Il giornalista Chamorro denuncia la repressione di Ortega in Nicaragua

Centinaia di contestatori arrestati. Chiese attaccate dai paramilitari. Il Paese da un anno vive in uno stato d'assedio. Tornato dall'esilio in Costa Rica, il direttore de El Confidencial si dice pronto a lottare contro il regime di Managua. E ripercorre la speranza tradita della rivoluzione sandinista. L'intervista.

«Non torno in Nicaragua perché la situazione è migliorata. Torno per lottare», dice a Lettera43.it Carlos Fernando Chamorro, direttore del settimanale El Confidencial ed erede di una famiglia che ha fatto la storia del Paese centroamericano da un anno infiammato dalle proteste anti-Ortega.

L’omicidio nel 1978 del padre di Chamorro, il giornalista Pedro Joaquín Chamorro Cardenal scatenò la rivoluzione contro il regime dei Somoza. Sua madre Violeta Barrios Torres de Chamorro a capo dell’opposizione sconfisse i sandinisti alle Presidenziali del 1990.

In quell’occasione, i quattro figli si divisero: due si schierarono con la madre, due con Daniel Ortega, tra cui Carlos Fernando al tempo direttore del giornale sandinista Barricada. Dopo quella parentesi, è però passato all’opposizione e lo scorso gennaio ha deciso di lasciare il Nicaragua per trasferirsi in Costa Rica. Da pochi giorni, però, ha fatto ritorno in patria. «Il regime non è riuscito a schiacciare gli oppositori», spiega, «continua la resistenza degli studenti universitari, dei prigionieri politici, delle madri delle vittime che reclamano giustizia, dei giornalisti. Sono tornato proprio per unirmi alla loro lotta».

Carlos Fernando Chamorro con aka moglie Desiree Elizondo al suo ritorno in Nicaragua lo scorso 25 novembre.

DOMANDA. Perché a gennaio ha deciso di lasciare il Nicaragua?  
RISPOSTA. C’era una situazione critica. La mia redazione era stata occupata dalla polizia senza alcun mandato, il giornale sequestrato. Erano stati arrestati i giornalisti Miguel Mora e Lucia Pineda. Inoltre ero venuto a conoscenza di piani e ordini per catturare altri colleghi, me compreso. Così sono andato in esilio per preservare la mia libertà e quella di mia moglie.

Non ha abbandonato il giornalismo, però.
Esatto, non ho mai smesso di lavorare. In Costa Rica siamo riusciti a riorganizzare la nostra produzione televisiva grazie alla solidarietà di Teletica. Espulsi dall’etere e dal cavo, ci siamo trasferiti su YouTube e sui social network. La mia redazione si è dispersa: una parte è andata in esilio, molti giornalisti sono rimasti in Nicaragua. Ma abbiamo sempre continuato a raccontare storie.

La situazione in Nicaragua è ancora tesa. Cosa l’ha spinta a fare ritorno?
Abbiamo valutato il rischio, e ci siamo presi una grande responsabilità, perché in effetti in Nicaragua non ci sono garanzie. Ma torno per fare pressione, per chiedere la restituzione del Confidencial, e per riprendere a fare giornalismo in questo Paese a contatto diretto con la sua realtà e la sua gente. In Costa Rica restano decine di migliaia di rifugiati che non possono tornare fino a quando non ci sarà un cambio democratico e saranno smantellati i paramilitari. Si vive di fatto in uno stato d’assedio. Dopo la crisi in Bolivia nelle ultime settimane si è registrata una escalation nella repressione. Ma il regime ha fallito, perché non è riuscito a schiacciare l’opposizione. Continua la resistenza degli studenti universitari, dei prigionieri politici, delle madri degli assassinati che reclamano giustizia, dei giornalisti che cercano di garantire la libertà di stampa. La mia decisione di tornare è per appoggiare la loro lotta.

Proteste anti-governative a Managua, Nicaragua.

A luglio la Rivoluzione sandinista ha celebrato i suoi 40 anni. Immaginava nel 1979 che si sarebbe ritrovato in una situazione del genere? 
La rivoluzione, con il rovesciamento di Somoza, fu un momento di speranza in un cambio profondo. Ma in seguito ha generato i suoi demoni. Il Paese ha vissuto grandi trasformazioni, ma la guerra civile ha causato ferite profonde. La rivoluzione si concluse nel febbraio 1990, con la sconfitta elettorale del Fronte sandinista che da allora entrò in crisi. Ci fu un tentativo di democratizzazione con la creazione del Movimento rinnovatore sandinista che cercò e che cerca ancora di essere un partito di sinistra democratica.

