente ha incolpato il club giamaicano, accusandolo di non essersi mosso per tempo nella gestione delle procedure per ottenere i visti. Dunque, dopo il danno pure la beffa.

Le restrizioni di Trump decidono pure la formazione: è ancora calcio o politica?
Il presidente della Fifa Gianni Infantino (foto Ansa).

Sullo sfondo rimane il rapporto privilegiato (e iper-servile) del presidente della Fifa, Gianni Infantino, con Donald Trump. Un legame che sta ammazzando la credibilità del calcio mondiale. Ma lui la vede come alta politica. Rispetto a ciò, cosa volete che siano i problemi di un piccolo club giamaicano?

Valanga in Alto Adige, 25 scialpinisti coinvolti e 2 morti. Cinque feriti, tre sono gravi

AGI - Due persone sono morte e altre cinque sono rimaste ferite per una valanga in Alto Adige. Tre feriti sono stati ricoverati in gravi condizioni negli ospedali altoatesini. Sono complessivamente 25 gli scialpinisti - di più gruppi - coinvolti ma gran parte di loro è stata solo sfiorata. 

La valanga è caduta sulla 'Hohe Ferse' (Tallone Grande), montagna tra Val Ridanna e la Val di Racines. Lo riferisce l'Azienda Sanitaria dell'Alto Adige. La slavina si è staccata a 2.445 metri. Impegnati circa 80 soccorritori e cinque gli elicotteri impiegati, i tre Pelikan altoatesini, eliambulanza Aiut Alpin Dolomites ed Heli C1 di Innsbruck. In quella zona oggi il pericolo valanghe era 'moderato' di grado 2 su una scala che va da 0 a 5. 

 

 

Il distacco

Il distacco della valanga è avvenuto circa alle ore 11.30 sulla 'Hohe Ferse' (Tallone Grande), montagna di 2.669 metri sul crinale tra la val Ridanna e la val di Racines (Flading-Vallettina). Massiccio l'intervento da parte degli uomini del Soccorso alpino ma anche delle forze dell'ordine. Nel frattempo sono stati allertati gli ospedali della zona, Vipiteno ma soprattutto Bressanone, Merano e Bolzano. Allertato anche il centro operativo di Innsbruck in Austria. 

Chi sono le vittime

Sono Martin Parigger, 62 anni, altoatesino della Val Ridanna, guida alpina di un gruppo di scialpinisti austriaci, e Alexander Froetscher, 56 anni, originario anche lui Ridanna, ma residente in Austria, le vittime della valanga di grandi dimensioni caduta questa mattina alle ore 11.39 sulla Cima d'Incendio (Zunderspitz), non distante dal Tallone Grande, in Val Ridanna in Alto Adige. 

Tra i feriti gravi ci sono una donna di 26 anni di Brescia, elitrasportata alla Clinica universitaria di Innsbruck, un escursionista tedesco e uno austriaco. Due feriti lievi sono cittadini tedeschi.

 

Requiem per i “femminili”: la crisi dei settimanali di moda e gossip

L’addio di Alfonso Signorini alla Mondadori, e l’uscita in sala, il 29 aprile, del secondo capitolo del film Il Diavolo veste Prada, hanno riacceso i riflettori su un mondo editoriale, quello dei settimanali di gossip e delle riviste cosiddette femminili, dove in realtà la luce si è spenta già da molto tempo.

Patinati e settimanali a corto di lettori e investimenti

Il Diavolo veste Prada arrivò infatti al cinema nel 2006, e una ventina di anni fa poteva avere ancora senso il mito della rivista Runway e della potentissima direttrice Miranda Priestly (interpretata da Meryl Streep e chiaramente ispirata ad Anna Wintour) da cui dipendeva il successo o il disastro di uno stilista. Vent’anni dopo ci si ritrova con un settore del fashion in profonda crisi – il valore dell’intera filiera è passato dai circa 104 miliardi del 2023 ai 90 del 2024 per attestarsi intorno agli 80 nel 2025 – e una stampa di settore, spazzata via dal digitale, ormai incapace sia di intercettare gli investimenti pubblicitari di una volta, sia tantomeno di essere influente come un tempo. E basta dare un’occhiata ai numeri delle copie vendute per avere una idea chiara dello scenario. Il mensile femminile italiano più autorevole, ovvero il Vogue che fu per decenni di Franca Sozzani (direttrice dal 1988 al 2016), adesso vende in edicola 28 mila copie al mese. Un po’ di più Amica, a quota 48 mila. Harper’s Bazaar non riesce neppure a mettere insieme 12 numeri all’anno per essere definito mensile, e si ferma a 16 mila copie a numero. Tra i settimanali femminili, invece, ormai spicca solo Io Donna, allegato al Corriere della sera, con le sue 113 mila copie medie. E poi, il vuoto: D di Repubblica è a 47 mila, F (Cairo editore) a 45 mila, e Donna Moderna (del gruppo di Maurizio Belpietro) si ferma a 32 mila. Altre tre testate, un tempo molto prestigiose, non riescono a uscire tutte le settimane e quindi non si possono definire settimanali: Vanity Fair vende in edicola 52 mila copie a numero, Elle 47 mila, Grazia 41 mila.

