McKinsey e il consulente sintetico: cosa rischiamo affidandoci all’IA

McKinsey, da decenni palestra per le élite manageriali globali e una delle società di consulenza più potenti al mondo, sta sperimentando una novità che dice molto sul futuro del lavoro. Si chiama Lilli, un assistente di Intelligenza artificiale interno già utilizzato per analizzare documenti, casi di studio e montagne di dati complessi. Durante il colloquio, i candidati sono chiamati a usarla per affrontare un caso reale. Lilli propone analisi e suggerimenti, e il candidato deve decidere cosa tenere, cosa ignorare e come adattare il tutto alle esigenze di un cliente concreto. In soldoni, non conta dare la risposta “giusta”, ma saper guidare l’IA invece di subirla, capire quali consigli hanno senso e quali sono solo chiacchiere digitali. Chi riesce a farlo dimostra curiosità, giudizio e senso del contesto, capacità che un algoritmo, per quanto sofisticato, non può sostituire.

I limiti del consulente sintetico, metà uomo e metà macchina

Se l’esperimento pilota avrà successo, il test sarà esteso a tutti i nuovi candidati nei prossimi mesi. Altre grandi firme della consulenza strategica come Boston Consulting Group e Bain stanno esplorando strade simili. Il segnale è chiaro: l’IA sta accelerando un processo già in atto, vale a dire il fatto che strumenti come Lilli possono svolgere gran parte del lavoro di raccolta dati, analisi e documentazione che prima spettava ai consulenti junior. Il risultato? Ristrutturazioni interne, tagli ai ruoli di base e ridefinizione del valore aggiunto della consulenza. Il Financial Times, in un articolo che McKinsey non ha voluto commentare, sottolinea anche come Lilli potrebbe aprire nuovi scenari, facendo spazio a profili umanistici capaci di mediare tra numeri, clienti e contesto. Nella pratica, però, molti restano scettici. Il cosiddetto consulente sintetico, metà uomo e metà macchina, si limiterebbe a riorganizzare contenuti prodotti da altri.

McKinsey e il consulente sintetico: cosa rischiamo affidandoci all’IA
(Andrea de Santis via Unsplash).

La complessità umana si riduce a logiche di efficienza

Inoltre, l’adozione dell’IA nei colloqui e nella consulenza solleva questioni ancora più profonde. Esiste, per esempio, il rischio di bias e mancanza di trasparenza: gli algoritmi come Lilli riflettono i dati su cui sono addestrati, spesso pieni di distorsioni di genere, etniche o culturali. C’è poi il paradosso dell’autenticità: i candidati non vengono più misurati sul loro intuito o sulla loro sensibilità, ma sulla capacità di “allenare” l’algoritmo alla risposta desiderata. La complessità umana potrebbe ridursi a logiche di efficienza, confondendo il pensiero critico con la capacità di navigare un contesto algoritmico. Non solo. La formazione dei giovani consulenti rischia di essere compromessa perché la fase junior, quella che prima richiedeva ore di lavoro manuale dei consulenti alle prime armi, oggi lo fa Lilli in pochi minuti, eliminando di fatto fasi cruciali della formazione. Infine, cambia l’etica del giudizio: il buon candidato non è più chi sa decidere autonomamente, ma chi sa guidare l’IA.

McKinsey e il consulente sintetico: cosa rischiamo affidandoci all’IA
(foto Unsplash).

Per fare business non basta un algoritmo

Tutto questo ha effetti concreti non solo sulla generazione di valore per il cliente, ma anche per l’azienda e per i lavoratori che potrebbero trovarsi senza lavoro perché l’IA è di fatto molto efficiente. Eppure soffermarsi solo sull’efficienza, sul taglio dei costi e sull’adozione della tecnologia a prescindere rischia di essere miope. Se infatti nel business esistessero risposte giuste, basterebbe un algoritmo. Ma cosi non è perché fare impresa è un gioco di probabilità, una scommessa. E cosa è il giudizio umano se non una scommessa? In questo caso però la scommessa è davvero rischiosa, perché la vera domanda resta: chi deciderà quali puntate vale la pena fare e nell’interesse di chi? E, ancora: dove sta il compromesso tra guadagni di produttività e perdita di capitale umano, tra velocità di esecuzione e profondità di analisi, tra riduzione dei costi nel breve termine e capacità di innovare nel lungo termine? McKinsey e le altre big della consulenza credono che il consulente sintetico rappresenti il futuro. Ma se dovessero fallire, a pagarne il prezzo non saranno certo gli algoritmi.

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Khaby Lame e il suo gemello digitale mandano in subbuglio la creator economy

Ha fatto molto discutere la maxi-operazione (uno scambio di azioni più che un esborso di denaro) legata alla società che gestisce i diritti commerciali di Khaby Lame, il tiktoker italiano di origini senegalesi più seguito nel mondo, con oltre 160 milioni di follower. La novità interessante è che non si tratterebbe di monetizzare i singoli contenuti postati dall’influencer, ma di trasferire il controllo di un ecosistema che ruota attorno alla sua riconoscibilità. Un fenomeno raro per ampiezza, una forma di intrattenimento che funziona globalmente. Usando tecnologie basate sull’intelligenza artificiale, ci si approprierebbe dei dati biometrici di Khaby per creare un digital twin, cioè un suo gemello virtuale capace di replicare voce, mimica ed espressioni facciali, creando contenuti senza limiti.