Cosa non ha funzionato?
Ortega ha monopolizzato i simboli e le bandiere della rivoluzione. E quando è tornato al potere, nel 2007, ha dato vita a un governo autoritario, neoliberale, sfociato in una dittatura sanguinaria. Come avremmo potuto prevedere che un rivoluzionario che aveva contributo a sconfiggere Somoza si sarebbe trasformato in un dittatore? È qualcosa che supera ogni immaginazione.

Daniel Ortega con la moglie e vicepresidente Rosario Murillo.

Lei era uno stretto collaborare di Ortega. Riesce a spiegare i motivi profondi di questa trasformazione?
Ortega non era il solo leader del Fronte sandinista, è uno Stalin tropicale, assolutamente incapace di ogni autocritica, e completamente manipolato dalla moglie, vicepresidente. Ormai la gente non parla più di Ortega, ma di Ortega e Murillo: gli Ormu. Un duo indissolubile che si aggrappa disperatamente al potere, sono una coppia che è peggio di quella di House of Cards

Eppure la storia insegna che a ogni rivoluzione segue un “Terrore”. Davvero non era prevedibile anche in Nicaragua?
Forse abbiamo sofferto la carenza di cultura democratica a causa del cosiddetto caudillismo latinoamericano. Ortega non è stato l’unico ad avere intrapreso un percorso del genere. Credo che il peccato originale della rivoluzione sia stato non aver sottoposto il potere al controllo dei cittadini. Ne è derivato un regime assoluto non solo di un partito, ma di una famiglia. Esattamente come era accaduto con Somoza.

Tutta l’America Latina in questo momento si sta infiammando. Cosa accade?
Sono movimenti spesso imprevedibili come nel caso cileno. Fenomeni con dinamiche e soggetti differenti. In alcuni casi si protesta per la mancanza di opportunità, per la mancanza di equità, per la mancanza di partecipazione politica. In altri contro brogli elettorali, come in Bolivia. Ma il mondo di Ortega è chiuso tra Caracas e L’Avana. Le dimissioni e la fuga di Evo Morales, secondo l’analisi del regime, sono solo il frutto di un complotto. La soluzione è semplice: aumentare la repressione.

Dopo l’assedio della cattedrale di Managua, i paramilitari hanno circondato una chiesa di San Miguel a Masaya dove un sacerdote e 13 madri di detenuti politici erano in sciopero della fame.
E dire che quando Ortega cominciò la campagna per tornare al potere, tra il 2003 e il 2004, chiese pubblicamente perdono per gli errori della rivoluzione sandinista e gli abusi contro la Chiesa. Con la crisi del regime, si era rivolto ai vescovi per instaurare un dialogo nazionale, visto che erano gli unici a godere del rispetto e della fiducia della popolazione. Ma quando il tentativo è fallito Ortega non ci ha pensato due volte e ha cominciato ad attaccare chiese e prelati. Adesso si assiste a una nuova escalation perché la Chiesa continua a stare a fianco delle vittime del regime. Ciò che è accaduto nella chiesa di San Miguel dimostra che il regime è in fase terminale ed è quindi più pericoloso. Attaccando la Chiesa, Ortega si sta tagliando tutte le possibili vie di fuga.


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Il giornalista Chamorro denuncia la repressione di Ortega in Nicaragua

Centinaia di contestatori arrestati. Chiese attaccate dai paramilitari. Il Paese da un anno vive in uno stato d'assedio. Tornato dall'esilio in Costa Rica, il direttore de El Confidencial si dice pronto a lottare contro il regime di Managua. E ripercorre la speranza tradita della rivoluzione sandinista. L'intervista.

«Non torno in Nicaragua perché la situazione è migliorata. Torno per lottare», dice a Lettera43.it Carlos Fernando Chamorro, direttore del settimanale El Confidencial ed erede di una famiglia che ha fatto la storia del Paese centroamericano da un anno infiammato dalle proteste anti-Ortega.

L’omicidio nel 1978 del padre di Chamorro, il giornalista Pedro Joaquín Chamorro Cardenal scatenò la rivoluzione contro il regime dei Somoza. Sua madre Violeta Barrios Torres de Chamorro a capo dell’opposizione sconfisse i sandinisti alle Presidenziali del 1990.