Requiem per i “femminili”: la crisi dei settimanali di moda e gossip
Meryl Streep e Anne Hathaway sul set del Diavolo veste Prada (Ansa).

Pure il pettegolezzo su carta non tira più

Non che le cose vadano molto meglio nel gossip. Un settore che, con l’uscita di scena di Signorini (qualche settimana fa si è dimesso dall’incarico di direttore editoriale di Chi), mette la parola fine a un’epoca durata circa un quarto di secolo. Il rotocalco mondadoriano adesso galleggia a quota 47 mila copie vendute in edicola. E, tra i settimanali che si occupano di pettegolezzo, è il fanalino di coda. Diva e donna arriva a 58 mila copie, Gente a 69 mila, Nuovo a 102 mila, Oggi a 106 mila e Dipiù, il leader di Cairo editore, veleggia a 195 mila copie vendute ogni settimana.

Requiem per i “femminili”: la crisi dei settimanali di moda e gossip
Alfonso Signorini (Ansa).

La mancata rivoluzione digitale. Fino a Corona (procure permettendo)

Curiosamente questo comparto, che, per taglio delle news si presterebbe molto al mondo del web e dei social, non è mai stato capace di esprimere declinazioni di successo in Rete (al contrario di quanto accaduto, ad esempio, negli Stati Uniti). Ci provò, pioniera, Silvana Giacobini, a inizio del millennio con Il mondo di Silvana, quando era direttrice di Chi. Ma il suo sito-blog non decollò. Un po’ di traffico venne intercettato da Dagospia, che poi, però si dedicò di più ai poteri e meno al gossip. Mentre le testate regine del pettegolezzo, a partire da Chi, non riuscirono mai a valorizzarsi nelle versioni digitali. Pure l’ultimo grande rilancio di Oggi sul web nel 2022, con Carlo Verdelli direttore e Marco Pratellesi vicedirettore, non ha funzionato. Tra il 2025 e il 2026 ci ha provato su YouTube Fabrizio Corona con Falsissimo, i cui destini, nonostante le views da capogiro, sono legati alle cause per diffamazione intentategli da Mediaset.

Requiem per i “femminili”: la crisi dei settimanali di moda e gossip
Fabrizio Corona (foto Ansa).

La pandemia di Covid ci ha davvero insegnato qualcosa?

Oscurata dalle guerre in corso, la Giornata nazionale in memoria delle vittime del Covid-19, celebrata mercoledì 18 marzo, non ha avuto l’eco che meritava. Rimozione di un ricordo molto doloroso o incapacità di fare seriamente i conti con un fenomeno epocale?

Il Covid ha portato a un velocissimo salto d’epoca

La domanda resta aperta. Mi limiterò ad evidenziare alcuni aspetti della prima pandemia globale della storia recente, che ci ha visto cambiare profondamente come persone, comunità e modi di vita. Abbiamo vissuto un prima e un dopo attraversati da un velocissimo “salto d’epoca”. Anzitutto tecnologico. A partire dai tempi record impiegati per ottenere vaccini efficaci e disponibili su larga scala e, più in generale, facendo fare in poco tempo all’intera società salti in avanti di anni. Ma pure, per quanto possa apparire paradossale, balzi indietro ancor più sensazionali. Visto che al primo manifestarsi della pandemia sono riapparsi i fantasmi e le paure delle antiche pestilenze. 

