Dopo le sue dichiarazioni sulla fine della guerra entro due-tre settimane, che avevano portato il petrolio sotto i 100 dollari al barile e fatto respirare le Borse, con il suo discorso alla nazione Donald Trump ha di nuovo fatto affossare i mercati. In diretta dalla Casa Bianca, con il ministro della Difesa Pete Hegseth, il segretario di Stato Marco Rubio, il capo di stato maggiore Dan Caine e un gruppo di ufficiali, ha sì dichiarato che «finiremo il lavoro molto velocemente», ma aumentando i bombardamenti sulle infrastrutture energetiche iraniane: «Siamo sulla buona strada per portare a termine a breve tutti gli obiettivi militari degli Stati Uniti. Nelle prossime due o tre settimane li colpiremo con estrema durezza. Li riporteremo all’età della pietra, dove è giusto che stiano. Nel frattempo, le discussioni sono in corso». «Se non ci sarà un accordo», ha continuato, «colpiremo tutti i loro impianti di produzione di elettricità molto duramente e, probabilmente, allo stesso tempo. Non abbiamo colpito il loro petrolio, anche se è l’obiettivo più facile di tutti, perché non darebbe loro nemmeno una piccola possibilità di sopravvivenza o di ricostruzione. Ma potremmo colpirlo, e scomparirebbe, e non c’è niente che potrebbero fare per evitarlo».
La minaccia dell’Iran: «Attacchi devastanti dopo le parole di Trump»
Dopo le parole del presidente americano, l’esercito iraniano ha minacciato «attacchi devastanti» contro Stati Uniti e Israele. «Se Dio vuole, questa guerra vi porterà umiliazione, sconfitta, rimpianti e capitolazione», ha detto il comando operativo militare Khatam Al-Anbiya in una dichiarazione, citata da Mehr.
Il petrolio risale oltre i 105 dollari al barile
Le dichiarazioni del tycoon hanno anche fatto bruscamente salire il prezzo del petrolio Brent sui mercati asiatici, superando nuovamente i 105 dollari al barile. Il Brent è balzato di oltre il 4 per cento a 105,55 dollari, mentre il greggio Wti ha guadagnato il 3 per cento e ha raggiunto i 103,16 dollari al barile. Entrambi avevano mostrato una tendenza al ribasso nelle ore precedenti al discorso di Trump.
Borse europee aprono in rosso
Male anche le Borse europee nell’ultima seduta della settimana (venerdì 3 aprile i mercati americani, inglesi ed europei saranno chiusi per le festività pasquali). Il Brent si attesta a 107,98 dollari al barile (+6,72 per cento) mentre il Wti a 106,52 dollari (+6,4 per cento). Torna a correre anche il prezzo del gas, che ad Amsterdam sale del 4,71 per cento a 49,75 euro al Megawattora. Milano ha aperto cedendo l’1,16 per cento, Parigi l’1,12 per cento e Francoforte l’1,44 per cento, in scia a quanto fatto in Asia dove il Nikkei ha terminato le contrattazioni in calo del 2,4 per cento.
Non c’è mai stata una ipotesi Luca Zaia ministro. Se mai l’ex governatore veneto avrà la possibilità di entrare in un esecutivo di centrodestra, non sarà certo nel Meloni I, ma dovrà aspettare l’eventuale conferma della maggioranza in carica e un Meloni II.
Luca Zaia, Giorgia Meloni e Matteo Salvini (Imagoeconomica).