In quell’occasione, i quattro figli si divisero: due si schierarono con la madre, due con Daniel Ortega, tra cui Carlos Fernando al tempo direttore del giornale sandinista Barricada. Dopo quella parentesi, è però passato all’opposizione e lo scorso gennaio ha deciso di lasciare il Nicaragua per trasferirsi in Costa Rica. Da pochi giorni, però, ha fatto ritorno in patria. «Il regime non è riuscito a schiacciare gli oppositori», spiega, «continua la resistenza degli studenti universitari, dei prigionieri politici, delle madri delle vittime che reclamano giustizia, dei giornalisti. Sono tornato proprio per unirmi alla loro lotta».

Carlos Fernando Chamorro con aka moglie Desiree Elizondo al suo ritorno in Nicaragua lo scorso 25 novembre.

DOMANDA. Perché a gennaio ha deciso di lasciare il Nicaragua?  
RISPOSTA. C’era una situazione critica. La mia redazione era stata occupata dalla polizia senza alcun mandato, il giornale sequestrato. Erano stati arrestati i giornalisti Miguel Mora e Lucia Pineda. Inoltre ero venuto a conoscenza di piani e ordini per catturare altri colleghi, me compreso. Così sono andato in esilio per preservare la mia libertà e quella di mia moglie.

Non ha abbandonato il giornalismo, però.
Esatto, non ho mai smesso di lavorare. In Costa Rica siamo riusciti a riorganizzare la nostra produzione televisiva grazie alla solidarietà di Teletica. Espulsi dall’etere e dal cavo, ci siamo trasferiti su YouTube e sui social network. La mia redazione si è dispersa: una parte è andata in esilio, molti giornalisti sono rimasti in Nicaragua. Ma abbiamo sempre continuato a raccontare storie.

La situazione in Nicaragua è ancora tesa. Cosa l’ha spinta a fare ritorno?
Abbiamo valutato il rischio, e ci siamo presi una grande responsabilità, perché in effetti in Nicaragua non ci sono garanzie. Ma torno per fare pressione, per chiedere la restituzione del Confidencial, e per riprendere a fare giornalismo in questo Paese a contatto diretto con la sua realtà e la sua gente. In Costa Rica restano decine di migliaia di rifugiati che non possono tornare fino a quando non ci sarà un cambio democratico e saranno smantellati i paramilitari. Si vive di fatto in uno stato d’assedio. Dopo la crisi in Bolivia nelle ultime settimane si è registrata una escalation nella repressione. Ma il regime ha fallito, perché non è riuscito a schiacciare l’opposizione. Continua la resistenza degli studenti universitari, dei prigionieri politici, delle madri degli assassinati che reclamano giustizia, dei giornalisti che cercano di garantire la libertà di stampa. La mia decisione di tornare è per appoggiare la loro lotta.

Proteste anti-governative a Managua, Nicaragua.

A luglio la Rivoluzione sandinista ha celebrato i suoi 40 anni. Immaginava nel 1979 che si sarebbe ritrovato in una situazione del genere? 
La rivoluzione, con il rovesciamento di Somoza, fu un momento di speranza in un cambio profondo. Ma in seguito ha generato i suoi demoni. Il Paese ha vissuto grandi trasformazioni, ma la guerra civile ha causato ferite profonde. La rivoluzione si concluse nel febbraio 1990, con la sconfitta elettorale del Fronte sandinista che da allora entrò in crisi. Ci fu un tentativo di democratizzazione con la creazione del Movimento rinnovatore sandinista che cercò e che cerca ancora di essere un partito di sinistra democratica.

Cosa non ha funzionato?
Ortega ha monopolizzato i simboli e le bandiere della rivoluzione. E quando è tornato al potere, nel 2007, ha dato vita a un governo autoritario, neoliberale, sfociato in una dittatura sanguinaria. Come avremmo potuto prevedere che un rivoluzionario che aveva contributo a sconfiggere Somoza si sarebbe trasformato in un dittatore? È qualcosa che supera ogni immaginazione.

Daniel Ortega con la moglie e vicepresidente Rosario Murillo.