La pandemia di Covid ci ha davvero insegnato qualcosa?
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La crisi economica e il boom del debito globale

Gli italiani che lavoravano da remoto erano poco meno di 700 mila a gennaio 2020: a maggio 2021 sono diventati più di 8 milioni. In tre mesi, in occasione del primo lockdown, i pagamenti elettronici sono aumentati del 68 per cento, con un incremento percentuale di 11 punti: lo stesso registrato dal 2011 al 2019. Ma nel 2020 secondo l’Ocse, si è perso anche quel che si era guadagnato in più di un decennio, dalla crisi del 2008. Nel contempo, per effetto delle ingenti risorse pubbliche richieste per fronteggiare la pandemia, il debito globale rispetto al Pil è salito al 355 per cento nel 2021. L’anno peggiore, secondo gli economisti, dalla fine della II Guerra mondiale. Però il migliore di sempre per Big Pharma che con i vaccini ha realizzato il più grande business della sua storia. 

L’essere phygital è ormai una condizione abituale

Sono entrati nel vocabolario, ma anche nelle nostre esistenze quotidiane, termini come smart working e l’e-learning. Essere phygital (fisico+digitale) ossia ibridi, presenti e distanti, vicini ma lontani, indipendentemente dall’essere live o sullo screen, è diventato, come stiamo vedendo ora, una condizione abituale di vita e non solo di studio o lavoro. Anche se sono tutt’oggi forti le resistenze e talvolta la voglia di ritornare alla situazione pre pandemia. Il virus, con il suo carattere mutante e virale, è stato anche un segno dei tempi: perfetto per rappresentare l’assoluta emergenza e rilevanza dei social media, dove la viralità è appunto un fattore decisivo, e più in generale una situazione di travolgente mutamento. Con il lockdown molte attività tradizionali (bar e ristoranti in primo luogo) sono collassate, mentre i social ma soprattutto i servizi di messaggistica sono volati registrando incrementi sensazionali. Così come è decollato il mercato del food delivery (con le degenerazioni a cui stiamo assistendo, tra nuove forme di caporalato e sfruttamento).

La pandemia di Covid ci ha davvero insegnato qualcosa?
Hub vaccinale a Torino (Ansa).

Il Covid ci ha lasciato un mondo spaventato e diviso

Ma l’altra faccia, umana e sanitaria, del Covid-19 ci ha consegnato un mondo e una società più che mai divisi, spaventati e colpiti. Nel corpo e negli affetti. Con una ambivalenza tra il peggio e il meglio rappresentata da una lato dalla politica e dai leader no-vax, ovvero i negatori della mortalità del virus, con in prima fila gli autocrati, da Trump a Bolsonaro, da Orban a Erdogan; dall’altro dalla capacità di reazione attiva, concreta e perfino ottimistica del personale sanitario, delle associazioni di volontariato e dei gruppi di cittadinanza attiva. In mezzo a questi due schieramenti le immagini e le cronache della fase più alta della pandemia, il 2020-2021: ospedali presi d’assedio, file di camion militari carichi di bare dirette ai luoghi di cremazione, famiglie devastate dal dolore di non poter assistere i propri cari e dare loro l’ultimo saluto.

La pandemia di Covid ci ha davvero insegnato qualcosa?
(foto di Guido Hofmann via Unsplash).

Abbiamo imparato qualcosa da quella tragedia?

Quel che resta è il titolo del docu-film di Gianpaolo Bigoli e Mariachiara Illica Magrini, visibile su RaiPlay, che racconta i giorni terribili del primo lockdown a partire dall’impegno di un gruppo di cittadini di Parma che decide di raccogliere gli effetti personali abbandonati in ospedale dalle vittime del Covid per restituirli alle famiglie che non hanno nemmeno potuto celebrare i funerali. Seguendo il viaggio degli oggetti, il film racconta una comunità che cerca di rimanere unita. Di ritrovare il filo di un comune destino in una situazione di drammatica emergenza. Ma detto che il documentario è commovente, possiamo chiederci cosa resta oggi di quella tragedia? È stata una lezione che ci ha insegnato qualcosa, resi migliori e capaci di fronteggiare con minor danno una prossima pandemia, oppure no? Tragicamente – ma è un’ipotesi provvisoria – a mantenersi vivi sono stati il sentimento no-vax e le teorie di complotti orchestrati da Big Pharma e dalle élite globaliste. Al contrario si sono perse quasi le tracce sia dell’urgente bisogno di potenziare la sanità pubblica, soprattutto quella territoriale e della necessità di organismi sovranazionali efficaci capaci di fronteggiare eventuali nuove pandemie. Dopo gli Usa di Trump ora è l’Argentina di Millei a ritirarsi dall’OMS ed è prevedibile che altri capi di governo sovranisti vorranno seguire l’esempio. Col risultato altrettanto prevedibile di rischi epidemici crescenti. Come peraltro sta accadendo negli Usa, dove focolai di morbillo si registrano un po’ ovunque.