Il messaggio di Salvini ai “nordisti” e agli alleati
Dopo giorni di voci e indiscrezioni, i leghisti lo hanno capito bene dalle parole pronunciate da Matteo Salvini. Nella riunione che si è tenuta in via Bellerio lunedì pomeriggio, Zaia presente, il segretario è stato netto: la Lega non chiede rimpasti o cambi nella squadra di governo, ha scandito, senza mai nominare il veneto. Il governo va avanti così fino a fine legislatura, nell’autunno 2027, ha poi aggiunto Salvini. Poi, mandati tutti a casa e abbassate le tapparelle di via Bellerio, il messaggio è stato corretto con una ‘velina’ indirizzata ai cronisti delle principali testate. Posto che la Lega non chiede nulla, è stato fatto trapelare, se mai gli alleati ritenessero necessario un rimpasto, la «priorità per il partito è la sicurezza». In altri termini: prima pensiamo a far tornare Salvini al Viminale (poltrona diventata incandescente dopo le rivelazioni della giornalista Claudia Conte su una presunta liaison con Matteo Piantedosi), non è aria di Zaia al Turismo, in sostituzione di Daniela Santanchè, o al Mimit, al posto di Adolfo Urso. Un messaggio interno diretto a chi, come il governatore lombardo Attilio Fontana, chiede a gran voce che l’ex collega veneto guidi la Lega al Nord. E anche un messaggio agli alleati: se si cambia, io voglio essere protagonista della partita.
Luca Zaia con Adolfo Urso (Imagoeconomica).
Le fibrillazioni post referendum in FI e FdI
Perché è vero che la partita post débâcle referendaria, tutta interna alla maggioranza, sembra essersi chiusa con il ‘patto del Torrino‘, siglato da Meloni, e dai suoi due vicepremier, Salvini e Antonio Tajani, a cena nella villa della presidente del Consiglio il venerdì dopo il voto. Ma i partiti continuano a essere in fibrillazione con i cambi imposti da Marina Berlusconi ai vertici di Forza Italia: prima Maurizio Gasparri che ha dovuto lasciare il posto di capogruppo al Senato e ora Paolo Barelli che rischia di dover saltare a Montecitorio. Anche in Fratelli d’Italia il clima è rovente, dopo le dimissioni di Andrea Delmastro e di Daniela Santanchè, pretese da Meloni. Urso è nel mirino, anche se allo stato non rischierebbe, spiegano fonti qualificate di via della Scrofa.
Andrea Delmastro (Ansa).
Meloni sembra intenzionata a tirare dritto
Dopo lo scossone della sconfitta elettorale, e malgrado la tentazione di far precipitare tutto (come suggerito, tra gli altri, da Giancarlo Giorgetti e Giovanbattista Fazzolari), Meloni sembra essere determinata ad andare avanti. «Reculer pour mieux avancer» per dirla con le parole di Carlo Nordio. Ovvero: arretrare per prendere la rincorsa e avanzare. Ed è per questo che la premier ha fissato l’informativa alle Camere per giovedì dopo Pasqua. Informativa e non comunicazioni, come chiesto dalle opposizioni, per ridimensionare il valore dell’appuntamento ed evitare che il voto sulle risoluzioni venga assimilato a un voto sul governo. Un appuntamento in cui ci si aspetta che Meloni annunci la volontà di proseguire con determinazione. E l’idea sarebbe di farlo fino alla fine della legislatura. A meno che tutto non sia un bluff.
Poste italiane si conferma un punto di riferimento nei processi di sostenibilità ambientale e di innovazione tecnologica grazie al programma strategico Smart building, avviato già da alcuni anni con l’obiettivo di incrementare l’efficienza energetica e ridurre l’impatto ambientale del patrimonio immobiliare del Gruppo, che è tra i più grandi tra le aziende del Paese con quasi 15 mila edifici tra sedi direzionali, grandi hub, centro di distribuzione e uffici postali.