Lei era uno stretto collaborare di Ortega. Riesce a spiegare i motivi profondi di questa trasformazione?
Ortega non era il solo leader del Fronte sandinista, è uno Stalin tropicale, assolutamente incapace di ogni autocritica, e completamente manipolato dalla moglie, vicepresidente. Ormai la gente non parla più di Ortega, ma di Ortega e Murillo: gli Ormu. Un duo indissolubile che si aggrappa disperatamente al potere, sono una coppia che è peggio di quella di House of Cards

Eppure la storia insegna che a ogni rivoluzione segue un “Terrore”. Davvero non era prevedibile anche in Nicaragua?
Forse abbiamo sofferto la carenza di cultura democratica a causa del cosiddetto caudillismo latinoamericano. Ortega non è stato l’unico ad avere intrapreso un percorso del genere. Credo che il peccato originale della rivoluzione sia stato non aver sottoposto il potere al controllo dei cittadini. Ne è derivato un regime assoluto non solo di un partito, ma di una famiglia. Esattamente come era accaduto con Somoza.

Tutta l’America Latina in questo momento si sta infiammando. Cosa accade?
Sono movimenti spesso imprevedibili come nel caso cileno. Fenomeni con dinamiche e soggetti differenti. In alcuni casi si protesta per la mancanza di opportunità, per la mancanza di equità, per la mancanza di partecipazione politica. In altri contro brogli elettorali, come in Bolivia. Ma il mondo di Ortega è chiuso tra Caracas e L’Avana. Le dimissioni e la fuga di Evo Morales, secondo l’analisi del regime, sono solo il frutto di un complotto. La soluzione è semplice: aumentare la repressione.

Dopo l’assedio della cattedrale di Managua, i paramilitari hanno circondato una chiesa di San Miguel a Masaya dove un sacerdote e 13 madri di detenuti politici erano in sciopero della fame.
E dire che quando Ortega cominciò la campagna per tornare al potere, tra il 2003 e il 2004, chiese pubblicamente perdono per gli errori della rivoluzione sandinista e gli abusi contro la Chiesa. Con la crisi del regime, si era rivolto ai vescovi per instaurare un dialogo nazionale, visto che erano gli unici a godere del rispetto e della fiducia della popolazione. Ma quando il tentativo è fallito Ortega non ci ha pensato due volte e ha cominciato ad attaccare chiese e prelati. Adesso si assiste a una nuova escalation perché la Chiesa continua a stare a fianco delle vittime del regime. Ciò che è accaduto nella chiesa di San Miguel dimostra che il regime è in fase terminale ed è quindi più pericoloso. Attaccando la Chiesa, Ortega si sta tagliando tutte le possibili vie di fuga.


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Jeanine Añez e Monica Eva Copa: le due donne alla guida della Bolivia

La prima di destra è presidente ad interim. La seconda, del Mas, è la numero uno del Senato. Insieme cercano di riappacificare il Paese traghettandolo fuori dalla crisi politica.

Da Evo a Eva, è l’ovvia battuta che è stata fatta. Ma sarebbe più corretto dire: da Evo a Jeanine e Eva. Stiamo parlando di Jeanine Añez Chávez e Mónica Eva Copa Murga: due donne dal profilo apparentemente opposto che hanno preso in mano la situazione in Bolivia dopo la fuga di Evo Morales, e che ora tentano di riportare la pace nel Paese dopo gli scontri costati finora 32 morti e 715 feriti.

LE DUE DONNE ALLA GUIDA DELLA BOLIVIA

Capelli ossigenati e ben pettinati, Jeanine Añez Chávez, classe 1967, direttrice di un canale tivù e senatrice del partito di destra Movimento Democratico Sociale, dopo la fuga di Morales e del suo vice Álvaro García Linera e le dimissioni dei presidenti di Senato e Camera Adriana Salvatierra e Víctor Borda – tutti esponenti del Movimento al socialismo (Mas) e davanti a lei nella linea di successione costituzionale – è diventata presidente a interim della Bolivia. L’altra donna forte della Bolivia, Mónica Eva Copa Murga, ha invece capelli bruni, la treccia e grandi occhiali. Classe 1987, attivista femminista ed esponente del Mas, dal 14 novembre è la nuova presidente del Senato.

Jeanine Anez, presidente ad interim della Bolivia.

LA FOTO DELLA RIAPPACIFICAZIONE

Jeanine e Monica, il giorno e la notte, una «oligarca bianca razzista» e una «india comunista» sono state definite. Eppure il 24 novembre si sono fatte fotografare insieme a Palacio Quemado, mentre reggevano il testo della legge con cui sono state indette entro 120 giorni nuove elezioni. Le due donne si sono anche abbracciate a favore di flash, un segno ancora più esplicito di riappacificazione, dopo che anche i militanti del Mas avevano rimosso i blocchi che impedivano l’arrivo di alimenti e carburante nelle principali città. 