La pandemia di Covid ci ha davvero insegnato qualcosa?
Javier Milei e Donald Trump (Ansa).

#uniticelafaremo è stato solo un miraggio

Agli inizi della pandemia sembrava che l’Italia migliore si fosse ritrovata. Che nell’emergenza avesse riscoperto i valori dismessi da anni della solidarietà, della comunanza, della fiducia e dell’ottimismo, nonostante la situazione fosse preoccupante. Era il momento degli striscioni alle finestre, dell’inno di Mameli cantato dai balconi, dei concerti condominiali, accompagnati e accomunati dagli speranzosi #iorestoacasa, #uniticelafaremo, #tuttoandràbene. Ma è durato sin che l’emergenza è stata alta, perché non appena si è cominciato a intravvedere uno spiraglio di normalità la contesa, la polemica e lo scontro quotidiani sono ripresi. Come prima e più di prima, con la politica e i politici a dare il cattivo esempio. A enfatizzare e cavalcare i punti di contrasto, le divisioni, le situazioni di crisi e di oggettiva difficoltà. Insomma siamo ritornati a essere un Paese malmesso e sconnesso. Report e sondaggi nazionali e internazionali di questi anni ci consegnano l’immagine e la realtà di un Paese che ha più poco da spartire con l’Italia della Dolce vita o dei «valzer e caffè» cantata da De Gregori. E molto invece con un Paese che si scopre sempre più solo, per effetto di crescente singolitudine e vedovanza che riguarda giovani e vecchi. E che ora a un malessere sociale alimentato dall’ossessione securitaria, aggiunge il timore di una guerra lontana ma in veloce avvicinamento. E come è già avvenuto con il Covid e altre più recenti tragedie ambientali (dalle alluvioni in Romagna alla devastante frana di Niscemi) sappiamo e abbiamo sperimentato che viviamo un tempo nel quale una volta lanciato l’allarme ci vuole niente perché l’incendio divampi o l’acqua esondi. 

Incidenti stradali: a Roma muore un 17enne, a Milano due ventenni

AGI - Incidente stradale all'alba a Milano dove nello schianto tra un taxi e una moto sono morti una ragazza e un ragazzo di 20 e 23 anni. Sempre nella notte a Roma un 17enne è deceduto dopo che la microcar che guidava si è scontrata con una vettura. 

Incidente stradale a Milano: morti due giovani 

Incidente stradale all'alba a Milano. Nello schianto tra una moto e un taxi questa mattina alle 4 sono morti due giovani. Una ragazza di 20 anni e un ragazzo di 23 anni sono morti dopo che la motocicletta a bordo della quale viaggiavano si è scontrata in viale Mugello con un taxi  guidata da un uomo di 61 anni, rimasto ferito in modo non grave.

La dinamica 

Sul posto, oltre ai soccorritori del 118 e i vigili del fuoco, anche gli agenti della Polizia locale per ricostruire la dinamica e le responsabilità dell'incidente stradale.

I due giovani morti sul colpo dopo un violento urto con un taxi erano in sella a una moto Kawasaki.
Dalla prima ricostruzione della polizia locale il guidatore della moto sarebbe passato con il rosso in viale Campania mentre da corso XXII marzo arrivava un taxi. Il tassista di 61 anni non è riuscito a evitare l’impatto.

Incidente stradale a Roma, deceduto un 17enne 

Le pattuglie della polizia locale di Roma Capitale sono intervenute all’altezza del chilometro 12.600 di via Cristoforo Colombo, nella carreggiata centrale con direzione Ostia, dove poco prima delle ore 2 di stanotte si è verificato un grave incidente stradale tra una Toyota Yaris e una microcar Ligier.

Deceduto sul posto il conducente della Ligier, un ragazzo italiano di 17 anni, mentre il passeggero è stato condotto in ospedale per le cure mediche del caso. Ferito l’uomo alla guida dell’autovettura, un 53enne italiano, trasportato presso l’ospedale San Camillo, dove è stato sottoposto anche agli accertamenti di rito.

Dopo l'incidente sono stati sequestrati i due veicoli 

Entrambi i veicoli coinvolti sono stati sequestrati dagli agenti del IX Gruppo Eur, tuttora impegnati a ricostruire l’esatta dinamica di quanto accaduto.