Cosa prevede il progetto
Il progetto Smart building prevede l’implementazione diffusa di sensori evoluti, piattaforme di Building management system (Bms) e soluzioni dienergy management integrato, in grado di raccogliere e analizzare in tempo reale i dati relativi ai consumi energetici e alle condizioni microclimatiche, sia interne sia esterne agli edifici. Tali sistemi consentono una regolazione automatica e dinamica degli impianti di illuminazione, climatizzazione invernale ed estiva e ventilazione, ottimizzandone le prestazioni in funzione dell’effettivo utilizzo degli spazi. A completamento dell’approccio tecnologico, il piano Smart building include interventi strutturali mirati, quali la sostituzione degli impianti obsoleti con soluzioni ad alta efficienza, la riqualificazioneenergetica degli immobili per il miglioramento delle prestazioni dell’involucro edilizio e la progressiva decarbonizzazione dei sistemi di climatizzazione. In particolare, sono previste la dismissione degli impianti alimentati a gasolio a favore del gas metano e l’adozione di pompe di calore elettriche, compatibili con l’integrazione di fonti energetiche rinnovabili. Questo insieme coordinato di interventi consente a Poste italiane di perseguire obiettivi concreti di riduzione dei consumi, delle emissioni climalteranti e dei costi operativi, in linea con le migliori pratiche europee in materia di smart infrastructure e transizione energetica.
Annunciate le candidature della 71esima edizione dei David di Donatello. Le città di pianura di Francesco Sossai domina la selezione grazie a un elevato numero di candidature nelle principali categorie, tra cui miglior film, regia e sceneggiatura: ben 16.
Le città di pianura ha staccato La grazia di Paolo Sorrentino (14) e Le assaggiatrici di Silvio Soldini (13). Tutti e tre i film sono stati inseriti nella cinquina per il miglior film, assieme a Cinque secondi di Paolo Virzì e Fuori di Mario Martone.
I cinque registi in lizza per il David di Donatello
Per quanto riguarda la regia, la cinquina è composta da quattro dei cineasti già citati: Sossai, Sorrentino, Soldini e Martone, a cui si aggiunge Gabriele Mainetti per La città proibita.
I candidati come miglior attore protagonista
Per le interpretazioni, si contendono la statuetta di miglior attore protagonista Valerio Mastandrea (Cinque secondi), Claudio Santamaria (Il nibbio), Toni Servillo (La grazia), Pierpaolo Capovilla e Sergio Romano (Le città di pianura).
Le candidate come miglior attrice protagonista
Come miglior attrice protagonista sono in lizza in sei: Valeria Bruni Tedeschi (Duse), Barbara Ronchi (Elisa), Valeria Golino (Fuori), Aurora Quattrocchi (Gioia mia), Anna Ferzetti (La grazia) e Tecla Insolia (Primavera).
La cinquina per il miglior film internazionale
Nella categoria internazionale, la cinquina comprende Una battaglia dopo l’altra di Paul Thomas Anderson, Io sono ancora qui di Walter Salles, The brutalist di Brady Corbet, La voce di Hind Rajab di Kaouther Ben Hania e Un semplice incidente di Jafar Panahi.
Solo una candidatura per il film campione d’incassi
Curiosità: i due film che hanno incassato di più durante la stagione, cioè Buen Camino di Checco Zalone e Follemente di Paolo Genovese hanno ricevuto solo una candidatura: quella per la miglior canzone originale. La cerimonia di consegna dei David di Donatello andrà in onda mercoledì 6 maggio, in prima serata su Rai 1.
C’era una volta il calcio italiano delle notti magiche. Oggi c’è Zenica, Bosnia-Erzegovina, un campo da Serie D, 9.500 spettatori e un’intera nazione che guarda l’abisso per la terza volta consecutiva. Tre Mondiali saltati. Tre. Non uno, che poteva essere sfortuna. Non due, che poteva essere crisi. Tre, che è un certificato di morte (sportiva). E chi ha firmato il certificato? Facciamo i nomi, che in Italia si fa sempre troppa fatica a farli.