La foto di rito.

LA NOMINA DEL TRIBUNALE

In maggioranza a Camera e Senato, il Mas aveva fatto mancare il numero legale al momento dell’insediamento di Jeanine Añez. La successione è avvenuta dunque con una procedura non regolare, che però è stata convalidata dal Tribunale costituzionale plurinazionale per «stato di necessità». Lo stesso tribunale che aveva consentito a Evo Morales di ricandidarsi per la quarta volta, in barba all’articolo 168 della Costituzione e a un referendum. Da qui erano nate le prime contestazioni che si erano infiammate con le accuse di brogli. Infine le forze armate hanno indotto Morales a dimettersi e abbandonare il Paese. 

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L’arrivo di Evo Morales in Messico.

IL MURO CONTRO MURO

Con il boicottaggio delle istituzioni e la strategia dei blocchi, il Mas sembrava aver seguito l’invito di Morales, riparato in Messico, alla lotta dura contro i “golpisti”. Jeanine Añez dal canto suo aveva sposato la linea del muro contro muro come dimostra il decreto con cui il 14 novembre aveva garantito una sostanziale impunità ai militari impegnati nella repressione delle proteste. 

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Disordini scoppiati vicino a Cochabamba, in Bolivia.

SEGNALI DI DISTENSIONE

Con l’elezione di Eva Copa, il Mas però ha lanciato un primo segnale di distensione e la volontà di cooperare per una soluzione condivisa della crisi. Non a caso la legge approvata il 23 novembre stabilisce che alle prossime elezioni né Morales né García Linera potranno candidarsi, ma il Mas sarà in corsa e potrebbe persino ottenere un buon risultato se l’opposizione tornerà a dividersi. Eva Copa potrebbe a questo punto essere una eccellente candidata alla Presidenza. Da Evo a Eva, appunto. «Stiamo tornando alla normalità dopo un momento tanto duro e tanto drammatico», ha dichiarato Jeanine Añez. «Le donne non hanno paura di guidare questo Paese, ce ne incaricheremo tutte. Governo e opposizione, in pollera (la tipica gonna indigena, ndr) o in calzoni, classe media e classe alta, tutte lavoreremo assieme per la Bolivia». Certo, non ha aggiunto «anche per impedire agli uomini degli due schieramenti di distruggerlo». Ma sembrava sottinteso. 

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Storia, significato e numeri del Black Friday

Nato negli Usa, il giorno di saldi speciali segna l'inizio del periodo natalizio. La storia di un appuntamento che dalla fine degli Anni 90 ha conquistato il mondo. Italia compresa.

Conto alla rovescia per il Black Friday, il venerdì nero dello shopping sfrenato e scontato che quest’anno cade il 29 novembre (anche se molte offerte sono cominciate a partire dal 22). Tutti pronti a cercare l’occasione, soprattutto online. In una caccia all’oggetto del desiderio che, però, già nel nome ha qualcosa di sinistro. Quel “nero” associato a un giorno della settimana richiama infatti i tonfi della Borsa di Wall Street del 1929 a partire dal tristemente noto Giovedì nero. E venerdì nero era stato ribattezzato il 24 settembre 1869 quando crollò il prezzo dell’oro a causa di una manovra speculativa. Ma come ha fatto il Black Friday a trasformarsi da giorno nefasto in giorno di festa per i compulsivi dell’acquisto?

L’INIZIO DELLA STAGIONE NATALIZIA

La data è legata al calendario delle ricorrenze Usa. Il quarto giovedì di novembre, il giorno del Ringraziamento, ricorda la gratitudine dei Padri Pellegrini del Massachusetts per il primo raccolto. Celebrato per la prima volta nel 1621, il Thanksgiving Day fu formalizzato nel 1623, proclamato festa nazionale nel 1777, e sancito definitivamente dal 1862. Poco dopo, scorrendo il calendario, arriva il Natale, occasione si spese e regali. Quasi ovvio, dunque, che a qualcuno venisse l’idea di far iniziare la stagione natalizia a partire dal giorno successivo al Ringraziamento. Accadde il 27 novembre 1924 quando la catena di distribuzione Macy’s organizzò per prima una parata per celebrare l’inizio degli acquisti natalizi proprio il venerdì successivo al Ringraziamento.