Non è una novità assoluta nell’industria: c’era già il digital passport

Il digital twin non è una novità nell’industria: segue il digital passport, una tecnologia applicata ai prodotti – soprattutto nella moda – per garantirne trasparenza e autenticità. Il passo successivo è stato quello di creare un “doppio” dell’azienda, cioè una proiezione virtuale dell’impresa stessa, che le consente di ridurre i rischi, sperimentando digitalmente soluzioni di produzione, di logistica, di distribuzione, senza davvero metterle in atto: studiando le varie possibilità prospettate dal suo gemello digitale, l’impresa può pianificare il suo futuro industriale con maggiore oculatezza.

Il digital twin non può essere ovviamente separato dall’azienda o dal prodotto fisico dell’azienda, di cui rappresenta una garanzia di autenticità e unicità, insieme al certificato di proprietà del prodotto stesso: temi cruciali nell’epoca sfrenatamente tecnologica che stiamo vivendo, dove il fake è uno dei pericoli più sfuggenti e meno prevedibili.

In tanti avevano predetto troppo presto l’estinzione degli influencer

Gli ingenui che si sono affrettati a decretare l’imminente estinzione del fenomeno degli influencer, mettendo nel mirino per prima Chiara Ferragni, non sono informati sul futuro ricco di opportunità che invece li attende. Molti si sono lanciati a sostenere, per esempio, che gli influencer in carne e ossa sarebbero stati sostituiti da quelli digitali, creati dall’AI, modelle e modelli più belli di quelli veri, col vantaggio di non costare quasi niente. Ma la recente operazione su Khaby Lame annuncia che, al contrario, chi può contare su un capitale di riconoscibilità internazionale, con il vantaggio di essere “una persona vera”, può essere moltiplicato all’infinito, con la rapidità che l’intelligenza artificiale consente, e declinato su una quantità pressoché illimitata di contenuti.

Khaby Lame e il suo gemello digitale mandano in subbuglio la creator economy
Khaby Lame e il suo gemello digitale mandano in subbuglio la creator economy
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Prima c’era la prestazione, ora siamo arrivati al sistema che la replica

È un salto paragonabile a quello che ha separato l’artigiano dalla fabbrica; prima c’era la prestazione, ora siamo arrivati al sistema che la replica, al momento in cui un influencer smette di essere un fenomeno di costume da guardare col sopracciglio alzato e diventa qualcos’altro: un soggetto industriale.

Khaby Lame e il suo gemello digitale mandano in subbuglio la creator economy
Khaby Lame con l’ex premier e leader del M5s Giuseppe Conte (foto Imagoeconomica).

Il tempo biologico di una persona separato dal suo brand

A completare il quadro c’è poi una questione che oltrepassa il marketing e tocca il diritto e la governance. Il digital twin di una persona apre un territorio nuovo in cui identità, lavoro e proprietà coincidono: chi detiene il controllo del gemello digitale controlla una capacità produttiva di contenuti potenzialmente eterna. Per la prima volta il tempo biologico di una persona viene separato dal tempo industriale del suo brand.

Khaby vende “un’infrastruttura identitaria”, cioè se stesso

Da qui regole nuove su consenso, revocabilità, successione e responsabilità legale mutano il concetto stesso di lavoro creativo: l’influencer non vende più prestazioni, in termini economici diremmo che vende “un’infrastruttura identitaria”, cioè se stesso. È la logica delle piattaforme applicata agli esseri umani, con la differenza che qui l’asset non è un software, ma una persona con una faccia, una gestualità, una storia riconoscibile.

Khaby Lame e il suo gemello digitale mandano in subbuglio la creator economy
Khaby Lame e il suo gemello digitale mandano in subbuglio la creator economy
Khaby Lame e il suo gemello digitale mandano in subbuglio la creator economy
Khaby Lame e il suo gemello digitale mandano in subbuglio la creator economy
Khaby Lame e il suo gemello digitale mandano in subbuglio la creator economy
Khaby Lame e il suo gemello digitale mandano in subbuglio la creator economy

L’immagine valutata 975 milioni di dollari

Chi riuscirà a governare questo passaggio, senza farsene espropriare, sarà il vero vincitore della prossima fase della creator economy. Questo ci dice l’operazione di Step Distinctive Limited, la holding che controlla le attività economiche connesse al marchio Khaby Lame (partnership, licenze, e-commerce, sfruttamento dell’immagine), cioè un accordo sull’immagine del tiktoker, valutata una cifra esorbitante, circa 975 milioni di dollari: l’intera creator economy è in subbuglio.