Partiamo dal commissario tecnico, Rino Gattuso. L’uomo che il mainstream giornalistico tratta come un passante generoso che si è immolato per darci una mano. Peccato che quel passante avesse un curriculum che farebbe rabbrividire un direttore delle risorse umane di qualsiasi azienda del Pianeta: esonerato al Milan, incapace di portare il Napoli in Champions con la stessa rosa con cui Luciano Spalletti sfiorò lo scudetto, e poi il pellegrinaggio tra Valencia, Marsiglia, Hajduk Spalato, raccogliendo macerie ovunque. Ma Ringhio piace, ha la faccia giusta, le signore lo adorerebbero come babysitter. Il problema è che non doveva fare il babysitter: doveva portare l’Italia al Mondiale.
Bastoni, il simbolo dell’antisportività primo responsabile del fallimento
E invece cosa ha fatto? Ha convocato Alessandro Bastoni, l’uomo che poche settimane prima era diventato il simbolo dell’antisportività per via di quella simulazione con successiva esultanza che ha deciso il campionato. Un calciatore che psicologicamente non reggeva la pressione, e che puntualmente prima dell’intervallo è scivolato sull’avversario lanciato in porta con la grazia di un elefante sul ghiaccio, beccandosi il rosso e lasciando la Nazionale in 10 uomini. La faccia peggiore dell’Italia, l’ha definita qualcuno. Difficile dargli torto.
Alessandro Bastoni contro Pierre Kalulu durante Inter-Juve del 14 febbraio 2026 (foto Ansa).
Ma il capolavoro tattico di Gattuso è stato un altro. E cioè tenere in panchina Marco Palestra, che era il più in forma di tutti per distacco, per poi buttarlo dentro solo nella ripresa. Il ct si è ostinato con Mateo Retegui, che non stava in piedi. E poi, il colpo di genio definitivo: ai rigori ha mandato sul dischetto Pio Esposito, un ventenne a cui tremava il labbro prima di calciare. Un ragazzino spedito ad affrontare il leone nel Colosseo, con il peso di 60 milioni di italiani sulle spalle. Tiro alto, ovviamente. Come quello di Bryan Cristante, che ha centrato la traversa. Ma come si fa? In quale universo parallelo un allenatore che non ha vinto nulla nella sua carriera, a parte una Coppa Italia, ha il diritto di gestire momenti simili?
Due Mondiali mancati e la figuraccia a Euro 2024
Eppure Gattuso è solo il sintomo. La malattia ha un nome preciso: Gabriele Gravina. Il presidente della Federcalcio che è riuscito nell’impresa storica di inanellare non uno, ma due Mondiali mancati sotto la sua gestione. Con in mezzo la figuraccia all’Europeo 2024, dove siamo stati eliminati dalla Svizzera agli ottavi di finale. E, dettaglio non trascurabile, un’indagine per appropriazione indebita e autoriciclaggio, che in Italia evidentemente fa curriculum.
Gravina dopo le disfatte non si dimette. Non lo ha fatto post Macedonia (2022) né post Svizzera (2024) né post Bosnia (2026). Ora tutti invocano il suo passo indietro, addirittura sono state lanciare delle uova contro la sede della Figc di via Allegri a Roma. Eppure in conferenza stampa il presidente ha confermato Gattuso, Gianluigi Buffon e Leonardo Bonucci. Confermando anche se stesso. Ha parlato di Consiglio federale, di sedi deputate, di riflessioni approfondite. Tradotto dal burocratese: sto seduto sulla mia poltrona da quasi mezzo milione l’anno e non mi schiodo.
Il suo esercizio preferito? Dare la colpa agli altri. La politica non ci supporta, ha detto. Le leghe non collaborano. Le norme internazionali ci ingessano. Il capolavoro satirico del Napolista lo ha immortalato perfettamente: Gravina è l’ultra-italiano, quello per cui la responsabilità è sempre di qualcun altro.