L’eccidio delle Fosse Ardeatine, parte la ricerca per identificare le ultime 7 vittime

AGI - A 82 anni dall’eccidio delle Fosse Ardeatine, sette vittime risultano ancora prive di identità. L’Università di Firenze avvia una nuova fase di ricerca con l’obiettivo di completare il percorso identificativo attraverso il coinvolgimento dei familiari.

"Identificare tutte le vittime delle Fosse Ardeatine" 

Nel sacrario che contiene i corpi dei 335 civili e militari uccisi nella strage perpetrata a Roma nel 1944 dalle truppe di occupazione tedesche, 12 tombe fino a pochi anni fa portavano la scritta “Ignoto”.

Protagonista del tentativo – di alto valore storico, scientifico e civile – di ridare un nome alle vittime non identificate è da 16 anni l’antropologa forense Elena Pilli e il suo gruppo di ricerca dell’Università di Firenze.

Le ricerche sull'eccidio delle Fosse Ardeatine

Attraverso un approccio interdisciplinare che integra l’antropologia forense – attraverso l’estrazione e la caratterizzazione molecolare del DNA degradato – e la ricerca storico-documentale, in collaborazione con il RIS dei Carabinieri di Roma, l’Ufficio per la Tutela della Cultura e della Memoria della Difesa, il Museo Storico della Liberazione di Roma, la Comunità Ebraica di Roma, l’Ambasciata della Repubblica Federale di Germania, tutti i partner del progetto Virtual Biographical Archive (ViBiA) – archivio digitale biografico delle vittime della strage – e le rappresentanze delle famiglie delle vittime (ANFIM), dal 2010 a oggi sono state identificate, in momenti diversi, cinque delle dodici vittime inizialmente ignote.

La nuova fase del progetto 

Il progetto entra ora in una nuova fase operativa ed Elena Pilli, docente coinvolta come esperta anche in casi giudiziari mediaticamente rilevanti, lancia un appello per identificare le ultime sette vittime ancora ignote della strage.

L'appello ai familiari delle vittime delle Fosse Ardeatine 

“Per proseguire il percorso di memoria pubblica e giustizia storica che negli ultimi anni si è arricchito anche grazie al contributo della storica Alessia Glielmi e della documentarista Michela Micocci – afferma Pilli – riteniamo oggi necessario affiancare alla ricerca scientifica il contributo delle famiglie, sia fornendo informazioni utili alla ricostruzione delle linee genealogiche sia attraverso la donazione volontaria di un campione biologico. Se la guerra, con il suo carico di orrore, mira a distruggere e cancellare, l’impegno di restituire un nome, un’identità e una storia alle vittime ancora senza nome rappresenta una delle azioni più importanti per riaffermare le ragioni della vita, di ogni vita, che non può essere dimenticata”.

L'importanza del contributo dei parenti delle vittime 

Il contributo delle famiglie è essenziale per rendere possibile il confronto genetico e completare il processo identificativo. L’appello è rivolto a tutti i familiari delle vittime, ma anche a chi, sulla base di ricordi familiari o informazioni documentali, ritenga che un proprio congiunto possa essere stato tra le vittime dell’eccidio.

Forti scosse di terremoto in Sicilia, paura a Messina e Palermo

AGI - Due scosse di terremoto avvertite chiaramente a Messina e Palermo a pochi minuti di distanza con epicentro in entrambi i casi nel Mar Tirreno meridionale di fronte a Messina.

La scossa delle 2:46 di magnitudo 4.6 è avvenuta a una profondità di 29 km. Quella delle 2:49, di magnitudo 4.3, è avvenuta nella zona delle Isole Eolie (Messina) a una profondità di 11 km.

Le scosse successive

Dopo le forti scosse di terremoto con epicentro il Mar Tirreno meridionale tra Messina e Palermo, di magnitudo 4.6 e 4.3, prosegue lo sciame sismico: una scossa di 3.0 si è avvertita nel Mar Tirreno meridionale alle 2:53 a una profondità di 11 km. Altre nove invece alle Isole Eolie tra le 2:55 e le 3:32 di magnitudo 2.7 (profondità 17 km), 2.9 (27 km), 2.22.1, 2.1, 2.6, 2.0, 2.8 (10 km) e 2.7 (16 km).ù

Tanta paura ma nessun danno di rilievo

Lo sciame sismico prosegue ancora, sempre con epicentro le isole Eolie. A parte tanta paura per il terremoto che ha svegliato gli abitanti della costa settentrionale della Sicilia tra Palermo e Messina, non si registrano danni a cose o persone. 