GIORNO NERO SÌ, MA PER LE IMPRESE E PER IL TRAFFICO

Solo nel novembre 1951, però, il giornale specializzato Factory Management and Maintenance usò l’espressione “Black Friday”. Ma con tutt’altro significato: si trattava di un giorno sì nero ma per le imprese visto che i lavoratori dipendenti spesso si mettevano in malattia per poter fare ponte e godersi quattro giorni di ferie consecutivi. Molti di loro ne approfittavano anche per andare a far compere, intasando il traffico delle città. I termini “Black Friday” e “Black Saturday” cominciarono così a essere usati dalla polizia di Filadelfia e Rochester per indicare la congestione delle strade. Per i negozianti era naturalmente un giorno felice, e dunque nel 1961 su loro pressione la città di Filadelfia tentò di lanciare le espressioni “Big Friday” e “Big Saturday”. Ma non attecchirono. 

Saldi a Londra.

DAI BILANCI IN ROSSO AI BILANCI IN NERO

Il 29 novembre 1975 il termine arrivò all’attenzione nazionale quando il New York Times spiegò che a Filadelfia chiamavano Black Friday «il giorno di shopping e traffico più intenso dell’anno». Il 21 novembre del 1981 The Philadelphia Inquirer – per spiegare l’incongruenza di un aggettivo nefasto per indicare un giorno allegro – scrisse che «nero» non andava inteso in senso iettatorio ma contabile: era il giorno da cui grazie alle vendite anche i commercianti più sfortunati potevano far passare i loro bilanci dal rosso del passivo al nero dell’attivo. Ma sembra piuttosto una classica «invenzione di una tradizione» alla Hobsbawm. Insomma, adesso sembra quasi che sia sempre esistito, ma negli stessi Stati Uniti il Black Friday è diventato appuntamento nazionale solo dalla fine degli Anni 80. Nel resto del mondo approdò sostanzialmente grazie al contagio di Internet, alla fine degli Anni 90.

DAL 2005 GIORNATA RECORD DI VENDITE

Negli Stati Uniti, dal 2005, il Black Friday è diventato il giorno record per le vendite. Una tendenza continuata fino al 2014 quando la mole di compere scese dell’11% restando comunque a 51 miliardi di dollari. Secondo gli analisti, il calo non fu dovuto alla crisi, ma al fatto che sempre più commercianti avevano cominciato a spalmare le promozioni lungo tutto l’arco dei mesi di novembre e dicembre, senza concentrarle più in una giornata sola. Il venerdì nero è però caratterizzato dall’apertura straordinaria dei negozi: serrande alzate alle 5, poi alle 4. Nel 2011 persino a mezzanotte. Dall’anno successivo Walmart aveva spostato l’apertura alle 20 del Thanksgiving Day, record peraltro battuto da alcuni esercizi che nel 2014 avevano aperto alle 17 dello stesso giorno.

IL BLACK FRIDAY IN ITALIA

In Italia, si è detto, il fenomeno è limitato quasi solo a Internet. E l’appuntamento ha i suoi effetti: secondo l’Istat, nel penultimo mese del 2018 si è registrato un aumento degli affari dello 0,7% rispetto a ottobre, sia in valore sia in volume. Per i beni alimentari si è registrato un +0,3% in valore e +0,2 in volume; per i beni non alimentari un +0,8% in valore e un +1,0% in volume. Per quest’anno ci si aspetta un giro d’affari di 2 miliardi di euro. Una ricerca di ManoMano.it indica poi che il 69% degli italiani inizierà a fare acquisti per il Natale dal Black Friday. E un’altra ricerca di Toluna aggiunge che l’80% degli interpellati farà acquisti tramite Amazon. Tra i desiderata dominano con il 31% gli articoli di elettronica, seguiti da abbigliamento (13%) ed elettrodomestici (10%). Una sorta di Cyber Monday in anticipo. Già perché negli States, dal 2005, esiste questa giornata tutta dedicata agli sconti sui negozi on line che cade il lunedì dopo il Black Friday. Quindi tastiere e cellulari in mano. Anche il 2 dicembre.

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Lilli Gruber su machismo, politica, Salvini e Südtirol

La conduttrice di Otto e mezzo, autrice di Basta!, punta il dito contro l'Internazionale del testosterone. E sul leader della Lega dice: «Chi non è in grado di passare dallo stile sbracato a quello istituzionale ha un problema nel gestire certi ruoli». L'intervista.