E, intorno a lui, le figurine dei trionfi del 2006 e del 2021. Buffon, Bonucci, appuntati sulla maglia azzurra come feticci di una gloria passata, senza competenza alcuna per i ruoli che ricoprono. Fabio Caressa a Sky ha detto che Buffon e Gattuso volevano dimettersi e Gravina li ha fermati. Certamente il sistema si auto-protegge. Si blinda. Si perpetua. Come nel 2022, quando all’indomani della Macedonia Gravina non esonerò Roberto Mancini per salvare se stesso, e Mancini poi scappò in Arabia Saudita, gettando le premesse per il disastro Spalletti e poi per questo ennesimo fallimento epocale.
Guardate il tennis: Binaghi ha fatto funzionare il movimento
Ma il vero schiaffo arriva da fuori il calcio. Guardate il tennis. Angelo Binaghi ha preso un movimento che non esisteva e lo ha trasformato in una potenza mondiale. Ha aperto scuole federali, investito sui bambini, costruito un sistema. Il risultato? Jannik Sinner, Matteo Berrettini, Lorenzo Musetti e una generazione intera di campioni. Il tennis italiano domina il mondo perché qualcuno ha avuto la visione e la competenza per costruire qualcosa dal basso.
Angelo Binaghi, presidente della Federtennis (foto Imagoeconomica).
E il calcio? Qui non esiste nulla di tutto questo. Niente scuole federali che funzionano, niente progetto di sviluppo dei talenti. È tutto abbandonato alle squadre di club, che legittimamente guardano ai profitti e alle vittorie, non al movimento. Le Iene documentarono anni fa il sistema di raccomandazioni che inquinava i settori giovanili. La Francia, quella che sforna talenti a nastro, ha un modello di formazione che funziona perché è il sistema federale a gestirlo. Noi abbiamo Gravina che convoca il Consiglio federale per farsi ridare la fiducia da potentati a libro paga.
I politici chiedono le dimissioni: ma dove eravate fino a ieri?
E la politica? Oggi tutti a chiedere dimissioni. La Lega, il meloniano Federico Mollicone, la seconda carica dello Stato Ignazio La Russa, il ministro dello Sport Andrea Abodi. Perfetto. Ma dove eravate fino a ieri? Chi ha supportato Gravina per tutti questi anni? Chi ha permesso che il calcio italiano marcisse in questo modo? Il governo che oggi chiede le dimissioni è lo stesso che ha sempre sostenuto il sistema. L’indignazione a posteriori è il più italiano dei vizi.
Ignazio La Russa (Imagoeconomica).
Tre generazioni di ventenni non hanno mai visto l’Italia ai Mondiali. Non sanno cosa siano le notti magiche, non conoscono l’ebbrezza di un gol azzurro nella competizione più importante. E non la conosceranno almeno fino al 2030, se va bene. Perché con questa classe dirigente non c’è nessuna garanzia.
Come si farebbe in qualsiasi azienda seria, i responsabili devono andare a casa
Gattuso fuori. Buffon fuori. Bonucci fuori. Gravina fuori. Tutti fuori. Non dimissioni concordate, non Consigli federali addomesticati, non conferme in conferenza stampa. Via. Come si farebbe in qualsiasi azienda seria del mondo dopo un fallimento di queste proporzioni. Oppure, come dice Il Fatto Quotidiano, meritiamo di scomparire dal calcio mondiale. Anzi, siamo già scomparsi. E il responsabile ha un nome e un cognome.
Il comitato consultivo sulla condotta dei deputati formalizzerà la sanzione nei confronti di Andrea Delmastro per la pubblicazione non tempestiva, nella dichiarazione patrimoniale, delle sue quote poi cedute della società Le 5 forchette. Quest’ultima è titolare del ristorante Bisteccheria d’Italia gestito da Miriam Caroccia, figlia di Mauro Caroccia, accusato di essere un prestanome del clan Senese. La comunicazione tardiva con cui l’ex sottosegretario alla Giustizia ha integrato la documentazione non è quindi servita a evitare una dichiarazione di censura di tipo reputazionale, che verrà letta dal presidente della Camera Lorenzo Fontana in aula.