Omicidio di Rogoredo: Cinturrino aveva 6 telefoni cellulari nell’auto di servizio

AGI - Sono sei i telefoni cellulari analizzati dalla Polizia Scientifica e sequestrati nell'auto di servizio del poliziotto Carmelo Cinturrino, compreso quello che aveva la sera dell'omicidio di Abderrahim Mansouri, il 26 gennaio scorso nella zona del bosco di spaccio di Rogoredo.

Ma sono numerosi gli altri dispositivi elettronici attualmente nella disponibilità della Squadra Mobile e che saranno successivamente oggetto di analisi investigativa. Intanto, l’agente, detenuto a San Vittore, resta in carcere. Nel tardo pomeriggio di venerdì è arrivata la notizia che il Tribunale del Riesame ha confermato la misura cautelare per l'accusa di omicidio volontario premeditato, bocciando così la richiesta di arresti domiciliari avanzata dagli avvocati della difesa Marco Bianucci e Davide Giugno.

 

 

Il pesante quadro delle accuse

Il quadro delle accuse nei confronti del poliziotto sta diventando molto pesante con gli approfondimenti investigativi.

Tra le ipotesi di reato contestate di recente, sulla base di numerose testimonianze di persone che frequentavano la piazza dello spaccio di Rogoredo, ci sono concussionearresto illegalespacciocalunniapercosseestorsionefalso. Nell’inchiesta ci sono altri sei poliziotti indagati.

 

L’attacco di Trump alla Nato: «Codardi, senza gli Usa siete una tigre di carta»

Donald Trump all’attacco della Nato. «Senza gli Usa l’Alleanza è una tigre di carta», ha scritto in un post su Truth. «Non volevano unirsi alla battaglia per fermare un Iran con il nucleare. Ora che la battaglia è vinta dal punto di vista militare, con ben pochi pericoli per loro, si lamentano degli alti prezzi del petrolio che devono pagare, ma non vogliono aiutare ad aprire lo Stretto di Hormuz. Una semplice manovra militare che è l’unica ragione degli alti prezzi del petrolio. Così facile da fare per loro, con così pochi rischi. Codardi, ce ne ricorderemo».

Sei Paesi pronti a inviare navi nello Stretto ma solo se cessano le ostilità

Da giorni il presidente americano incalza gli Alleati affinché flotte europee vengano mandate nelle acque di Hormuz. Proprio il giorno prima, su iniziativa del premier britannico Keir Starmer, sei Paesi (Regno Unito, Francia, Germania, Italia, Olanda e Giappone) avevano aderito all’ipotesi di inviare una missione navale per garantire la navigazione nello Stretto. Ma a patto che cessino le ostilità. Un po’ tutti, in realtà, «auspicano» l’intervento dell’Onu (anche se questa parola non compare mai nel testo), ma il Consiglio di Sicurezza, ovvero la cabina di comando dell’organizzazione, può autorizzare una missione solo se nessuno dei cinque membri permanenti oppone il veto. Occorrerebbe dunque il via libera non solo di Stati Uniti, Francia e Regno Unito, ma anche di Russia e Cina. Ed è difficile ipotizzare che Pechino e Mosca possano assecondare una spedizione armata contro l’Iran.

Trump avrà la sua moneta d’oro: verrà coniata per il 250esimo anniversario della nascita degli Usa

Negli Stati Uniti verrà coniata una moneta d’oro commemorativa (non corrente) con l’immagine di Donald Trump, in deroga al regolamento generale che vieta ai presidenti in carica e comunque viventi di comparire su monete e banconote. Ad approvare il conio è stata la Commissione federale per le belle arti, i cui membri (manco a dirlo) sono stati scelti tutti dallo stesso tycoon dopo aver licenziato i precedenti. La moneta Liberty verrà coniata in occasione del 250esimo anniversario della nascita degli Usa, il 4 luglio, e sarà emessa a discrezione del segretario del Tesoro Scott Bessent (che ha discrezionalità in materia di conio). «Propongo di approvarla così come presentata, e con il forte incoraggiamento a renderla il più grande possibile, fino a tre pollici (circa 7,62 cm) di diametro», ha detto il vicepresidente della Commissione James McCrery, Per fare un confronto, una moneta da un quarto di dollaro statunitense ha un diametro inferiore a un pollice (circa 2,54 cm). Sarà comunque la zecca federale a stabilire le dimensioni della moneta.