La «recrudescenza del machismo è la spia di una paura diffusa, quella di perdere il controllo e il potere». Così Lilli Gruber spiega Basta! Il potere delle donne contro la politica del testosterone (Solferino), l’ultimo libro scritto per rispondere a quella che la giornalista definisce «l’Internazionale del testosterone». 

Lilli Gruber alla presentazione del suo libro ‘Basta’.

DOMANDA. L’ondata di leader “testosteronici” è una sorta di autodifesa del potere maschile davanti alla richiesta sempre più insistente di politiche femminili?
RISPOSTA. Attenzione, il problema non è il potere maschile ma il potere machista che si perpetua per cooptazione. Che trova nell’insulto, nella legge del branco e nella violenza il collante per generare lealtà. E che è pericoloso perché è privo di ideali, persino di ideologie: ha solo lo scopo distruggere le strutture della convivenza democratica, che tutelano la libertà dei cittadini.

L’opinionista francese Éric Zemmour sostiene che il vero problema sta nella femminilizzazione eccessiva della società. Cosa ne pensa?
Zemmour ha diritto alle sue opinioni, io sono andata a cercare i fatti. Mi sembra difficile definire “femminilizzata” una società in cui parlamenti, governi, palazzi presidenziali, consigli d’amministrazione, redazioni di grandi media sono ancora in larghissima maggioranza gestiti da dirigenti uomini. I numeri parlano, il resto sono appunto opinioni che non ci portano granché lontano.

Se la struttura politica e sociale in cui viviamo è strutturata per promuovere uomini, è chiaro che le poche donne arrivate ai vertici hanno dovuto adattarsi

Non sono esistite e non esistono anche leader donne “testoteroniche”?
Il punto non sta nell’opporre femminile e maschile: discussioni come quella sull’essenza della leadership saranno interessanti per la filosofia ma sono piuttosto sterili. Più interessante, invece, analizzare la struttura del potere e le regole su cui si basa. Si vede che questa struttura è stata creata da maschi e oggi è gestita da maschi. Lo dicono i dati e lo dicono millenni di storia. A quante condottiere, cape di stato, scienziate e artiste riusciamo a ricordare? Ebbene, se la struttura politica e sociale in cui viviamo è strutturata per promuovere uomini, è chiaro che le poche donne arrivate ai vertici hanno dovuto adattarsi. Non hanno ancora avuto il potere di cambiare le regole. Ma se al potere ci fosse un numero di donne pari a quello degli uomini, questa struttura cambierebbe. 

Dai cda alla strada: qualche esempio nella vita quotidiana?
I farmaci verrebbero sperimentati anche sul corpo femminile invece che quasi esclusivamente su quello maschile e avremmo un diverso sistema sanitario. Le città verrebbero riprogettate per le esigenze di chi da sempre deve muoversi per commissioni multiple nel corso della giornata – scuole, genitori anziani – e avremmo un diverso sistema di mobilità urbana. Il lavoro domestico e di cura, oggi svolto al 75% dalle donne, verrebbe redistribuito generando un diverso modello di lavoro e di convivenza. E così via. Io desidero vedere questo cambiamento strutturale. Perché sarà un mondo più giusto.

Lei si è occupata del machismo di leader come Donald Trump, Matteo Salvini, Recep Tayyp Erdoğan, Vladimir Putin. Perché non ha approfondito anche casi che coinvolgono personaggi più vicini alla sinistra come Strauss-Kahn, Assange, Chávez?
Perché non sono più al potere, e Julian Assange non lo è mai stato. In un pamphlet che si occupa dell’attualità avrebbero avuto un interesse piuttosto limitato. Per ragioni di spazio, se è per quello, non ho parlato nemmeno di Viktor Orbán o del primo ministro indiano Nanendra Modi, che pure sono al potere e piuttosto pericolosi. Ma soprattutto, nulla lega fra loro tutti gli uomini citati: è un semplice elenco. Invece a fare da collante alla lega l’internazionale machista è una rete tessuta con interessi ben precisi e che minaccia la tenuta delle nostre democrazie. È molto evidente se guardiamo in modo sistemico alla loro azione politica e alle forze che li finanziano. È questo che trovo pericoloso e che dovrebbe spaventare tutti noi.