La divisione IMI Corporate & Investment banking di Intesa Sanpaolo, guidata da Mauro Micillo, ha partecipato, insieme a un pool di banche internazionali, a un finanziamento di circa 290 milioni di dollari a favore della realizzazione e gestione del progetto Roccasecca, un sistema di accumulo energetico a batteria da 127 MW / 506 MWh attualmente in costruzione a Boulder City, in Nevada. Secondo le previsioni, dovrebbe entrare in esercizio commerciale nel 2026 contribuendo a rafforzare l’efficienza e la flessibilità della rete elettrica nel mercato energetico del Sud-Ovest degli Stati Uniti.
Si rafforza la presenza di Intesa nel mercato energetico statunitense
Il finanziamento si inserisce nell’ambito della vendita del progetto Roccasecca da parte di Iown Energy, per conto del proprio cliente Eolus North America, a Desri, uno dei principali produttori indipendenti di energia. Nel finanziamento, la divisione IMI CIB, insieme ad altre banche internazionali, ha agito come coordinating lead arranger, confermando il ruolo di Intesa Sanpaolo come partner di riferimento in operazioni complesse di project finance, in particolare nel settore delle energie rinnovabili. L’iniziativa, inoltre, rafforza ulteriormente la presenza della banca negli Stati Uniti, un mercato strategico in cui la divisione IMI CIB continua a sostenere lo sviluppo di infrastrutture energetiche sostenibili e resilienti. Tra gli altri progetti che hanno visto Intesa a supporto di operazioni nell’ambito delle energie rinnovabili in tutto il Paese, si citano il finanziamento di Big Muddy in Illinois, uno dei più rilevanti impianti fotovoltaici del Midwest.
Una piattaforma consolidata nelle Americhe
Intesa Sanpaolo vanta una presenza consolidata negli Usa attraverso i propri uffici e filiali dedicate alle attività di corporate banking e alle operazioni cross-border. Nel corso degli anni, il Gruppo guidato dal ceo Carlo Messina ha supportato importanti clienti corporate e istituzioni finanziarie in operazioni strategiche nei settori infrastrutture, energia e industria. Attraverso operazioni come questa, Intesa continua a sostenere lo sviluppo di infrastrutture sostenibili nei principali mercati internazionali, rafforzando il proprio ruolo di partner finanziario nella transizione energetica globale.
Parlando a margine del premio Citta’ dei Giovani 2026’, all’indomani della mancata qualificazione dell’Italia ai Mondiali di calcio il ministro dello Sport Andrea Abodi ha “sfiduciato” Gabriele Gravina, presidente della Figc di cui in tanti – nel mondo della politica e non solo – stanno chiedendo le dimissioni. «Penso che quando un’organizzazione nel suo complesso buca un Mondiale è chiaro che i vertici devono assumersi le responsabilità. Credo che prima ci sia la coscienza individuale e questo sembra non emergere minimamente, mi aspetto risposte più centrate dal presidente della Federcalcio».
Abodi: «C’è bisogno di rifondare il calcio italiano»
Quando uscimmo dal Mondiale in Brasile Giancarlo Abete si dimise, lo stesso fece Carlo Tavecchio nel 2018 con un commissariamento doppio anche della Lega di A», ha dichiarato poi Abodi. Che, a proposito del possibile commissariamento della Figc da parte del Coni, ha aggiunto: «Parlando con Luciano Buonfiglio (presidente del Comitato Olimpico Nazionale Italiano, ndr) ho rinnovato a valutare tutte le forme tecniche compatibili, perché potrebbero esserci i presupposti». Inoltre: «Quando per tre edizioni non ci qualifichiamo sarebbe bene fare delle riflessioni e che ci sarebbe bisogno di rifondare il calcio italiano. Non è un giorno normale e non può soddisfare lo scaricabarile dicendo che aspettavamo di più dalle istituzioni. Bisogna avere un contegno e cercare la vittoria con pianificazioni e non per un fatto incidentale».
Donald Trump ha scritto su Truth che «il nuovo presidente del regime iraniano», ossia la Guida Suprema Mojtaba Khamenei, «molto meno radicalizzato e ben più intelligente dei suoi predecessori», ha «appena chiesto agli Stati Uniti un cessate il fuoco». Il presidente americano ha poi affermato che lo stop agli attacchi potrà avvenire «quando lo Stretto di Hormuz sarà aperto, libero e sgombro». Fino ad allora, ha sottolineato, gli Usa continueranno «a bombardare l’Iran fino a ridurlo in polvere o, come si suol dire, a riportarlo all’età della pietra».
Trump aveva parlato di fine dei raid «entro tre settimane»
Poche ore prima, Trump aveva affermato che gli Stati Uniti potrebbero porre fine agli attacchi contro l’Iran «entro due o tre settimane», aggiungendo che Teheran non dovrà accettare un accordo come condizione per la fine della guerra: «È irrilevante. Quando riterremo che non saranno più in grado di sviluppare un’arma nucleare, allora ce ne andremo». Difficile capire dove voglia andare a parare il presidente Usa, sempre che abbia (più o meno) una strategia. Dalle ultime affermazioni sembra voler concedere altre 2-3 settimane all’Iran, prima di un’ondata di raid volti a cancellare il suo programma nucleare e riaprire con la forza lo Stretto di Hormuz. Tra l’altro, la Casa Bianca ha annunciato che Trump terrà un discorso alla nazione alle 21 di mercoledì primo aprile (le 3 di giovedì in Italia) «per fornire un importante aggiornamento sull’Iran».
La replica dei pasdaran: «Da Trump ridicole messinscene»
Subito dopo le ultime affermazioni di Trump, i Guardiani della rivoluzione hanno ribadito che lo Stretto di Hormuz, passaggio cruciale per il commercio mondiale, resterà chiuso. «È saldamente e sotto il pieno controllo della Marina della Guardia Rivoluzionaria e non sarà aperto ai nemici di questa nazione per le ridicole messinscene del presidente degli Stati Uniti», si legge in una nota riportata dall’agenzia Fars. «Bisogna continuare a ricorrere alla leva strategica del blocco dello Stretto di Hormuz»: è quanto riporta un testo di Mojtaba Khamenei, riproposto sui canali social della Guida Suprema dopo le parole di Trump.
Una nota dell’ospedale San Camillo di Roma ha smentito la notizia della morte di Roberto Arditti, confermato in un primo momento da tutte le agenzie di stampa. L’azienda ospedaliera ha spiegato che il giornalista, che ha 60 anni ed è stato colpito da un infarto, «è sottoposto a un supporto intensivo delle funzioni vitali». La famiglia di Arditti ha spiegato che è in coma cerebrale.
Chi è Roberto Arditti
Da dicembre del 2008 a gennaio del 2010 Arditti è stato direttore de Il Tempo, continuando poi a collaborare con il quotidiano come editorialista. In precedenza, dal 1992 al 1997, è stato alla guida delle news di RTL 102.5. Ha inoltre collaborato con Il Foglio e Linkiesta. Dal 2018 è direttore editoriale di Formiche. Prima di passare al giornalismo, Arditti – che è stato dirigente della Gioventù Repubblicana – ha iniziato il suo percorso professionale nelle istituzioni, lavorando al Senato accanto a Giovanni Spadolini. Il ritorno alla comunicazione politica è avvenuto col governo Berlusconi II, insediatosi nel 2001, durante il quale è stato portavoce del ministro dell’Interno Claudio Scajola. Nel corso della carriera Arditti è stato anche autore della trasmissione Porta a Porta. Tra i tanti incarichi ricoperti pure quello di direttore comunicazione e relazioni esterne di Expo 2015. Ha inoltre fondato insieme con Swg la società di consulenza strategica Kratesis.