I toni delle paginate di critiche che mi hanno riservato i quotidiani diretti da maschi, tra cui Feltri, sono un perfetto esempio della deriva del linguaggio e del comportamento che trovo pericolosa

Lei ha raccontato che l’idea del libro è nata dopo la polemica con Salvini. Più recentemente ha battibeccato anche con Vittorio Feltri a causa di un articolo che la riguardava…
L’articolo polemico è del tutto legittimo. Quella che io notavo, con interesse, era la levata di scudi di tutta la stampa di destra il giorno dopo l’uscita del mio libro. Paginate di critiche su quotidiani diretti da maschi, tra cui Feltri, i cui toni sono un perfetto esempio della deriva del linguaggio e del comportamento che trovo pericolosa. Ma fa piacere vedere che quando assumono una dose della loro medicina sessista il livore di questi opinionisti si trasforma in un singhiozzo politicamente corretto: forse possono essere redenti.

Restando alla comunicazione: come è cambiata in questi decenni quella dei politici?
La comunicazione è cambiata per tutti, è diventata più veloce, molti dicono che ormai non ci sono più contenuti ma solo slogan. In realtà non credo che la comunicazione del passato mancasse di slogan: quante parole d’ordine democristiane o comuniste abbiamo sentito ripetere a pappagallo? Però noto che la comunicazione tra politico ed elettore oggi tende a rifugiarsi in un’idea di mimesi: votami perché io sono come te. Ma io non voglio che chi mi rappresenta sia “come me”, voglio che sappia fare cose che io non so fare, per esempio gestire l’economia di un sistema complesso come l’Italia. Voglio la competenza. Ecco, il difetto della comunicazione politica oggi è la pigrizia di sostituire all’idea della competenza l’ideologia dell’identificazione.

La peculiarità di Salvini è l’incapacità di passare dalla forma sbracata a quella istituzionale. Chi non è in grado di fare questo ha un problema nel gestire un ruolo istituzionale

Salvini è “campione” nella comunicazione, sovraesposto sia sui social sia sui media tradizionali.
La sovraesposizione è di tutti, i social hanno sdoganato un certo modo di autorappresentarsi, di mettere in piazza la propria vita privata. È evidente che tutti abbiamo spazi di relax, di déshabillé e di relazione, ma oggi questi spazi sono diventati strumento di azione politica. Non si può tornare indietro ed è stupido ripetere: «Si stava meglio quando si stava peggio», ormai è così. Però la forma è sostanza: la peculiarità di Salvini è l’incapacità di passare dalla forma sbracata a quella istituzionale. Chi non è in grado di fare questo ha un problema nel gestire un ruolo istituzionale.

E quali sono i problemi della comunicazione della sinistra, visto che continua a perdere?
La sinistra non perde per mancanza di comunicazione, ma per mancanza di coraggio. E perché non ha saputo valorizzare i talenti femminili al proprio interno, lasciandosi incredibilmente superare a destra nella corsa alla parità dato che oggi il partito che guadagna più consensi è guidato da una donna: Giorgia Meloni.

Ma esistono poi ancora destra e sinistra, o sono categorie superate?Come molte altre categorie, nel postmoderno destra e sinistra sono diventate più liquide, per dirla nei termini di Zygmunt Bauman. Ma destra e sinistra esistono ed esisteranno sempre: guardiamo la campagna elettorale negli Stati Uniti dove una delle candidate al top, Elizabeth Warren, è portatrice di una proposta politica che viene definita “socialista”. Se capiamo ancora cosa significa questo aggettivo, è perché la distinzione tra destra e sinistra è ancora chiara e pregnante.

Lei è probabilmente la sudtirolese più famosa d’Italia, e alla sua terra ha dedicato una intensa trilogia. Che pensa dell’ultima polemica sul nome Südtirol/Alto Adige?
Ho scritto tre libri per cercare di far capire meglio anche a chi non conosce la storia del Sud Tirolo quali ferite storiche si porti addosso quel fazzoletto di terra. Dalle reazioni e dalle lettere dei lettori, credo di esserci in parte riuscita. Le polemiche sulla toponomastica sono un portato di quella storia, la storia di un popolo che ha visto il fascismo cancellare i nomi dei propri padri dalle tombe di famiglia e non è ancora riuscito a dimenticare. Per superare questi traumi è stato fatto molto, ma una parte e dall’altra occorrono ancora buonsenso e generosità.

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